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Asolo

Il borgo medioevale, perla architettonica del Veneto, gode di una posizione panoramica incantevole, tanto da essere battezzata da Giosuè Carducci come "la città dai cento orizzonti". La Rocca domina il centro storico che ospita il Castello, la Cattedrale, con una pala di Lorenzo Lotto, e il quattrocentesco Palazzo della Ragione. Suggestiva la passeggiata tra le vie ed i portici del centro storico che hanno incantato gli artisti di tutto il mondo.

Giungendo ad Asolo si scorge la Rocca, simbolo della città, che domina il centro storico ed il paesaggio circostante: dai suoi spalti, visitabili, si gode una panoramica incantevole. Fortificata nel XIII secolo sulle preesistenze di una fortezza, è unita al Castello da una cinta muraria che raccoglie l’intera città. Dentro il Castello, la Torre Civica e la più piccola Torre Reata circondano il Teatro Civico, intitolato ad Eleonora Duse.

Storia di Asolo

Dalla protostoria alla storia


    Asolo ha radici lontane, che affondano in un passato remotissimo comprendente non soltanto le vicende delle dorsali collinari, delle sellette e dei poggi, dove poi ebbe vita e si sviluppò l'insediamento, ma una storia territoriale più ampia e articolata, quasi la storia di tutta la decima regio augustea. Ma è pur vero che non si può capire l'antico municipio e il suo ruolo se non si intende appieno la sua «immersione» nella morfologia dei luoghi, nella sequenza dei rilievi, nell'alternanza delle vallecole.
    La scelta insediativa di Asolo avviene infatti all'interno di una serie di collinette di modesta altitudine (m 300/400 max. s.l.m.), disposte da sudovest a nordest a delimitare la pianura settentrionale di Treviso e nello stesso tempo a mediare «naturalmente» il passaggio verso le quote più elevate del massiccio del Grappa e del sistema prealpino. E' una mediazione reale, concreta, non solo metaforica: è su queste colline che in autunno la nebbia della bassa si ferma, quasi che la demarcazione orografica rappresenti pure una linea di passaggio climatico, con effetti subito tangibili e rilevabili.
    In realtà questa configurazione geografica è ancor meglio definita dai due ampi incassi vallivi del Brenta a occidente e del Piave a oriente, che di fatto vengono a inquadrare l'intero comprensorio pedemontano con due vettori di comunicazione ancora una volta naturali, volti a collegare le aree di pianura con quelle di montagna e viceversa.

     

    Dalla protostoria alla storia

    Nel contesto geografico che abbiamo brevemente delineato non è quindi un caso che un sito molto importante si trovi allo sbocco in piano del Brenta, a S. Giorgio di Angarano, dove nella seconda metà degli anni Venti si mise in luce una estesa necropoli risalente al bronzo finaleprimissima età del ferro: attraverso l'altipiano di Asiago, senza escludere la direttrice della Valsugana (pur in assenza finora di documentazione materiale), si potevano infatti raggiungere facilmente le risorse minerarie di ambito trentino e quindi con queste premesse si può ben capire un fenomeno insediativo all'estremità meridionale del cosiddetto Canale del Brenta. Ma le ricerche archeologiche, che da oltre un decennio proprio in questo comprensorio pedemontano sono condotte da chi scrive, hanno meglio chiarito anche la «funzionalità» di Angarano, che non resta più un centro isolato come lo si poteva intendere appena qualche tempo fa. Oggi al contrario esso si inserisce, per ciò che riguarda l'aspetto cronologico, non solo su percorrenze «in verticale», ma anche e consistentemente in un «sistema» insediativo «in orizzontale», cioè allungato sulla cortina di colline che vanno da Romano d'Ezzelino, a S. Martino di Castelciés a Cavaso del Tomba, al Monte Ricco di Asolo per poi proseguire ulteriormente (per quanto riguarda le nostre indagini dirette) al di là del Piave, a Stevenà di Caneva, non distante dalle sorgenti del Livenza. Sono in sostanza quei siti in cui viene ribadita una presenza antropica tra la fine dell'età del bronzo e la prima età del ferro che sceglie luoghi abitativi relativamente «alti» ovvero collinari, in ogni caso rilevati rispetto alla campagna circostante.
    Questa strategia locazionale, che privilegia «alture» e lo sbocco vallivo occidentale (legato, come si è detto, forse a interessi economici più settentrionali), sembra variare con il successivo periodo del ferro e con la presenza dei Veneti, allorché il sito di S. Giorgio di Angarano addirittura scompare. I Veneti infatti sembrano privilegiare soprattutto il settore centroorientale della cortina collinare, comprendendo la futura Asolo e segnatamente l'area orograficamente declinante verso il solco del Piave. Basti ricordare in questo senso il comprensorio di Montebelluna, posto appena a sud ovest delle ultime pendici del Montello e ricco di testimonianze archeologiche. Ma tali presenze significano anche un'altra cosa e assai importante: testimoniano infatti una correlazione molto stretta con la cultura patavina e quindi una linea di irradiazione della stessa attraverso direttrici nord orientali,. Montebelluna pare in tale quadro un polo di grande rilievo, il più importante del pedemonte trevigiano, da dove l'asse di diffusione poteva risalire la valle del Piave, lungo la quale poi si trovano la necropoli di Mel e, più a settentrione, gli abitati del comprensorio bellunese; ma non si deve dimenticare, risalendo ancora il corso fluviale, il centro sacraletermale di Lagole, con continuità di frequentazione anche in epoca romana. Con ciò l'estremità orientale delle colline asolane e il Piave venivano ad assumere, nei confronti della Padova veneta, la funzione di nodo e cerniera nei collegamenti con i territori posti più a monte e di qui addirittura con l'Europa centro orientale.
    Per quanto riguarda la zona propriamente di Asolo nel paleolitico e nel mesolitico, sembra che la scelta insediativa originaria abbia privilegiato uno stanziamento basso, pedecollinare, con una particolare attrazione verso la risorsa acqua: così si possono spiegare le tracce antropiche presso Pagnano e Fornaci di Casella, lungo il torrente Muson. Le fasi cronologiche successive sembrano indicare, già con il bronzo finale e con il primo ferro (XVIII sec.a. C.) e con le tracce rinvenute sul Monte Ricco e sul Col S. Martino (ma anche le altre realtà territoriali finitime hanno confermato archeologicamente il dato), una scelta che decisamente è di «altura» e quindi di naturale predisposizione alla difesa. Questo tipo di arroccamento sembrerebbe lasciare il passo con l'avanzare del ferro, se non addirittura in qualche caso a partire dalle sue prime manifestazioni, a una scelta locazionale a quota più bassa, favorita dalla particolare conformazione dei crinali e delle dorsali, nonché dalle sellette che vallecole e le stesse dorsali creavano, dalla possibilità di una esposizione a solatio e di un approvvigionamento idrico con ogni probabilità non difficile. Bisogna dire tuttavia che un siffatto quadro è soltanto una proiezione che poggia su pochissimi riferimenti materiali accertati sistematicamente: per lo più infatti le poche notizie sono di ritrovamenti sporadici, indefiniti topograficamente, che servono dunque solo a delimitare caso mai un arco cronologico che comunque appare legato all'ambiente veneto e soprattutto a Padova. Così, pur con questi limiti di lettura, potrebbe essere suggestivo attribuire a questa fase iniziale dell'insediamento il pozzo scavato nel conglomerato roccioso e sito in piazza Brugnoli sarebbe un segno, tenuto conto dell'acquedotto romano che molti secoli più tardi avrà capo poco distante, oltre che di una continuità nel tempo di tali impianti funzionali, anche della presenza effettiva di una risorsa essenziale per la vita di un abitato. L'aspetto più importante da mettere in evidenza per il periodo veneto di Asolo è che, per quanto sta emergendo in ricerche occasionali e sistematiche nel centro storico, già in epoca molto antica si dovette mettere mano a una ristrutturazione progressiva del terreno, che teneva certo conto della sua morfologia naturale, ma pure la modificava laddove più problematica e difficile sarebbe stata la possibilità di insediamento. A questi interventi di «regolarizzazione» delle pendenze si possono attribuire le ben definite tracce di terrapieni e di terrazzamenti che le ricerche di questi ultimi anni hanno messo in luce in alcune aree, quali sellette o poggi, che erano già «predisposte» per caratteristiche proprie a favorire una frequentazione stabile, ma che con l'allargamento, la colmatura e il livellamento artificiale della loro superficie vedevano di molto ampliato il proprio potenziale di ricettività. In sostanza ad Asolo, sin da una fase che si potrebbe definire forse protourbana, si assisterebbe a quel fenomeno che sarà la costante della vita architettonica e urbanistica del centro collinare e che io definisco di dialettica tra fattore naturale territoriale e fattore artificiale indotto dall'uomo per crearsi condizioni di vivibilità sempre più adeguate alle sue esigenze.
    Al di là di questi problemi di impianto, l'Asolo veneta sembra inserirsi bene, pur senza essere in primissimo piano, in quel flusso di rapporti che doveva aver capo a Padova e irradiarsi verso le aree nord orientali e in particolare verso la vallata del Piave. Naturalmente il senso dei rapporti dei Patavini con il loro «entroterra» settentrionale aveva precise motivazioni nelle direttrici vallive che collegavano la pianura al cuore delle alte montagne e di lì alle altre valli transalpine, ma trovava ancor più valide ragioni, per così dire a raggio più limitato, proprio nel comprensorio pedemontano tra Brenta e Piave, dove l'abbondanza di pascoli doveva essere correlata a una fiorente attività di allevamento e pastorizia da cui derivava poi la materia prima lavorata e confezionata nel capoluogo veneto di pianura.
    Ma le colline asolane assumevano probabilmente una valenza tutta speciale anche per un'altra questione. Vale la pena mettere qui in giusta evidenza una testimonianza epigrafica che è stata «riscoperta», dopo un dibattito avvenuto in tempi più lontani, proprio nell'ambito di studi recenti. Si tratta della ben nota stele (o meglio frammento epigrafico) ritrovata a Castelciés di Cavaso del Tomba, appena più a nord di Asolo, stele che reca un'iscrizione cosiddetta retoetrusca, su una faccia, e una in alfabeto latino arcaico, sull'altra, entrambe impenetrabili finora a ogni tentativo di interpretazione. In assenza di letture o scoperte più esaurienti, credo che a questo proposito sia da riconsiderare attentamente quanto sia il Pavan, sia il Bosio affermano circa la presenza sulla lastra arenacea di due lingue diverse, utilizzate forse per un identico testo. Tale fatto poteva suggerire, secondo i due autori, l'idea di un segnacolo bilingue posto lungo una sorta di linea di demarcazione e insieme di passaggio tra due aree e due culture di differente afferenza etnica: quella retica a settentrione e quella veneta, in fase di avanzante e progressiva romanizzazione, a meridione. Il quadro di grande suggestione che ne vien fuori sembrerebbe in realtà confermato dagli sviluppi successivi che coinvolgono la nostra zona, oltre che da recentissime, importanti scoperte di ossa di animali a destinazione votiva con iscrizioni venetiche (dal poggio del teatro).

    Guido Rosada

    Tratto da "Atlante Storico delle Città Italiane - Asolo"
    a cura di Guido Rosada
    diretto da Francesca Bocchi
    © 1993
    Grafis Edizioni
    Via 2 giugno, 4 - 40033 Casalecchio di Reno (BO)

