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Castelfranco Veneto

La città di Giorgione conserva, tra le mura medioevali, tutto il prestigio di una città d’arte. La Pala del Giorgione, all’interno del Duomo, e il fregio di Casa Marta Pellizzari sono nel cuore della città, assieme al settecentesco Teatro Accademico. Palazzi affrescati si affacciano sulla scenografica piazza che costeggia le mura del Castello, costruito dai Trevigiani nel XII secolo per difendere i propri confini.

L’inconfondibile quadrato di mura rosse sembra ancora proteggere il borgo medievale come faceva sul finire del XII secolo quando i trevigiani costruirono il complesso impianti difensivo a tutela del proprio territorio. La Torre Civica sovrasta le torri angolari e la cortina muraria, interrotta su tre lati da un accesso all’austera fortezza. Attorno al Castello si apre un piacevole giardino, circondato da un fossato e da una bella passeggiata ornata da statue.

Storia di Castelfranco Veneto

Castelfranco Veneto, borgo murato, “franco” da imposte per i suoi abitanti-difensori, donde la denominazione, è fondato, negli ultimi anni del sec. XII, dal Comune di Treviso, poco a nord del villaggio medievale della Pieve Nova (sito dell’attuale Borgo della Pieve), sulla sponda orientale
del torrente Muson, confine naturale della Marca Trevigiana con le turbolente terre padovane
e vicentine. Il ruolo strategico della nuova fortezza, forse installata sopra un preesistente rilevato
a pianta quadrilatera, simile alle non lontane Motte di Castello di Godego, si conferma nella prossimità all’incrocio fra tracciati viari romani di primaria rilevanza (le vie Postumia ed Aurelia), ma particolarmente nella centralità rispetto ad un territorio popolato, fin dall’XI sec., da fortilizi signorili (Godego e Treville) e vescovili (Salvatronda, Riese e Resana).
Un nugolo di pievi battesimali (Godego ne è il riferimento arcipretale) e di cappelle filiali, centri religiosi e, di fatto, anche civili d’una trentina di villaggi, copre, da secoli, il territorio circostante
la fortezza, al momento della sua edificazione. Le terre a settentrione sono incise dall’erratico alveo del Muson, dal quale si conduce una roggia, il Musonello, ad alimentare i fossati del castello
e la nascente economia dell’abitato (bastia vecchia) che, già nei primi anni del sec. XIII,
si configura ad est delle mura, ove subito si appresta un ospizio per poveri e viandanti.
La fortezza, a pianta quadrilatera, con lati di circa 232 metri, fu munita di quattro torri angolari
e da un alto torrione merlato, eretto sul punto mediano della cortina muraria sul lato verso Treviso.
Una sesta torre (l’odierno campanile del Duomo) venne aggiunta da Ezzelino III da Romano,
dopo il 1246, a metà delle mura sul versante di meridione.
Strumento militare del Comune di Treviso sino al 1242, nelle guerre contro i Padovani (assedio del 1215) ed Ezzelino III da Romano (dal 1229), il castello passa a quest’ultimo nel 1246. Ezzelino fortifica ulteriormente la cinta murata con due gironi over torrioni, ma ne perderà il possesso alla morte, nel 1259, a beneficio di Treviso. Nel 1329 Castelfranco cade nelle mani di Cane della Scala, per restare in possesso scaligero sino all’inizio della prima dominazione veneziana (24 gennaio 1339). Il 20 dicembre 1380 un nuovo signore si affaccia sulla scena: il padovano Francesco
da Carrara. La memoria di questa breve dominazione, conclusasi alla fine del 1388, rimarrà indelebilmente consegnata alla rappresentazione a fresco dell’arma carrarese in forma di ruote
di carro, sotto il volto della torre principale, detta davanti. Nel 1388, Castelfranco, insieme al territorio trevigiano, passa sotto il dominio veneziano, per rimanervi sino al 1797, anno della fine della Repubblica Veneta. Con le terre trevigiane finalmente tranquille e sicure, alcune tra le più ricche famiglie patrizie veneziane intraprendono ampi investimenti fondiari nella Castellana,
ponendo le premesse d’una splendida civiltà di villa che “esploderà” a partire dai primi decenni
del Cinquecento. I Soranzo acquistano terreni nell’omonima località (l’antico villaggio medievale
di San Colombano), già nel 1317; i Corner sono presenti a Poisolo e S. Andrea Oltre il Muson
nel 1358; i Renier a Castello di Godego nel 1379 (prima del 1446 subentreranno i Mocenigo);
i Barbarigo, nel 1378, e gli Emo, nel 1422, a Fanzolo; a Treville, i Priuli nel corso del sec. XV.
Settore occidentale delle mura del Castello
Parco di Villa Revedin-Bolasco (sec.XIX): Arena-Cavallerizza

