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Asolo
Il borgo medioevale,
perla architettonica del Veneto, gode di una posizione
panoramica incantevole, tanto da essere battezzata da Giosuè
Carducci come "la città dai cento orizzonti". La
Rocca domina il centro storico che ospita il Castello, la
Cattedrale, con una pala di Lorenzo Lotto, e il
quattrocentesco Palazzo della Ragione. Suggestiva la
passeggiata tra le vie ed i portici del centro storico che
hanno incantato gli artisti di tutto il mondo.
Giungendo ad Asolo si
scorge la Rocca, simbolo della città, che domina il centro
storico ed il paesaggio circostante: dai suoi spalti,
visitabili, si gode una panoramica incantevole. Fortificata
nel XIII secolo sulle preesistenze di una fortezza, è unita
al Castello da una cinta muraria che raccoglie l’intera città.
Dentro il Castello, la Torre Civica e la più piccola Torre
Reata circondano il Teatro Civico, intitolato ad Eleonora
Duse.
Storia
di Asolo
Dalla
protostoria alla storia
Asolo ha radici
lontane, che affondano in un passato remotissimo
comprendente non soltanto le vicende delle dorsali
collinari, delle sellette e dei poggi, dove poi ebbe vita e
si sviluppò l'insediamento, ma una storia territoriale più
ampia e articolata, quasi la storia di tutta la decima regio
augustea. Ma è pur vero che non si può capire l'antico
municipio e il suo ruolo se non si intende appieno la sua «immersione»
nella morfologia dei luoghi, nella sequenza dei rilievi,
nell'alternanza delle vallecole.
La scelta insediativa di Asolo avviene infatti all'interno
di una serie di collinette di modesta altitudine (m 300/400
max. s.l.m.), disposte da sudovest a nordest a delimitare la
pianura settentrionale di Treviso e nello stesso tempo a
mediare «naturalmente» il passaggio verso le quote più
elevate del massiccio del Grappa e del sistema prealpino. E'
una mediazione reale, concreta, non solo metaforica: è su
queste colline che in autunno la nebbia della bassa si
ferma, quasi che la demarcazione orografica rappresenti pure
una linea di passaggio climatico, con effetti subito
tangibili e rilevabili.
In realtà questa configurazione geografica è ancor meglio
definita dai due ampi incassi vallivi del Brenta a occidente
e del Piave a oriente, che di fatto vengono a inquadrare
l'intero comprensorio pedemontano con due vettori di
comunicazione ancora una volta naturali, volti a collegare
le aree di pianura con quelle di montagna e viceversa.
Dalla protostoria
alla storia
Nel contesto
geografico che abbiamo brevemente delineato non è quindi un
caso che un sito molto importante si trovi allo sbocco in
piano del Brenta, a S. Giorgio di Angarano, dove nella
seconda metà degli anni Venti si mise in luce una estesa
necropoli risalente al bronzo finaleprimissima età del
ferro: attraverso l'altipiano di Asiago, senza escludere la
direttrice della Valsugana (pur in assenza finora di
documentazione materiale), si potevano infatti raggiungere
facilmente le risorse minerarie di ambito trentino e quindi
con queste premesse si può ben capire un fenomeno
insediativo all'estremità meridionale del cosiddetto Canale
del Brenta. Ma le ricerche archeologiche, che da oltre un
decennio proprio in questo comprensorio pedemontano sono
condotte da chi scrive, hanno meglio chiarito anche la «funzionalità»
di Angarano, che non resta più un centro isolato come lo si
poteva intendere appena qualche tempo fa. Oggi al contrario
esso si inserisce, per ciò che riguarda l'aspetto
cronologico, non solo su percorrenze «in verticale», ma
anche e consistentemente in un «sistema» insediativo «in
orizzontale», cioè allungato sulla cortina di colline che
vanno da Romano d'Ezzelino, a S. Martino di Castelciés a
Cavaso del Tomba, al Monte Ricco di Asolo per poi proseguire
ulteriormente (per quanto riguarda le nostre indagini
dirette) al di là del Piave, a Stevenà di Caneva, non
distante dalle sorgenti del Livenza. Sono in sostanza quei
siti in cui viene ribadita una presenza antropica tra la
fine dell'età del bronzo e la prima età del ferro che
sceglie luoghi abitativi relativamente «alti» ovvero
collinari, in ogni caso rilevati rispetto alla campagna
circostante.
Questa strategia locazionale, che privilegia «alture» e lo
sbocco vallivo occidentale (legato, come si è detto, forse
a interessi economici più settentrionali), sembra variare
con il successivo periodo del ferro e con la presenza dei
Veneti, allorché il sito di S. Giorgio di Angarano
addirittura scompare. I Veneti infatti sembrano privilegiare
soprattutto il settore centroorientale della cortina
collinare, comprendendo la futura Asolo e segnatamente
l'area orograficamente declinante verso il solco del Piave.
Basti ricordare in questo senso il comprensorio di
Montebelluna, posto appena a sud ovest delle ultime pendici
del Montello e ricco di testimonianze archeologiche. Ma tali
presenze significano anche un'altra cosa e assai importante:
testimoniano infatti una correlazione molto stretta con la
cultura patavina e quindi una linea di irradiazione della
stessa attraverso direttrici nord orientali,. Montebelluna
pare in tale quadro un polo di grande rilievo, il più
importante del pedemonte trevigiano, da dove l'asse di
diffusione poteva risalire la valle del Piave, lungo la
quale poi si trovano la necropoli di Mel e, più a
settentrione, gli abitati del comprensorio bellunese; ma non
si deve dimenticare, risalendo ancora il corso fluviale, il
centro sacraletermale di Lagole, con continuità di
frequentazione anche in epoca romana. Con ciò l'estremità
orientale delle colline asolane e il Piave venivano ad
assumere, nei confronti della Padova veneta, la funzione di
nodo e cerniera nei collegamenti con i territori posti più
a monte e di qui addirittura con l'Europa centro orientale.
Per quanto riguarda la zona propriamente di Asolo nel
paleolitico e nel mesolitico, sembra che la scelta
insediativa originaria abbia privilegiato uno stanziamento
basso, pedecollinare, con una particolare attrazione verso
la risorsa acqua: così si possono spiegare le tracce
antropiche presso Pagnano e Fornaci di Casella, lungo il
torrente Muson. Le fasi cronologiche successive sembrano
indicare, già con il bronzo finale e con il primo ferro (XVIII
sec.a. C.) e con le tracce rinvenute sul Monte Ricco e sul
Col S. Martino (ma anche le altre realtà territoriali
finitime hanno confermato archeologicamente il dato), una
scelta che decisamente è di «altura» e quindi di naturale
predisposizione alla difesa. Questo tipo di arroccamento
sembrerebbe lasciare il passo con l'avanzare del ferro, se
non addirittura in qualche caso a partire dalle sue prime
manifestazioni, a una scelta locazionale a quota più bassa,
favorita dalla particolare conformazione dei crinali e delle
dorsali, nonché dalle sellette che vallecole e le stesse
dorsali creavano, dalla possibilità di una esposizione a
solatio e di un approvvigionamento idrico con ogni
probabilità non difficile. Bisogna dire tuttavia che un
siffatto quadro è soltanto una proiezione che poggia su
pochissimi riferimenti materiali accertati sistematicamente:
per lo più infatti le poche notizie sono di ritrovamenti
sporadici, indefiniti topograficamente, che servono dunque
solo a delimitare caso mai un arco cronologico che comunque
appare legato all'ambiente veneto e soprattutto a Padova.
Così, pur con questi limiti di lettura, potrebbe essere
suggestivo attribuire a questa fase iniziale
dell'insediamento il pozzo scavato nel conglomerato roccioso
e sito in piazza Brugnoli sarebbe un segno, tenuto conto
dell'acquedotto romano che molti secoli più tardi avrà
capo poco distante, oltre che di una continuità nel tempo
di tali impianti funzionali, anche della presenza effettiva
di una risorsa essenziale per la vita di un abitato.
L'aspetto più importante da mettere in evidenza per il
periodo veneto di Asolo è che, per quanto sta emergendo in
ricerche occasionali e sistematiche nel centro storico, già
in epoca molto antica si dovette mettere mano a una
ristrutturazione progressiva del terreno, che teneva certo
conto della sua morfologia naturale, ma pure la modificava
laddove più problematica e difficile sarebbe stata la
possibilità di insediamento. A questi interventi di «regolarizzazione»
delle pendenze si possono attribuire le ben definite tracce
di terrapieni e di terrazzamenti che le ricerche di questi
ultimi anni hanno messo in luce in alcune aree, quali
sellette o poggi, che erano già «predisposte» per
caratteristiche proprie a favorire una frequentazione
stabile, ma che con l'allargamento, la colmatura e il
livellamento artificiale della loro superficie vedevano di
molto ampliato il proprio potenziale di ricettività. In
sostanza ad Asolo, sin da una fase che si potrebbe definire
forse protourbana, si assisterebbe a quel fenomeno che sarà
la costante della vita architettonica e urbanistica del
centro collinare e che io definisco di dialettica tra
fattore naturale territoriale e fattore artificiale indotto
dall'uomo per crearsi condizioni di vivibilità sempre più
adeguate alle sue esigenze.
Al di là di questi problemi di impianto, l'Asolo veneta
sembra inserirsi bene, pur senza essere in primissimo piano,
in quel flusso di rapporti che doveva aver capo a Padova e
irradiarsi verso le aree nord orientali e in particolare
verso la vallata del Piave. Naturalmente il senso dei
rapporti dei Patavini con il loro «entroterra»
settentrionale aveva precise motivazioni nelle direttrici
vallive che collegavano la pianura al cuore delle alte
montagne e di lì alle altre valli transalpine, ma trovava
ancor più valide ragioni, per così dire a raggio più
limitato, proprio nel comprensorio pedemontano tra Brenta e
Piave, dove l'abbondanza di pascoli doveva essere correlata
a una fiorente attività di allevamento e pastorizia da cui
derivava poi la materia prima lavorata e confezionata nel
capoluogo veneto di pianura.
Ma le colline asolane assumevano probabilmente una valenza
tutta speciale anche per un'altra questione. Vale la pena
mettere qui in giusta evidenza una testimonianza epigrafica
che è stata «riscoperta», dopo un dibattito avvenuto in
tempi più lontani, proprio nell'ambito di studi recenti. Si
tratta della ben nota stele (o meglio frammento epigrafico)
ritrovata a Castelciés di Cavaso del Tomba, appena più a
nord di Asolo, stele che reca un'iscrizione cosiddetta
retoetrusca, su una faccia, e una in alfabeto latino
arcaico, sull'altra, entrambe impenetrabili finora a ogni
tentativo di interpretazione. In assenza di letture o
scoperte più esaurienti, credo che a questo proposito sia
da riconsiderare attentamente quanto sia il Pavan, sia il
Bosio affermano circa la presenza sulla lastra arenacea di
due lingue diverse, utilizzate forse per un identico testo.
Tale fatto poteva suggerire, secondo i due autori, l'idea di
un segnacolo bilingue posto lungo una sorta di linea di
demarcazione e insieme di passaggio tra due aree e due
culture di differente afferenza etnica: quella retica a
settentrione e quella veneta, in fase di avanzante e
progressiva romanizzazione, a meridione. Il quadro di grande
suggestione che ne vien fuori sembrerebbe in realtà
confermato dagli sviluppi successivi che coinvolgono la
nostra zona, oltre che da recentissime, importanti scoperte
di ossa di animali a destinazione votiva con iscrizioni
venetiche (dal poggio del teatro).
Guido
Rosada
Tratto
da "Atlante Storico delle Città Italiane - Asolo"
a cura di Guido Rosada
diretto da Francesca Bocchi
© 1993
Grafis Edizioni
Via 2 giugno, 4 - 40033 Casalecchio di Reno (BO)
L'epoca
romana
Se con i Veneti, come abbiamo detto, la dialettica
territoriale si svolgeva prevalentemente tra Padova
(centro logistico meridionale di pianura), Montebelluna
(centro logistico intermedio pedemontano), la media valle
del Piave (direttrice di transito) e il comprensorio
bellunese (aree insediate di montagna), con l'avvento
progressivo dei Romani tutti i ruoli vengono a mutare in
ragione di uno sfondamento di orizzonte sia a livello di
territorio in sé (che si dilata enormemente), sia, di
conseguenza, a livello economicocommerciale. Anche nella
microstoria dell'Asolano quindi cambia qualcosa, pur
all'insegna di una significativa continuità almeno di
riferimento. Importante in questo caso è il collegamento
PadovaAsolo dato dalla via Aurelia, in particolare se la
strada, come è stato affermato, può essere fatta
risalire al secondo quarto del I sec. a. C. La stesura di
una simile direttrice, in un contesto ancora precoce di
romanizzazione, veniva infatti a sancire lo stretto legame
che da molto tempo univa la pianura manifatturiera (si
ricordino le pesanti e grossolane casacche gausapa
patavinoaltinati citate da Plinio Nat. hist., VIII, 193 e
da Marziale XIV, 152, 155) e i rilievi collinari fornitori
della materia prima, cioè la lana, in diretta relazione
con l'allevamento che trovava incentivo, secondo quanto si
è detto, negli abbondanti pascoli di quella fascia
territoriale. Ma soprattutto valore assume la scelta di
portare il capolinea settentrionale della strada ad Asolo,
ovvero al centro del sistema collinare BrentaPiave, dal
momento che tale scelta dovette essere fatta in
considerazione che da una parte l'area allo sbocco del
Brenta non aveva mai preso quota e dall'altra si stava
pure spegnendo o comunque attenuando la funzione logistica
chiave di Montebelluna presso il corso del Piave. E a ben
guardare, quest'asse di percorrenza costituito dall'Aurelia,
con la sua probabile prosecuzione verso settentrione,
verso il Piave e verso Feltria, sembra rappresentare
l'anticipazione, a più di un secolo di distanza, della
direttrice che sarà seguita, spostati i capilinea secondo
le mutate esigenze dei tempi, dalla grande strada di
Claudio, stesa da Altino (cioè dal mare) al passo di
Resia e oltre (cioè alle montagne), attraverso i solchi
vallivi ancora del Piave, dell'alto corso del Brenta,
dell'Adige.
Asolo romana sembra dunque «catturare» il valore e la
funzionalità avuta precedentemente da Montebelluna veneta
(ma la vita di questo centro prosegue anche in epoca
romana e potrebbe trovare una motivazione concreta di tale
persistenza, oltre che nella tradizione precedente, se
fosse archeologicamente dimostrata, in contrasto con le
ipotesi correnti, la validità della linea
AltinoTrevisoMontebellunaFenèr per la Claudia Augusta) e
viene a costituire di fatto, quindi, un nodo direzionale
verso Feltre e Belluno. Citati come oppida da Plinio (Nat.
hist., III, 130), questi ultimi si ponevano su due
itinerari diversi: Belunum sulla via per il Cadore e il
passo di Monte Croce Comelico, Feltria sulla via per lo
stesso Belunum e su quella per Tridentum, intesa questa
come tratto successivo sia della Claudia, sia della
OpitergiumTridentum. Ma quel che è più interessante nel
passo pliniano è che gli stessi oppida erano anche
afferenti a due distinte realtà etniche: il primo era
infatti veneto (come Asolo), mentre il secondo (insieme a
Tridentum e Berua) veniva riconosciuto appartenente
all'area di influsso retico. Tale precisazione del
naturalista latino sembra risalire con tutta evidenza a
tempi ben più lontani della seconda metà del I sec. d.