    L'epoca romana

      Se con i Veneti, come abbiamo detto, la dialettica territoriale si svolgeva prevalentemente tra Padova (centro logistico meridionale di pianura), Montebelluna (centro logistico intermedio pedemontano), la media valle del Piave (direttrice di transito) e il comprensorio bellunese (aree insediate di montagna), con l'avvento progressivo dei Romani tutti i ruoli vengono a mutare in ragione di uno sfondamento di orizzonte sia a livello di territorio in sé (che si dilata enormemente), sia, di conseguenza, a livello economicocommerciale. Anche nella microstoria dell'Asolano quindi cambia qualcosa, pur all'insegna di una significativa continuità almeno di riferimento. Importante in questo caso è il collegamento PadovaAsolo dato dalla via Aurelia, in particolare se la strada, come è stato affermato, può essere fatta risalire al secondo quarto del I sec. a. C. La stesura di una simile direttrice, in un contesto ancora precoce di romanizzazione, veniva infatti a sancire lo stretto legame che da molto tempo univa la pianura manifatturiera (si ricordino le pesanti e grossolane casacche gausapa patavinoaltinati citate da Plinio Nat. hist., VIII, 193 e da Marziale XIV, 152, 155) e i rilievi collinari fornitori della materia prima, cioè la lana, in diretta relazione con l'allevamento che trovava incentivo, secondo quanto si è detto, negli abbondanti pascoli di quella fascia territoriale. Ma soprattutto valore assume la scelta di portare il capolinea settentrionale della strada ad Asolo, ovvero al centro del sistema collinare BrentaPiave, dal momento che tale scelta dovette essere fatta in considerazione che da una parte l'area allo sbocco del Brenta non aveva mai preso quota e dall'altra si stava pure spegnendo o comunque attenuando la funzione logistica chiave di Montebelluna presso il corso del Piave. E a ben guardare, quest'asse di percorrenza costituito dall'Aurelia, con la sua probabile prosecuzione verso settentrione, verso il Piave e verso Feltria, sembra rappresentare l'anticipazione, a più di un secolo di distanza, della direttrice che sarà seguita, spostati i capilinea secondo le mutate esigenze dei tempi, dalla grande strada di Claudio, stesa da Altino (cioè dal mare) al passo di Resia e oltre (cioè alle montagne), attraverso i solchi vallivi ancora del Piave, dell'alto corso del Brenta, dell'Adige.
      Asolo romana sembra dunque «catturare» il valore e la funzionalità avuta precedentemente da Montebelluna veneta (ma la vita di questo centro prosegue anche in epoca romana e potrebbe trovare una motivazione concreta di tale persistenza, oltre che nella tradizione precedente, se fosse archeologicamente dimostrata, in contrasto con le ipotesi correnti, la validità della linea AltinoTrevisoMontebellunaFenèr per la Claudia Augusta) e viene a costituire di fatto, quindi, un nodo direzionale verso Feltre e Belluno. Citati come oppida da Plinio (Nat. hist., III, 130), questi ultimi si ponevano su due itinerari diversi: Belunum sulla via per il Cadore e il passo di Monte Croce Comelico, Feltria sulla via per lo stesso Belunum e su quella per Tridentum, intesa questa come tratto successivo sia della Claudia, sia della OpitergiumTridentum. Ma quel che è più interessante nel passo pliniano è che gli stessi oppida erano anche afferenti a due distinte realtà etniche: il primo era infatti veneto (come Asolo), mentre il secondo (insieme a Tridentum e Berua) veniva riconosciuto appartenente all'area di influsso retico. Tale precisazione del naturalista latino sembra risalire con tutta evidenza a tempi ben più lontani della seconda metà del I sec. d. C. e potrebbe anche ricollegarsi a quella ricordata duplice sfera di influenza etnicopolitica che poco sopra abbiamo suggerito in relazione alla misteriosa, ma forse determinante pietra di Castelciés.
      Asolo dunque, come insediamento romano (municipio ascritto probabilmente alla tribù Claudia), del quale rimangono solo due testimonianze nella letteratura antica, riprende una tradizione remota che individuò sempre, in quella cortina di colline posta tra pianura e montagne e delimitata da due importanti solchi vallivi, una linea di mediazione, non di separazione, tra mondi originariamente diversi, ma che trovavano interessi reciproci e ben praticabili attraverso non difficili vettori di percorrenza. Per i rapporti in particolare con Padova, insieme all' asse preferenziale verso la valle del Piave, dovette giocare un ruolo decisivo la disponibilità dei pascoli e l'attività di transumanza, attività che d'altronde continuò anche in epoche assai vicine a noi attraverso collaudati tratturi e viabilità di collegamento in verticale.
      La storia del municipio non dovette in realtà discostarsi molto da quella della decima regio: processo di romanizzazione indolore e soprattutto da tempo annunciato, inserimento e integrazione progressiva dei nuovi venuti in un tessuto sociale e culturale che non era mai stato ostile, utilizzazione delle risorse territoriali come mezzi di espansione oltr'Alpe, esaltazione della qualità logisticostrategica della terra veneta. Non abbiamo del resto, come pure per il periodo protostorico, una grande messe di dati per una ricostruzione storica che possa considerare Asolo in modo più approfondito e dettagliato, se non quanto è emerso da una rigorosa analisi della cartografia archeologica su base numerica e dai risultati di alcuni interventi di scavo sistematico. Da qui si sono evidenziati gli aspetti di una «vita» urbanistica particolarissima, come particolare era la stessa configurazione morfologica dell'antico centro.
      Proprio questa morfologia condizionò fortemente l'assetto urbano che fu centripeto, accentrato e policentrico allo stesso tempo. Anzitutto centripeto, perché dorsali e crinali portavano tutti a un punto di incontro, costituito dalle attuali piazze, dove un'insellatura naturale aveva già favorito l'insediamento sin da epoca preromana. Ma lo spazio non dovette essere sufficiente e probabilmente, per quanto possiamo ricavare da taluni indizi sul terreno e da rilevamenti geofisici, si provvide a colmare in parte le testate delle vallecole che lì convergevano (presso il palazzo Beltramini, presso il Duomo) per ampliare le aree usufruibili (e questa conquista della terra diventa una costante nel tempo ad Asolo). Non a caso in questo settore urbano a cui «naturalmente» si convergeva sorse uno degli edifici più importanti della città, le terme, ed ebbe capo un impianto di servizio e di infrastruttura fondamentale come l'acquedotto. Qui inoltre, in un contesto quindi ampiamente favorevole, una tradizione erudita insiste a ubicare il foro, di cui per altro non abbiamo alcun riscontro materiale.
      Questa qualità accentrata e centripeta, peculiare di Asolo, veniva ribadita dalle stesse direttrici stradali che raggiungevano il centro quasi a raggiera, venendo «da fuori» (da cui probabilmente derivano il nome di «foresti»). Oltre alla via Aurelia, da sud, sono i tracciati che arrivano da Montebelluna e dai rilievi collinari orientali, nonché quelli verosimilmente nord occidentali e nord orientali dal Muson e dal crinale del Colmarion. Ma alcune di queste linee di comunicazione confermano anche l'altro aspetto, quasi antagonista dell'assetto cittadino: esse infatti collegavano tra loro e poi con il centro i vari poggi periferici insediati, da quello di S. Gottardo, a Collalto, a S. Martino, al poggio infine di villa Freya. Questi sono come terrazzi digitati verso la pianura, articolati tra vallecole che li incidono lateralmente, terrazzi che assumono il valore di piccoli agglomerati a se stanti, sebbene nello stesso tempo unitari. E' così che Asolo assume una consistenza di fatto policentrica, ma con una vocazione unitaria esaltata quasi paradossalmente dalla morfologia del terreno. Ed è sul penultimo poggio da oriente, costeggiato dal tracciato dell'Aurelia, che si insedierà una piazza pubblica (che una suggestione alimentata dai dati archeologici potrebbe pure identificare come piazza forense o, in ogni caso, come un'infrastruttura di servizio); questa era provvista almeno di una porticus duplex verso sud e disposta su un poderoso terrazzamento sostruito da un criptoportico, al quale poi si appoggerà in contropendio la fabbrica del teatro. Opere colossali che condensano in sé tutto il senso degli interventi edilizi asolani, dove tecnica e conquista degli spazi si fondevano in quella che abbiamo definito dialettica interattiva con il territorio. Nella carenza di altri dati, l'esempio dell'area del teatro assume valore emblematico anche per una considerazione di ordine topografico: la posizione era infatti dominante la pianura e scenografica (si può pensare la facciata del teatro quale magniloquente propileo della città) per chi arrivava da Padova; inoltre lo sfondo naturale dato dal cocuzzolo del Monte Ricco poteva ben giustificare lo stesso nome di Acelum, se hanno ragione i linguisti a vedere in esso una radice ak*, che equivale ad «aguzzo», con probabile allusione alla particolare caratteristica orografica del sito.
      Da quanto sappiamo, l'organizzazione urbana che siamo venuti rapidamente delineando trova compimento all'interno del I sec. d. C., ma di restauri, ripristini e di altri interventi si ha notizia anche in tempi successivi. Sono tempi tuttavia per i quali mancano pressoché del tutto fonti scritte e materiali riconoscibili per seguire una linea, seppur tenue, di evoluzione della città e della sua «piccola», peculiare storia.

       

      Guido Rosada

      Tratto da "Atlante Storico delle Città Italiane - Asolo"
      a cura di Guido Rosada
      diretto da Francesca Bocchi
      © 1993
      Grafis Edizioni
      Via 2 giugno, 4 - 40033 Casalecchio di Reno (BO)

    L'altomedioevo e la fase castellana

      Bisogna infatti arrivare al sinodo di Marano del 591 per trovare citato in Paolo Diacono un vescovo Agnellus de Acilo , che rappresenta una testimonianza di rilievo perché ci informa dell'esistenza, almeno nella seconda metà del VI sec d. C., ma si può pensare già da molto prima, come di solito era accaduto per la gran parte dei municipi romani, di una diocesi asolana e di una certa sua importanza, vista la sua partecipazione a un'assise molto delicata, legata com'era alla questione scismatica dei Tre Capitoli. Tale notizia è altresì rilevante in relazione alla scoperta, grazie ai nostri recenti scavi archeologici, dei resti di una chiesetta affrescata e provvista di pavimento in mosaico sulla sommità del Monte Ricco, forse dedicata al Salvatore, la cui prima fase di impianto coincide proprio con la fine del VI secolo. Le ragioni di questa nuova costruzione non ci sono note (si può solo immaginare che siano legate ai grandi cambiamenti e alle preoccupazioni che l'arrivo dei Longobardi aveva inizialmente suscitato), ma è comunque il primo segno, dalla protostoria in poi, di una presenza antropica stabile sulla collina che sarà della Rocca.
      Dopo la citazione di Paolo Diacono, nulla più si sa della diocesi di Asolo: vi è solo un'altra registrazione riguardante un Arthemius, che viene detto vescovo Asolensis e nominato tra i partecipanti al sinodo di Mantova dell'827. Sebbene la figura di Artemio abbia contorni non del tutto certi, la notizia riveste comunque un grande interesse perché ribadirebbe la continuità di vita della diocesi almeno fino al primo quarto del IX secolo. Questa invece cessa sicuramente di esistere nel secolo successivo, quando un privilegio di Ottone I, datato 10 agosto 969, sottomette il castrum de Asilo cum ecclesia... Virginis Marie...olim caput episcopatus...et capella...domini Salvatoris... alla giurisdizione del vescovo di Treviso. Ma già da tempo la decadenza di Asolo doveva essere cosa concreta e tangibile, se si deve tener conto di quell'olim del privilegio; decadenza che potrebbe forse essere correlata, in considerazione anche in questo caso di una certa convergenza cronologica, agli avvenimenti dell'ultimo scorcio del IX sec. e alla prima incursione degli Ungari. Si sa in particolare che nell'899 questi riportarono una consistente e inaspettata vittoria sull'esercito del re Berengario non molto distante dal centro asolano, sulle rive del Brenta. E' ben possibile che in un siffatto contesto storico, allorché nella nostra regione rovine reali e metus Ungarorum dovettero in qualche misura sconvolgere antichi equilibri e assetti territoriali, sia intervenuto un progressivo affievolirsi della vitalità di Asolo, culminato nella perdita della sede vescovile. Di qui anche poté venire una sorta di «oscuramento» del borgo stesso, che in molti casi nelle fonti fino a tutto il XIII secolo sembra in secondo piano rispetto alla vicina realtà emergente di Braida, cioè come attesta il nome quella originaria «campagna» che in successione di tempo dimostra di assumere un ruolo di definito nucleo insediato, denominato castrum e provvisto di un'arx o Rocha e di un terratorium, ancora vitale nella prima metà del XIV sec. come «regola» con l'attestazione della presenza di fuochi (computati per la tassazione e quindi forse in qualche modo significativi). Tuttavia Braida, quasi un alter ego di Asolo, è rimasta sempre misteriosa, di incertissima ubicazione: anche per questo ci sembra di grande suggestione quanto è emerso dagli scavi da noi condotti all'interno della Rocca. Qui infatti in concomitanza con il declino asolano e la perdita della diocesi, dovette rapidamente andare in rovina anche la chiesetta sul Monte Ricco, forse la stessa dedicata al Salvatore e ricordata nel documento del 969, ma in seguito si continuò ugualmente a frequentare l'area sommitale per dare sepoltura ai morti, come dimostrano le deposizioni che si sovrappongono alle strutture di fondazione dell'edificio sacro. In un periodo ancora successivo, come ha dimostrato l'indagine archeologica, sul versante a solatio si insediò un borgo di case, semitagliate nel conglomerato, dotate di focolari e di annessi a destinazione produttiva e artigianale.
      Ma perché un borgo lì e quale borgo? Vi è in realtà una singolare coincidenza tra le tracce di abitato, che si collocano per cronologia in una fase immediatamente precedente alla fabbrica della Rocca (dalle cui fondazioni risultano tagliate insieme alle tombe della necropoli), quindi con buona probabilità tra XI e la metà del XII sec., e la prima citazione di Braida, forse da riconoscere in quel locus Bragida, ricordato per una pratica notarile ivi actum feliciter nel dicembre del 1076. Di qui poi segue una serie di documenti dove, come si è detto, è testimoniata una differenziazione sempre ben rilevabile tra castrum Asyli e castrum Braide, sebbene tra i due termini vi sia anche di pari passo un legame di correlazione altrettanto evidente (Rocha Brayda seu de Asilo, de Roca Braide de apud Asylum etc.). Ora credo che non sia soltanto suggestiva l'ipotesi di identificare Braida proprio con i resti di abitato ritrovati in cima al Monte Ricco, colle che avrebbe visto dopo il Mille, sotto l'incalzare degli eventi e delle paure, un progressivo «arroccamento» dell'antico borgo asolano, favorito forse dal ruolo sempre più rilevante che venne ad assumere in sede locale una famiglia come quella dei Tempesta, braccio secolare del vescovo di Treviso. Si potrebbe capire meglio con questa chiave di lettura la distinzione che nel 1017 sembra essere rimarcata dall'espressione villa Asyllo, non multum longe a castro Asyllo de subtus: oltre infatti a una villa, cioè a un borgo, vi sarebbe un castrum (il castellum de Asillo nominato ancora nel 991 in un privilegio di Ottone III?) che essendo definito de subtus (coincidente con il sito del municipio romano?) rinvia forse a un ulteriore castrum, forse appunto quello superius di Braida. Ancora in progresso di tempo, siamo nell'ultimo quarto del XII sec., questo stesso insediamento, o meglio verosimilmente solo una parte di esso, viene sacrificato per la costruzione della torre e del poderoso muro di cinta della Rocca. E' possibile che sia sempre la famiglia dei Tempesta a promuovere questo decisivo intervento, che sancisce la definitiva fisionomia del Monte Ricco come scolta alta ed emblematica di tutto il territorio finitimo, un intervento tuttavia che in origine doveva inserirsi nel quadro più complesso del castrum Braide. Ne potrebbe essere in qualche modo una spia il primo documento (novembre 1223) che descrive con precisione notarile, in relazione all'atto di acquisto da parte del vescovo di Treviso, il castrum Braide cum domibus donicalibus interpositis in ipso castro, et turris, et castelario, et cum summitate montis ipsius castri.... Documento importante doppiamente: perché, oltre a fornire una sorta di planimetria articolata di Braida e del suo immediato circondario, potrebbe indicare, dato l'acquisto fatto dal vescovo che già controllava il vicino castrum Asyli, una prima fase del processo di riunificazione delle due realtà insediative (Asolo e Braida) dopo la scomparsa di Wercio Tempesta.
      L'avvento successivo di Ezzelino III fu ancor più decisivo per questo, come del resto per altri fenomeni rimarcabili segnatamente nel comprensorio pedemontano trevigiano. In effetti la politica del «tiranno», che fu il preferito tra i fideles di Federico II, è da riconoscere assai più lungimirante e «progressiva» di quanto la tradizione storiografica induceva fino a qualche tempo fa a credere: era l'idea dell'imperium che lo affascinava in contrasto con il particolarismo delle famiglie e delle domus . La sua presa di possesso di tutta l'area tra Brenta e Piave va vista quindi anche per il suo significato riaggregante, un'aggregazione che in particolare poté probabilmente persistere in seguito laddove i legami territoriali erano molto forti per tradizione e la separazione era stata solo una parentesi contingente. E' il caso forse di Asolo che man mano recuperò la centralità perduta, come sembrano suggerirci i documenti che citano nel 1251 il castrum Asyli et Rocam Braide e nel 1272 Rocham Braide et de Asylo. Ma saranno soltanto le mura carraresi-veneziane che, collegando tra fine XIV e inizi XV secolo la fortezza sulla sommità del Monte Ricco al borgo sottostante, sanciranno di fatto, anche con una struttura tangibile, la ritrovata e oramai stabile unità urbana dell'antico municipio.

       

      Guido Rosada

      Tratto da "Atlante Storico delle Città Italiane - Asolo"
      a cura di Guido Rosada
      diretto da Francesca Bocchi
      © 1993
      Grafis Edizioni
      Via 2 giugno, 4 - 40033 Casalecchio di Reno (BO)

    La caduta di Ezzelino e il governo di Treviso

      La riacquisita signoria del vescovo di Treviso su Asolo dopo il 1223 non ebbe una ricaduta politica di lunga durata. Come si è accennato in precedenza, l'emergente Ezzelino III da Romano, a partire dal 1239, occupò con la forza i castelli sulle colline tra le vallate del Brenta e del Piave, tra cui Asolo e Cornuda.