Nel 1509, l’uragano della guerra di Cambrai investe Castelfranco. Occupato nel giugno dalle truppe dell’imperatore Massimiliano, ripreso dai Veneziani il 20 del luglio successivo, nuovamente in mano tedesca pochi giorni dopo e successivamente liberato dai soldati di S. Marco, invaso dai Francesi
nel 1511, il castello denuncia, nel corso del conflitto, la propria obsolescenza strutturale rispetto
alle nuove tecniche di assedio ed all’uso massiccio e distruttivo dell’artiglieria, e la perdita definitiva di qualsiasi rilevanza strategica nello scacchiere della Terraferma veneta centrale. Con il 1517
si chiude un’epoca per Castelfranco e si apre una fase nuova, di pace ininterrotta sino al 1796
e di intenso sviluppo edilizio ed economico, che ha nel mercato dei cereali e degli animali il proprio centro motore. Il secolo XVIII è sicuramente quello che segna maggiormente la crescita edilizia della città. Nel 1724 si inizia la costruzione del nuovo Duomo di S. Liberale (aperto al culto nel 1746), su progetto dell’architetto Francesco Maria Preti, e nel 1754 si apre il cantiere del
Teatro Accademico, anch’esso ideato dal Preti, che diverrà la vera e propria ‘casa della cultura’
di Castelfranco. Nella primavera del 1796, Francia ed Austria, in conflitto tra loro, invadono
la Repubblica Veneta, ponendo, così, fine a quasi tre secoli di pace. A maggio le soldatesche straniere percorrono le strade del territorio di Castelfranco, trasformandolo in campo di battaglia
e sottoponendo ad ogni sorta di violenze, angherie e requisizioni la popolazione della città
e dei villaggi del circondario.
Il 2 maggio 1797, Napoleone entra in Treviso e il 17 dello stesso mese si costituisce
in Castelfranci, la Municipalità democratica, presieduta da Enrico Rainati. Con il trattato
di Campoformido (17 ottobre 1797), la Città passa nelle mani dell’Austria per rimanervi sino
al 1805. Dal 1805 al 1814, Castelfranco entra a far parte del napoleonico Regno d’Italia, per poi tornare sotto il dominio austriaco nel 1814. Nel 1866, Castelfranco, insieme al Veneto, è unita all’Italia e da quell’anno, grazie all’iniziativa del sindaco conte Francesco Revedin, si avviano numerose opere di riqualificazione urbanistica ed edilizia: il passeggio e i giardini pubblici sul lato orientale delle mura (1866-1869); la stazione ferroviaria (1877); il monumento a Giorgione
(1878); il nuovo Municipio (1878-1880), le nuove scuole elementari (1880). La Prima Guerra Mondiale colpisce duramente Castelfranco: numerose zone, e in particolare l’area intorno alla stazione ferroviaria, sono pesantemente bombardate. La stessa Pala di Giorgione, il famoso dipinto conservato nel Duomo di S. Liberale, viene trasferita, per motivi di sicurezza, a Firenze (14 aprile 1915), tra le proteste dei castellani che temono di non vederla più ritornare. Non minori di quelli subiti durante la prima, sono i danni procurati dai bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale, ancora una volta concentrati sul nodo ferroviario castellano, preso di mira per la rilevanza
strategica nella rete ferroviaria della regione veneta. L’incubo della guerra e delle distruzioni
si conclude il 29 aprile 1945 con la liberazione della città da parte di truppe alleate.
A cura di G. Cecchetto

Cerniera fra Padova, Treviso e Vicenza fu Castelfranco, città veneta sorta alla fine del XII secolo. Terra di passaggio e di fiorenti interessi mercantili, è tuttora memore della colonizzazione romana grazie alla via Aurelia, ponte fra Asolo e Padova, e la via Postumia.
 