C. e potrebbe anche ricollegarsi a quella ricordata
duplice sfera di influenza etnicopolitica che poco sopra
abbiamo suggerito in relazione alla misteriosa, ma forse
determinante pietra di Castelciés.
Asolo dunque, come insediamento romano (municipio ascritto
probabilmente alla tribù Claudia), del quale rimangono
solo due testimonianze nella letteratura antica, riprende
una tradizione remota che individuò sempre, in quella
cortina di colline posta tra pianura e montagne e
delimitata da due importanti solchi vallivi, una linea di
mediazione, non di separazione, tra mondi originariamente
diversi, ma che trovavano interessi reciproci e ben
praticabili attraverso non difficili vettori di
percorrenza. Per i rapporti in particolare con Padova,
insieme all' asse preferenziale verso la valle del Piave,
dovette giocare un ruolo decisivo la disponibilità dei
pascoli e l'attività di transumanza, attività che
d'altronde continuò anche in epoche assai vicine a noi
attraverso collaudati tratturi e viabilità di
collegamento in verticale.
La storia del municipio non dovette in realtà discostarsi
molto da quella della decima regio: processo di
romanizzazione indolore e soprattutto da tempo annunciato,
inserimento e integrazione progressiva dei nuovi venuti in
un tessuto sociale e culturale che non era mai stato
ostile, utilizzazione delle risorse territoriali come
mezzi di espansione oltr'Alpe, esaltazione della qualità
logisticostrategica della terra veneta. Non abbiamo del
resto, come pure per il periodo protostorico, una grande
messe di dati per una ricostruzione storica che possa
considerare Asolo in modo più approfondito e dettagliato,
se non quanto è emerso da una rigorosa analisi della
cartografia archeologica su base numerica e dai risultati
di alcuni interventi di scavo sistematico. Da qui si sono
evidenziati gli aspetti di una «vita» urbanistica
particolarissima, come particolare era la stessa
configurazione morfologica dell'antico centro.
Proprio questa morfologia condizionò fortemente l'assetto
urbano che fu centripeto, accentrato e policentrico allo
stesso tempo. Anzitutto centripeto, perché dorsali e
crinali portavano tutti a un punto di incontro, costituito
dalle attuali piazze, dove un'insellatura naturale aveva
già favorito l'insediamento sin da epoca preromana. Ma lo
spazio non dovette essere sufficiente e probabilmente, per
quanto possiamo ricavare da taluni indizi sul terreno e da
rilevamenti geofisici, si provvide a colmare in parte le
testate delle vallecole che lì convergevano (presso il
palazzo Beltramini, presso il Duomo) per ampliare le aree
usufruibili (e questa conquista della terra diventa una
costante nel tempo ad Asolo). Non a caso in questo settore
urbano a cui «naturalmente» si convergeva sorse uno
degli edifici più importanti della città, le terme, ed
ebbe capo un impianto di servizio e di infrastruttura
fondamentale come l'acquedotto. Qui inoltre, in un
contesto quindi ampiamente favorevole, una tradizione
erudita insiste a ubicare il foro, di cui per altro non
abbiamo alcun riscontro materiale.
Questa qualità accentrata e centripeta, peculiare di
Asolo, veniva ribadita dalle stesse direttrici stradali
che raggiungevano il centro quasi a raggiera, venendo «da
fuori» (da cui probabilmente derivano il nome di «foresti»).
Oltre alla via Aurelia, da sud, sono i tracciati che
arrivano da Montebelluna e dai rilievi collinari
orientali, nonché quelli verosimilmente nord occidentali
e nord orientali dal Muson e dal crinale del Colmarion. Ma
alcune di queste linee di comunicazione confermano anche
l'altro aspetto, quasi antagonista dell'assetto cittadino:
esse infatti collegavano tra loro e poi con il centro i
vari poggi periferici insediati, da quello di S. Gottardo,
a Collalto, a S. Martino, al poggio infine di villa Freya.
Questi sono come terrazzi digitati verso la pianura,
articolati tra vallecole che li incidono lateralmente,
terrazzi che assumono il valore di piccoli agglomerati a
se stanti, sebbene nello stesso tempo unitari. E' così
che Asolo assume una consistenza di fatto policentrica, ma
con una vocazione unitaria esaltata quasi paradossalmente
dalla morfologia del terreno. Ed è sul penultimo poggio
da oriente, costeggiato dal tracciato dell'Aurelia, che si
insedierà una piazza pubblica (che una suggestione
alimentata dai dati archeologici potrebbe pure
identificare come piazza forense o, in ogni caso, come
un'infrastruttura di servizio); questa era provvista
almeno di una porticus duplex verso sud e disposta su un
poderoso terrazzamento sostruito da un criptoportico, al
quale poi si appoggerà in contropendio la fabbrica del
teatro. Opere colossali che condensano in sé tutto il
senso degli interventi edilizi asolani, dove tecnica e
conquista degli spazi si fondevano in quella che abbiamo
definito dialettica interattiva con il territorio. Nella
carenza di altri dati, l'esempio dell'area del teatro
assume valore emblematico anche per una considerazione di
ordine topografico: la posizione era infatti dominante la
pianura e scenografica (si può pensare la facciata del
teatro quale magniloquente propileo della città) per chi
arrivava da Padova; inoltre lo sfondo naturale dato dal
cocuzzolo del Monte Ricco poteva ben giustificare lo
stesso nome di Acelum, se hanno ragione i linguisti a
vedere in esso una radice ak*, che equivale ad «aguzzo»,
con probabile allusione alla particolare caratteristica
orografica del sito.
Da quanto sappiamo, l'organizzazione urbana che siamo
venuti rapidamente delineando trova compimento all'interno
del I sec. d. C., ma di restauri, ripristini e di altri
interventi si ha notizia anche in tempi successivi. Sono
tempi tuttavia per i quali mancano pressoché del tutto
fonti scritte e materiali riconoscibili per seguire una
linea, seppur tenue, di evoluzione della città e della
sua «piccola», peculiare storia.
Guido
Rosada
Tratto
da "Atlante Storico delle Città Italiane - Asolo"
a cura di Guido Rosada
diretto da Francesca Bocchi
© 1993
Grafis Edizioni
Via 2 giugno, 4 - 40033 Casalecchio di Reno (BO)
L'altomedioevo
e la fase castellana
Bisogna infatti arrivare al sinodo di Marano del 591 per
trovare citato in Paolo Diacono un vescovo Agnellus de
Acilo , che rappresenta una testimonianza di rilievo perché
ci informa dell'esistenza, almeno nella seconda metà del
VI sec d. C., ma si può pensare già da molto prima, come
di solito era accaduto per la gran parte dei municipi
romani, di una diocesi asolana e di una certa sua
importanza, vista la sua partecipazione a un'assise molto
delicata, legata com'era alla questione scismatica dei Tre
Capitoli. Tale notizia è altresì rilevante in relazione
alla scoperta, grazie ai nostri recenti scavi
archeologici, dei resti di una chiesetta affrescata e
provvista di pavimento in mosaico sulla sommità del Monte
Ricco, forse dedicata al Salvatore, la cui prima fase di
impianto coincide proprio con la fine del VI secolo. Le
ragioni di questa nuova costruzione non ci sono note (si
può solo immaginare che siano legate ai grandi
cambiamenti e alle preoccupazioni che l'arrivo dei
Longobardi aveva inizialmente suscitato), ma è comunque
il primo segno, dalla protostoria in poi, di una presenza
antropica stabile sulla collina che sarà della Rocca.
Dopo la citazione di Paolo Diacono, nulla più si sa della
diocesi di Asolo: vi è solo un'altra registrazione
riguardante un Arthemius, che viene detto vescovo
Asolensis e nominato tra i partecipanti al sinodo di
Mantova dell'827. Sebbene la figura di Artemio abbia
contorni non del tutto certi, la notizia riveste comunque
un grande interesse perché ribadirebbe la continuità di
vita della diocesi almeno fino al primo quarto del IX
secolo. Questa invece cessa sicuramente di esistere nel
secolo successivo, quando un privilegio di Ottone I,
datato 10 agosto 969, sottomette il castrum de Asilo cum
ecclesia... Virginis Marie...olim caput episcopatus...et
capella...domini Salvatoris... alla giurisdizione del
vescovo di Treviso. Ma già da tempo la decadenza di Asolo
doveva essere cosa concreta e tangibile, se si deve tener
conto di quell'olim del privilegio; decadenza che potrebbe
forse essere correlata, in considerazione anche in questo
caso di una certa convergenza cronologica, agli
avvenimenti dell'ultimo scorcio del IX sec. e alla prima
incursione degli Ungari. Si sa in particolare che nell'899
questi riportarono una consistente e inaspettata vittoria
sull'esercito del re Berengario non molto distante dal
centro asolano, sulle rive del Brenta. E' ben possibile
che in un siffatto contesto storico, allorché nella
nostra regione rovine reali e metus Ungarorum dovettero in
qualche misura sconvolgere antichi equilibri e assetti
territoriali, sia intervenuto un progressivo affievolirsi
della vitalità di Asolo, culminato nella perdita della
sede vescovile. Di qui anche poté venire una sorta di «oscuramento»
del borgo stesso, che in molti casi nelle fonti fino a
tutto il XIII secolo sembra in secondo piano rispetto alla
vicina realtà emergente di Braida, cioè come attesta il
nome quella originaria «campagna» che in successione di
tempo dimostra di assumere un ruolo di definito nucleo
insediato, denominato castrum e provvisto di un'arx o
Rocha e di un terratorium, ancora vitale nella prima metà
del XIV sec. come «regola» con l'attestazione della
presenza di fuochi (computati per la tassazione e quindi
forse in qualche modo significativi). Tuttavia Braida,
quasi un alter ego di Asolo, è rimasta sempre misteriosa,
di incertissima ubicazione: anche per questo ci sembra di
grande suggestione quanto è emerso dagli scavi da noi
condotti all'interno della Rocca. Qui infatti in
concomitanza con il declino asolano e la perdita della
diocesi, dovette rapidamente andare in rovina anche la
chiesetta sul Monte Ricco, forse la stessa dedicata al
Salvatore e ricordata nel documento del 969, ma in seguito
si continuò ugualmente a frequentare l'area sommitale per
dare sepoltura ai morti, come dimostrano le deposizioni
che si sovrappongono alle strutture di fondazione
dell'edificio sacro. In un periodo ancora successivo, come
ha dimostrato l'indagine archeologica, sul versante a
solatio si insediò un borgo di case, semitagliate nel
conglomerato, dotate di focolari e di annessi a
destinazione produttiva e artigianale.
Ma perché un borgo lì e quale borgo? Vi è in realtà
una singolare coincidenza tra le tracce di abitato, che si
collocano per cronologia in una fase immediatamente
precedente alla fabbrica della Rocca (dalle cui fondazioni
risultano tagliate insieme alle tombe della necropoli),
quindi con buona probabilità tra XI e la metà del XII
sec., e la prima citazione di Braida, forse da riconoscere
in quel locus Bragida, ricordato per una pratica notarile
ivi actum feliciter nel dicembre del 1076. Di qui poi
segue una serie di documenti dove, come si è detto, è
testimoniata una differenziazione sempre ben rilevabile
tra castrum Asyli e castrum Braide, sebbene tra i due
termini vi sia anche di pari passo un legame di
correlazione altrettanto evidente (Rocha Brayda seu de
Asilo, de Roca Braide de apud Asylum etc.). Ora credo che
non sia soltanto suggestiva l'ipotesi di identificare
Braida proprio con i resti di abitato ritrovati in cima al
Monte Ricco, colle che avrebbe visto dopo il Mille, sotto
l'incalzare degli eventi e delle paure, un progressivo «arroccamento»
dell'antico borgo asolano, favorito forse dal ruolo sempre
più rilevante che venne ad assumere in sede locale una
famiglia come quella dei Tempesta, braccio secolare del
vescovo di Treviso. Si potrebbe capire meglio con questa
chiave di lettura la distinzione che nel 1017 sembra
essere rimarcata dall'espressione villa Asyllo, non multum
longe a castro Asyllo de subtus: oltre infatti a una
villa, cioè a un borgo, vi sarebbe un castrum (il
castellum de Asillo nominato ancora nel 991 in un
privilegio di Ottone III?) che essendo definito de subtus
(coincidente con il sito del municipio romano?) rinvia
forse a un ulteriore castrum, forse appunto quello
superius di Braida. Ancora in progresso di tempo, siamo
nell'ultimo quarto del XII sec., questo stesso
insediamento, o meglio verosimilmente solo una parte di
esso, viene sacrificato per la costruzione della torre e
del poderoso muro di cinta della Rocca. E' possibile che
sia sempre la famiglia dei Tempesta a promuovere questo
decisivo intervento, che sancisce la definitiva fisionomia
del Monte Ricco come scolta alta ed emblematica di tutto
il territorio finitimo, un intervento tuttavia che in
origine doveva inserirsi nel quadro più complesso del
castrum Braide. Ne potrebbe essere in qualche modo una
spia il primo documento (novembre 1223) che descrive con
precisione notarile, in relazione all'atto di acquisto da
parte del vescovo di Treviso, il castrum Braide cum
domibus donicalibus interpositis in ipso castro, et turris,
et castelario, et cum summitate montis ipsius castri....
Documento importante doppiamente: perché, oltre a fornire
una sorta di planimetria articolata di Braida e del suo
immediato circondario, potrebbe indicare, dato l'acquisto
fatto dal vescovo che già controllava il vicino castrum
Asyli, una prima fase del processo di riunificazione delle
due realtà insediative (Asolo e Braida) dopo la scomparsa
di Wercio Tempesta.
L'avvento successivo di Ezzelino III fu ancor più
decisivo per questo, come del resto per altri fenomeni
rimarcabili segnatamente nel comprensorio pedemontano
trevigiano. In effetti la politica del «tiranno», che fu
il preferito tra i fideles di Federico II, è da
riconoscere assai più lungimirante e «progressiva» di
quanto la tradizione storiografica induceva fino a qualche
tempo fa a credere: era l'idea dell'imperium che lo
affascinava in contrasto con il particolarismo delle
famiglie e delle domus . La sua presa di possesso di tutta
l'area tra Brenta e Piave va vista quindi anche per il suo
significato riaggregante, un'aggregazione che in
particolare poté probabilmente persistere in seguito
laddove i legami territoriali erano molto forti per
tradizione e la separazione era stata solo una parentesi
contingente. E' il caso forse di Asolo che man mano
recuperò la centralità perduta, come sembrano suggerirci
i documenti che citano nel 1251 il castrum Asyli et Rocam
Braide e nel 1272 Rocham Braide et de Asylo. Ma saranno
soltanto le mura carraresi-veneziane che, collegando tra
fine XIV e inizi XV secolo la fortezza sulla sommità del
Monte Ricco al borgo sottostante, sanciranno di fatto,
anche con una struttura tangibile, la ritrovata e oramai
stabile unità urbana dell'antico municipio.