       

      La caduta di Ezzelino e il governo di Treviso

      Dopo la fine dei da Romano, Asolo tornò in possesso del vescovo. Per gestire il governo locale egli dovette accordarsi con il comune di Treviso, che in quel momento andava estendendo il suo dominio sul contado.
      Il comune di Treviso mise in atto il controllo politico del territorio asolano con l'istituzione di un capitaniato, con sede nella Rocca di Braida, dove installò una guarnigione militare. Il capitano inizialmente aveva funzioni più militari che civili, ma finì per diventare lo strumento (podesteria) con cui successivamente Venezia avrebbe esercitato il controllo sul territorio.
      Asolo comunque disponeva nel 1260 di una struttura amministrativa complessa e matura: nel 1260 la città aveva un proprio territorio che si estendeva a comprendere le comunità di Villa d'Asolo, mentre Braida e Pagnano usufruivano di autonomia amministrativa: tutti in ogni modo facevano parte di un'unica circoscrizione religiosa.
      Asolo con il borgo vecchio presso il castello e quello nuovo nell'area sudorientale tese ad allargare la sua influenza sulla vicina Braida. In tale contesto si instaurarono legami stretti tra queste vicine comunità al fine di una politica comune; e un qualche riflesso di rapporti tra le varie realtà insediative dell'area potrebbe essere riconosciuto nella fiera dell'Assunta di agosto, che per antica consuetudine si teneva in piano nell'area del Musil e più tardi di Casella.
      Braida, comunità rurale dalla quale era nato Colaldior, si estendeva a monte del convento di Sant'Angelo e oltre la dorsale, sviluppandosi sul confine di Asolo, mantenedo la dipendenza ecclesiastica dalla pieve asolana: nel suo ambito c'è la Rocca di Breda, già proprietà del vescovo di Treviso con il fortilizio più settentrionale di Santa Giustina, che finì poi per essere inglobata nella circoscrizione amministrativa di Asolo.
      Un contributo cospicuo allo sviluppo del centro collinare spetta al comune di Treviso, che, pur determinandone la dipendenza politica in sostituzione del vescovo, ne favorì in qualche modo la crescita attraverso l'istituzione del capitaniato come forma di decentramento amministrativo.
      In ogni caso Treviso compensò in qualche modo il vescovo per la signoria perduta. Il 16 maggio 1261 infatti il podestà di Treviso inviò due lettere ai reggenti (maricus et iurati) del comune di Asolo. Con la prima ribadiva l'esonero dall'imposizione diretta, nisi secundum veterem consuetudinem, ad una serie di personaggi che svolgevano funzioni amministrative: cataneum, castaldum, Bonacursum, marescalcum, preconem et Gerardinum deganum domini episcopi tarvisini. Con la seconda lettera invece provvedeva a salvaguardare i diritti del vescovo, perché sottraeva i rustici da lui dipendenti dagli oneri personali occasione certe manutentarie.
      Il 13 novembre 1261 fu il giorno in cui venne sancita la diretta dipendenza del territorio dal comune di Treviso con il giuramento di fedeltà di 23 uomini di Braida e 103 di Asolo. Il documento non è solo una fonte diretta delle trasformazioni politiche della città, ma contiene anche una serie di informazioni sulla professione di circa un terzo di essi: le attività legate alla lavorazione delle pelli (piliparii) e delle calzature (cerdones e caligarii), come in tutte le città medievali, erano ampiamente diffuse.

      Professioni degli uomini di Asolo (giuramento del 1261)

      n. 6  piliparii
      n. 6  cerdones, caligarii
      n. 5  speciarii
      n. 4  fabri (3), inferator (1)
      n. 2  notarii
            murarii
            asenarii
            sellarii
            tabernarii
      n. 1  olarius
            sartor
            pistor

      Si apriva quindi una nuova fase politica, nella quale il comune di Treviso puntava sulla difesa militare del territorio, ma potenziava anche l'elemento locale con la delega di alcune funzioni pubbliche; al vescovo era invece riservata la gestione di un enorme patrimonio immobiliare di origine feudale: suoi erano tutto il borgo nuovo, il Castello, vaste aree in Braida e a Villa d'Asolo.
      In questo contesto va inquadrato il rinnovo dell'affitto della Rocca al comune di Treviso, il quale attribuì ai capitani anche l'amministrazione della giustizia per le cause minori riguardanti azioni sino alla somma di dieci soldi piccoli. La situazione si stabilizzò con la dominazione caminese (12831312), che iniziò le proprie fortune con la vittoriosa battaglia avvenuta contro i da Castelli nella piana tra Asolo e Fonte. La signoria dei da Camino affermò su Asolo non solo il potere signorile della famiglia, ma consolidò anche il potere centrale di Treviso, come si manifestò all'epoca dell'autonomia cittadina trevigiana.

      Gabriele Farronato

      Tratto da "Atlante Storico delle Città Italiane - Asolo"
      a cura di Guido Rosada
      diretto da Francesca Bocchi
      © 1993
      Grafis Edizioni
      Via 2 giugno, 4 - 40033 Casalecchio di Reno (BO)

    Il primo Trecento

      Nella prima metà del Trecento Asolo dipendeva quindi da Treviso. Dal capoluogo arrivavano i capitani, i custodi della Rocca e, in caso di grave pericolo e per tempi brevi, un sopracapitano alloggiato nel castello del vescovo. Inoltre venivano regolarmente inviati gli esattori per la riscossione delle imposizioni, i giudici del maleficio, i magistrati che amministravano la giustizia durante la fiera dell'Assunta e i tecnici che verificavano l'esatta esecuzione degli ordini impartiti dalla città dominante.
      Il vescovo aveva perduto il potere politicoamministrativo che aveva avuto cento anni prima, ma aveva ancora molto potere in ambito locale. Infatti con lo strumento del rinnovo degli affitti e dei livelli interveniva in maniera determinante sulla struttura economica e sociale del luogo, avendo egli la proprietà dell'intero Borgonovello e di buona parte di quello vecchio.
      Data la situazione politica, il comune di Asolo osservava gli Statuti di Treviso, che prevedevano l'obbligo del servizio militare (le cosiddette mostre); nel contempo a Treviso erano mandati i figli a studiare dopo le scuole primarie che venivano frequentate ad Asolo.
      La composizione sociale degli abitanti del borgo per la maggior parte era costituita dal ceto appartenente a quello che oggi si chiamerebbe «terziario», cioè impegnato nella produzione, nel commercio e nella finanza. Tale struttura può essere ricavata nel dettaglio con l'aiuto dell'elenco nominativo contenuto nel Quaternus focorum del 1314, dove per 35 capifamiglia asolani su 57 viene specificata la professione, oltre alle quote estimali. Braida aveva 13 fuochi, compresi gli habitatores del vescovo di Treviso, di Artico e di Zanibella da Asolo; Villa d'Asolo ne aveva 42, per un totale con Asolo di 99 fuochi (con la specificazione che i due comuni erano uniti: Villa... facit cum burgo).
      Molti atti del notaio Prosdocimo contemporanei al Quaternus focorum riguardano il prestito di denaro da parte di Giovanni da Firenze, che agiva per conto di Bindo Liazaro da Firenze, un importante banchiere di Treviso. Tale notizia porta a considerare come tale attività finanziaria permettesse la realizzazione di investimenti che davano incentivo alla vita economica del borgo.
      I documenti di questo periodo indicano che Asolo era sempre dominata dalla Rocca di Braida, dove risiedeva in permanenza una guarnigione di 12 soldati comandati da due capitani; nel castello inferiore invece aveva sede l'amministratore del vescovo, il nobile Giovanni da Cusignana vilicus de Asyllo pro domino Castelano, Dei gracia, episcopo tarvisino.
      Nessun atto interessa la vita amministrativa del comune di Asolo, alcuni invece riguardano la scuola dei Battuti o scuriatorum che aveva per gastaldi Flemano precone e Martino da Lamon.
      Non mancano riferimenti ai luoghi della città ove si rogavano gli atti, quali la piazza, le porte di San Servasio e del Foresto, la fontana, il porticus del comune (poi sede della loggia), la chiesa di S. Maria e l'unico convento allora esistente, quello di S. Angelo dei frati minori. Le case erano per lo più coperte da tegole o da paglia (la documentazione è tuttavia del secolo successivo); le scandule o tegole lignee sono segnalate in una casa posta in Asolo in Costa del Biordo, oggi ubicata al di fuori delle mura.

       

      Gabriele Farronato

      Tratto da "Atlante Storico delle Città Italiane - Asolo"
      a cura di Guido Rosada
      diretto da Francesca Bocchi
      © 1993
      Grafis Edizioni
      Via 2 giugno, 4 - 40033 Casalecchio di Reno (BO)

     

    Le mura a secco

      Dopo aver occupato Bassano, alla fine del 1318, Can Grande della Scala tentò di prendere, senza successo, il territorio trevigiano, in aiuto del quale venne chiesta e ottenuta nel 1319 la protezione del re Federico d'Austria. Nel contesto di questa campagna militare, il comune di Treviso sentì la necessità di ripristinare e ristrutturare le fortificazioni ezzeliniane costituite da torri in muratura, collegate tra di loro da strutture murarie a secco, fosse, palizzate, cespugli di rovi e piante spinose, volti a rendere difficile il passaggio (spinade).
      Infatti il 21 gennaio 1318 Treviso approva i lavori di rafforzamento necessari proposti dagli Asolani, tramite Bausella da Cusignana, ufficiale del comune di Treviso preposto alla custodia di Asolo, per comune et homines di quella terra.
      Il progetto di ristrutturazione segnalava la necessità di riedificare tutti i bitilfredos ubicati intorno al borgo e alla terra di Asolo; di sostituire il fossato posto iuxta portam et bitilfredum Sancti Gervasii con muro de sicho, dalla porta sino alla Val Cagnana, e di costruire uno spalto a difesa del muro; di ampliare il fossato antico di pianura (fossatum de la Frata), che aveva la funzione di difendere Villa d'Asolo; si chiedeva ai possessori dei poderi cintati con siepe (clausure), distribuiti intorno al borgo e alla terra di Asolo, di fare la ramata, ossia di rinforzare le siepi con rami; alle porte e agli ingressi del borgo e della terra di Asolo si indicavano ulteriori forme di difesa, come pure presso la Rocca di Braida. Si faceva inoltre presente che era necessario stroncare la pessima abitudine delle milizie locali di abbandonare il servizio di guardia alle fortificazioni per recarsi a difendere le proprie case, come del resto accadeva in tutte le città medievali quando veniva suonato l'allarme.
      Le richieste degli Asolani furono accolte, purché fossero messe in atto senza oneri per il comune trevigiano. Due mesi dopo si fece il punto della situazione: il lavoro era costato più di 500 lire piccole, frutto di una raccolta cittadina. Gli Asolani chiesero quindi che l'ulteriore quota di 405 lire piccole, provenienti questa volta da una colletta straordinaria imposta da Treviso al borgo ed al suo pievanato, fosse utilizzata per ulteriori opere di difesa del luogo. Il 20 marzo successivo il Consiglio dei Trecento di Treviso fissò in due mesi la conclusione dei lavori ed inviò in quella circostanza il sopracapitano Guecello da Monfumo con obbligo di avvalersi della collaborazione dei fratelli Giacomazzo e Guarnerio da Castelcucco.
      I da Monfumo e i da Castelcucco si sarebbero poi radicati in Asolo, tanto da costituire, con i da Rovero e i Braga, un gruppo di famiglie socialmente preminente nell'ambiente cittadino asolano.
      I lavori alle fortificazioni avevano fatto di Asolo il castello più importante della zona, mettendo in secondo piano quelli di Romano e Cornuda, pure sedi di capitaniato, ma che l'anno successivo avrebbero poi ceduto alle armi di Can Grande della Scala.
      Nello stesso tempo andò maturando la necessità di diversificare l'uso della Rocca di Braida rispetto al Castello di Asolo. I lavori di fortificazione compiuti evidenziarono la funzionalità centrale del Castello, collaudata appunto durante i momenti più critici: dentro il circuito fortificato era possibile fare la «mostra» o rassegna delle truppe, raccogliere la popolazione, i viveri e le munizioni in caso di pericolo.
      Il passaggio nel 1319 del comune di Treviso al duca d'Austria, segnò per i castelli sedi di capitaniato la fine della presenza di guarnigioni militari trevigiane, sostituite da milizie austriache dipendenti dal capitano generale che aveva sede a Treviso; al Comune non rimase che la gestione della vita amministrativa, che finiva poi con il riverberarsi anche su Asolo, dove ebbe luogo il definitivo spostamento della sede del capitano nel Castello, mentre nella Rocca restò, con funzioni di difesa, una guarnigione dipendente dal capitano di Asolo.
      Qualche anno dopo, in piena dominazione austriaca (13191329), Asolo acquisì un ruolo eminente su tutto il Pedemonte, sebbene in un altro quadrante Pietro Bonaparte avesse ricostruito il castello di S. Zenone con la compiacenza del conte di Gorizia.
      Nel 1324 le truppe scaligere, in uno dei tentativi di conquistare Treviso e il suo territorio, entrarono nell'Asolano. A seguito di ciò, il 22 marzo 1324 il podestà di Treviso ordinò ai comuni e agli uomini della pieve di Asolo e di altre località di fare la custodia e di osservare gli altri obblighi nei confronti del castrum et burgum de Asillo secondo la consuetudine e senza creare alcun precedente a sfavore dei comuni. A causa degli attacchi delle truppe di Can Grande della Scala, si dovette provvedere alla difesa castri et roche de Asillo (la Rocca, anche dal punto di vista amministrativo, dunque non faceva più parte di Braida) .
      Intanto il potere del capitano austriaco tendeva ad allargarsi oltre il limite che gli Statuti consentivano: per non essere sottoposto alle sue prevaricazioni, Guecello Tempesta, nuovo signore di Treviso dopo il colpo di stato dell'Epifania del 1327, si batté con tutte le sue forze, senza però ottenere grandi risultati.
      Due anni dopo, lo stesso Tempesta trattò il passaggio dal dominio austriaco a quello scaligero, durante il quale Asolo fu governata per mezzo di una sorta di «prepodesteria», dipendente da Treviso, che preludeva alla forma di governo che sarebbe stata poi realizzata da Venezia. Fu nominato capitano Pietro da Asolo, che durò in carica sino alla consegna a Venezia nel 1337 e che mise in atto le direttive di Pietro Dal Verme, fedele esecutore della politica veronese nel Trevigiano.