 
In pieno Medioevo, dove vigeva la legge dei comuni, i Trevigiani edificarono, su un precedente avvallamento romano, il primo avamposto atto ad arginare le incursioni di padovani e vicentini. In seguito, fra il 1195 e il 1199, eressero il castello a pianta quadrata circondato da un'ampio fossato. All'interno del Castello si possono visitare il Teatro Accademico, progettato dall'architetto Preti e costruito a partire dal 1754. Il teatro non è solo un gioiello di storia ma anche il centro della città, il punto di riferimento della vita civile dei castellani. Punto di orgoglio dei cittadini, presenta una platea prima di inclinazione, simbolo dunque di progresso e modernità. Sempre all'interno delle mura, vi è un altro monumento di forte interesse: il Duomo, progettato anch'esso dall'architetto Francesco Maria Preti. Fu edificato a partire dal 1723 sul luogo in cui sorgeva la chiesa antica "di dentro", dedicata a S. Maria Assunta e a San Liberale. Di stampo romanico e fatiscente, fu abbattuta. Il Duomo fu aperto al pubblico solo nel 1746 ed era ancora privo di facciata che venne realizzata nel 1893. Il Duomo di Castelfranco accoglie la famosa Pala del Giorgione intitolata "Madonna col bambino".
PALAZZO DEL MONTE DI PIETÀ
(sec. XVI-XIX)

Il Monte di Pietà di Castelfranco, uno fra i tanti eretti nel Veneto nell'ultimo scorcio del secolo XV, fu istituito il 23 aprile del 1493, allo scopo di combattere il prestito usuraio locale (erogato a tassi di interesse tra il 15 e il 20 %), concedendo, soprattutto ai ceti sociali più poveri, prestiti ad interesse ridotto (tra il 5 e l'8 %) garantiti da pegni (corredi domestici, suppellettili, oggetti preziosi ecc.). Gli oggetti lasciati in pegno al Monte, a garanzia del prestito ottenuto, potevano essere riscattati al momento della restituzione del denaro. Dalla sua fondazione fino agli inizi del secolo XIX, gli uffici e i magazzini dei pegni del Monte di Pietà di Castelfranco ebbero la loro sede in un massiccio e severo edificio situato di fronte all'attuale Municipio, già Palazzo del Podestà veneziano, avendo alle spalle (verso sud) l'antica chiesa di S. Liberale, demolita nei primi anni '20 del secolo XVIII per far posto all'attuale Duomo, progettato dall'architetto Francesco Maria Preti di Castelfranco ed edificato tra il 1724 e il 1746.

Già alla fine del XVIII secolo, la vecchia struttura del Monte si presentava quasi rovinosa e di pochissima sicurezza. All'inizio dell'Ottocento fu individuata, quale nuova sede del Monte, una casa posta sul fianco occidentale del Duomo di Francesco Maria Preti, edificato da Antonio Colonna di Lorenzo, di Castelfranco, intorno al 1560 (probabilmente su una preesistenza, attestata da un pozzo consortile rinvenuto e citato nel settore sud del piano terra). Il Colonna era nominato nella Patria il Grande, era ricchissimo ed amante di cacce, di uccelli et cani, come dome documentano i fregi in affresco cinquecenteschi, venuti alla luce durante il restauro in due sale al primo piano, nei quali un ignoto pittore raffigura l'ambiente silvestre e gli animali protagonisti della caccia (levrieri, cinghiali, daini, cervi, ecc.). All'inizio del secolo XVIII, l'edificio era passato ai Riccati, tramite Giustina Colonna, andata in sposa a Montino Riccati, padre di Jacopo (1646-1754), illustre matematico ed uomo di scienze del suo tempo. Acquistato dalla Municipalità castellana alla fine dello stesso secolo XVIII, il fabbricato costituisce il nucleo di base del nuovo Monte di Pietà.

Nella planimetria redatta nel 1816 dal progettista del nuovo Monte, l'ingegnere Luigi Benini, di Castelfranco, si può notare come alla casa Colonna-Riccati (nella pianta delineato in colore rosso). L'interno del nuovo Monte è incentrato su un atrio passante, segnato 1 in pianta, con funzioni di vestibulo ossia sala di ingresso e di raccoglimento de' povero che concorrono al Monte di Pietà. Il salone principale, con fregi affrescati, al piano primo della casa Colonna Riccati, corrisponde ai vani segnati 6, 2, e 4, verrà tagliato in due, in sede progettuale, dallo scalone di accesso a piano primo (poi ricavato nella situazione attuale) e, in sede esecutiva, dal vano segnato A. Le destinazioni d'uso dei spazi interni del fabbricato sono ancora oggi indicate da iscrizioni sopraporta.