Guido
Rosada
Tratto
da "Atlante Storico delle Città Italiane - Asolo"
a cura di Guido Rosada
diretto da Francesca Bocchi
© 1993
Grafis Edizioni
Via 2 giugno, 4 - 40033 Casalecchio di Reno (BO)
La
caduta di Ezzelino e il governo di Treviso
La riacquisita signoria del vescovo di Treviso su Asolo
dopo il 1223 non ebbe una ricaduta politica di lunga
durata. Come si è accennato in precedenza, l'emergente
Ezzelino III da Romano, a partire dal 1239, occupò con la
forza i castelli sulle colline tra le vallate del Brenta e
del Piave, tra cui Asolo e Cornuda.
La caduta di
Ezzelino e il governo di Treviso
Dopo la fine dei
da Romano, Asolo tornò in possesso del vescovo. Per
gestire il governo locale egli dovette accordarsi con il
comune di Treviso, che in quel momento andava estendendo
il suo dominio sul contado.
Il comune di Treviso mise in atto il controllo politico
del territorio asolano con l'istituzione di un capitaniato,
con sede nella Rocca di Braida, dove installò una
guarnigione militare. Il capitano inizialmente aveva
funzioni più militari che civili, ma finì per diventare
lo strumento (podesteria) con cui successivamente Venezia
avrebbe esercitato il controllo sul territorio.
Asolo comunque disponeva nel 1260 di una struttura
amministrativa complessa e matura: nel 1260 la città
aveva un proprio territorio che si estendeva a comprendere
le comunità di Villa d'Asolo, mentre Braida e Pagnano
usufruivano di autonomia amministrativa: tutti in ogni
modo facevano parte di un'unica circoscrizione religiosa.
Asolo con il borgo vecchio presso il castello e quello
nuovo nell'area sudorientale tese ad allargare la sua
influenza sulla vicina Braida. In tale contesto si
instaurarono legami stretti tra queste vicine comunità al
fine di una politica comune; e un qualche riflesso di
rapporti tra le varie realtà insediative dell'area
potrebbe essere riconosciuto nella fiera dell'Assunta di
agosto, che per antica consuetudine si teneva in piano
nell'area del Musil e più tardi di Casella.
Braida, comunità rurale dalla quale era nato Colaldior,
si estendeva a monte del convento di Sant'Angelo e oltre
la dorsale, sviluppandosi sul confine di Asolo, mantenedo
la dipendenza ecclesiastica dalla pieve asolana: nel suo
ambito c'è la Rocca di Breda, già proprietà del vescovo
di Treviso con il fortilizio più settentrionale di Santa
Giustina, che finì poi per essere inglobata nella
circoscrizione amministrativa di Asolo.
Un contributo cospicuo allo sviluppo del centro collinare
spetta al comune di Treviso, che, pur determinandone la
dipendenza politica in sostituzione del vescovo, ne favorì
in qualche modo la crescita attraverso l'istituzione del
capitaniato come forma di decentramento amministrativo.
In ogni caso Treviso compensò in qualche modo il vescovo
per la signoria perduta. Il 16 maggio 1261 infatti il
podestà di Treviso inviò due lettere ai reggenti (maricus
et iurati) del comune di Asolo. Con la prima ribadiva
l'esonero dall'imposizione diretta, nisi secundum veterem
consuetudinem, ad una serie di personaggi che svolgevano
funzioni amministrative: cataneum, castaldum, Bonacursum,
marescalcum, preconem et Gerardinum deganum domini
episcopi tarvisini. Con la seconda lettera invece
provvedeva a salvaguardare i diritti del vescovo, perché
sottraeva i rustici da lui dipendenti dagli oneri
personali occasione certe manutentarie.
Il 13 novembre 1261 fu il giorno in cui venne sancita la
diretta dipendenza del territorio dal comune di Treviso
con il giuramento di fedeltà di 23 uomini di Braida e 103
di Asolo. Il documento non è solo una fonte diretta delle
trasformazioni politiche della città, ma contiene anche
una serie di informazioni sulla professione di circa un
terzo di essi: le attività legate alla lavorazione delle
pelli (piliparii) e delle calzature (cerdones e caligarii),
come in tutte le città medievali, erano ampiamente
diffuse.
Professioni degli uomini di Asolo (giuramento del 1261)
n. 6 piliparii
n. 6 cerdones, caligarii
n. 5 speciarii
n. 4 fabri (3), inferator (1)
n. 2 notarii
murarii
asenarii
sellarii
tabernarii
n. 1 olarius
sartor
pistor
Si apriva quindi una nuova fase politica, nella quale il
comune di Treviso puntava sulla difesa militare del
territorio, ma potenziava anche l'elemento locale con la
delega di alcune funzioni pubbliche; al vescovo era invece
riservata la gestione di un enorme patrimonio immobiliare
di origine feudale: suoi erano tutto il borgo nuovo, il
Castello, vaste aree in Braida e a Villa d'Asolo.
In questo contesto va inquadrato il rinnovo dell'affitto
della Rocca al comune di Treviso, il quale attribuì ai
capitani anche l'amministrazione della giustizia per le
cause minori riguardanti azioni sino alla somma di dieci
soldi piccoli. La situazione si stabilizzò con la
dominazione caminese (12831312), che iniziò le proprie
fortune con la vittoriosa battaglia avvenuta contro i da
Castelli nella piana tra Asolo e Fonte. La signoria dei da
Camino affermò su Asolo non solo il potere signorile
della famiglia, ma consolidò anche il potere centrale di
Treviso, come si manifestò all'epoca dell'autonomia
cittadina trevigiana.
Gabriele
Farronato
Tratto
da "Atlante Storico delle Città Italiane - Asolo"
a cura di Guido Rosada
diretto da Francesca Bocchi
© 1993
Grafis Edizioni
Via 2 giugno, 4 - 40033 Casalecchio di Reno (BO)
Il
primo Trecento
Nella prima metà del Trecento Asolo dipendeva quindi da
Treviso. Dal capoluogo arrivavano i capitani, i custodi
della Rocca e, in caso di grave pericolo e per tempi
brevi, un sopracapitano alloggiato nel castello del
vescovo. Inoltre venivano regolarmente inviati gli
esattori per la riscossione delle imposizioni, i giudici
del maleficio, i magistrati che amministravano la
giustizia durante la fiera dell'Assunta e i tecnici che
verificavano l'esatta esecuzione degli ordini impartiti
dalla città dominante.
Il vescovo aveva perduto il potere politicoamministrativo
che aveva avuto cento anni prima, ma aveva ancora molto
potere in ambito locale. Infatti con lo strumento del
rinnovo degli affitti e dei livelli interveniva in maniera
determinante sulla struttura economica e sociale del
luogo, avendo egli la proprietà dell'intero Borgonovello
e di buona parte di quello vecchio.
Data la situazione politica, il comune di Asolo osservava
gli Statuti di Treviso, che prevedevano l'obbligo del
servizio militare (le cosiddette mostre); nel contempo a
Treviso erano mandati i figli a studiare dopo le scuole
primarie che venivano frequentate ad Asolo.
La composizione sociale degli abitanti del borgo per la
maggior parte era costituita dal ceto appartenente a
quello che oggi si chiamerebbe «terziario», cioè
impegnato nella produzione, nel commercio e nella finanza.
Tale struttura può essere ricavata nel dettaglio con
l'aiuto dell'elenco nominativo contenuto nel Quaternus
focorum del 1314, dove per 35 capifamiglia asolani su 57
viene specificata la professione, oltre alle quote
estimali. Braida aveva 13 fuochi, compresi gli habitatores
del vescovo di Treviso, di Artico e di Zanibella da Asolo;
Villa d'Asolo ne aveva 42, per un totale con Asolo di 99
fuochi (con la specificazione che i due comuni erano
uniti: Villa... facit cum burgo).
Molti atti del notaio Prosdocimo contemporanei al
Quaternus focorum riguardano il prestito di denaro da
parte di Giovanni da Firenze, che agiva per conto di Bindo
Liazaro da Firenze, un importante banchiere di Treviso.
Tale notizia porta a considerare come tale attività
finanziaria permettesse la realizzazione di investimenti
che davano incentivo alla vita economica del borgo.
I documenti di questo periodo indicano che Asolo era
sempre dominata dalla Rocca di Braida, dove risiedeva in
permanenza una guarnigione di 12 soldati comandati da due
capitani; nel castello inferiore invece aveva sede
l'amministratore del vescovo, il nobile Giovanni da
Cusignana vilicus de Asyllo pro domino Castelano, Dei
gracia, episcopo tarvisino.
Nessun atto interessa la vita amministrativa del comune di
Asolo, alcuni invece riguardano la scuola dei Battuti o
scuriatorum che aveva per gastaldi Flemano precone e
Martino da Lamon.
Non mancano riferimenti ai luoghi della città ove si
rogavano gli atti, quali la piazza, le porte di San
Servasio e del Foresto, la fontana, il porticus del comune
(poi sede della loggia), la chiesa di S. Maria e l'unico
convento allora esistente, quello di S. Angelo dei frati
minori. Le case erano per lo più coperte da tegole o da
paglia (la documentazione è tuttavia del secolo
successivo); le scandule o tegole lignee sono segnalate in
una casa posta in Asolo in Costa del Biordo, oggi ubicata
al di fuori delle mura.
Gabriele
Farronato
Tratto
da "Atlante Storico delle Città Italiane - Asolo"
a cura di Guido Rosada
diretto da Francesca Bocchi
© 1993
Grafis Edizioni
Via 2 giugno, 4 - 40033 Casalecchio di Reno (BO)
Le
mura a secco
Dopo aver occupato Bassano, alla fine del 1318, Can Grande
della Scala tentò di prendere, senza successo, il
territorio trevigiano, in aiuto del quale venne chiesta e
ottenuta nel 1319 la protezione del re Federico d'Austria.
Nel contesto di questa campagna militare, il comune di
Treviso sentì la necessità di ripristinare e
ristrutturare le fortificazioni ezzeliniane costituite da
torri in muratura, collegate tra di loro da strutture
murarie a secco, fosse, palizzate, cespugli di rovi e
piante spinose, volti a rendere difficile il passaggio (spinade).
Infatti il 21 gennaio 1318 Treviso approva i lavori di
rafforzamento necessari proposti dagli Asolani, tramite
Bausella da Cusignana, ufficiale del comune di Treviso
preposto alla custodia di Asolo, per comune et homines di
quella terra.
Il progetto di ristrutturazione segnalava la necessità di
riedificare tutti i bitilfredos ubicati intorno al borgo e
alla terra di Asolo; di sostituire il fossato posto iuxta
portam et bitilfredum Sancti Gervasii con muro de sicho,
dalla porta sino alla Val Cagnana, e di costruire uno
spalto a difesa del muro; di ampliare il fossato antico di
pianura (fossatum de la Frata), che aveva la funzione di
difendere Villa d'Asolo; si chiedeva ai possessori dei
poderi cintati con siepe (clausure), distribuiti intorno
al borgo e alla terra di Asolo, di fare la ramata, ossia
di rinforzare le siepi con rami; alle porte e agli
ingressi del borgo e della terra di Asolo si indicavano
ulteriori forme di difesa, come pure presso la Rocca di
Braida. Si faceva inoltre presente che era necessario
stroncare la pessima abitudine delle milizie locali di
abbandonare il servizio di guardia alle fortificazioni per
recarsi a difendere le proprie case, come del resto
accadeva in tutte le città medievali quando veniva
suonato l'allarme.
Le richieste degli Asolani furono accolte, purché fossero
messe in atto senza oneri per il comune trevigiano. Due
mesi dopo si fece il punto della situazione: il lavoro era
costato più di 500 lire piccole, frutto di una raccolta
cittadina. Gli Asolani chiesero quindi che l'ulteriore
quota di 405 lire piccole, provenienti questa volta da una
colletta straordinaria imposta da Treviso al borgo ed al
suo pievanato, fosse utilizzata per ulteriori opere di
difesa del luogo. Il 20 marzo successivo il Consiglio dei
Trecento di Treviso fissò in due mesi la conclusione dei
lavori ed inviò in quella circostanza il sopracapitano
Guecello da Monfumo con obbligo di avvalersi della
collaborazione dei fratelli Giacomazzo e Guarnerio da
Castelcucco.
I da Monfumo e i da Castelcucco si sarebbero poi radicati
in Asolo, tanto da costituire, con i da Rovero e i Braga,
un gruppo di famiglie socialmente preminente nell'ambiente
cittadino asolano.
I lavori alle fortificazioni avevano fatto di Asolo il
castello più importante della zona, mettendo in secondo
piano quelli di Romano e Cornuda, pure sedi di capitaniato,
ma che l'anno successivo avrebbero poi ceduto alle armi di
Can Grande della Scala.
Nello stesso tempo andò maturando la necessità di
diversificare l'uso della Rocca di Braida rispetto al
Castello di Asolo. I lavori di fortificazione compiuti
evidenziarono la funzionalità centrale del Castello,
collaudata appunto durante i momenti più critici: dentro
il circuito fortificato era possibile fare la «mostra» o
rassegna delle truppe, raccogliere la popolazione, i
viveri e le munizioni in caso di pericolo.
Il passaggio nel 1319 del comune di Treviso al duca
d'Austria, segnò per i castelli sedi di capitaniato la
fine della presenza di guarnigioni militari trevigiane,
sostituite da milizie austriache dipendenti dal capitano
generale che aveva sede a Treviso; al Comune non rimase
che la gestione della vita amministrativa, che finiva poi
con il riverberarsi anche su Asolo, dove ebbe luogo il
definitivo spostamento della sede del capitano nel
Castello, mentre nella Rocca restò, con funzioni di
difesa, una guarnigione dipendente dal capitano di Asolo.
Qualche anno dopo, in piena dominazione austriaca
(13191329), Asolo acquisì un ruolo eminente su tutto il
Pedemonte, sebbene in un altro quadrante Pietro Bonaparte
avesse ricostruito il castello di S. Zenone con la
compiacenza del conte di Gorizia.
Nel 1324 le truppe scaligere, in uno dei tentativi di
conquistare Treviso e il suo territorio, entrarono nell'Asolano.