       

      Gabriele Farronato

      Tratto da "Atlante Storico delle Città Italiane - Asolo"
      a cura di Guido Rosada
      diretto da Francesca Bocchi
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    La dominazione veneziana

      Sebbene sin dal 1337 Asolo rientrasse già nella sfera di influenza veneziana, pur restando a far parte del contado di Treviso, l'occupazione completa e definitiva del Trevigiano da parte di Venezia si concluse nel febbraio del 1339.
      Il 2 marzo di quell'anno la Serenissima, avviata saldamente sulla strada della formazione di un potente stato regionale, ridisegnò l'organizzazione territoriale del Trevigiano, creando delle podesterie minori dipendenti dalle città capoluogo. Asolo divenne così, insieme con quelle di Oderzo, Castelfranco e Mestre, podesteria, con un podestà veneziano che sul piano politico obbediva alle direttive di Venezia e sul piano amministrativo applicava gli Statuti di Treviso, al cui territorio apparteneva Asolo.
      Nella stessa occasione furono ridisegnate le circoscrizioni territoriali e stabiliti i nuovi confini: la podesteria di Asolo venne ridimensionata rispetto alla precedente estensione territoriale tra Brenta e Piave con l'esclusione di alcune comunità legate a Cornuda e di Pederobba e con l'attribuzione di 37 villaggi.
      Nella prima dominazione veneziana (13371381), pur in presenza di una ridotta documentazione, si può rilevare una certa stagnazione nella vita pubblica di Asolo che rimaneva un centro abitato (sia pure con due castelli, ma senza una solida cerchia murata) dove all'élite locale non era consentito di esprimersi attraverso la gestione delle cariche pubbliche. Solamente Treviso infatti poteva usufruire di una certa autonomia, che non fu consentita alle podesterie periferiche e che permise poi, nel secolo successivo, lo sviluppo di quelle casate che avevano origine dai rami cadetti di famiglie delle città capoluogo, che si erano stabilizzate nelle podestrie per ragioni amministrative o patrimoniali, richiamate dall'infeudazione dei beni vescovili, dall'affitto dei beni comunali di Treviso e dallo sfruttamento delle risorse di un territorio in trasformazione. Il cancelliere del podestà, ad esempio, oltre alla sua funzione, assumeva pure la supplenza per quelle magistrature che di fatto non era stato possibile istituire, come nel caso della gestione dei pegni e delle vettovaglie; così altri ricoprivano incarichi che di fatto accrescevano il prestigio personale. In questi centri Venezia favorì la crescita di tale ceto, che poi le sarà riconoscente una volta raggiunta una nuova condizione sociale. Per quello che riguarda Asolo, sulle possibilità di sviluppo di questa realtà puntarono il loro interesse numerosi Feltrini e Bellunesi, Bassanesi, qualche padovano ed anche extraregionali.
      Da Venezia, oltre alla nomina delle massime cariche della podesteria, giungevano gli ordini per la difesa e per i restauri necessari tramite Treviso, alla quale restava l'incarico della esazione delle collette che venivano imposte per essere devolute alle casse statali. Sul piano locale, ben poco delle risorse finanziarie così raccolte veniva poi reinvestito, almeno a giudicare dalle continue richieste dei podestà asolani di ottenere anche piccoli finanziamenti per rendere più sicuro il territorio.
      Nel 1356 Conegliano si ribellò a Venezia per darsi agli Ungheri; Asolo fu abbandonata dal podestà Zuanne Foscarini che scappò vilmente, non havendo veduto gli inimici, ne habuto bataglia, mentre il presidio della Rocca si arrese per denaro.
      I costi per mantenere funzionale la struttura difensiva di Asolo dovettero apparire troppo rilevanti per Venezia, che ritenne opportuno ridurre il circuito delle difese per contenere così le spese, pur senza sguarnire la postazione. Tale riduzione della cinta muraria in minore circuitu fu realizzata con l'assegnazione di mille ducati. Un altro intervento fu eseguito nel 1367, per lavori in dicto castro nostro Asli, attraverso il podestà di Treviso che inviò 400 lire piccole.
      Le opere di rafforzamento delle difese di Asolo si mostrarono preziose nella guerra, dalle alterne vicende, tra Venezia e i da Carrara, signori di Padova: in quella circostanza le popolazioni asolane si prestarono alla difesa del territorio, schierandosi accanto a Venezia; la politica della Dominante, che aveva favorito il costituirsi e l'affermarsi di un ceto sociale forte a livello locale, aveva dato i suoi frutti. Nel 1379 Asolo tuttavia cadde in mano dei Carraresi, che procedettero ad un radicale rifacimento delle mura in pietra, senza però completarle nel settore della Val Cagnana, mentre il Trevigiano fu ceduto da Venezia al duca Leopoldo d'Austria.

       

      Gabriele Farronato

      Tratto da "Atlante Storico delle Città Italiane - Asolo"
      a cura di Guido Rosada
      diretto da Francesca Bocchi
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      La formazione della civitas e Caterina Cornaro



        Nelle complesse vicende che segnarono la costituzione dello stato veneziano, Asolo ebbe sempre un ruolo di rilievo, grazie al suo sistema difensivo. Infatti nel 1388, quando Venezia riconquistò il territorio trevigiano, la Serenissima restituì alcune forme di autonomia locale e nel 1393 decise di completare la cinta muraria in funzione di difesa di tutto il Pedemonte. Per i lavori di completamento come era consuetudine furono impiegati gli abitanti del territorio, che in tal modo corrisposero gli oneri personali, e furono spese dalle 600 alle 800 lire piccole in materiali. Nel giro di un anno i lavori già volgevano al termine, ma fu necessario un ulteriore investimento di 300 lire piccole, come avveniva e avviene per tutti i lavori pubblici che in corso d'opera hanno bisogno di essere rifinanziati.
        La fine del Trecento e l'inizio del Quattrocento segna per Asolo un importante momento di assestamento urbano e di rafforzamento delle strutture edilizie, attraverso interventi sulle architetture pubbliche ed ecclesiastiche. Con le mura infatti si rinnovarono anche la loggia, la cancelleria, il convento di S. Angelo e la chiesa di S. Maria. Anche sull'edilizia privata furono effettuate notevoli trasformazioni, e, come si ricava dal più antico estimo (1472), numerose case appartenevano ai contadini o distrettuali facoltosi che le affittavano.
        La positiva congiuntura economica che innescò tali interventi, perdurò per tutto il Quattrocento ed è rilevabile anche attraverso gli atti notarili pervenuti, che testimoniano di un massiccio arrivo di gente nuova che modificò ancora la struttura sociale. In pratica il territorio asolano fu caratterizzato da un cospicuo trasferimento di famiglie provenienti dal Feltrino, dal Bellunese, dal Bassanese, dal Trevigiano, dal meridione d'Italia, dal Friuli, dalla Lombardia e dalla Germania. Numerose famiglie furono richiamate dagli uomini che erano giunti come soldati in Rocca e nel Castello o come funzionari al seguito del podestà. Altre, come i Montini, i Savoia, i Pasini, i Beltramini e i Bardolin furono elementi di spicco di un flusso di immigrazione, durato oltre un secolo, dalle colline e dalle prealpi lombarde.
        In quel tempo Asolo non aveva ancora il titolo di città, che le fu attribuito solo nel secolo XVIII, ma la sua struttura sociale e anche la sua consistenza edilizia erano tali che oggi la moderna storiografia la può annoverare fra le città. Del resto il cammino verso questa condizione è segnato da importanti atti pubblici del 1431 e del 1459.
        Nel 1431 infatti il podestà Pietro Zorzi stabilì quali fossero i suburbi di Asolo e da tale data si rileva che i notai utilizzarono la formula civis Asili. La sentenza dello Zorzi di parificare al grado di cittadini gli Asolani dei borghi esterni veniva forse a sanare una situazione di disagio creatasi tra coloro che prima del 1367 si trovavano inseriti nel circuito cittadino. Inoltre fu data sistemazione al territorio con la costruzione di un canale (la Brentella) che, attraversando le campagne dell'Asolano, avrebbe dovuto arrivare nel territorio di Castelfranco.
        Il 22 dicembre 1459 Venezia, anche se con molto ritardo rispetto ad altri centri, decretò la formazione di un Consiglio maggiore, strumento amministrativo che superò la forma semplice e di poca rilevanza politica della vicinia che era viva fino a quel momento. A partire da questa data, Asolo assunse la pienezza dei poteri e delle varie magistrature: il Consiglio poté finalmente agire per l'attribuzione delle varie cariche e togliere ai cancellieri e cavallari del podestà quelle funzioni che avevano fino ad allora esercitato per passarle ai cittadini. La radicale modifica istituzionale fu realizzata immediatamente, entro i primi mesi del 1460. La struttura sociale è chiaramente definita dall'estimo del 1472, nel quale, furono rilevati tutti gli assi patrimoniali e il censimento della popolazione (le bocche), cosa che permette di conoscere la struttura demografica ed economica della città.
        Asolo quindi a partire dalla seconda metà del XV secolo ebbe tutte quelle magistrature che si addicevano ad una podesteria, sia pure minore, inquadrata all'interno della Serenissima, podesteria nella quale i cittadini erano in grado di assicurare la copertura di tutti gli incarichi. Non si può dire che si sia in presenza di una «nobiltà» di antica origine, ad eccezione di qualche famiglia, ma di un ceto che si era impegnato nella produzione e nella distribuzione e aveva saputo raggiungere livelli economici considerevoli.
        Quando nel 1489 Venezia compensò con la nomina a Signora di Asolo Caterina Cornaro, regina di Cipro, per la forzata cessione alla Serenissima dell'isola che aveva ereditato dopo la morte del marito, la città murata era in quel momento uno dei centri più ricchi del Trevigiano. A questo esilio dorato per l'incomoda Regina ben si prestava il centro pedemontano in quanto era una podesteria minore che garantiva la possibilità di un controllo discreto pur lasciando all'ospite una certa, pur formale, libertà di azione.
        La nuova sovrana (14891509) instaurò una piccola corte con personaggi provenienti un po' da tutta la regione e anche da Cipro (tra i più importanti si ricordino Pietro Bembo, Tuzzio Costanzo, il Lotto e forse il Giorgione) e accrebbe la fama della città aggiungendole anche un tocco di nobiltà.
        Fu un periodo breve e importante; subito però le vicende della Lega di Cambrai portarono gravi conseguenze: nella guerra che seguì, la Serenissima perse infatti per qualche tempo quasi tutto il suo territorio, conquistato dagli austriaci di Massimiliano.

         

        Gabriele Farronato

        Tratto da "Atlante Storico delle Città Italiane - Asolo"
        a cura di Guido Rosada
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      La fine della Serenissima e Napoleone

        La riconquista da parte di Venezia significò per Asolo la perdita dei riconoscimenti avuti da Caterina e il ritorno all'interno della struttura territoriale delle podesterie con cui la Dominante governava il territorio, permanendo in tale condizione per almeno tre secoli. La lunghissima pax veneta non trovò ostacoli: Asolo si sentì paga di quello che ebbe e affrontò anche la fornitura di cospicui finanziamenti nei momenti difficili della guerra contro i Turchi.
        Gli eventi locali del tempo sono legati alla dialettica interna per la copertura e la gestione degli incarichi amministrativi: la città è retta da un Consiglio maggiore, eletto a vita, formato da 32 cittadini con proposte fatte da due sindici; i contadini o distrettuali hanno un Consiglio minore (o dei capi di colmello, circoscrizioni amministrative minori), con due rappresentanti per ognuno dei quattro quartieri con incarico a termine. Il Consiglio maggiore trattava dei problemi della città e del territorio con particolare riguardo alla manutenzione degli immobili pubblici non statali, delle strade e delle chiese. Grande importanza rivestiva l'estimo, come strumento per l'imposizione fiscale e il controllo politico territoriale: i contribuenti erano divisi in cinque categorie: Veneti, Forestieri, Cittadini, Clero e Contadini.
        Un grande movimento di interessi fu collegato alla vendita dei terreni pubblici che appartenevano un tempo ai comuni ed erano stati demanializzati nel 1475 da Venezia, noti come Beni Comunali. Si trattava dei due terzi dell'intero territorio asolano messo in vendita dallo Stato, ma solo quello in pianura e collina trovò acquirenti. Questa vendita cambiò profondamente l'aspetto del paesaggio agrario con la nascita di numerose aziende agricole, di case signorili e con il non trascurabile mutamento della composizione della popolazione locale, dove la mobilità delle persone era determinata dalle opportunità di sfruttamento dei terreni distribuiti in più comuni e appartenenti a ricchi signori.
        Eventi eccezionali furono il ripetersi delle pestilenze nel sec. XVI e il massacro di una ventina di Ebrei nel 1547 compiuto materialmente da contadini, ma che consentì ai più ricchi cittadini di sostituirsi a coloro che tradizionalmente svolgevano attività connesse alla finanza e quindi di controllare poi il prestito di denaro in loco.
        Un altro momento di crisi fu il terremoto del 1695, che è noto non solo per la documentazione pervenuta, ma anche per le pratiche devozionali messe in essere in quell'occasione e conservatesi nel tempo. Fu un terremoto rovinoso che rese difficile il recupero del livello economico, anzi il distretto iniziò una lunghissima e lenta decadenza che gli sforzi di ostentazione di ricchezza di certe famiglie asolane non attenuano.
        Tuttavia, in virtù dello sviluppo agricolo e artigianale, il distretto di Asolo si arricchì. Il centro, più che l'attività industriale, cercò tuttavia di curare la propria immagine, ottenendo da parte di Venezia l'attribuzione del titolo di città e la ricostituzione della collegiata dei canonici che iniziarono un lungo contenzioso con il presule di Treviso per far ripristinare la sede vescovile ad Asolo. Anche la vita culturale ebbe impulso con la nascita dell'Accademia dei Rinnovati, alla quale subentrò poi la società del Casino, un club per il ceto più elevato.