I lavori di ristrutturazione e di ampliamento della nuova sede del Monte, sono realizzati nel periodo 1824-1825. Memoria del completamento del nuovo istituto di prestito sul pegno, la cui elegante ed austera facciata si può vedere nel prospetto disegnato ed acquerellato da Luigi Benini, è l'iscrizione apposta all'ingresso del salone al piano primo, che, tradotta, recita: Questo edificio per i pegni del denaro dato a prestito, consunto da vetustà in luogo vicino, fu qui eretto dalle fondamenta dal matematico e dottore Luigi Benini, autore della nuova costruzione, nell'anno 1825 , essendo governatore della provincia trevigiana il cavaliere Antonio De Groller, consigliere imperiale di Francesco I. reperto prezioso dell'antico Monte rimane la lapide murata nel vano dallo scalone d'accesso al piano primo, nella quale si rammenta la radicale riforma dell'amministrazione del Monte deposta nel 1594 dal doge Pasquale Cicogna. Le due ali laterali (con funzione di magazzini per i pegni) del Monte di Pietà e la casa del custode, che chiude il cortile interno verso ovest, furono costruite tra il 1866 e il 1869, su progetto dell'ingegnere Michele Fapanni. Il Monte di Pietà di Castelfranco Veneto è rimasto in attività sino al 1942, anno in cui venne assorbito dalla cassa di Risparmio della Marca Trevigiana. L'anno precedente (1941), il compendio edilizio del Monte era stato acquistato dal Comune di Castelfranco Veneto. Il restauro tra il 1989 e il 1991 e tra il 1999 ed il 2000.

A cura del dott. Giacinto Cecchetto.

 
IL TEATRO ACCADEMICO DI CASTELFRANCO VENETO

(tratto da MARIA MAZZOCCA, Il Teatro Accademico di Castelfranco Veneto, tesi di Laurea, A.A. 1968-69, Università degli studi di Padova, Facoltà di Magistero).

Premessa.
Il teatro Accademico nasce in un contesto culturale ben definito. Durante il Settecento, nella cittadina trevigiana, dopo lo splendore del Giorgione, si diffonde un nuovo periodo ricco di cultura, scienze e arti grazie al conte Jacopo Riccati e dei figli Vincenzo, Giordano e Francesco. Si narra che il conte non trascurasse alcun aspetto delle scienze positive. I figli seguirono le orme del padre e studiarono sia matematica che fisica.
Sul loro esempio, il conte Giovanni Rizzetti fondò in Italia una scuola in opposizione ai sistemi di Newton e costruì un palazzo alla periferia di Castelfranco, a Ca' Amata. Qui riuniva studiosi e appassionati di architettura creando le condizioni favorevoli per la formazione di F. Maria Preti. Tanti studiosi provenienti da diverse zone d'Italia, si riunivano a palazzo e favorirono l'idea di creare un luogo adatto per raduni e conferenze.
Riccati, fin dal 1745, aveva affidato all'architetto F. Maria Preti, il progetto di un teatro sociale. Nel 1754, alcuni cittadini castellani presentano domanda al Senato Veneto per acquisire un appezzamento di terreno situato in prossimità del Palazzo Pretorio per edificare una sala dove i giovani potessero accostare la letteratura, la musica e il teatro.
Il Senato Veneto non solo accettò la richiesta ma donò il terreno valutato positivamente il nobile scopo. Ventun cittadini, appartenenti alle famiglie più nobili e riconosciute della città, edificarono con i propri soldi il teatro.