A seguito di ciò, il 22 marzo 1324 il podestà di Treviso
ordinò ai comuni e agli uomini della pieve di Asolo e di
altre località di fare la custodia e di osservare gli
altri obblighi nei confronti del castrum et burgum de
Asillo secondo la consuetudine e senza creare alcun
precedente a sfavore dei comuni. A causa degli attacchi
delle truppe di Can Grande della Scala, si dovette
provvedere alla difesa castri et roche de Asillo (la
Rocca, anche dal punto di vista amministrativo, dunque non
faceva più parte di Braida) .
Intanto il potere del capitano austriaco tendeva ad
allargarsi oltre il limite che gli Statuti consentivano:
per non essere sottoposto alle sue prevaricazioni,
Guecello Tempesta, nuovo signore di Treviso dopo il colpo
di stato dell'Epifania del 1327, si batté con tutte le
sue forze, senza però ottenere grandi risultati.
Due anni dopo, lo stesso Tempesta trattò il passaggio dal
dominio austriaco a quello scaligero, durante il quale
Asolo fu governata per mezzo di una sorta di «prepodesteria»,
dipendente da Treviso, che preludeva alla forma di governo
che sarebbe stata poi realizzata da Venezia. Fu nominato
capitano Pietro da Asolo, che durò in carica sino alla
consegna a Venezia nel 1337 e che mise in atto le
direttive di Pietro Dal Verme, fedele esecutore della
politica veronese nel Trevigiano.
Gabriele
Farronato
Tratto
da "Atlante Storico delle Città Italiane - Asolo"
a cura di Guido Rosada
diretto da Francesca Bocchi
© 1993
Grafis Edizioni
Via 2 giugno, 4 - 40033 Casalecchio di Reno (BO)
La
dominazione veneziana
Sebbene sin dal 1337 Asolo rientrasse già nella sfera di
influenza veneziana, pur restando a far parte del contado
di Treviso, l'occupazione completa e definitiva del
Trevigiano da parte di Venezia si concluse nel febbraio
del 1339.
Il 2 marzo di quell'anno la Serenissima, avviata
saldamente sulla strada della formazione di un potente
stato regionale, ridisegnò l'organizzazione territoriale
del Trevigiano, creando delle podesterie minori dipendenti
dalle città capoluogo. Asolo divenne così, insieme con
quelle di Oderzo, Castelfranco e Mestre, podesteria, con
un podestà veneziano che sul piano politico obbediva alle
direttive di Venezia e sul piano amministrativo applicava
gli Statuti di Treviso, al cui territorio apparteneva
Asolo.
Nella stessa occasione furono ridisegnate le
circoscrizioni territoriali e stabiliti i nuovi confini:
la podesteria di Asolo venne ridimensionata rispetto alla
precedente estensione territoriale tra Brenta e Piave con
l'esclusione di alcune comunità legate a Cornuda e di
Pederobba e con l'attribuzione di 37 villaggi.
Nella prima dominazione veneziana (13371381), pur in
presenza di una ridotta documentazione, si può rilevare
una certa stagnazione nella vita pubblica di Asolo che
rimaneva un centro abitato (sia pure con due castelli, ma
senza una solida cerchia murata) dove all'élite locale
non era consentito di esprimersi attraverso la gestione
delle cariche pubbliche. Solamente Treviso infatti poteva
usufruire di una certa autonomia, che non fu consentita
alle podesterie periferiche e che permise poi, nel secolo
successivo, lo sviluppo di quelle casate che avevano
origine dai rami cadetti di famiglie delle città
capoluogo, che si erano stabilizzate nelle podestrie per
ragioni amministrative o patrimoniali, richiamate
dall'infeudazione dei beni vescovili, dall'affitto dei
beni comunali di Treviso e dallo sfruttamento delle
risorse di un territorio in trasformazione. Il cancelliere
del podestà, ad esempio, oltre alla sua funzione,
assumeva pure la supplenza per quelle magistrature che di
fatto non era stato possibile istituire, come nel caso
della gestione dei pegni e delle vettovaglie; così altri
ricoprivano incarichi che di fatto accrescevano il
prestigio personale. In questi centri Venezia favorì la
crescita di tale ceto, che poi le sarà riconoscente una
volta raggiunta una nuova condizione sociale. Per quello
che riguarda Asolo, sulle possibilità di sviluppo di
questa realtà puntarono il loro interesse numerosi
Feltrini e Bellunesi, Bassanesi, qualche padovano ed anche
extraregionali.
Da Venezia, oltre alla nomina delle massime cariche della
podesteria, giungevano gli ordini per la difesa e per i
restauri necessari tramite Treviso, alla quale restava
l'incarico della esazione delle collette che venivano
imposte per essere devolute alle casse statali. Sul piano
locale, ben poco delle risorse finanziarie così raccolte
veniva poi reinvestito, almeno a giudicare dalle continue
richieste dei podestà asolani di ottenere anche piccoli
finanziamenti per rendere più sicuro il territorio.
Nel 1356 Conegliano si ribellò a Venezia per darsi agli
Ungheri; Asolo fu abbandonata dal podestà Zuanne
Foscarini che scappò vilmente, non havendo veduto gli
inimici, ne habuto bataglia, mentre il presidio della
Rocca si arrese per denaro.
I costi per mantenere funzionale la struttura difensiva di
Asolo dovettero apparire troppo rilevanti per Venezia, che
ritenne opportuno ridurre il circuito delle difese per
contenere così le spese, pur senza sguarnire la
postazione. Tale riduzione della cinta muraria in minore
circuitu fu realizzata con l'assegnazione di mille ducati.
Un altro intervento fu eseguito nel 1367, per lavori in
dicto castro nostro Asli, attraverso il podestà di
Treviso che inviò 400 lire piccole.
Le opere di rafforzamento delle difese di Asolo si
mostrarono preziose nella guerra, dalle alterne vicende,
tra Venezia e i da Carrara, signori di Padova: in quella
circostanza le popolazioni asolane si prestarono alla
difesa del territorio, schierandosi accanto a Venezia; la
politica della Dominante, che aveva favorito il
costituirsi e l'affermarsi di un ceto sociale forte a
livello locale, aveva dato i suoi frutti. Nel 1379 Asolo
tuttavia cadde in mano dei Carraresi, che procedettero ad
un radicale rifacimento delle mura in pietra, senza però
completarle nel settore della Val Cagnana, mentre il
Trevigiano fu ceduto da Venezia al duca Leopoldo
d'Austria.
Gabriele
Farronato
Tratto
da "Atlante Storico delle Città Italiane - Asolo"
a cura di Guido Rosada
diretto da Francesca Bocchi
© 1993
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Via 2 giugno, 4 - 40033 Casalecchio di Reno (BO)
La
formazione della civitas e Caterina Cornaro
Nelle complesse vicende che segnarono la costituzione
dello stato veneziano, Asolo ebbe sempre un ruolo di
rilievo, grazie al suo sistema difensivo. Infatti nel
1388, quando Venezia riconquistò il territorio
trevigiano, la Serenissima restituì alcune forme di
autonomia locale e nel 1393 decise di completare la
cinta muraria in funzione di difesa di tutto il
Pedemonte. Per i lavori di completamento come era
consuetudine furono impiegati gli abitanti del
territorio, che in tal modo corrisposero gli oneri
personali, e furono spese dalle 600 alle 800 lire
piccole in materiali. Nel giro di un anno i lavori già
volgevano al termine, ma fu necessario un ulteriore
investimento di 300 lire piccole, come avveniva e
avviene per tutti i lavori pubblici che in corso d'opera
hanno bisogno di essere rifinanziati.
La fine del Trecento e l'inizio del Quattrocento segna
per Asolo un importante momento di assestamento urbano e
di rafforzamento delle strutture edilizie, attraverso
interventi sulle architetture pubbliche ed
ecclesiastiche. Con le mura infatti si rinnovarono anche
la loggia, la cancelleria, il convento di S. Angelo e la
chiesa di S. Maria. Anche sull'edilizia privata furono
effettuate notevoli trasformazioni, e, come si ricava
dal più antico estimo (1472), numerose case
appartenevano ai contadini o distrettuali facoltosi che
le affittavano.
La positiva congiuntura economica che innescò tali
interventi, perdurò per tutto il Quattrocento ed è
rilevabile anche attraverso gli atti notarili pervenuti,
che testimoniano di un massiccio arrivo di gente nuova
che modificò ancora la struttura sociale. In pratica il
territorio asolano fu caratterizzato da un cospicuo
trasferimento di famiglie provenienti dal Feltrino, dal
Bellunese, dal Bassanese, dal Trevigiano, dal meridione
d'Italia, dal Friuli, dalla Lombardia e dalla Germania.
Numerose famiglie furono richiamate dagli uomini che
erano giunti come soldati in Rocca e nel Castello o come
funzionari al seguito del podestà. Altre, come i
Montini, i Savoia, i Pasini, i Beltramini e i Bardolin
furono elementi di spicco di un flusso di immigrazione,
durato oltre un secolo, dalle colline e dalle prealpi
lombarde.
In quel tempo Asolo non aveva ancora il titolo di città,
che le fu attribuito solo nel secolo XVIII, ma la sua
struttura sociale e anche la sua consistenza edilizia
erano tali che oggi la moderna storiografia la può
annoverare fra le città. Del resto il cammino verso
questa condizione è segnato da importanti atti pubblici
del 1431 e del 1459.
Nel 1431 infatti il podestà Pietro Zorzi stabilì quali
fossero i suburbi di Asolo e da tale data si rileva che
i notai utilizzarono la formula civis Asili. La sentenza
dello Zorzi di parificare al grado di cittadini gli
Asolani dei borghi esterni veniva forse a sanare una
situazione di disagio creatasi tra coloro che prima del
1367 si trovavano inseriti nel circuito cittadino.
Inoltre fu data sistemazione al territorio con la
costruzione di un canale (la Brentella) che,
attraversando le campagne dell'Asolano, avrebbe dovuto
arrivare nel territorio di Castelfranco.
Il 22 dicembre 1459 Venezia, anche se con molto ritardo
rispetto ad altri centri, decretò la formazione di un
Consiglio maggiore, strumento amministrativo che superò
la forma semplice e di poca rilevanza politica della
vicinia che era viva fino a quel momento. A partire da
questa data, Asolo assunse la pienezza dei poteri e
delle varie magistrature: il Consiglio poté finalmente
agire per l'attribuzione delle varie cariche e togliere
ai cancellieri e cavallari del podestà quelle funzioni
che avevano fino ad allora esercitato per passarle ai
cittadini. La radicale modifica istituzionale fu
realizzata immediatamente, entro i primi mesi del 1460.
La struttura sociale è chiaramente definita dall'estimo
del 1472, nel quale, furono rilevati tutti gli assi
patrimoniali e il censimento della popolazione (le
bocche), cosa che permette di conoscere la struttura
demografica ed economica della città.
Asolo quindi a partire dalla seconda metà del XV secolo
ebbe tutte quelle magistrature che si addicevano ad una
podesteria, sia pure minore, inquadrata all'interno
della Serenissima, podesteria nella quale i cittadini
erano in grado di assicurare la copertura di tutti gli
incarichi. Non si può dire che si sia in presenza di
una «nobiltà» di antica origine, ad eccezione di
qualche famiglia, ma di un ceto che si era impegnato
nella produzione e nella distribuzione e aveva saputo
raggiungere livelli economici considerevoli.
Quando nel 1489 Venezia compensò con la nomina a
Signora di Asolo Caterina Cornaro, regina di Cipro, per
la forzata cessione alla Serenissima dell'isola che
aveva ereditato dopo la morte del marito, la città
murata era in quel momento uno dei centri più ricchi
del Trevigiano. A questo esilio dorato per l'incomoda
Regina ben si prestava il centro pedemontano in quanto
era una podesteria minore che garantiva la possibilità
di un controllo discreto pur lasciando all'ospite una
certa, pur formale, libertà di azione.
La nuova sovrana (14891509) instaurò una piccola corte
con personaggi provenienti un po' da tutta la regione e
anche da Cipro (tra i più importanti si ricordino
Pietro Bembo, Tuzzio Costanzo, il Lotto e forse il
Giorgione) e accrebbe la fama della città aggiungendole
anche un tocco di nobiltà.
Fu un periodo breve e importante; subito però le
vicende della Lega di Cambrai portarono gravi
conseguenze: nella guerra che seguì, la Serenissima
perse infatti per qualche tempo quasi tutto il suo
territorio, conquistato dagli austriaci di Massimiliano.
Gabriele
Farronato
Tratto
da "Atlante Storico delle Città Italiane - Asolo"
a cura di Guido Rosada
diretto da Francesca Bocchi
© 1993
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La
fine della Serenissima e Napoleone
La riconquista da parte di Venezia significò per Asolo
la perdita dei riconoscimenti avuti da Caterina e il
ritorno all'interno della struttura territoriale delle
podesterie con cui la Dominante governava il territorio,
permanendo in tale condizione per almeno tre secoli. La
lunghissima pax veneta non trovò ostacoli: Asolo si
sentì paga di quello che ebbe e affrontò anche la
fornitura di cospicui finanziamenti nei momenti
difficili della guerra contro i Turchi.
Gli eventi locali del tempo sono legati alla dialettica
interna per la copertura e la gestione degli incarichi
amministrativi: la città è retta da un Consiglio
maggiore, eletto a vita, formato da 32 cittadini con
proposte fatte da due sindici; i contadini o
distrettuali hanno un Consiglio minore (o dei capi di
colmello, circoscrizioni amministrative minori), con due
rappresentanti per ognuno dei quattro quartieri con
incarico a termine. Il Consiglio maggiore trattava dei
problemi della città e del territorio con particolare
riguardo alla manutenzione degli immobili pubblici non
statali, delle strade e delle chiese. Grande importanza
rivestiva l'estimo, come strumento per l'imposizione
fiscale e il controllo politico territoriale: i
contribuenti erano divisi in cinque categorie: Veneti,
Forestieri, Cittadini, Clero e Contadini.
Un grande movimento di interessi fu collegato alla
vendita dei terreni pubblici che appartenevano un tempo
ai comuni ed erano stati demanializzati nel 1475 da
Venezia, noti come Beni Comunali. Si trattava dei due
terzi dell'intero territorio asolano messo in vendita
dallo Stato, ma solo quello in pianura e collina trovò
acquirenti. Questa vendita cambiò profondamente
l'aspetto del paesaggio agrario con la nascita di
numerose aziende agricole, di case signorili e con il
non trascurabile mutamento della composizione della
popolazione locale, dove la mobilità delle persone era
determinata dalle opportunità di sfruttamento dei
terreni distribuiti in più comuni e appartenenti a
ricchi signori.
Eventi eccezionali furono il ripetersi delle pestilenze
nel sec. XVI e il massacro di una ventina di Ebrei nel
1547 compiuto materialmente da contadini, ma che consentì
ai più ricchi cittadini di sostituirsi a coloro che
tradizionalmente svolgevano attività connesse alla
finanza e quindi di controllare poi il prestito di
denaro in loco.