         

        Gabriele Farronato

        Tratto da "Atlante Storico delle Città Italiane - Asolo"
        a cura di Guido Rosada
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      L'Otto e il Novecento

        Dal 1796 il territorio fu solo marginalmente interessato dai fatti d'arme della campagna d'Italia di Napoleone. I mutamenti politici dei due decenni che seguirono, favorirono il prevalere politicoeconomico dei distretti vicini; così Asolo dovette cedere a Bassano i comuni di Romano e Mussolente e a Montebelluna quelli di Cornuda e Crocetta, pari a circa un sesto della popolazione. Per un breve periodo anche Altivole, Caselle e San Vito gravitarono su Castelfranco.
        Tale riduzione del distretto costò cara agli asolani, perché l'Austria tolse anche le scuole di secondo grado. In città scomparvero gli ultimi due conventi, acquistati all'asta da privati in occasione della soppressione degli enti ecclesiastici e lasciati poi deperire vistosamente; nel 1819 si demolì gran parte del Castello, sede del podestà veneziano.
        Ad Asolo si cercarono delle soluzioni che rimediassero questo stato di cose, soluzioni che però non diedero gli effetti sperati. Il recupero infatti fu poco percettibile e si verificò anzi una graduale scomparsa delle famiglie nobili; d'altra parte si ridussero anche gli uffici statali e pubblici fino ad allora in funzione. Nel corso del XIX secolo cominciarono pure ad arrivare ad Asolo nuove famiglie, che, sebbene si mostrassero disposte a lavorare per il risveglio politicoeconomico della città, non riuscirono purtroppo ad imprimere una svolta decisiva alla situazione in atto.
        Sotto la dominazione austriaca furono istituiti: la pretura nel 1818 in sostituzione della giudicatura di pace, la società filarmonica e la casa di ricovero nel 1824, un servizio postale quotidiano con Montebelluna nel 1847; si procedette anche alla ricostruzione del teatro comunale nel 1857.
        Dopo l'annessione all'Italia si costituì il comizio agrario nel 1867, si fondarono la banca popolare di Asolo nel 1873, la società operaia Garibaldi e il Museo nel 1882; nel 1899 si aprì la scuola ginnasiale. Qualche anno prima, nel 1874, dopo l'analisi di vari progetti, si demolirono alcune case allo scopo di creare una piazza ove trasferire la fiera che in agosto si teneva ai piedi delle colline; la fiera rimase tuttavia fino ai nostri giorni a Casella e la nuova piazza fu da allora utilizzata come mercato cittadino.
        Politicamente la vita cittadina fu governata dai liberali, mentre i cattolici vi si inserirono a poco a poco. Si nota la presenza di benestanti inglesi tra cui il poeta Robert Browning e molti altri, come da ultima la scrittrice e viaggiatrice Freya Stark.
        Nel Novecento la città vive in modo diverso la dura realtà delle due guerre mondiali: nella prima si trovò a ridosso della linea del fronte sul Grappa e sul Piave, mentre nella seconda fu sede tra l'altro di uffici della Repubblica di Salò.
        A partire dalla seconda metà del Novecento la città ha assunto una grande importanza turistica per aver conservato nel tempo molti degli aspetti della venezianità; per questo sono stati e sono condotti lavori di restauro e di ripristino di singoli monumenti o comparti urbani.
        Il rovescio della medaglia è invece rappresentato una volta di più dalle ristrutturazioni dei servizi pubblici che allontanano da Asolo gli uffici del Catasto e del servizio elettrico, mentre è ormai in sostanza decisa l'eliminazione dell'ospedale (fondato nel 1342) e della pretura (istituita da Venezia nel 1339).
        In questi ultimi due secoli Asolo ha dovuto vivere in maniera inversa la situazione di quando divenne municipium romano e podesteria veneziana: allora la città era un punto di aggregazione per la presenza di notevoli risorse; oggi invece subisce lo stesso fenomeno di spopolamento che si nota anche a Venezia. Il centro storico sembra avviato a una vocazione univocamente turistica, mentre le attività produttive si sono sviluppate in pianura a mezzogiorno della città, con prevalenza del settore terziario.

         

        Gabriele Farronato

        Tratto da "Atlante Storico delle Città Italiane - Asolo"
        a cura di Guido Rosada
        diretto da Francesca Bocchi
        © 1993
        Grafis Edizioni
        Via 2 giugno, 4 - 40033 Casalecchio di Reno (BO)

Arte e cultura ad Asolo

La "Bot"
L'acquedotto romano in cunicolo ed il "Centro Documentazione"


 

    L'acquedotto in cunicolo della "Bot", unico manufatto pubblico dell'epoca romana giunto quasi integro fino ai nostri giorni, è certamente il monumento meno conosciuto di Asolo.
    Praticamente abbandonato dopo la distruzione del tratto terminale a seguito dei movimenti franosi del Monte Ricco e recuperato alla sua funzione originaria dalla Serenissima, viene citato nei vari documenti storici quasi esclusivamente per la sua funzione infrastrutturale.
    Risale al 1835 il primo rilievo scientifico del manufatto a cura dell'ingegnere Monterumici per il suo ripristino e nello stesso anno viene riscoperto, nel corso dei lavori, lo sbocco a sud a monte delle Terme.
    Nemmeno Pacifico Scomazzetto, attento studioso delle antichità asolane, autore della individuazione delle Terme Romane, vi dedica la dovuta considerazione malgrado l'acquedotto fosse un elemento fondamentale della funzionalità delle Terme stesse.
    Solo nel 1918 l'architetto Léon Gurekian rileva ed analizza il manufatto sotto il profilo di documento storico e con la relazione della "Commissione per la protezione dei Monumenti e dei Paesaggi dell'Asolano" del 1922 ottiene, nel 1923, il vincolo del monumento.
    Da quella data la "Bot" cade nuovamente nell'oblio; la "Cava" viene utilizzata come deposito, cantina e, nel corso dell'ultimo conflitto, come rifugio antiareo.

    Nel 1987 Italo Riera, in seno all'Istituto di Archeologia dell'Università di Padova, inizia il rilievo e lo studio scientifico del monumento e, da allora, ne cura la conoscenza e la pubblicazione degli studi.
    Per ovvi motivi non è possibile visitare il monumento se non per il tratto iniziale della "cava" superiore.
    Il "Centro Documentazione della Bot" sopperirà a questa lacuna consentendo, oltre ad una visita virtuale, l'accesso ad una completa documentazione del monumento stesso.

 

Il Castello
Il Castello della Regina Cornaro
Il Teatro "Eleonora Duse"

CastelloIl Castello di Asolo, noto anche come "Palazzo Pretorio" o "Castello della Regina Cornaro", occupa a sud ovest del centro cittadino un ristretto ed elevato sperone roccioso disposto lungo un crinale dall'elevata valenza strategica. Da tale posizione la fortezza domina vigile vasta parte del territorio e l'abitato sottostante.
Mancano dati certi che chiariscano l'origine dell'impianto fortificatorio o che facciano luce sui primi episodi insediativi nell'area.

Il Diploma dell'imperatore Otone I del 969 nomina per la prima volta un castrum Asili, ma non può essere accertata fin da allora la reale presenza di una struttura difensiva in Asolo. L'ambiguità semantica del termine castrum infatti non permette di precisare se l'espressione castrum Asili indichi con precisione un impianto fortificatorio dislocato in città oppure definisca l'intero borgo organizzato con strutture difensive.
In un altro documento del 1211 si associa alla presenza di un castrum quella di un burgus e di una villa: queste distinte definizioni di ambiti spaziali e funzionali possono in realtà costituire la prima prova della presenza castellare in Asolo. Nulla si sa della forma delle primitive fabbriche poiché obliterate dai successivi restauri e rifacimenti cui fu sottoposto il poderoso edificio.
Nel 1242 il Castello, vero fulcro sociale, economico e politico della vita cittadina nel Medioevo, fu dimora di Ezzelino da Romano mentre dal 1339 divenne sede dei podestà veneziani e prima della fine del XIV secolo venne inglobato nel circuito delle mura cittadine.
Nel 1489 il Castello si trasformò nella residenza della regina-prigioniera Caterina Cornaro, allontanata dal suo regno di Cipro dai Veneziani che le offrirono in cambio la simbolica signoria della cittadina pedemontana e del suo territorio.
Dalla morte di Caterina Cornaro il corpo di fabbrica e la sua corte subirono diverse modifiche e interventi di restauro (sono noti quelli del 1695, 1796, 1816, 1830) che fecero assumere al vecchio centro civile e amministrativo cittadino destinazioni funzionali di secondo piano nel contesto urbano.
La grande "Aula Pretoria" o "Sala della Ragione", dove i podestà veneziani amministravano la giustizia, venne trasformata nel 1798, alla caduta della Serenissima, in teatro, mentre la parte occidentale del Castello, nucleo vitale della fortezza nel Medioevo e già dimora della Cornaro e di Ezzelino, venne demolita intorno al 1820. Permane oggi ben visibile da ogni parte della città la maestosa torre, già utilizzata per installazione di un mulino a vento in epoca carrarese e poi come torre campanaria del Comune fino ai nostri giorni.

    Tratto da "Atlante Storico delle Città Italiane - Asolo"
    a cura di Guido Rosada
    diretto da Francesca Bocchi
    © 1993
    Grafis Edizioni
    Via 2 giugno, 4 - 40033 Casalecchio di Reno (BO)

    Della conformazione originaria del Castello rimane una documentazione planimetrica dell'ing. Ausilio Manera del 1862 basata su una "Mappa eretta nel 1811".
    La didascalia della planimetria riporta:

    A) Fabbricati esistenti nel 1862.
    1. Grande torre antica con iscale interne ed esterne con due Carceri ed abitazione, sopra i vari piani l'orologio e la campana di pubblica ragione.
    2. Torrione antico con scala esterna e due Carceri sovrapposte, detto la Reata.
    3. Mura antiche di tutto il Circondario ingrossate all'interno con arcate vuote e torrione detto il Carro (posto a valle del Portello di Sottocastello) in parte demolito.
    4. Salone di pubblico ricevimento della Regina, ora teatro sociale con sottoposte Carceri ed abitazione.
    5. Casa rustica di varie stanze e due piani.
    B) Fabbricati demoliti prima del 1820.
    6. Scala esterna che immetteva al salone delle pubbliche udienze.
    7. Vestibolo terreno del Palazzo, con scala esterna di fronte a verone di amena veduta.
    8. Salotto che comunica con le stanze del piano nobile superiore.
    9 - 10 - 11. Tre camere del piano nobile superiore.
    12. Cucina in parte terrena.
    13. Chiesetta sotto il titolo di S. Biagio al piano terreno.
    Si osserva che le suddette stanze di abitazione erano pavimentate di terrazzo e di pianelle, col palco di travi e tavole, e sopra eranvi altre stanze e soffitte.
    Pianterreno (della casa della regina) sottoposto alle stanze 9, 10, 11 e parte del 12.
    14. Sottoportico aperto alle due estremità.
    15. Cisterna d'acqua piovana.
    16. Quattro stanze di servizio a vari usi.

    La parte sud occidentale del Castello, fu acquistata dal figlio di R. Browning che vi costruì l'abitazione con la inconfondibile "torretta".
    Nel 1930 venne smantellato il teatro ottocentesco e sostituito da un cinema/teatro.
    Nel corso degli ultimi anni il complesso del Castello e della Torre dell'orologio è oggetto di un radicale restauro che, tra l'altro, ripristina il teatro con una forma riecheggiante la struttura primitiva.

    Durante i recenti lavori di restauro sono state messe in luce, con uno scavo di ricerca archeologica nell'angolo nord ovest del fabbricato, le strutture di impianto originarie del Castello ora parzialmente visibili nella "Sede delle Associazioni".
Il Maglio
Il Maglio quattrocentesco di Pagnano

Topografia e Storia
La struttura ed il suo funzionamento

    il maglioL'officina del maglio, utilizzata da epoca medievale fino al 1979 per la lavorazione del metallo, sfrutta la forza motrice fornita da una derivazione idrica del torrente Muson che dalla sorgente fino al termine del territorio asolano era sfruttato per attività consimili quasi senza interruzione.
    La costruzione del maglio può essere fatta risalire al XV secolo, anche sulla base della data del 1468 incisa su una pietra angolare dell'edificio.
    La struttura dovette essere utilizzata come sede di lavorazione del metallo almeno fin dal 1472, quando nel primo estimo asolano vengono nominate presenti in quest'area due ruote ad acqua, due mole, un maglio grande e due paia di mantici.
    Successivamente nel XVII secolo il complesso mutò anche la destinazione funzionale divenendo un follo da panni e come tale venne rappresentato in una mappa del 1655 relativa alla zona del ponte di Pagnano.
    L'antica officina fabbrile tornò ad essere operante almeno dall'inizio del XIX secolo quando viene censito, nei sommarioni del catasto napoleonico del 1811, il fabbro Valentino Colla quale proprietario della casa di abitazione e dell'annessa struttura. La dinastia dei Colla è rimasta saldamente alla guida dell'officina da allora fino quasi ai giorni nostri.
    Il complesso, aperto a meridione, è formato da tre distinti corpi di fabbrica che si saldano ad angolo retto per formare una corte ad "U".
    A ridosso del canale si trova l'officina, dotata di due ruote a pale e di un raro esempio di tromba idroeolica di concezione leonardesca, mentre lungo la strada che sale ad Asolo si dispongono un ambiente di servizio e la casa di abitazione.
    Il complesso, ora di proprietà della Amministrazione Comunale, è stato oggetto di un restauro conservativo per la parte del maglio vero e proprio, è stata ripristinata la funzionalità del canale di adduzione ed è in fase di attuazione il restauro del rimanente corpo di fabbrica.

    Il complesso del maglio e del fabbricato attiguo verrà destinato a laboratorio-scuola fabbrile, sede di corsi e dibattiti nonché quale ambiente museale della lavorazione artigianale del ferro.

Il Maglio di Pagnano è visitabile

Le Mura



    Il progetto di difesa del borgo medioevale secondo l'impianto fortificatorio ancor oggi in parte esistente, trovò completa realizzazione nel corso del XIV secolo, quando Asolo divenne oggetto di aspre e continuate lotte tra le signorie di Verona, Padova e la Serenissima.
    Probabilmente la città era già da tempo provvista di una serie di torri e opere difensive isolate, come per esempio sembra attestare la menzione di una turris Butis  nel 1261, ma le prime precise attività relative alla cinta sono registrate nel 1318 quando vengono approntati "bitifredi", "spinade", "ramade" e soprattutto quando si procede alla costruzione di non meglio definite "mura a secco" lungo alcuni tratti del perimetro urbano.
    Decisivo per il definitivo assetto della cinta fu il dominio padovano in Asolo tra il 1381 e il 1388. Fu allora che si iniziò a murare burgum Asili  da parte di Francesco da Carrara senza tuttavia portare a compimento l'opera prima dell'avvento definitivo dei Veneziani. Con decreto del Senato veneziano del 7 giugno 1393 venne ordinata la completa fortificazione della città, considerata il simbolo stesso della sicurezza di tutto il Pedemonte
    Il circuito delle mura non si limitò a comprendere tutta l'area fittamente insediata e il complesso del castello, ma fu esteso fino alla Rocca, sulla cima del Monte Ricco, che veniva così a divenire parte fisica della cittadina e suo privilegiato punto a valenza strategica, sia di avvistamento sia difensiva.
    Le Mura Il circuito murario si estendeva per una lunghezza di 1360 metri con 24 torri disposte in punti strategici e alcune porte e portelli, non tutti coevi, in corrispondenza delle vie di accesso e di uscita dalla città.
    Le aperture sono: il portello di Castelfranco (detto anche Loreggia, dei Ceci, Sacchetti, Novo) non previsto nel XIV secolo ma aperto probabilmente poco dopo la metà del XV, la porta Dieda, demolita nel 1812 per la costruzione del Foresto nuovo (detta anche di S. Gervasio, di S. Angelo, di Borgonovello), il portello di S. Martino, oggi murato e parzialmente visibile nel giardino di villa De Lord (esterno mura) o nel giardino della "Casa Rossa" (interno mura), il portello del Colmarion (detto anche della Bot, di S. Girolamo), la porta di S. Caterina (detta anche del Foresto, di Belvedere, dello Spirito Santo) e il portello di Sottocastello.
    In età moderna e contemporanea sono crollati o sono stati demoliti alcuni tratti al Borgonovello, nella Val Cagnana e nella valle Bottarella.
    Non esistono fino ad oggi dati di alcun genere che sostengano l'ipotesi, più volte avanzata e sostenuta pur in assenza di qualsiasi appoggio, dell'esistenza di un sistema di mura in epoca romana.