Struttura architettonica.
Il teatro, progettato dal Preti, fu molto elogiato anche dal nobile Antonio Diodo che ne ammirava la novità e la bellezza della costruzione. Il teatro fu terminato nel 1778.
"L'ambiente del teatro si compone di tre elementi: 1° l'emiciclo chiuso da palchetti, 2° la platea quadrata al centro, 3° l'emiciclo absidale delle scene. I due semicerchi chiusi e opposti ma simmetrici sono collegati al quadrato della platea mediante quattro angoli smussati, costituiti dall'incurvatura dei palchetti alla loro estremità e dalle barcacce di proscenio pure smussate.
L'atrio, eseguito nel 1853 su progetto del Preti, cioè con apertura al centro, con una forte illuminazione data dalla porta d'ingresso e dalle finestre laterali, chiusa da due absidi contrapposte agli estremi.
Questo teatrino emeronizio è piuttosto raro, se non addirittura unico perché riunisce in sé i caratteri del teatro classico aperto e quelli del teatro chiuso settecentesco.
Le logge laterali, costituite ciascuna da due graziose e leggiadre colonne corinzie, si aprono nel muro retrostante con una serliana e con due finestre sormontate da relative finestruole. Le logge comunicano con i tre ordini dei palchetti e con gli anditi della scena e delle barcacce, mediante porte e finestre.
Il Meduna, nel 1858, lo modificava in parte togliendo le curve serpeggianti per sostituirle con l'attuale linea corrente, cosa che diede luogo a delle questioni artistiche tra i Soci di quel tempo. I palchetti in tre ordini sono suddivisi da colonnine lignee di ordine tuscanico. All'inizio su queste colonnine vi erano dei bracciali in legno che sorreggevano le candele durante i raduni notturni e le dame affacciate al balcone costituivano certamente una bella scena. Il frontespizio fu eseguito come l'atrio nel 1853, riducendo però il progetto del Preti. L'esterno, a prescindere dal decoro della facciata, non ha alcuna relazione con la distribuzione interna deglispazi.
Il soffitto del Teatro fu dipinto dal Canaletto, ma le ingiurie del tempo lo rovinarono per cui nel 1852 fu necessario un completo restauro e si affidò l'opera ai Santi di Venezia". (MARIA MAZZOCCA, Il Teatro Accademico di Castelfranco Veneto, tesi di Laurea, A.A. 1968-69, Università degli studi di Padova, Facoltà di Magistero, pp. 10-13)
L'ultima ristrutturazione del Teatro Accademico è iniziata il 2 maggio 2001 e si è conclusa nell'autunno dello stesso anno. Gli interventi sono stati indirizzati alla messa a norma di tutte le infrastrutture. Ad essere oggetto di ristrutturazione gli impianti elettrici, di termoregolazione e termoventilazione, le strutture sanitarie.
Sono state istallate le compartimentazioni delle varie zone mediante l'inserimento di protezioni antincendio e di porte tagliafuoco. Le strutture lignee del sottotetto e le strutture in ferro della copertura del palcoscenico, sono state rivestite da una speciale vernice intumescente.
Anche la platea ha cambiato veste. Nuove le poltrone, gli arredi, i tendaggi e i palchi. Il pavimento della platea è stato rivestito in legno a tavoloni di acacia fissati sull'impalcato e trattati con vernici ignifughe. Il palco esibisce nuovi drappeggi. A nuovo anche i camerini per gli artisti con i lavandini a la doccia.

Manifestazioni Ricorrenti

Radicchio

Importante per l'economia agricola castellana è la Fiera del radicchio variegato, l'appuntamento annuale è ormai da diversi anni sotto il tendone eretto in piazza Giorgione la settimana precedente il Natale; squisito e delicato, unico anche nell'elegante aspetto esteriore che lo vorrebbe fiore più che ortaggio, il radicchio castellano trova nella Fiera l'indispensabile contatto diretto con il consumatore, altrimenti molto limitato dall'esiguità della produzione e dai notevoli costi.
La Fiera è quindi anche e soprattutto festa gastronomica, in cui il radicchio variegato viene affidato alle mani esperte di insegnanti ed allievi dell'Istituto Professionale Alberghiero di Castelfranco.

Allegro, colorito e vivace è il Carnevale castellano, tornato in auge grazie alla notevole partecipazione delle maschere che si riuniscono nel grande contenitore di piazza Giorgione: migliaia di persone invadono il centro della città, sgomberato dalle auto, per riscoprire il potere esaltante del Carnevale, in attesa di assistere, la sera di martedì grasso, all'esplosione pirotecnica dei fuochi del castello.

La vastità della piazza Giorgione, davvero rara e straordinaria nell'ambito dell'urbanistica medioevale e comunale, costituisce la cornice ideale per sempre nuovi appuntamenti come: La sfilata storica in costumi d'epoca; La festa dello sport; La mostra mercato dell'antiquariato; Il mercatino del libro usato; Le mostre di pittura; La corsa delle auto d'epoca; Le gare ciclistiche e tante altre manifestazioni che attirano sempre grandi e piccini.