Un altro momento di crisi fu il terremoto del 1695, che
è noto non solo per la documentazione pervenuta, ma
anche per le pratiche devozionali messe in essere in
quell'occasione e conservatesi nel tempo. Fu un
terremoto rovinoso che rese difficile il recupero del
livello economico, anzi il distretto iniziò una
lunghissima e lenta decadenza che gli sforzi di
ostentazione di ricchezza di certe famiglie asolane non
attenuano.
Tuttavia, in virtù dello sviluppo agricolo e
artigianale, il distretto di Asolo si arricchì. Il
centro, più che l'attività industriale, cercò
tuttavia di curare la propria immagine, ottenendo da
parte di Venezia l'attribuzione del titolo di città e
la ricostituzione della collegiata dei canonici che
iniziarono un lungo contenzioso con il presule di
Treviso per far ripristinare la sede vescovile ad Asolo.
Anche la vita culturale ebbe impulso con la nascita
dell'Accademia dei Rinnovati, alla quale subentrò poi
la società del Casino, un club per il ceto più
elevato.
Gabriele
Farronato
Tratto
da "Atlante Storico delle Città Italiane - Asolo"
a cura di Guido Rosada
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L'Otto
e il Novecento
Dal 1796 il territorio fu solo marginalmente interessato
dai fatti d'arme della campagna d'Italia di Napoleone. I
mutamenti politici dei due decenni che seguirono,
favorirono il prevalere politicoeconomico dei distretti
vicini; così Asolo dovette cedere a Bassano i comuni di
Romano e Mussolente e a Montebelluna quelli di Cornuda e
Crocetta, pari a circa un sesto della popolazione. Per
un breve periodo anche Altivole, Caselle e San Vito
gravitarono su Castelfranco.
Tale riduzione del distretto costò cara agli asolani,
perché l'Austria tolse anche le scuole di secondo
grado. In città scomparvero gli ultimi due conventi,
acquistati all'asta da privati in occasione della
soppressione degli enti ecclesiastici e lasciati poi
deperire vistosamente; nel 1819 si demolì gran parte
del Castello, sede del podestà veneziano.
Ad Asolo si cercarono delle soluzioni che rimediassero
questo stato di cose, soluzioni che però non diedero
gli effetti sperati. Il recupero infatti fu poco
percettibile e si verificò anzi una graduale scomparsa
delle famiglie nobili; d'altra parte si ridussero anche
gli uffici statali e pubblici fino ad allora in
funzione. Nel corso del XIX secolo cominciarono pure ad
arrivare ad Asolo nuove famiglie, che, sebbene si
mostrassero disposte a lavorare per il risveglio
politicoeconomico della città, non riuscirono purtroppo
ad imprimere una svolta decisiva alla situazione in
atto.
Sotto la dominazione austriaca furono istituiti: la
pretura nel 1818 in sostituzione della giudicatura di
pace, la società filarmonica e la casa di ricovero nel
1824, un servizio postale quotidiano con Montebelluna
nel 1847; si procedette anche alla ricostruzione del
teatro comunale nel 1857.
Dopo l'annessione all'Italia si costituì il comizio
agrario nel 1867, si fondarono la banca popolare di
Asolo nel 1873, la società operaia Garibaldi e il Museo
nel 1882; nel 1899 si aprì la scuola ginnasiale.
Qualche anno prima, nel 1874, dopo l'analisi di vari
progetti, si demolirono alcune case allo scopo di creare
una piazza ove trasferire la fiera che in agosto si
teneva ai piedi delle colline; la fiera rimase tuttavia
fino ai nostri giorni a Casella e la nuova piazza fu da
allora utilizzata come mercato cittadino.
Politicamente la vita cittadina fu governata dai
liberali, mentre i cattolici vi si inserirono a poco a
poco. Si nota la presenza di benestanti inglesi tra cui
il poeta Robert Browning e molti altri, come da ultima
la scrittrice e viaggiatrice Freya Stark.
Nel Novecento la città vive in modo diverso la dura
realtà delle due guerre mondiali: nella prima si trovò
a ridosso della linea del fronte sul Grappa e sul Piave,
mentre nella seconda fu sede tra l'altro di uffici della
Repubblica di Salò.
A partire dalla seconda metà del Novecento la città ha
assunto una grande importanza turistica per aver
conservato nel tempo molti degli aspetti della
venezianità; per questo sono stati e sono condotti
lavori di restauro e di ripristino di singoli monumenti
o comparti urbani.
Il rovescio della medaglia è invece rappresentato una
volta di più dalle ristrutturazioni dei servizi
pubblici che allontanano da Asolo gli uffici del Catasto
e del servizio elettrico, mentre è ormai in sostanza
decisa l'eliminazione dell'ospedale (fondato nel 1342) e
della pretura (istituita da Venezia nel 1339).
In questi ultimi due secoli Asolo ha dovuto vivere in
maniera inversa la situazione di quando divenne
municipium romano e podesteria veneziana: allora la città
era un punto di aggregazione per la presenza di notevoli
risorse; oggi invece subisce lo stesso fenomeno di
spopolamento che si nota anche a Venezia. Il centro
storico sembra avviato a una vocazione univocamente
turistica, mentre le attività produttive si sono
sviluppate in pianura a mezzogiorno della città, con
prevalenza del settore terziario.
Gabriele
Farronato
Tratto
da "Atlante Storico delle Città Italiane - Asolo"
a cura di Guido Rosada
diretto da Francesca Bocchi
© 1993
Grafis Edizioni
Via 2 giugno, 4 - 40033 Casalecchio di Reno (BO)
Arte
e cultura ad Asolo
La
"Bot"
L'acquedotto
romano in cunicolo ed il "Centro Documentazione"
L'acquedotto in cunicolo
della "Bot", unico manufatto pubblico
dell'epoca romana giunto quasi integro fino ai nostri
giorni, è certamente il monumento meno conosciuto di
Asolo.
Praticamente abbandonato dopo la distruzione del tratto
terminale a seguito dei movimenti franosi del Monte
Ricco e recuperato alla sua funzione originaria dalla
Serenissima, viene citato nei vari documenti storici
quasi esclusivamente per la sua funzione
infrastrutturale.
Risale al 1835 il primo
rilievo scientifico del manufatto a cura dell'ingegnere
Monterumici per il suo ripristino e nello stesso anno
viene riscoperto, nel corso dei lavori, lo sbocco a sud
a monte delle Terme.
Nemmeno Pacifico
Scomazzetto, attento studioso delle antichità
asolane, autore della individuazione delle Terme Romane,
vi dedica la dovuta considerazione malgrado l'acquedotto
fosse un elemento fondamentale della funzionalità delle
Terme stesse.
Solo nel 1918 l'architetto Léon Gurekian rileva ed
analizza il manufatto sotto il profilo di documento
storico e con la relazione della "Commissione per
la protezione dei Monumenti e dei Paesaggi dell'Asolano"
del 1922 ottiene, nel 1923, il vincolo del monumento.
Da quella data la "Bot" cade nuovamente
nell'oblio; la "Cava" viene utilizzata come
deposito, cantina e, nel corso dell'ultimo conflitto,
come rifugio antiareo.
Nel 1987 Italo Riera, in
seno all'Istituto di Archeologia dell'Università di
Padova, inizia il rilievo e lo studio scientifico del
monumento e, da allora, ne cura la conoscenza e la
pubblicazione degli studi.
Per ovvi motivi non è possibile visitare il monumento
se non per il tratto iniziale della "cava"
superiore.
Il "Centro Documentazione della Bot" sopperirà
a questa lacuna consentendo, oltre ad una visita
virtuale, l'accesso ad una completa documentazione del
monumento stesso.
Il
Castello
Il
Castello della Regina Cornaro
Il Teatro "Eleonora Duse"
Il
Castello di Asolo, noto anche come "Palazzo
Pretorio" o "Castello della Regina
Cornaro", occupa a sud ovest del centro cittadino
un ristretto ed elevato sperone roccioso disposto lungo un
crinale dall'elevata valenza strategica. Da tale posizione
la fortezza domina vigile vasta parte del territorio e
l'abitato sottostante.
Mancano dati certi che chiariscano l'origine dell'impianto
fortificatorio o che facciano luce sui primi episodi
insediativi nell'area.
Il Diploma
dell'imperatore Otone I del 969 nomina per la prima volta
un castrum Asili, ma non può essere accertata fin da
allora la reale presenza di una struttura difensiva in
Asolo. L'ambiguità semantica del termine castrum infatti
non permette di precisare se l'espressione castrum Asili
indichi con precisione un impianto fortificatorio
dislocato in città oppure definisca l'intero borgo
organizzato con strutture difensive.
In un altro documento del 1211 si associa alla presenza di
un castrum quella di un burgus e di una villa: queste
distinte definizioni di ambiti spaziali e funzionali
possono in realtà costituire la prima prova della
presenza castellare in Asolo. Nulla si sa della forma
delle primitive fabbriche poiché obliterate dai
successivi restauri e rifacimenti cui fu sottoposto il
poderoso edificio.
Nel 1242 il Castello, vero fulcro sociale, economico e
politico della vita cittadina nel Medioevo, fu dimora di
Ezzelino da Romano mentre dal 1339 divenne sede dei podestà
veneziani e prima della fine del XIV secolo venne
inglobato nel circuito delle mura cittadine.
Nel 1489 il Castello si trasformò nella residenza della
regina-prigioniera Caterina Cornaro, allontanata dal suo
regno di Cipro dai Veneziani che le offrirono in cambio la
simbolica signoria della cittadina pedemontana e del suo
territorio.
Dalla morte di Caterina Cornaro il corpo di fabbrica e la
sua corte subirono diverse modifiche e interventi di
restauro (sono noti quelli del 1695, 1796, 1816, 1830) che
fecero assumere al vecchio centro civile e amministrativo
cittadino destinazioni funzionali di secondo piano nel
contesto urbano.
La grande "Aula Pretoria" o "Sala della
Ragione", dove i podestà veneziani amministravano la
giustizia, venne trasformata nel 1798, alla caduta della
Serenissima, in teatro, mentre la parte occidentale del
Castello, nucleo vitale della fortezza nel Medioevo e già
dimora della Cornaro e di Ezzelino, venne demolita intorno
al 1820. Permane oggi ben visibile da ogni parte della
città la maestosa torre, già utilizzata per
installazione di un mulino a vento in epoca carrarese e
poi come torre campanaria del Comune fino ai nostri
giorni.
Tratto da
"Atlante Storico delle Città Italiane - Asolo"
a cura di Guido Rosada
diretto da Francesca Bocchi
© 1993
Grafis Edizioni
Via 2 giugno, 4 - 40033 Casalecchio di Reno (BO)
Della conformazione
originaria del Castello rimane una documentazione
planimetrica dell'ing. Ausilio Manera del 1862 basata su
una "Mappa eretta nel 1811".
La didascalia della planimetria riporta:
A) Fabbricati esistenti nel 1862.
1. Grande torre antica con iscale interne ed esterne con
due Carceri ed abitazione, sopra i vari piani l'orologio
e la campana di pubblica ragione.
2. Torrione antico con scala esterna e due Carceri
sovrapposte, detto la Reata.
3. Mura antiche di tutto il Circondario ingrossate
all'interno con arcate vuote e torrione detto il Carro
(posto a valle del Portello di Sottocastello) in parte
demolito.
4. Salone di pubblico ricevimento della Regina, ora
teatro sociale con sottoposte Carceri ed abitazione.
5. Casa rustica di varie stanze e due piani.
B) Fabbricati demoliti prima del 1820.
6. Scala esterna che immetteva al salone delle pubbliche
udienze.
7. Vestibolo terreno del Palazzo, con scala esterna di
fronte a verone di amena veduta.
8. Salotto che comunica con le stanze del piano nobile
superiore.
9 - 10 - 11. Tre camere del piano nobile superiore.
12. Cucina in parte terrena.
13. Chiesetta sotto il titolo di S. Biagio al piano
terreno.
Si osserva che le suddette stanze di abitazione erano
pavimentate di terrazzo e di pianelle, col palco di
travi e tavole, e sopra eranvi altre stanze e soffitte.
Pianterreno (della casa della regina) sottoposto alle
stanze 9, 10, 11 e parte del 12.
14. Sottoportico aperto alle due estremità.
15. Cisterna d'acqua piovana.
16. Quattro stanze di servizio a vari usi.
La parte sud occidentale del Castello, fu acquistata dal
figlio di R. Browning che vi costruì l'abitazione con
la inconfondibile "torretta".
Nel 1930 venne smantellato il teatro ottocentesco e
sostituito da un cinema/teatro.
Nel corso degli ultimi anni il complesso del Castello e
della Torre dell'orologio è oggetto di un radicale
restauro che, tra l'altro, ripristina il teatro con una
forma riecheggiante la struttura primitiva.
Durante i recenti lavori di restauro sono state messe in
luce, con uno scavo di ricerca archeologica nell'angolo
nord ovest del fabbricato, le strutture di impianto
originarie del Castello ora parzialmente visibili nella
"Sede delle Associazioni".
Il
Maglio
Il Maglio
quattrocentesco di Pagnano
Topografia e Storia
La struttura ed il suo funzionamento
L'officina
del maglio, utilizzata da epoca medievale fino al 1979
per la lavorazione del metallo, sfrutta la forza motrice
fornita da una derivazione idrica del torrente Muson che
dalla sorgente fino al termine del territorio asolano
era sfruttato per attività consimili quasi senza
interruzione.
La costruzione del maglio può essere fatta risalire al
XV secolo, anche sulla base della data del 1468 incisa
su una pietra angolare dell'edificio.
La struttura dovette essere
utilizzata come sede di lavorazione del metallo almeno
fin dal 1472, quando nel primo estimo asolano vengono
nominate presenti in quest'area due ruote ad acqua, due
mole, un maglio grande e due paia di mantici.
Successivamente nel XVII secolo il complesso mutò anche
la destinazione funzionale divenendo un follo da panni e
come tale venne rappresentato in una mappa del 1655
relativa alla zona del ponte di Pagnano.
L'antica officina fabbrile tornò ad essere operante
almeno dall'inizio del XIX secolo quando viene censito,
nei sommarioni del catasto napoleonico del 1811, il
fabbro Valentino Colla quale proprietario della casa di
abitazione e dell'annessa struttura. La dinastia dei
Colla è rimasta saldamente alla guida dell'officina da
allora fino quasi ai giorni nostri.
Il complesso, aperto a meridione, è formato da tre
distinti corpi di fabbrica che si saldano ad angolo
retto per formare una corte ad "U".
A ridosso del canale si trova l'officina, dotata di due
ruote a pale e di un raro esempio di tromba idroeolica
di concezione leonardesca, mentre lungo la strada che
sale ad Asolo si dispongono un ambiente di servizio e la
casa di abitazione.
Il complesso, ora di proprietà della Amministrazione
Comunale, è stato oggetto di un restauro conservativo
per la parte del maglio vero e proprio, è stata
ripristinata la funzionalità del canale di adduzione ed
è in fase di attuazione il restauro del rimanente corpo
di fabbrica.