Tratto da "Atlante Storico delle Città Italiane - Asolo"
a cura di Guido Rosada
diretto da Francesca Bocchi
© 1993
Grafis Edizioni
Via 2 giugno, 4 - 40033 Casalecchio di Reno (BO)


La Rocca
L'evoluzione delle strutture insediative e di difesa dal VI/VII al XV/XVI secolo

    roccaL'origine della Rocca, costruita sulla cima del monte Ricco che sovrasta il centro di Asolo, era fatta risalire, fino a pochi anni fa, ad epoca preromana e romana. A questa ipotesi aveva aderito anche l'archeologo asolano Pacifico Scomazzetto.
    Nel 1984 le discipline di Archeologia delle Venezie e di Topogrtafia dell'Italia antica, dell'Università di Padova, hanno inziato lo studio sistematico del monumento con una campagna di scavi archeologici che hanno proseguito fino al 1991.
    La campagna di studio è stata estremamente proficua.
    La prima opera dell'uomo sulla zona sommitale del monte Ricco sembra potersi identificare in una piccola aula di culto absidata, databile alla seconda metà del VI secolo. Il tratto di mosaico messo in luce nella zona dell'abside è stato trasportato nel Museo.
    Successivamente l'area sommitale del monte è stata utilizzata come necropoli. Ad un periodo successivo della chiesa sono anche da attribuire delle strutture abitative con dei semplici focolari domestici ed i resti di due crogiuoli per la fusione dei metalli.
    La data di costruzione della attuale Rocca può essere indicata, con notevole approssimazione, tra la fine del XII secolo e l'inizio del XIII secolo. La cisterna/pozzo posta all'interno, di foggia veneziana, è databile al XIV secolo.
    Dall'iniziale possesso del Vescovo di Treviso, la Rocca passò in rapida successione ai da Romano, al comune di Treviso dopo la metà del XIII secolo, poi ai Veneziani con la costituzione della Podesteria nel 1339, ai Carraresi per un breve periodo e infine nel 1388 definitivamente nelle mani della Serenisima. La Rocca venne coinvolta nel suo ultimo episodio bellico nel 1510 .

    Dagli spalti della Rocca è possibile godere una visione a volo d'uccello ed a giro d'orizzonte: dalla pianura padana a tutto l'arco alpino circostante.
    Durante le giornate limpide e con condizioni di luce favorevole si intravvede chiaramente la laguna di Venezia.

La Rocca è visitabile nei giorni di sabato, domenica e festivi.
Per visite infrasettimanali di comitive contattare:

- informazioni: Ufficio di Informazione ed Assistenza Turistica (IAT) - Tel 0423 529 046, Fax 0423 524 137, E-mail iat.asolo@provincia.tv.it
- prenotazioni: Ufficio Cultura del Comune di Asolo - Tel 0423 524 637, Fax 0423 55 745, E-mail biblio@asolo.it


 

Il Teatro Romano
Gli scavi di Pacifico Scomazzetto: 1887
Gli scavi dell'Università di Padova: 1988 - 1993

Cantiere archeologico per il restauro - 1997

    il teatroScriveva, nel 1877, Pacifico Scomazzetto:
    "Un'altra base di pilastro, verso sud, venne scoperta negli avanzi del teatro romano, dietro la cavea, di contro la pianura, verso est.
    Morto il proprietario della riva ove esisteva il teatro, venne comperato da certo Sig. Krumi, il quale distrusse tutte le vestigia, lasciando solo il gran dado di pietra, sito fra due soglie di porte.

    Esaminando bene il dado trovai due piccoli buchi quadrangolari nella faccia superiore, all'estremità del lato che fronteggia la cavea. Giudico che quei buchi fossero fatti per due ferri che tenevano fissa in quel lato una lastra di pietra, probabilmente una iscrizione. Nello sterro degli avanzi ho trovato 14 frammenti di pietre scritte, alcune delle quali imperiali secondo Momesen, e forse uno dei frammenti appartenevano all'iscrizione del dado.
    La proprietà del suddetto stabile, è passato ora, Luglio 87, ad un inglese, certo Jungh.". (Manoscritto inedito, Archivio Gurekian, Pacifico Scomazzetto - "Note sul passato di Asolo", 1992)

    Di Pacifico Scomazzetto è pure la planimeria degli scavi che è servita alle discipline di Archeologia delle Venezie e di Topografia dell'Italia antica dell'Istituto Universitario di Padova, sotto la guida del Prof. Guido Rosada, ad iniziare, nel 1988, la campagna di scavi per la riscoperta del monumento.
    L'indagine è continuata negli anni successivi fino al 1993 con notevole successo. È infatti stata riportata alla luce la quasi totalità del monumento, per la parte ricadente sul suolo di proprietà della Amministrazione Provinciale di Treviso.
    Il Comune di Asolo, in accordo con la Provincia di Treviso, ha approntato il progetto di restauro e valorizzazione del monumento.
    I lavori che prevedono la creazione di un'area museale aperta al pubblico avranno inizio nella primavera del 1997.


 

Le Terme
Le Terme Romane
Pacifico Scomazzetto: Gli scavi del 1877
    le termeNel 1877, dopo un dibattito durato molti anni, il Comune di Asolo decideva di sacrificare un intero borgo centrale, il Borgo Alocco, per la realizzazione di un ampio spazio per il mercato dei bovini che venne chiamato Piazza del Mercato, nome conservato fino a qualche anno fa.
    È quindi comprensibile che non ci sia stato alcun dubbio, allora, sulla necessità di ricoprire immediatamente quanto era stato scoperto.
    Le uniche informazioni documentate delle Terme Romane sono quindi quelle che ci ha lasciato Pacifico Scomazzetto, il farmacista-archeologo di Asolo.
    Dalla data dello scavo ad oggi si sono verificate solo due occasioni di confronto scientifico con il suo lavoro, su iniziativa dell'ingegnere Ohannés Gurekian.
    Nel 1964, nel corso della sistemazione e ripavimentazione della piazza, è stato eseguito un sondaggio che ha portato alla luce un vano pavimentato con mosaico bianco, bordato da due fasce nere, simile alla descrizione dello Scomazzetto ed in posizione assai prossima alla sua indicazione planimetrica.
    Il manufatto è stato rilevato e documentato fotograficamente.
    Dopo il reinterro sono state inserite delle piastrelle rosse nella pavimentazione in porfido, tuttora visibili, ad indicare la posizione del vano.
    Nel 1965, nel corso dei lavori di allargamento di via Collegio ed ampliamento della gradinata nell'angolo nord est della piazza, è stato riportato alla luce il pozzo preromano.
    Questo è stato inglobato nella struttura della scalinata ed è tuttora visibile.
    Questi due riferimenti non combaciano esattamente con il rilievo planimetrico dello Scomazzetto che, come lo stesso precisa, essendo stato eseguito a stralci e indubbiamente in fretta, probabilmente può a sua volta contenere delle imprecisioni.
    Per ottenere un posizionamento esatto, e quindi poter formulare delle ipotesi attendibili sulla estensione del monumento per la parte non conosciuta, sarebbe necessario eseguire qualche sondaggio mirato per rintracciare dei riferimenti che dovrebbero essere ancora presenti visto che, sempre a detta dello Scomazzetto, sono stati ricoperti lasciando inalterata la leggibilità della pianta del monumento.

Il Duomo

    Il DuomoSecondo una leggenda manoscritta del XII secolo la chiesa cattedrale di Asolo sarebbe stata fondata da S. Prosdocimo, vescovo di Padova, nel corso della sua evangelizzazione del territorio veneto.
    Se nessun elemento può suffragare la veridicità di questa tradizione tarda, pare invece verosimile porre come terminus ante quem  per la costruzione del più importante edificio di culto cittadino il 590; l'esistenza a quell'anno di un vescovado facente capo ad Asolo, esistenza registrata in documenti ufficiali, implica infatti anche la presenza di un complesso religioso quale fulcro dell'episcopio.
    La particolare posizione topografica in seno alla città, la sua connotazione come sede vescovile testimoniata anteriormente al 969, anno della fine della diocesi, la titolazione a S. Maria Assunta spesso riservata alle primitive cattedrali e anche motivi di carattere archeologico fanno pensare che fosse precisamente l'odierna cattedrale la primitiva sede del vescovado e la più importante chiesa cittadina.
    A una datazione alta del primitivo edificio di culto nel sito attuale sembra far pensare anche la diretta sovrapposizione tra il più antico pavimento della chiesa (rilevato durante lavori di scavo) e articolate strutture romane in situ.
    La prima citazione esplicita del complesso si ha solo nel 969, quando viene espressamente nominata, in connessione al castrum Asili , l'Ecclesia in honore Beatae Virginis Mariae constructa.
    Il Pronao Nulla si sa delle fabbriche della chiesa almeno fino al 1200 quando alcuni labili indizi possono far proporre una struttura notevolmente più bassa della moderna e ad una sola navata con cappelle laterali.
    Nel 1584, secondo la descrizione di una visita pastorale, la chiesa doveva avere assunto all'incirca la struttura che ancor oggi si può vedere, mentre una significativa risistemazione avvenne nel 1606, in seguito ad un disastroso crollo del tetto che costrinse la comunità asolana ad una ricostruzione della copertura su disegno del Massari, dell'abside e dell'altare maggiore.
    Altri interventi risalgono al 1747, quando la copertura a capriate lignee venne sostituita da crociere e i pilastri in mattoni da quelli in pietra, e al 1810 con il rifacimento completo del pavimento.
    L'aspetto attuale della facciata, variamene elaborata dal Medioevo in poi, è dovuta a un intervento portato a termine nel 1889 su progetto di Pietro Saccardo, che giustappose il paramento visibile alla vecchia facciata, obliterando di fatto, ma non eliminando, quest'ultima.
    Fino al 1815, allorché per le disposizioni napoleoniche i morti dovettero essere sepolti al di fuori delle città, la chiesa era circondata sui lati sud ed ovest da un piccolo cimitero.

Tratto da "Atlante Storico delle Città Italiane - Asolo"
a cura di Guido Rosada
diretto da Francesca Bocchi
© 1993
Grafis Edizioni
Via 2 giugno, 4 - 40033 Casalecchio di Reno (BO)


 

S. Anna

    S. AnnaSul luogo di un preesistente sacello dedicato allo Spirito Santo sorse negli anni immediatamente successivi al 1587 il convento con l'annessa chiesa di S. Anna.
    Fu lo stesso Pontefice Sisto V che concesse ai Frati Cappuccini, con bolla papale di quell'anno, di organizzare il complesso religioso sul colle Messano. I religiosi poterono condurre vita tranquilla fino al 1769 quando per decreto della Repubblica Veneta il convento venne chiuso e trasferito in proprietà del Comune. Dopo un periodo di utilizzo delle fabbriche da parte di privati, nel 1804 si propose di donare l'intero complesso ad Antonio Canova. L'idea non ebbe seguito e il convento tornò a ricoprire funzioni secondarie di lazzaretto, di caserma e di ricovero per i poveri.
    Dopo un secolo e mezzo di alterne vicende e di semiabbandono, il vecchio convento poté alla fine ritrovare la primitiva e più consona destinazione con il ritorno dei Frati Cappuccini avvenuta il 14 novembre 1928; allora assunse la denominazione di S. Anna da un altare che esisteva nella chiesa.

    In seguito alle disposizioni napoleoniche che imponevano il trasferimento dei cimiteri al di fuori dei centri urbani il "belvedere" del convento fu utilizzato come area sepolcrale.
    Da allora illustri personaggi della vita asolana vennero a riposare per sempre in quest'eremo addormentato tra il verde silenzioso; tra essi Pacifico Scomazzetto, Vittor Luigi Paladini, e in tempi più recenti Manara Valgimigli, Eleonora Duse e da ultima Freya Stark.

Tratto da "Atlante Storico delle Città Italiane - Asolo"
a cura di Guido Rosada
diretto da Francesca Bocchi
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S. Caterina

    S. CaterinaLa chiesa e l'ospedale di S. Caterina vergine d'Alessandria vennero fondati dalla confraternita di S. Maria dei Battuti.
    La consorteria religiosa, esistente in Asolo probabilmente già dal 1304, acquisì nel 1342, per lascito di eredità, un podere in contrada Foresto, oggi di S. Caterina, con la clausola che in essa venisse edificata "una chiesa over hospedal ad onor et reverentia di S.ta Caterina vergine". Nel medesimo documento, con data 1346, venne annotata anche l'avvenuta costruzione della chiesa e dell'ospedale.
    L'interno della chiesa venne decorato, tra il XIV e il XV secolo, con un primo ciclo di affreschi, oggi appena visibili, e subì nel corso del XVI secolo un restauro abbastanza rilevante che comportò anche una nuova decorazione pittorica interna rimasta a tutt'oggi visibile e recentemente restaurata.
    L'ospedale continuò a funzionare fino all'inizio del corrente secolo quando venne costruito il nuovo Ospedale Civile e l'antico edificio venne adibito a caserma dei Carabinieri.

Tratto da "Atlante Storico delle Città Italiane - Asolo"
a cura di Guido Rosada
diretto da Francesca Bocchi
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S. Gottardo

    S. GottardoLa chiesa lungo il Foresto vecchio, oggi conosciuta come S. Gottardo, era un tempo parte del convento dei Padri Minori Coventuali ed era dedicata a S. Angelo.
    Le prime notizie certe sull'esistenza del complesso sacro risalgono ai tempi di Ezzelino da Romano. Nel 1254, e con maggior certezza documentaria nel 1264, vengono nominati per la prima volta, in un contratto di vendita di terreni, i padri del convento, ma nessun dato o riferimento ci aiuta a saper da quanto tempo il convento stesso esistesse.
    Significativa, ma non legata alla cronologia del monumento, è la presenza di mosaici romani poco al di sotto del livello di calpestio della chiesa.
    Nel 1329 avvenne la consacrazione della chiesa, dotata di tre altari e di un cimitero, per mano dell'arcivescovo di Budua Giovanni Luciani, vicario del vescovo di Treviso.
    Non si sa se la consacrazione avvenne per la costruzione di una nuova chiesa o per un restauro di quella precedente.