Il complesso del maglio e
del fabbricato attiguo verrà destinato a
laboratorio-scuola fabbrile, sede di corsi e dibattiti
nonché quale ambiente museale della lavorazione
artigianale del ferro.
Il Maglio
di Pagnano è visitabile
Le
Mura
Il progetto di difesa del borgo medioevale secondo
l'impianto fortificatorio ancor oggi in parte esistente,
trovò completa realizzazione nel corso del XIV secolo,
quando Asolo divenne oggetto di aspre e continuate lotte
tra le signorie di Verona, Padova e la Serenissima.
Probabilmente la città era già da tempo provvista di
una serie di torri e opere difensive isolate, come per
esempio sembra attestare la menzione di una turris
Butis nel 1261, ma le prime precise attività
relative alla cinta sono registrate nel 1318 quando
vengono approntati "bitifredi", "spinade",
"ramade" e soprattutto quando si procede alla
costruzione di non meglio definite "mura a
secco" lungo alcuni tratti del perimetro urbano.
Decisivo per il definitivo assetto della cinta fu il
dominio padovano in Asolo tra il 1381 e il 1388. Fu
allora che si iniziò a murare burgum Asili
da parte di Francesco da Carrara senza tuttavia
portare a compimento l'opera prima dell'avvento
definitivo dei Veneziani. Con decreto del Senato
veneziano del 7 giugno 1393 venne ordinata la completa
fortificazione della città, considerata il simbolo
stesso della sicurezza di tutto il Pedemonte
Il circuito delle mura non si limitò a comprendere
tutta l'area fittamente insediata e il complesso del
castello, ma fu esteso fino alla Rocca, sulla cima del
Monte Ricco, che veniva così a divenire parte fisica
della cittadina e suo privilegiato punto a valenza
strategica, sia di avvistamento sia difensiva.
Il circuito murario si estendeva per una lunghezza di
1360 metri con 24 torri disposte in punti strategici e
alcune porte e portelli, non tutti coevi, in
corrispondenza delle vie di accesso e di uscita dalla
città.
Le aperture sono: il portello di Castelfranco (detto
anche Loreggia, dei Ceci, Sacchetti, Novo) non previsto
nel XIV secolo ma aperto probabilmente poco dopo la metà
del XV, la porta Dieda, demolita nel 1812 per la
costruzione del Foresto nuovo (detta anche di S.
Gervasio, di S. Angelo, di Borgonovello), il portello di
S. Martino, oggi murato e parzialmente visibile nel
giardino di villa De Lord (esterno mura) o nel giardino
della "Casa Rossa" (interno mura), il portello
del Colmarion (detto anche della Bot, di S. Girolamo),
la porta di S. Caterina (detta anche del Foresto, di
Belvedere, dello Spirito Santo) e il portello di
Sottocastello.
In età moderna e contemporanea sono crollati o sono
stati demoliti alcuni tratti al Borgonovello, nella Val
Cagnana e nella valle Bottarella.
Non esistono fino ad oggi dati di alcun genere che
sostengano l'ipotesi, più volte avanzata e sostenuta
pur in assenza di qualsiasi appoggio, dell'esistenza di
un sistema di mura in epoca romana.
Tratto
da "Atlante Storico delle Città Italiane - Asolo"
a cura di Guido Rosada
diretto da Francesca Bocchi
© 1993
Grafis Edizioni
Via 2 giugno, 4 - 40033 Casalecchio di Reno (BO)
La
Rocca
L'evoluzione
delle strutture insediative e di difesa dal VI/VII al XV/XVI
secolo
L'origine
della Rocca, costruita sulla cima del monte Ricco che
sovrasta il centro di Asolo, era fatta risalire, fino a
pochi anni fa, ad epoca preromana e romana. A questa
ipotesi aveva aderito anche l'archeologo asolano
Pacifico Scomazzetto.
Nel 1984 le discipline di Archeologia delle Venezie e di
Topogrtafia dell'Italia antica, dell'Università di
Padova, hanno inziato lo studio sistematico del
monumento con una campagna di scavi archeologici che
hanno proseguito fino al 1991.
La campagna di studio è
stata estremamente proficua.
La prima opera dell'uomo sulla zona sommitale del monte
Ricco sembra potersi identificare in una piccola aula di
culto absidata, databile alla seconda metà del VI
secolo. Il tratto di mosaico messo in luce nella zona
dell'abside è stato trasportato nel Museo.
Successivamente l'area sommitale del monte è stata
utilizzata come necropoli. Ad un periodo successivo
della chiesa sono anche da attribuire delle strutture
abitative con dei semplici focolari domestici ed i resti
di due crogiuoli per la fusione dei metalli.
La data di costruzione della attuale Rocca può essere
indicata, con notevole approssimazione, tra la fine del
XII secolo e l'inizio del XIII secolo. La cisterna/pozzo
posta all'interno, di foggia veneziana, è databile al
XIV secolo.
Dall'iniziale possesso del Vescovo di Treviso, la Rocca
passò in rapida successione ai da Romano, al comune di
Treviso dopo la metà del XIII secolo, poi ai Veneziani
con la costituzione della Podesteria nel 1339, ai
Carraresi per un breve periodo e infine nel 1388
definitivamente nelle mani della Serenisima. La Rocca
venne coinvolta nel suo ultimo episodio bellico nel 1510
.
Dagli spalti della Rocca è possibile godere una visione
a volo d'uccello ed a giro d'orizzonte: dalla pianura
padana a tutto l'arco alpino circostante.
Durante le giornate limpide e con condizioni di luce
favorevole si intravvede chiaramente la laguna di
Venezia.
La Rocca
è visitabile nei giorni di sabato, domenica e festivi.
Per visite infrasettimanali di comitive contattare:
- informazioni: Ufficio di Informazione ed
Assistenza Turistica (IAT) - Tel 0423 529 046, Fax 0423
524 137, E-mail iat.asolo@provincia.tv.it
- prenotazioni: Ufficio Cultura del Comune di Asolo
- Tel 0423 524 637, Fax 0423 55 745, E-mail biblio@asolo.it
Il
Teatro Romano
Gli scavi di
Pacifico Scomazzetto: 1887
Gli scavi dell'Università di
Padova: 1988 - 1993
Cantiere archeologico per il restauro - 1997
Scriveva,
nel 1877, Pacifico
Scomazzetto:
"Un'altra base di pilastro, verso sud, venne
scoperta negli avanzi del teatro romano, dietro la
cavea, di contro la pianura, verso est.
Morto il proprietario della riva ove esisteva il teatro,
venne comperato da certo Sig. Krumi, il quale distrusse
tutte le vestigia, lasciando solo il gran dado di
pietra, sito fra due soglie di porte.
Esaminando bene il dado
trovai due piccoli buchi quadrangolari nella faccia
superiore, all'estremità del lato che fronteggia la
cavea. Giudico che quei buchi fossero fatti per due
ferri che tenevano fissa in quel lato una lastra di
pietra, probabilmente una iscrizione. Nello sterro degli
avanzi ho trovato 14 frammenti di pietre scritte, alcune
delle quali imperiali secondo Momesen, e forse uno dei
frammenti appartenevano all'iscrizione del dado.
La proprietà del suddetto stabile, è passato ora,
Luglio 87, ad un inglese, certo Jungh.".
(Manoscritto inedito, Archivio Gurekian, Pacifico
Scomazzetto - "Note sul passato di Asolo",
1992)
Di Pacifico Scomazzetto
è pure la planimeria degli scavi che è servita alle
discipline di Archeologia delle Venezie e di Topografia
dell'Italia antica dell'Istituto Universitario di
Padova, sotto la guida del Prof. Guido Rosada, ad
iniziare, nel 1988, la campagna di scavi per la
riscoperta del monumento.
L'indagine è continuata negli anni successivi fino al
1993 con notevole successo. È infatti stata riportata
alla luce la quasi totalità del monumento, per la parte
ricadente sul suolo di proprietà della Amministrazione
Provinciale di Treviso.
Il Comune di Asolo, in accordo con la Provincia di
Treviso, ha approntato il progetto di restauro e
valorizzazione del monumento.
I lavori che prevedono la creazione di un'area museale
aperta al pubblico avranno inizio nella primavera del
1997.
Le
Terme
Le Terme
Romane
Pacifico Scomazzetto: Gli scavi del
1877
Nel
1877, dopo un dibattito durato molti anni, il Comune di
Asolo decideva di sacrificare un intero borgo centrale,
il Borgo Alocco, per la realizzazione di un ampio spazio
per il mercato dei bovini che venne chiamato Piazza del
Mercato, nome conservato fino a qualche anno fa.
È quindi comprensibile che non ci sia stato alcun
dubbio, allora, sulla necessità di ricoprire
immediatamente quanto era stato scoperto.
Le uniche informazioni documentate delle Terme Romane
sono quindi quelle che ci ha lasciato Pacifico
Scomazzetto, il farmacista-archeologo di Asolo.
Dalla data dello scavo ad
oggi si sono verificate solo due occasioni di confronto
scientifico con il suo lavoro, su iniziativa
dell'ingegnere Ohannés Gurekian.
Nel 1964, nel corso della sistemazione e
ripavimentazione della piazza, è stato eseguito un
sondaggio che ha portato alla luce un vano pavimentato
con mosaico bianco, bordato da due fasce nere, simile
alla descrizione dello Scomazzetto ed in posizione assai
prossima alla sua indicazione planimetrica.
Il manufatto è stato rilevato e documentato
fotograficamente.
Dopo il reinterro sono state inserite delle piastrelle
rosse nella pavimentazione in porfido, tuttora visibili,
ad indicare la posizione del vano.
Nel 1965, nel corso dei lavori di allargamento di via
Collegio ed ampliamento della gradinata nell'angolo nord
est della piazza, è stato riportato alla luce il pozzo
preromano.
Questo è stato inglobato nella struttura della
scalinata ed è tuttora visibile.
Questi due riferimenti non combaciano esattamente con il
rilievo planimetrico dello Scomazzetto che, come lo
stesso precisa, essendo stato eseguito a stralci e
indubbiamente in fretta, probabilmente può a sua volta
contenere delle imprecisioni.
Per ottenere un posizionamento esatto, e quindi poter
formulare delle ipotesi attendibili sulla estensione del
monumento per la parte non conosciuta, sarebbe
necessario eseguire qualche sondaggio mirato per
rintracciare dei riferimenti che dovrebbero essere
ancora presenti visto che, sempre a detta dello
Scomazzetto, sono stati ricoperti lasciando inalterata
la leggibilità della pianta del monumento.
Il
Duomo
Secondo
una leggenda manoscritta del XII secolo la chiesa
cattedrale di Asolo sarebbe stata fondata da S.
Prosdocimo, vescovo di Padova, nel corso della sua
evangelizzazione del territorio veneto.
Se nessun elemento può suffragare la veridicità di
questa tradizione tarda, pare invece verosimile porre
come terminus ante quem per la costruzione
del più importante edificio di culto cittadino il 590;
l'esistenza a quell'anno di un vescovado facente capo ad
Asolo, esistenza registrata in documenti ufficiali,
implica infatti anche la presenza di un complesso
religioso quale fulcro dell'episcopio.
La particolare posizione topografica in seno alla città,
la sua connotazione come sede vescovile testimoniata
anteriormente al 969, anno della fine della diocesi, la
titolazione a S. Maria Assunta spesso riservata alle
primitive cattedrali e anche motivi di carattere
archeologico fanno pensare che fosse precisamente
l'odierna cattedrale la primitiva sede del vescovado e
la più importante chiesa cittadina.
A una datazione alta del
primitivo edificio di culto nel sito attuale sembra far
pensare anche la diretta sovrapposizione tra il più
antico pavimento della chiesa (rilevato durante lavori
di scavo) e articolate strutture romane in situ.
La prima citazione esplicita del complesso si ha solo
nel 969, quando viene espressamente nominata, in
connessione al castrum Asili , l'Ecclesia
in honore Beatae Virginis Mariae constructa.
Nulla si sa delle fabbriche della chiesa almeno fino al
1200 quando alcuni labili indizi possono far proporre
una struttura notevolmente più bassa della moderna e ad
una sola navata con cappelle laterali.
Nel 1584, secondo la descrizione di una visita
pastorale, la chiesa doveva avere assunto all'incirca la
struttura che ancor oggi si può vedere, mentre una
significativa risistemazione avvenne nel 1606, in
seguito ad un disastroso crollo del tetto che costrinse
la comunità asolana ad una ricostruzione della
copertura su disegno del Massari, dell'abside e
dell'altare maggiore.
Altri interventi risalgono al 1747, quando la copertura
a capriate lignee venne sostituita da crociere e i
pilastri in mattoni da quelli in pietra, e al 1810 con
il rifacimento completo del pavimento.
L'aspetto attuale della facciata, variamene elaborata
dal Medioevo in poi, è dovuta a un intervento portato a
termine nel 1889 su progetto di Pietro Saccardo, che
giustappose il paramento visibile alla vecchia facciata,
obliterando di fatto, ma non eliminando, quest'ultima.
Fino al 1815, allorché per le disposizioni napoleoniche
i morti dovettero essere sepolti al di fuori delle città,
la chiesa era circondata sui lati sud ed ovest da un
piccolo cimitero.
Tratto
da "Atlante Storico delle Città Italiane - Asolo"
a cura di Guido Rosada
diretto da Francesca Bocchi
© 1993
Grafis Edizioni
Via 2 giugno, 4 - 40033 Casalecchio di Reno (BO)
S.
Anna
Sul
luogo di un preesistente sacello dedicato allo Spirito
Santo sorse negli anni immediatamente successivi al 1587
il convento con l'annessa chiesa di S. Anna.
Fu lo stesso Pontefice Sisto V che concesse ai Frati
Cappuccini, con bolla papale di quell'anno, di
organizzare il complesso religioso sul colle Messano. I
religiosi poterono condurre vita tranquilla fino al 1769
quando per decreto della Repubblica Veneta il convento
venne chiuso e trasferito in proprietà del Comune. Dopo
un periodo di utilizzo delle fabbriche da parte di
privati, nel 1804 si propose di donare l'intero
complesso ad Antonio Canova. L'idea non ebbe seguito e
il convento tornò a ricoprire funzioni secondarie di
lazzaretto, di caserma e di ricovero per i poveri.
Dopo un secolo e mezzo di alterne vicende e di
semiabbandono, il vecchio convento poté alla fine
ritrovare la primitiva e più consona destinazione con
il ritorno dei Frati Cappuccini avvenuta il 14 novembre
1928; allora assunse la denominazione di S. Anna da un
altare che esisteva nella chiesa.
In seguito alle disposizioni
napoleoniche che imponevano il trasferimento dei
cimiteri al di fuori dei centri urbani il
"belvedere" del convento fu utilizzato come
area sepolcrale.
Da allora illustri personaggi della vita asolana vennero
a riposare per sempre in quest'eremo addormentato tra il
verde silenzioso; tra essi Pacifico Scomazzetto, Vittor
Luigi Paladini, e in tempi più recenti Manara
Valgimigli, Eleonora Duse e da ultima Freya Stark.
Tratto
da "Atlante Storico delle Città Italiane - Asolo"
a cura di Guido Rosada
diretto da Francesca Bocchi
© 1993
Grafis Edizioni
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S.
Caterina
La
chiesa e l'ospedale di S. Caterina vergine d'Alessandria
vennero fondati dalla confraternita di S. Maria dei
Battuti.
La consorteria religiosa, esistente in Asolo
probabilmente già dal 1304, acquisì nel 1342, per
lascito di eredità, un podere in contrada Foresto, oggi
di S. Caterina, con la clausola che in essa venisse
edificata "una chiesa over hospedal ad onor et
reverentia di S.ta Caterina vergine". Nel medesimo
documento, con data 1346, venne annotata anche
l'avvenuta costruzione della chiesa e dell'ospedale.
L'interno della chiesa venne decorato, tra il XIV e il
XV secolo, con un primo ciclo di affreschi, oggi appena
visibili, e subì nel corso del XVI secolo un restauro
abbastanza rilevante che comportò anche una nuova
decorazione pittorica interna rimasta a tutt'oggi
visibile e recentemente restaurata.
L'ospedale continuò a
funzionare fino all'inizio del corrente secolo quando
venne costruito il nuovo Ospedale Civile e l'antico
edificio venne adibito a caserma dei Carabinieri.
Tratto
da "Atlante Storico delle Città Italiane - Asolo"
a cura di Guido Rosada
diretto da Francesca Bocchi
© 1993
Grafis Edizioni
Via 2 giugno, 4 - 40033 Casalecchio di Reno (BO)
S.
Gottardo
La
chiesa lungo il Foresto vecchio, oggi conosciuta come S.
Gottardo, era un tempo parte del convento dei Padri
Minori Coventuali ed era dedicata a S. Angelo.
Le prime notizie certe sull'esistenza del complesso
sacro risalgono ai tempi di Ezzelino da Romano. Nel
1254, e con maggior certezza documentaria nel 1264,
vengono nominati per la prima volta, in un contratto di
vendita di terreni, i padri del convento, ma nessun dato
o riferimento ci aiuta a saper da quanto tempo il
convento stesso esistesse.
Significativa, ma non legata alla cronologia del
monumento, è la presenza di mosaici romani poco al di
sotto del livello di calpestio della chiesa.
Nel 1329 avvenne la consacrazione della chiesa, dotata
di tre altari e di un cimitero, per mano
dell'arcivescovo di Budua Giovanni Luciani, vicario del
vescovo di Treviso.
Non si sa se la consacrazione avvenne per la costruzione
di una nuova chiesa o per un restauro di quella
precedente.
Esiste una consolidata
tradizione, tuttavia non attestata da alcun documento
dell'epoca, del sepellimento nel cimitero del convento
del beato Arnaldo da Limena, tenuto prigioniero da
Ezzelino nella torre Dieda dal 1246 e assistito fino
alla morte, avvenuta nel 1255, dai frati di S. Angelo.
S. Angelo divenne il più conosciuto convento di Asolo e
offrì ospitalità a numerose personalità di rilievo
che soggiornavano in città e divenendo anche scuola,
dotata di ricchissima biblioteca, per i figli delle più
importanti casate asolane.
Le fabbriche del convento si disponevano a mezzogiorno
della chiesa ed erano organizzate intorno a due
chiostri.
La soppressione degli ordini religiosi ordinata da
Venezia nel 1769 causò l'abbandono del convento da
parte dei frati, la sua vendita al Colledani e infine la
caduta in stato di abbandono e degrado che consigliò
l'abbattimento delle fatiscenti strutture negli anni tra
il 1820 e il 1830. Venne preservata, tanto nelle
strutture quanto nella disposizione planimetrica,
solamente la chiesa che passò alle dipendenze della
Parrocchia di S. Maria.
Pochi anni prima della demolizione il complesso venne
rilevato e disegnato nel catasto napoleonico di inizio
secolo.
Tratto
da "Atlante Storico delle Città Italiane - Asolo"
a cura di Guido Rosada
diretto da Francesca Bocchi
© 1993
Grafis Edizioni
Via 2 giugno, 4 - 40033 Casalecchio di Reno (BO)
SS.
Pietro e Paolo
La
chiesa e l'annesso monastero benedettino femminile che
sorgono presso la porta Colmarion ai piedi del colle
della Rocca erano in origine dedicati ai SS. Pietro e
Paolo e hanno assunto per un certo periodo la
denominazione di S. Luigi dopo la trasformazione del
convento in Istituto scolastico e di aggregazione
giovanile. Da poco è stata ripristinata l'originaria
denominazione.
La costruzione del complesso fu progettata nel 1567, ma
solo con gli inizi del XVII secolo le strutture videro
definitivamente la luce. Il 31 maggio 1634 chiesa e
convento vennero consacrati dal vescovo e le monache
benedettine vi presero dimora.
L'edificio era in origine
composto da quattro corpi di fabbrica organizzati
intorno ad un chiostro, con un avancorpo (la chiesa)
proteso verso la strada e la porta Colmarion.
La pur apprezzata attività educativa delle religiose e
la loro presenza in Asolo ebbe ufficialmente termine nel
1807 con la soppressione dell'ordine religioso e con la
successiva vendita dell'immobile da parte del Demanio.
Il vecchio convento fu allora trasformato in Collegio e
divenne la sede delle Scuole Comunali e di un ginnasio
mantenendo poi tale funzione, pur tra alterne vicende,
per tutto il secolo scorso e buona parte di questo fino
alla costruzione del nuovo edificio scolastico presso
l'Ospedale.
L'ala orientale del chiostro venne distrutta la notte
del 14 marzo del 1814 da un incendio; della parte
scomparsa se ne serba tuttavia preciso riferimento
planimetrico nel rilievo catastale napoleonico risalente
a pochi anni prima. Per riparare i danni dell'incendio
vennero impiegati in larga parte i materiali ricavati
dall'abbattimento dell'oratorio di S. Salvaso lungo il
Foresto vecchio.
Tratto
da "Atlante Storico delle Città Italiane - Asolo"
a cura di Guido Rosada
diretto da Francesca Bocchi
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Via 2 giugno, 4 - 40033 Casalecchio di Reno (BO)
Casa
Longobarda
È
un edificio dalla singolare foggia architettonica
situato all'estremità occidentale della contrada di S.
Caterina o colmello di Messano. La struttura non ha
nessun legame con il mondo longobardo, ma è stata così
chiamata perché dalla Lombardia proveniva l'architetto
Francesco Graziolo che all'inizio del 1500 la progettò
e poi la abitò.
Graziolo era giunto ad Asolo attratto dalla presenza di Caterina
Cornaro di cui presto divenne il personale
architetto. Oltre alla singolare struttura della Casa
Longobarda, il Graziolo eseguì il camino di villa De
Mattia (Filippin), la vasca del fonte battesimale della
Cattedrale, le formelle della via Crucis al Monte dei
Frati e varie opere un tempo esistenti presso il Barco
della Regina ad Altivole.
Tratto
da "Atlante Storico delle Città Italiane - Asolo"
a cura di Guido Rosada
diretto da Francesca Bocchi
© 1993
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Via 2 giugno, 4 - 40033 Casalecchio di Reno (BO)
Ca' Zen

Nel 1490, Caterina
Cornaro donò a suo nipote N.H. Pietro Zen una parte
del sobborgo di S. Gervaso (ora Foresto Vecchio)
"essendo inculta, et piena di sassi e sterpi e
burroni".
Lì, nel 1942, fu edificata Ca' Zen sotto la guida di
Pietro Lugato (lo stesso del Barco
della Regina ad Altivole) su commissione della
famiglia Zen di Venezia non solo quale residenza
nell'entroterra ma anche come residenza stabile giacché
Pietro Zen era ambasciatore ed accompagnatore ufficiale
della Regina.
Rimase residenza estiva di
questa antichissima famiglia di navigatori, armatori di
imbarcazioni da guerra e governatori in Italia e fuori
di provincie Veneziane (vedi Treviso governata nel
secolo XVI da Pietro Zen) fino all'estinzione degli
eredi maschi. Nella seconda metà del 1700 la sua
barchesa fu ricostruita dall'architetto Giorgio Massari.
Nella prima metà del 1900 fu residenza stabile del
Conte Brisighella Zen che l'ereditò dalla nonna e nel
dopoguerra fu sede per diversi anni di un Seminario di
Padri Canossiani.
Il complesso è ora di proprietà famiglia Balbinot che,
con un accurato e radicale restauro, lo ha riportato al
suo originario splendore.
Palazzo
Beltramini
(Municipio)
La
piazza Gabriele d'Annunzio, nota un tempo come il "Pavion"
o "Pavejon", ospita il palazzo, sede oggi
dell'amministrazione cittadina, che già era in proprietà
della famiglia Beltramini.
Questi
erano giunti ad Asolo dalla Valsassina verso il 1470 e
intorno al 1500 sono già ricordati come possessori di
una casa al Pavejon.
La stessa famiglia esercitava con profitto l'arte
tessile e prestava denaro ad usura; divenne una delle più
rinomate casate asolane e giunse a possedere diversi
palazzi in città e nel territorio.
Il palazzo in piazza
d'Annunzio venne restaurato e strutturato nelle forme
attuali intorno alla prima metà del 700 dal celebre
architetto Giorgio Massari su commissione della famiglia
Beltramini.
Per la decorazione architettonica della facciata
inserita nello stretto spazio della piazzetta venne
adottata una particolare e ingegnosa soluzione: le
colonne monolitiche e bugnate, così come le finestre,
sono impostate con taglio prospettico per poter essere
vedute non di fronte dalla ristretta piazzetta ma
dall'imbocco della via Cornaro.
Il palazzo passò successivamente ai Pasini, ai Neruda e
infine al Comune che vi trasferì la sede municipale.
Tratto
da "Atlante Storico delle Città Italiane - Asolo"
a cura di Guido Rosada
diretto da Francesca Bocchi
© 1993
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Via 2 giugno, 4 - 40033 Casalecchio di Reno (BO)
Palazzo
Fietta
(Serena)
Nel
1576 la famiglia Fietta acquistò tre case e una
torricella nel settore meridionale della città a
ridosso delle mura e riunì il complesso di edifici per
dare corpo all'imponente struttura del palazzo.
La stessa famiglia asolana lo fece restaurare verso la
metà del 700 dall'architetto Massari, lo stesso che nel
medesimo periodo stava lavorando per la ristrutturazione
della facciata del Duomo, per il palazzo Beltramini e
per la villa Fietta a Paderno del Grappa.
In un celebre stucco che orna l'interno della dimora è
raffigurata la città in visione prospettica. L'ampio
giardino esteso oltre il limite meridionale delle mura,
oggi inglobate nelle costruzioni e non più
riconoscibili, venne a far parte delle proprietà della
villa solo all'inizio dell'800. In detto parco sono
conservate sepolte parti cospicue delle strutture del teatro
romano che vennero messe in luce alla fine del
secolo scorso.
Tratto
da "Atlante Storico delle Città Italiane - Asolo"
a cura di Guido Rosada
diretto da Francesca Bocchi
© 1993
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Via 2 giugno, 4 - 40033 Casalecchio di Reno (BO)
Villa
Barbini
Rinaldi

È una delle
più significative ville della provincia, situata al
centro di una vasta tenuta, divisa tra il colle e il
piano.
La fabbrica viene iniziata alla fine del Cinquecento e
presenta un impianto simmetrico, il fronte principale è
concepito come un'interrotta successione di episodi tratti
dal repertorio classico.
Alcune somiglianze con la vicina Villa Barbaro accreditano
l'idea che l'edifico possa essere stato inizialmente
progettato da uno dei tanti seguaci di Palladio, sparsi
tra Cinque e Seicento, nella terraferma veneziana.
L'assetto
definitivo della villa è dovuto a uno dei proprietari,
Francesco Rinaldi; figura, abbastanza comune in quegli
anni cultore dell'arte e dell'architettura, egli
trasforma e allarga l'edificio nel 1663 con l'ambizioso
proposito di farne una delle più grandi ville della
terraferma: viene cosi sopraelevato di un piano il corpo
centrale e vengono ampliate le due ali di congiungimento
con i blocchi laterali, anch'esse sottoposte all'opera
di trasformazione.
Ne scaturisce un nuovo impianto prospettico, assai unico
delle ville venete del Seicento: con il suo movimento
ascendente il fronte del corpo centrale domina l'intera
composizione.
Nella facciata centrale un'ingresso, poco enfatizzato
architettonicamente, e dominato dalla sovrapposizione di
due trifore balconate. Ai suoi lati la leggerezza delle
logge di raccordo sottolinea la centralità del corpo
mediano dove l'attenzione dell'osservatore è attratta
dal centro della composizione e in particolare dal
coronamento del timpano, dalle insegne nobiliari e dalle
statue.
Francesco prima, i suoi eredi dopo, commissionarono a
pittori di scuola veneta una serie di affreschi nelle
sale interne. Andrea Celesti, rinomato pittore della
scuola del Veronese, è inizialmente chiamato a
dipingere il salone e le stanze centrali con scene prese
dalla storia sacra e dalla mitologia classica. Ricche di
soluzioni illusionistiche la "stanza
dell'Olimpo" e la "stanza delle Ore"
rappresentano le migliori opere del Celesti.
Nel corso del Seicento due pittori minori, Liberi e
Diziani, vengono incaricati di affrescare le scale del
corpo centrale e le logge delle gallerie di raccordo.
La barchessa ad ovest è formata da un corpo principale
perfettamente simmetrico, di chiara impostazione
classica, caratterizzato da un maestoso portale in
pietra a vista collocato al centro della facciata posta
a levante. Fori, cornici, stipiti e marcapiani
conferiscono a questo edificio un'importanza e una
dignità di poco inferiore a quella della villa
principale.
Verso sud la barchessa continua con un fabbricato che
presenta aspetti completamente diversi sia per la
casualità degli elementi compositivi che per le
modifiche ed aggiunte avvenute in epoche recenti. Strano
e privo di apparenti giustificazioni risulta essere il
pavimento del piano terra e il grande solaio in legno
del piano primo che presenta una forte pendenza in senso
nord-sud in contraddizione con i fori presenti sulla
facciata di levante che non seguono la linea di pendenza
del solaio ma l'andamento della cornice di gronda
perfettamente orizzontale.
Completamente privo di valore è invece l'ampliamento di
recente edificazione eseguito in muratura tradizionale,
solaio di copertura in travi "varese"
tavelloni e manto finale in coppi, destinato ad attività
produttiva e oggi non più in uso.
La barchessa ad
est è un fabbricato decisamente più modesto rispetto a
quello precedentemente descritto, costruito per essere
in parte destinato quale alloggio del custode e delle
attrezzature necessarie al mantenimento del complesso
edilizio. Si sviluppa su due piani fuori terra di cui
uno, il primo, molto alto con la copertura a vista
formata da capriate, travi e arcarecci in legno. Di
particolare pregio e la serra posta sul lato a sud
chiusa da serramenti in ferro e vetro.