    Esiste una consolidata tradizione, tuttavia non attestata da alcun documento dell'epoca, del sepellimento nel cimitero del convento del beato Arnaldo da Limena, tenuto prigioniero da Ezzelino nella torre Dieda dal 1246 e assistito fino alla morte, avvenuta nel 1255, dai frati di S. Angelo.
    S. Angelo divenne il più conosciuto convento di Asolo e offrì ospitalità a numerose personalità di rilievo che soggiornavano in città e divenendo anche scuola, dotata di ricchissima biblioteca, per i figli delle più importanti casate asolane.
    Le fabbriche del convento si disponevano a mezzogiorno della chiesa ed erano organizzate intorno a due chiostri.
    La soppressione degli ordini religiosi ordinata da Venezia nel 1769 causò l'abbandono del convento da parte dei frati, la sua vendita al Colledani e infine la caduta in stato di abbandono e degrado che consigliò l'abbattimento delle fatiscenti strutture negli anni tra il 1820 e il 1830. Venne preservata, tanto nelle strutture quanto nella disposizione planimetrica, solamente la chiesa che passò alle dipendenze della Parrocchia di S. Maria.
    Pochi anni prima della demolizione il complesso venne rilevato e disegnato nel catasto napoleonico di inizio secolo.

Tratto da "Atlante Storico delle Città Italiane - Asolo"
a cura di Guido Rosada
diretto da Francesca Bocchi
© 1993
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SS. Pietro e Paolo


    S. PietroLa chiesa e l'annesso monastero benedettino femminile che sorgono presso la porta Colmarion ai piedi del colle della Rocca erano in origine dedicati ai SS. Pietro e Paolo e hanno assunto per un certo periodo la denominazione di S. Luigi dopo la trasformazione del convento in Istituto scolastico e di aggregazione giovanile. Da poco è stata ripristinata l'originaria denominazione.
    La costruzione del complesso fu progettata nel 1567, ma solo con gli inizi del XVII secolo le strutture videro definitivamente la luce. Il 31 maggio 1634 chiesa e convento vennero consacrati dal vescovo e le monache benedettine vi presero dimora.

    L'edificio era in origine composto da quattro corpi di fabbrica organizzati intorno ad un chiostro, con un avancorpo (la chiesa) proteso verso la strada e la porta Colmarion.
    La pur apprezzata attività educativa delle religiose e la loro presenza in Asolo ebbe ufficialmente termine nel 1807 con la soppressione dell'ordine religioso e con la successiva vendita dell'immobile da parte del Demanio.
    Il vecchio convento fu allora trasformato in Collegio e divenne la sede delle Scuole Comunali e di un ginnasio mantenendo poi tale funzione, pur tra alterne vicende, per tutto il secolo scorso e buona parte di questo fino alla costruzione del nuovo edificio scolastico presso l'Ospedale.
    L'ala orientale del chiostro venne distrutta la notte del 14 marzo del 1814 da un incendio; della parte scomparsa se ne serba tuttavia preciso riferimento planimetrico nel rilievo catastale napoleonico risalente a pochi anni prima. Per riparare i danni dell'incendio vennero impiegati in larga parte i materiali ricavati dall'abbattimento dell'oratorio di S. Salvaso lungo il Foresto vecchio.

Tratto da "Atlante Storico delle Città Italiane - Asolo"
a cura di Guido Rosada
diretto da Francesca Bocchi
© 1993
Grafis Edizioni
Via 2 giugno, 4 - 40033 Casalecchio di Reno (BO)


 

Casa Longobarda


    Casa LongobardaÈ un edificio dalla singolare foggia architettonica situato all'estremità occidentale della contrada di S. Caterina o colmello di Messano. La struttura non ha nessun legame con il mondo longobardo, ma è stata così chiamata perché dalla Lombardia proveniva l'architetto Francesco Graziolo che all'inizio del 1500 la progettò e poi la abitò.

    Graziolo era giunto ad Asolo attratto dalla presenza di Caterina Cornaro di cui presto divenne il personale architetto. Oltre alla singolare struttura della Casa Longobarda, il Graziolo eseguì il camino di villa De Mattia (Filippin), la vasca del fonte battesimale della Cattedrale, le formelle della via Crucis al Monte dei Frati e varie opere un tempo esistenti presso il Barco della Regina ad Altivole.

Tratto da "Atlante Storico delle Città Italiane - Asolo"
a cura di Guido Rosada
diretto da Francesca Bocchi
© 1993
Grafis Edizioni
Via 2 giugno, 4 - 40033 Casalecchio di Reno (BO)


 

Ca' Zen
Ca' Zen

    Nel 1490, Caterina Cornaro donò a suo nipote N.H. Pietro Zen una parte del sobborgo di S. Gervaso (ora Foresto Vecchio) "essendo inculta, et piena di sassi e sterpi e burroni".
    Lì, nel 1942, fu edificata Ca' Zen sotto la guida di Pietro Lugato (lo stesso del Barco della Regina ad Altivole) su commissione della famiglia Zen di Venezia non solo quale residenza nell'entroterra ma anche come residenza stabile giacché Pietro Zen era ambasciatore ed accompagnatore ufficiale della Regina.

Barchessa Ca' Zen
    Rimase residenza estiva di questa antichissima famiglia di navigatori, armatori di imbarcazioni da guerra e governatori in Italia e fuori di provincie Veneziane (vedi Treviso governata nel secolo XVI da Pietro Zen) fino all'estinzione degli eredi maschi. Nella seconda metà del 1700 la sua barchesa fu ricostruita dall'architetto Giorgio Massari.

    Nella prima metà del 1900 fu residenza stabile del Conte Brisighella Zen che l'ereditò dalla nonna e nel dopoguerra fu sede per diversi anni di un Seminario di Padri Canossiani.

    Il complesso è ora di proprietà famiglia Balbinot che, con un accurato e radicale restauro, lo ha riportato al suo originario splendore.

Palazzo Beltramini
(Municipio)

    Palazzo BeltraminiLa piazza Gabriele d'Annunzio, nota un tempo come il "Pavion" o "Pavejon", ospita il palazzo, sede oggi dell'amministrazione cittadina, che già era in proprietà della famiglia Beltramini.
    Interno Palazzo BeltraminiQuesti erano giunti ad Asolo dalla Valsassina verso il 1470 e intorno al 1500 sono già ricordati come possessori di una casa al Pavejon.
    La stessa famiglia esercitava con profitto l'arte tessile e prestava denaro ad usura; divenne una delle più rinomate casate asolane e giunse a possedere diversi palazzi in città e nel territorio.

    Il palazzo in piazza d'Annunzio venne restaurato e strutturato nelle forme attuali intorno alla prima metà del 700 dal celebre architetto Giorgio Massari su commissione della famiglia Beltramini.
    Per la decorazione architettonica della facciata inserita nello stretto spazio della piazzetta venne adottata una particolare e ingegnosa soluzione: le colonne monolitiche e bugnate, così come le finestre, sono impostate con taglio prospettico per poter essere vedute non di fronte dalla ristretta piazzetta ma dall'imbocco della via Cornaro.
    Il palazzo passò successivamente ai Pasini, ai Neruda e infine al Comune che vi trasferì la sede municipale.

Tratto da "Atlante Storico delle Città Italiane - Asolo"
a cura di Guido Rosada
diretto da Francesca Bocchi
© 1993
Grafis Edizioni
Via 2 giugno, 4 - 40033 Casalecchio di Reno (BO)


 

Palazzo Fietta
(Serena)

    Palazzo FiettaNel 1576 la famiglia Fietta acquistò tre case e una torricella nel settore meridionale della città a ridosso delle mura e riunì il complesso di edifici per dare corpo all'imponente struttura del palazzo.
    La stessa famiglia asolana lo fece restaurare verso la metà del 700 dall'architetto Massari, lo stesso che nel medesimo periodo stava lavorando per la ristrutturazione della facciata del Duomo, per il palazzo Beltramini e per la villa Fietta a Paderno del Grappa.
    In un celebre stucco che orna l'interno della dimora è raffigurata la città in visione prospettica. L'ampio giardino esteso oltre il limite meridionale delle mura, oggi inglobate nelle costruzioni e non più riconoscibili, venne a far parte delle proprietà della villa solo all'inizio dell'800. In detto parco sono conservate sepolte parti cospicue delle strutture del teatro romano che vennero messe in luce alla fine del secolo scorso.

Tratto da "Atlante Storico delle Città Italiane - Asolo"
a cura di Guido Rosada
diretto da Francesca Bocchi
© 1993
Grafis Edizioni
Via 2 giugno, 4 - 40033 Casalecchio di Reno (BO)


Villa
Barbini Rinaldi
Barbini-Rinaldi

    È una delle più significative ville della provincia, situata al centro di una vasta tenuta, divisa tra il colle e il piano.
    La fabbrica viene iniziata alla fine del Cinquecento e presenta un impianto simmetrico, il fronte principale è concepito come un'interrotta successione di episodi tratti dal repertorio classico.
    Alcune somiglianze con la vicina Villa Barbaro accreditano l'idea che l'edifico possa essere stato inizialmente progettato da uno dei tanti seguaci di Palladio, sparsi tra Cinque e Seicento, nella terraferma veneziana.
    L'assetto definitivo della villa è dovuto a uno dei proprietari, Francesco Rinaldi; figura, abbastanza comune in quegli anni cultore dell'arte e dell'architettura, egli trasforma e allarga l'edificio nel 1663 con l'ambizioso proposito di farne una delle più grandi ville della terraferma: viene cosi sopraelevato di un piano il corpo centrale e vengono ampliate le due ali di congiungimento con i blocchi laterali, anch'esse sottoposte all'opera di trasformazione.
    Ne scaturisce un nuovo impianto prospettico, assai unico delle ville venete del Seicento: con il suo movimento ascendente il fronte del corpo centrale domina l'intera composizione.
    Nella facciata centrale un'ingresso, poco enfatizzato architettonicamente, e dominato dalla sovrapposizione di due trifore balconate. Ai suoi lati la leggerezza delle logge di raccordo sottolinea la centralità del corpo mediano dove l'attenzione dell'osservatore è attratta dal centro della composizione e in particolare dal coronamento del timpano, dalle insegne nobiliari e dalle statue.
    Interno Barbini Francesco prima, i suoi eredi dopo, commissionarono a pittori di scuola veneta una serie di affreschi nelle sale interne. Andrea Celesti, rinomato pittore della scuola del Veronese, è inizialmente chiamato a dipingere il salone e le stanze centrali con scene prese dalla storia sacra e dalla mitologia classica. Ricche di soluzioni illusionistiche la "stanza dell'Olimpo" e la "stanza delle Ore" rappresentano le migliori opere del Celesti.
    Nel corso del Seicento due pittori minori, Liberi e Diziani, vengono incaricati di affrescare le scale del corpo centrale e le logge delle gallerie di raccordo.

    La barchessa ad ovest è formata da un corpo principale perfettamente simmetrico, di chiara impostazione classica, caratterizzato da un maestoso portale in pietra a vista collocato al centro della facciata posta a levante. Fori, cornici, stipiti e marcapiani conferiscono a questo edificio un'importanza e una dignità di poco inferiore a quella della villa principale.
    Verso sud la barchessa continua con un fabbricato che presenta aspetti completamente diversi sia per la casualità degli elementi compositivi che per le modifiche ed aggiunte avvenute in epoche recenti. Strano e privo di apparenti giustificazioni risulta essere il pavimento del piano terra e il grande solaio in legno del piano primo che presenta una forte pendenza in senso nord-sud in contraddizione con i fori presenti sulla facciata di levante che non seguono la linea di pendenza del solaio ma l'andamento della cornice di gronda perfettamente orizzontale.
    Completamente privo di valore è invece l'ampliamento di recente edificazione eseguito in muratura tradizionale, solaio di copertura in travi "varese" tavelloni e manto finale in coppi, destinato ad attività produttiva e oggi non più in uso.

    La barchessa ad est è un fabbricato decisamente più modesto rispetto a quello precedentemente descritto, costruito per essere in parte destinato quale alloggio del custode e delle attrezzature necessarie al mantenimento del complesso edilizio. Si sviluppa su due piani fuori terra di cui uno, il primo, molto alto con la copertura a vista formata da capriate, travi e arcarecci in legno. Di particolare pregio e la serra posta sul lato a sud chiusa da serramenti in ferro e vetro.

    La barchessa a sud. è di una tipologia rurale tipica. Fabbricato composto da un piano terra e un piano primo con copertura a due falde e manto finale in coppi, destinato in parte quale residenza dell'imprenditore agricolo e in parte presumibilmente quale ricovero attrezzi.

    Un secolo dopo la costruzione della villa padronale, vennero realizzati i due oratori; uno privato e dedicato a san Gaetano e l'altro pubblico dedicato a santa Eurosia. L'oratorio pubblico venne costruito a seguito di un diluvio di pioggia torrenziale che il 14 giugno 1760 spazzò via i muri della chiesa e atterrò il campanile.
    L'oratorio, per pala d'altare, aveva una tela esagonale rappresentante il martirio di santa Eurosia, opera pregevole del Settecento purtroppo venduta ai primi di questo secolo.

    Il parco: diviso fra il colle ed il piano nell'uno prevalgono prati, boschi e frutteti, nell'altro campi coltivati. Il giardino retrostante la villa sfrutta la pendenza del terreno articolandosi in livelli differenti, ciascuno dei quali racchiude la prospettiva entro una quinta di verde. Uno di questi e racchiuso entro una esedra arricchita da rampicanti e da statue. Secondo l'uso seicentesco, il giardino è poi abbellito da grotte e da fontane.

     

    Valentino Ivano Sebellin


Villa Contarini

    Il FrescoÈ collocata ad occidente del centro storico sulla cima del Colle Messano. È uno dei più celebri monumenti asolani ed è composto di due corpi distinti ma intimamente collegati: il cosiddetto "Fresco", costituito da una scenografica facciata rivolta a settentrione e ben visibile dalla contrada di S. Caterina, e dall'edificio della villa vera e propria sul versante meridionale del colle. Le due parti sono collegate da una galleria che fora la cima del Messano.
    Il complesso venne costruito dalla famiglia veneziana dei Surian nel 1558 e divenne di proprietà dei Contarini per passaggi di eredità; passò poi all'inizio del 1800 nella mani di varie famiglie nobili venete: i Bragadini, i Soranzo e i Pasqualini per essere ceduta infine al Collegio Armeno dell'isola di San Lazzaro della laguna di Venezia e tornare di recente in proprietà di privati.
    All'epoca della costruzione della villa vanno riferiti gli affreschi con scene bibliche opera del bresciano Lattanzio Gambara che ancora ornano la facciata meridionale.

 

 

Tratto da "Atlante Storico delle Città Italiane - Asolo"
a cura di Guido Rosada
diretto da Francesca Bocchi
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Grafis Edizioni
Via 2 giugno, 4 - 40033 Casalecchio di Reno (BO)

Villa
Loredan Trentinaglia
già Razzolini


    Situata a sud di Asolo nell'antica "Contra di Biordo" la villa, voluta come casa di villeggiatura, sorge al centro di un possedimento, inizialmente proprietà dei Razzolini, circondato in ogni lato da strade.
    La fabbrica di impianto seicentesco, aveva una struttura semplice e squadrata, con orientamento canonico nord-sud e copertura a due falde.
    Nel 1716 appare nel Catasto Veneto, comune di Asolo ed a partire dal 1748 il nobile Onorio Razzolini ne inizia la rifabbrica della residenza suburbana di famiglia.
    Alla morte del nobile Onorio Razzolini avvenuta nel 1769 succede la figlia Elisabetta, sposa nel 1782 di Antonio Loredan, che si insedia stabilmente nella villa ed è nel 1790 (circa), probabilmente con l'arrivo dei Loredan, che l'edificio assume il suo assetto definitivo mediante l'eliminazione della scalea esterna a due rampe.
    La dimora rimarrà dei Loredan per centoventicinque anni fino al 25 settembre 1907 quando la villa viene ceduta al conte Oliviero Rinaldi proprietario della vicina omonima villa Rinaldi-Barbini. Nello stesso anno la figlia adottiva Ines sposata con il nobile Carlo Trentinaglia, si trasferisce nella villa che alla morte del padre, avvenuta nel 1928, diventa di sua proprietà.
    Interno Loredan Con l'avvento dei Rinaldi-Trentinaglia, nel 1907 circa, viene realizzato l'affresco che decora il soffitto del salone passante della villa, ad opera del pittore Noé Bordignon. Negli anni 1928-29 viene inoltre realizzata la nuova cancellata di ferro battuto e, sempre nello stesso periodo, vengono eliminate le due alette settentrionali che univano l'oratorio e la barchessa al corpo della villa e aperte nuove finestre nelle ali dell'edificio.
    Il 26 febbraio 1970 la villa viene donata al figlio Giacomo Trentinaglia che nel 1989 la cede alla società "tesi Quattordici S.r.l. " e successivamente viene rilevata dalla società "Villa Manuela S.r.l. "

    La barchessa sita a nord-est della villa è formata da un corpo perfettamente simmetrico che si sviluppa in due piani fuori terra con copertura a quattro falde.
    Pur trovandosi in uno stato di abbandono l'edificio risulta abbastanza integro, sia per quanto riguarda le parti lapidee che per quanto riguarda i rivestimenti murari, tutti caratterizzati da un sottofondo in coccio pesto.
    Sul lato occidentale si distingue molto bene il già citato aggancio che univa la villa alla barchessa, in particolare alla serra.
    La barchessa sita ad est della villa ed ortogonale alla barchessa nord-est presenta le stesse caratteristiche dell'edificio sopra descritto, tuttavia le colonne del portico presentano un fusto con una sezione leggermente inferiore, tale da ipotizzare una realizzazione leggermente più tarda, in ogni modo precedente al 1780. La parte nord della barchessa adornata internamente da stucchi stiacciati di gusto rococò, con pavimenti al piano primo in veneziana e profilature lungo le porte, fa presupporre che questi locali fossero un tempo destinati ad abitazione del fattore.

    L'oratorio costruito attorno al l780, è dedicato a santa Colomba o secondo altre fonti a san Giovanni Battista, mostra esternamente una severità seicentesca mentre, all'interno, evidenzia un decoro di chiara matrice settecentesca, rococò. Lo stato dell'edificio, anche se evidenzia incuria, è buono e non presenta manomissioni.

    Il parco: dall'indagine storico-mappale è emerso chiaramente che la villa, sin dal suo impianto, ha avuto attorno a sé appezzamenti coltivati e tutte quelle strutture che caratterizzano un'azienda agricola. Forse solo lungo l'accesso principale doveva avere esempi di arte topiaria. Si è visto che ancora nel 1928 il mappale antistante la villa era adibito a vigneto. È in tale anno che con il passaggio della proprietà a Ines Rinaldi ed al marito Carlo Trentinaglia che le aree limitrofe alla villa allora adibite ad usi agricoli, vennero trasformate in un unico grande parco. La matrice compositiva è ancora quella di ascendenza ottocentesca, ma la mancanza di percorsi e la collocazione spesso casuale delle varie specie inducono a ritenere che non vi sia stato un vero e proprio progetto a monte. Il patrimonio vegetale e decisamente giovane, la vegetazione arborea e per più del 70% al di sotto dei cinquant'anni.

    Tratto da "Atlante Storico delle Città Italiane - Asolo"
    a cura di Guido Rosada
    diretto da Francesca Bocchi
    © 1993
    Grafis Edizioni
    Via 2 giugno, 4 - 40033 Casalecchio di Reno (BO)

    Valentino Ivano Sebellin

Il Museo di Asolo

La Sezione Archeologica comprende materiali, databili dalla Preistoria al Rinascimento, rinvenuti sia nel centro di Asolo, sia nel territorio. Le Sale 2 e 3 sono dedicate alla Pre-Protostoria: tra i reperti più interessanti alcuni corredi delle necropoli paleovenete della località asolana del Biordo e di Borso del Grappa. La Sala 4 presenta i reperti di età romana che Pacitico Scomazzetto rinvenne nell'800 nel corso degli scavi presso le antiche terme, collocate nell'attuale Piazza Brugnoli, e presso il teatro romano, ubicato nell'attuale giardino di Villa Freya. La Sala 5 è riservata all'acquedotto romano di Asolo, alla via Aurelia, che correva da Padova ad Asolo, e alla centuriazione asolana. Le Sale 6 e 7 presentano manufatti dalle necropoli romane cittadine e da tombe rinvenute a Riese, ad Altivole e a Fonte. Nella Sala 8 è prevista l'esposizione dei materiali di età medioevale rinvenuti negli scavi condotti nella Rocca tra il 1985 e il 1992. Tra questi, il mosaico pavimentale della chiesetta (VI-VIII sec.) che sorgeva sul luogo prima della costruzione della fortificazione, i corredi delle tombe alto-medioevali (VIII-X secolo), ceramiche e altri reperti relativi al periodo della frequentazione medioevale della Rocca (XI-XVI secolo).

Frammento di sarcofago (inizi III°sec d.C.)



La Pinacoteca ospita dipinti e tavole giunti al Museo prevalentemente grazie alla generosità di vari donatori che si sono avvicendati dall'Ottocento ad oggi. Il percorso espositivo (Sale 9, 10, 11, 13) presenta le opere secondo una successione sostanzialmente cronologica, a partire dal XV secolo, sebbene in alcuni punti si sia privilegiato invece un criterio tematico. Tra i dipinti più importanti il San Girolamo di Luca Giordano, il Sant'Antonio da Padova di Bernardo Strozzi, un'immagine di Vecchia di Antonio Carneo e soprattutto le due Vedute di Bernardo Bellotto. Una sala apposita (Sala 12) è stata riservata ai dipinti e agli oggetti canoviani e maneriani: tra questi si distinguono una tempera dello stesso Canova raffigurante la Musa Euterpe, la veduta della bottega romana del Canova di Roberto Roberti, una serie di incisioni uscite dalla stessa bottega canoviana di Roma. La Sala 13 infine ospita una selezione di autori della fine dell'Ottocento e del Novecento, e presenta i dipinti di Eugene Benson, Nino Springolo, Umberto Moggioli e Guglielmo Talamini.

Tempera di Antonio Canova raffigurante la Musa Euterpe Veduta di Bernardo Bellotto Veduta di Bernardo Bellotto



Nella Sezione Tesoro della Cattedrale (Sala 14) sono ospitati alcuni paramenti sacri patrimonio della Cattedrale asolana. Risalente probabilmente a epoca altomedioevale ma inglobata ben presto (X secolo) nella Diocesi di Treviso, la Cattedrale mantenne tuttavia il titolo di sede vescovile e fu oggetto di particolari attenzioni e privilegi a partire da Caterina Cornaro fino a vari papi, tra cui Pio X, Giuseppe Sarto, particolarmente legato a questa chiesa perché qui fu cresimato e ricevette da chierico i primi Ordini Sacri.



La Sezione dedicata alla regina Caterina Cornaro (Sala 15) presenta dipinti, documenti. disegni e oggetti arrivati al Museo per lo più grazie alle donazioni ottocentesche di personaggi diversi. La collezione conta tra l'altro, oltre ai dipinti e al cosiddetto Testamento di Caterina Cornaro a favore del fratello Marco, dei manufatti che la tradizione vuole appartenuti alla regina stessa.

Dipinto raffigurante Caterina Cornaro in abiti vedovili Sfera bruciaprofumi o scaldamani attribuita a Caterina Cornaro



La Sala 16 ospita prevalentemente la Sezione dedicata ad Eleonora Duse, anche se alcuni spazi sono lasciati alla memoria di Gabriele D'Annunzio, delI'800 asolano, del poeta inglese Robert Browning. Il materiale relativo a Eleonora Duse, dato in deposito al Museo asolano dalla figlia Enrichetta, è di vario tipo e va dai ritratti e fotografie dell'attrice a documenti, appunti e lettere autografe, dai riconoscimenti agli oggetti personali, dai ricordi di famiglia ai libri e ad alcuni mobili di casa, dagli oggetti di uso in scena o in camerino, tra cui alcuni abiti e calzature, ai bozzetti e fotografie per gli studi di ambiente.

Abito da scena di Eleonora Duse Ritratto di Eleonara Duse di  Franz von Lenbach Servizio da the da viaggio di Eleonora Duse


Manifestazioni ad Asolo

  • Ogni sabato mattina: Mercato in Centro Storico ed a Casella d'Asolo
  • Seconda domenica e sabato pomeriggio precedente di ogni mese (esclusi luglio e agosto):
    Mercatino dell'Antiquariato
    Piazza G. D'Annunzio, 1 - Tel. 39+(0)423)+55 9 67
  • Terza domenica e sabato precedente di aprile:
    Quarta domenica e sabato precedente di settembre:
    Mostra-vendita di alberi, arbusti, fiori, prodotti biologici ...
  • Terza domenica e sabato precedente di ottobre: Mostra del Libro e della Stampa Antichi
Gennaio

 


Febbraio

 

    11 - Sfilata Carri - Casella
    18 - Carnevale dei Piccoli - Asolo
    17 febbraio - 5 marzo: Gianni Chiminazzo - Mostra personale - Associazione Jacopo da Ponte - Via Foresto Vecchio, 2
    20 - Carnevale in Maschera ad Asolo

Marzo

 

    16 - Rogo della Vecia - Villa d'Asolo

Aprile

 

    15 - Fiera del Bestiame ed Attrezzature Agricole - Casella

Maggio

 

    1-3-4-5 - Sagra di S. Gottardo - Asolo

Giugno

 

    2 - Corsa Podistica non competitiva - Pagnano

Luglio

 

    5-6-7 - Giochi Senza Frontiere -S. Apollinare
    7 - Festa di Pagnano
    11-13-14 - Giochi Senza Frontiere -S. Apollinare

Agosto

 

    19 - Fiera dell'Assunta - Casella
    25 - Sagra di Ca' Giupponi

Settembre

 

    1-8 - Festa del Nome di Maria - Villa d'Asolo
    15 - Palio della Regina - Corsa della Bighe - Asolo
    22 - Festa di S. Maurizio - Baita degli Alpini - Asolo
    27 - Sagra dei SS. Cosma e Damiano - Pagnano

Ottobre

 


Novembre

 

    10 - Corsa Podistica non competitiva - S. Martino - Asolo
    10-11 - Festa di S. Martino - Asolo

Dicembre

 

    28-29-31 - Festa di S. Giovanni - Villa Raspa

Il Centro Storico

  1. La Rocca Asolo centro

  2. Le Mura della Città

  3. Il Castello - Teatro "Duse"

  4. La "Bot"

  5. Le Terme Romane

  6. Il Teatro Romano

  7. Il Duomo

  8. Santa Caterina

  9. San Gottardo (Sant'Angelo)

  10. San Pietro (San Luigi)

  11. Casa della Duse

  12. Fondazione Malipiero

  13. Il Museo Civico

  14. Teatro "dei Rinnovati"

  15. Villa Freya

  16. Foresto Nuovo

  17. Foresto Vecchio

  18. Forestuzzo (dell'Ospedale)

  19. Foresto del Casonetto

  20. Foresto di Pagnano

I dintorni di Asolo

Altivole

Barco

Cavaso del Tomba
Castelcies
    Chiesetta di S. Martino - Castelcies
    Ciclo di affreschi di arte popolare del XVI secolo e due iscrizioni, di cui una latina e l'altra in caratteri retico-etruschi.
Fanzolo

Villa Emo
    La Villa Emo
    Costruzione progettata da Andrea Palladio nel 1561, tutt'ora di proprietà della famiglia che la commissionò. All'interno affreschi di Giovan Battista Zelotti.
    Tel.0423/476334
Maser

Villa Barbaro
    La Villa Barbaro
    Costruita dai nobili veneziani Barbaro nel 1550, su progetto di Andrea Palladio. All'interno affreschi di Paolo Veronese e stucchi di Alessandro Vittoria. Del Palladio pure la chiesetta circolare, 1580, in asse con la strada.
    Attiguo alla villa, il Museo delle Carrozze.
    Tel.0423/923004
    Sito web: www.villadimaser.it
Pederobba
    Monumento ossario ai caduti francesi della guerra 1915 - 1918
Riese Pio X
    Museo e casa natale di S. Pio X.
S. Vito

Tomba Brion
    Tomba Brion
    Nel cimitero, tomba monumentale della famiglia Brion progettata dall'architetto Carlo Scarpa, realizzata nel periodo 1970 -1975.
    Tel.0423/564200

 

Come arrivare

  1. ASOLO - Centro Storico
  2. Ca' Falier
  3. Ca' Zen
  4. Casa Longobarda
  5. Maglio
  6. Rocca
  7. Sant'Anna - Tomba della Duse
  8. Villa Barbini Rinaldi
  9. Villa Contarini
  10. Villa Loredan Trentinaglia

Comune di Asolo


Il Centro Storico non è accessibile in automobile la domenica, nei giorni festivi ed il sabato pomeriggio di "mercatino".

Posteggi:

  • Ca' Vescovo: gratuito - servizio di minibus per il Centro Storico
  • Forestuzzo: a pagamento la domenica, nei giorni festivi ed il sabato pomeriggio di "mercatino"
  • Autorimessa comunale: aperta sabato, domenica e nei giorni festivi
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