La barchessa a
sud. è di una tipologia rurale tipica. Fabbricato
composto da un piano terra e un piano primo con
copertura a due falde e manto finale in coppi, destinato
in parte quale residenza dell'imprenditore agricolo e in
parte presumibilmente quale ricovero attrezzi.
Un secolo dopo
la costruzione della villa padronale, vennero realizzati
i due oratori; uno privato e dedicato a san Gaetano e
l'altro pubblico dedicato a santa Eurosia. L'oratorio
pubblico venne costruito a seguito di un diluvio di
pioggia torrenziale che il 14 giugno 1760 spazzò via i
muri della chiesa e atterrò il campanile.
L'oratorio, per pala d'altare, aveva una tela esagonale
rappresentante il martirio di santa Eurosia, opera
pregevole del Settecento purtroppo venduta ai primi di
questo secolo.
Il parco: diviso
fra il colle ed il piano nell'uno prevalgono prati,
boschi e frutteti, nell'altro campi coltivati. Il
giardino retrostante la villa sfrutta la pendenza del
terreno articolandosi in livelli differenti, ciascuno
dei quali racchiude la prospettiva entro una quinta di
verde. Uno di questi e racchiuso entro una esedra
arricchita da rampicanti e da statue. Secondo l'uso
seicentesco, il giardino è poi abbellito da grotte e da
fontane.
Valentino
Ivano Sebellin
Villa
Contarini
È
collocata ad occidente del centro storico sulla cima del
Colle Messano. È uno dei più celebri monumenti asolani
ed è composto di due corpi distinti ma intimamente
collegati: il cosiddetto "Fresco", costituito
da una scenografica facciata rivolta a settentrione e
ben visibile dalla contrada di S. Caterina, e
dall'edificio della villa vera e propria sul versante
meridionale del colle. Le due parti sono collegate da
una galleria che fora la cima del Messano.
Il complesso venne costruito dalla famiglia veneziana
dei Surian nel 1558 e divenne di proprietà dei
Contarini per passaggi di eredità; passò poi
all'inizio del 1800 nella mani di varie famiglie nobili
venete: i Bragadini, i Soranzo e i Pasqualini per essere
ceduta infine al Collegio Armeno dell'isola di San
Lazzaro della laguna di Venezia e tornare di recente in
proprietà di privati.
All'epoca della costruzione della villa vanno riferiti
gli affreschi con scene bibliche opera del bresciano
Lattanzio Gambara che ancora ornano la facciata
meridionale.
Tratto
da "Atlante Storico delle Città Italiane - Asolo"
a cura di Guido Rosada
diretto da Francesca Bocchi
© 1993
Grafis Edizioni
Via 2 giugno, 4 - 40033 Casalecchio di Reno (BO)
Villa
Loredan
Trentinaglia
già
Razzolini
Situata a sud di
Asolo nell'antica "Contra di Biordo" la villa,
voluta come casa di villeggiatura, sorge al centro di un
possedimento, inizialmente proprietà dei Razzolini,
circondato in ogni lato da strade.
La fabbrica di
impianto seicentesco, aveva una struttura semplice e
squadrata, con orientamento canonico nord-sud e
copertura a due falde.
Nel 1716 appare nel Catasto Veneto, comune di Asolo ed a
partire dal 1748 il nobile Onorio Razzolini ne inizia la
rifabbrica della residenza suburbana di famiglia.
Alla morte del nobile Onorio Razzolini avvenuta nel 1769
succede la figlia Elisabetta, sposa nel 1782 di Antonio
Loredan, che si insedia stabilmente nella villa ed è
nel 1790 (circa), probabilmente con l'arrivo dei Loredan,
che l'edificio assume il suo assetto definitivo mediante
l'eliminazione della scalea esterna a due rampe.
La dimora rimarrà dei Loredan per centoventicinque anni
fino al 25 settembre 1907 quando la villa viene ceduta
al conte Oliviero Rinaldi proprietario della vicina
omonima villa Rinaldi-Barbini. Nello stesso anno la
figlia adottiva Ines sposata con il nobile Carlo
Trentinaglia, si trasferisce nella villa che alla morte
del padre, avvenuta nel 1928, diventa di sua proprietà.
Con l'avvento dei Rinaldi-Trentinaglia, nel 1907 circa,
viene realizzato l'affresco che decora il soffitto del
salone passante della villa, ad opera del pittore Noé
Bordignon. Negli anni 1928-29 viene inoltre realizzata
la nuova cancellata di ferro battuto e, sempre nello
stesso periodo, vengono eliminate le due alette
settentrionali che univano l'oratorio e la barchessa al
corpo della villa e aperte nuove finestre nelle ali
dell'edificio.
Il 26 febbraio 1970 la villa viene donata al figlio
Giacomo Trentinaglia che nel 1989 la cede alla società
"tesi Quattordici S.r.l. " e successivamente
viene rilevata dalla società "Villa Manuela S.r.l.
"
La barchessa
sita a nord-est della villa è formata da un corpo
perfettamente simmetrico che si sviluppa in due piani
fuori terra con copertura a quattro falde.
Pur trovandosi in uno stato di abbandono l'edificio
risulta abbastanza integro, sia per quanto riguarda le
parti lapidee che per quanto riguarda i rivestimenti
murari, tutti caratterizzati da un sottofondo in coccio
pesto.
Sul lato occidentale si distingue molto bene il già
citato aggancio che univa la villa alla barchessa, in
particolare alla serra.
La barchessa sita ad est della villa ed ortogonale alla
barchessa nord-est presenta le stesse caratteristiche
dell'edificio sopra descritto, tuttavia le colonne del
portico presentano un fusto con una sezione leggermente
inferiore, tale da ipotizzare una realizzazione
leggermente più tarda, in ogni modo precedente al 1780.
La parte nord della barchessa adornata internamente da
stucchi stiacciati di gusto rococò, con pavimenti al
piano primo in veneziana e profilature lungo le porte,
fa presupporre che questi locali fossero un tempo
destinati ad abitazione del fattore.
L'oratorio
costruito attorno al l780, è dedicato a santa Colomba o
secondo altre fonti a san Giovanni Battista, mostra
esternamente una severità seicentesca mentre,
all'interno, evidenzia un decoro di chiara matrice
settecentesca, rococò. Lo stato dell'edificio, anche se
evidenzia incuria, è buono e non presenta manomissioni.
Il parco:
dall'indagine storico-mappale è emerso chiaramente che
la villa, sin dal suo impianto, ha avuto attorno a sé
appezzamenti coltivati e tutte quelle strutture che
caratterizzano un'azienda agricola. Forse solo lungo
l'accesso principale doveva avere esempi di arte
topiaria. Si è visto che ancora nel 1928 il mappale
antistante la villa era adibito a vigneto. È in tale
anno che con il passaggio della proprietà a Ines
Rinaldi ed al marito Carlo Trentinaglia che le aree
limitrofe alla villa allora adibite ad usi agricoli,
vennero trasformate in un unico grande parco. La matrice
compositiva è ancora quella di ascendenza ottocentesca,
ma la mancanza di percorsi e la collocazione spesso
casuale delle varie specie inducono a ritenere che non
vi sia stato un vero e proprio progetto a monte. Il
patrimonio vegetale e decisamente giovane, la
vegetazione arborea e per più del 70% al di sotto dei
cinquant'anni.
Tratto
da "Atlante Storico delle Città Italiane - Asolo"
a cura di Guido Rosada
diretto da Francesca Bocchi
© 1993
Grafis Edizioni
Via 2 giugno, 4 - 40033 Casalecchio di Reno (BO)
Valentino
Ivano Sebellin
Il
Museo di Asolo
La Sezione
Archeologica comprende materiali, databili dalla
Preistoria al Rinascimento, rinvenuti sia nel centro di
Asolo, sia nel territorio. Le Sale 2 e 3
sono dedicate alla Pre-Protostoria: tra i reperti più
interessanti alcuni corredi delle necropoli paleovenete
della località asolana del Biordo e di Borso del Grappa.
La Sala 4 presenta i reperti di età romana che
Pacitico Scomazzetto rinvenne nell'800 nel corso degli
scavi presso le antiche terme, collocate nell'attuale
Piazza Brugnoli, e presso il teatro romano, ubicato
nell'attuale giardino di Villa Freya. La Sala 5 è
riservata all'acquedotto romano di Asolo, alla via Aurelia,
che correva da Padova ad Asolo, e alla centuriazione
asolana. Le Sale 6 e 7 presentano manufatti
dalle necropoli romane cittadine e da tombe rinvenute a
Riese, ad Altivole e a Fonte. Nella Sala 8 è
prevista l'esposizione dei materiali di età medioevale
rinvenuti negli scavi condotti nella Rocca tra il 1985 e
il 1992. Tra questi, il mosaico pavimentale della
chiesetta (VI-VIII sec.) che sorgeva sul luogo prima della
costruzione della fortificazione, i corredi delle tombe
alto-medioevali (VIII-X secolo), ceramiche e altri reperti
relativi al periodo della frequentazione medioevale della
Rocca (XI-XVI secolo).

La Pinacoteca ospita dipinti e tavole giunti al
Museo prevalentemente grazie alla generosità di vari
donatori che si sono avvicendati dall'Ottocento ad oggi.
Il percorso espositivo (Sale 9, 10, 11, 13)
presenta le opere secondo una successione sostanzialmente
cronologica, a partire dal XV secolo, sebbene in alcuni
punti si sia privilegiato invece un criterio tematico. Tra
i dipinti più importanti il San Girolamo di Luca
Giordano, il Sant'Antonio da Padova di Bernardo Strozzi,
un'immagine di Vecchia di Antonio Carneo e soprattutto le
due Vedute di Bernardo Bellotto. Una sala apposita (Sala
12) è stata riservata ai dipinti e agli oggetti
canoviani e maneriani: tra questi si distinguono una
tempera dello stesso Canova raffigurante la Musa Euterpe,
la veduta della bottega romana del Canova di Roberto
Roberti, una serie di incisioni uscite dalla stessa
bottega canoviana di Roma. La Sala 13 infine ospita
una selezione di autori della fine dell'Ottocento e del
Novecento, e presenta i dipinti di Eugene Benson, Nino
Springolo, Umberto Moggioli e Guglielmo Talamini.

Nella Sezione Tesoro della Cattedrale (Sala 14)
sono ospitati alcuni paramenti sacri patrimonio della
Cattedrale asolana. Risalente probabilmente a epoca
altomedioevale ma inglobata ben presto (X secolo) nella
Diocesi di Treviso, la Cattedrale mantenne tuttavia il
titolo di sede vescovile e fu oggetto di particolari
attenzioni e privilegi a partire da Caterina Cornaro fino
a vari papi, tra cui Pio X, Giuseppe Sarto,
particolarmente legato a questa chiesa perché qui fu
cresimato e ricevette da chierico i primi Ordini Sacri.
La Sezione dedicata alla regina Caterina Cornaro (Sala
15) presenta dipinti, documenti. disegni e oggetti
arrivati al Museo per lo più grazie alle donazioni
ottocentesche di personaggi diversi. La collezione conta
tra l'altro, oltre ai dipinti e al cosiddetto Testamento
di Caterina Cornaro a favore del fratello Marco, dei
manufatti che la tradizione vuole appartenuti alla regina
stessa.

La Sala 16 ospita prevalentemente la Sezione
dedicata ad Eleonora Duse, anche se alcuni spazi
sono lasciati alla memoria di Gabriele D'Annunzio, delI'800
asolano, del poeta inglese Robert Browning. Il materiale
relativo a Eleonora Duse, dato in deposito al Museo
asolano dalla figlia Enrichetta, è di vario tipo e va dai
ritratti e fotografie dell'attrice a documenti, appunti e
lettere autografe, dai riconoscimenti agli oggetti
personali, dai ricordi di famiglia ai libri e ad alcuni
mobili di casa, dagli oggetti di uso in scena o in
camerino, tra cui alcuni abiti e calzature, ai bozzetti e
fotografie per gli studi di ambiente.

|
Manifestazioni
ad Asolo
|
- Ogni
sabato mattina: Mercato in Centro
Storico ed a Casella d'Asolo
- Seconda
domenica e sabato pomeriggio precedente di ogni
mese (esclusi luglio e agosto):
Mercatino dell'Antiquariato
Piazza G. D'Annunzio, 1 - Tel. 39+(0)423)+55 9
67
- Terza
domenica e sabato precedente di aprile:
Quarta domenica e sabato precedente di
settembre:
Mostra-vendita di alberi, arbusti,
fiori, prodotti biologici ...
- Terza
domenica e sabato precedente di ottobre: Mostra
del Libro e della Stampa Antichi
|
| Gennaio
Febbraio
11 - Sfilata
Carri - Casella
18 - Carnevale dei Piccoli - Asolo
17 febbraio - 5 marzo: Gianni Chiminazzo - Mostra
personale - Associazione Jacopo da Ponte - Via
Foresto Vecchio, 2
20 - Carnevale in Maschera ad Asolo
Marzo
16 - Rogo
della Vecia - Villa d'Asolo
Aprile
15 - Fiera
del Bestiame ed Attrezzature Agricole - Casella
Maggio
1-3-4-5 -
Sagra di S. Gottardo - Asolo
Giugno
2 - Corsa
Podistica non competitiva - Pagnano
Luglio
5-6-7 -
Giochi Senza Frontiere -S. Apollinare
7 - Festa di Pagnano
11-13-14 - Giochi Senza Frontiere -S. Apollinare
Agosto
19 - Fiera
dell'Assunta - Casella
25 - Sagra di Ca' Giupponi
Settembre
1-8 - Festa
del Nome di Maria - Villa d'Asolo
15 - Palio della Regina - Corsa della Bighe -
Asolo
22 - Festa di S. Maurizio - Baita degli Alpini -
Asolo
27 - Sagra dei SS. Cosma e Damiano - Pagnano
Ottobre
Novembre
10 - Corsa
Podistica non competitiva - S. Martino - Asolo
10-11 - Festa di S. Martino - Asolo
Dicembre
28-29-31 -
Festa di S. Giovanni - Villa Raspa
|
Il
Centro Storico
-
La
Rocca
-
Le
Mura della Città
-
Il
Castello - Teatro "Duse"
-
La
"Bot"
-
Le
Terme Romane
-
Il
Teatro Romano
-
Il
Duomo
-
Santa
Caterina
-
San
Gottardo (Sant'Angelo)
-
San
Pietro (San Luigi)
-
Casa
della Duse
-
Fondazione
Malipiero
-
Il
Museo Civico
-
Teatro
"dei Rinnovati"
-
Villa
Freya
-
Foresto
Nuovo
-
Foresto
Vecchio
-
Forestuzzo
(dell'Ospedale)
-
Foresto
del Casonetto
-
Foresto
di Pagnano
|