Domenica di Carnevale e martedì grasso
Carnevale di Castelfranco Veneto con sfilata di carri e spettacolo Pirotecnico
Piazza Giorgione e giardini del castello.

Aprile
Mostra dei fiori all’interno del castello.
Prime due domeniche di settembre
Palio del ‘Castel d’Amore’, Torneo del Gioco del Pallone e Fiera medievale all’interno del castello, spalti esterni delle mura, piazza Giorgione.

Domenica prima di Natale
Festa del radicchio di Castelfranco Veneto, ‘Il fiore che si mangia’ - piazza Giorgione
Ricordiamo inoltre l’appuntamento bisettimanale (martedì e venerdì) con il MERCATO,
che a Castelfranco si tiene, per antichissima consuetudine, in piazza Giorgione.

Veduta dall’alto del monumento
a Giorgione (1878), della Loggia
dei Grani o Paveion e della
P.za del Mercato
Mura di settentrione
e Giardini pubblici

IL GIORGIONE

Monumento a GiorgioneNoto ai suoi contemporanei come “Maistro Zorzi de chastel francho”, Giorgione lasciò scarse tracce di sé e poco si conosce della sua breve vita. Il Vasari, autore delle sua prima biografia, lo dice nato
a Castelfranco nel 1477 (o 1478) da umile famiglia e morto di peste a Venezia nel 1510.
Altri biografi, più tardi, ipotizzano per il pittore un’ascendenza illustre, i nobili Barbarella,
ed una morte “da romanzo”, causata dall’abbandono della donna amata. Il pittore, in realtà, non sembra essersi mai sposato: il Vasari lo descrive come un giovane prestante d’aspetto e gentile
di modi (e per queste sue qualità denominato “Giorgione”), assai apprezzato come cantante
e suonatore di liuto dalla colta e raffinata società veneziana dei primi del Cinquecento.
Giorgione giunse giovanissimo a Venezia e si formò in città, probabilmente lavorando nella bottega
di Giovanni Bellini: conobbe allora le opere di altri grandi artisti attivi in città quali il Carpaccio, Alvise Vivarini e Cima da Conegliano e non gli rimasero estranee le esperienze di Albrecht Dürer
e di Leonardo da Vinci, se, come lascia intendere il Vasari, proprio a quest’ultimo Giorgione si ispirò concependo una nuova “maniera” di dipingere impostata sull’uso di un colore che, autonomamente
dal disegno, crea e dà corpo all’immagine.
Come altri pittori suoi contemporanei anche Giorgione non deve aver seguito studi regolari: “homo sanza lettere” come Leonardo da Vinci, si dimostrò curioso e profondo indagatore, attratto dalla filosofia, dalla letteratura, dalla musica e coinvolto, tramite i suoi committenti e le sue
frequentazioni, nelle dotte disquisizioni che si tenevano nei salotti veneziani. Quanto attivamente partecipasse ai dibattiti, non siamo in grado di dirlo: certo, i suoi dipinti risentono del clima nel quale furono ideati, ma non sappiamo se i vari soggetti furono consigliati ovvero imposti al Giorgione
o se egli partecipasse anche all’ideazione di opere misteriose ed affascinanti quali “La tempesta”
o i “Tre filosofi”. Preziosissimi per questo sarebbero stati quei documenti e quelle carte che andarono distrutti dopo la sua morte, probabilmente bruciati, come era norma fare per gli effetti personali
dei morti di peste, secondo le prudenti disposizioni dei Provveditori alla Sanità.

 

Duomo di Castelfranco Veneto:
particolare della
Pala di Giorgione

Presunto ritratto
del pittore
Giorgione da Castelfranco
(stampa del sec. XVIII)

 

Rimane però indelebile traccia della sua “maniera” pittorica nelle opere di coloro che conobbero
i suoi dipinti ed i suoi affreschi, primo fra tutti il suo allievo Tiziano.
A Castelfranco Giorgione ha lasciato la splendida pala conservata nel Duomo ed il “Fregio
delle Arti Liberali e Meccaniche” che possiamo ammirare nella Casa Marta-Pellizzari.
Il fregio è oggi solo attribuito a Giorgione: egli potrebbe averlo dipinto in gioventù e, forse,
con qualche aiuto. Si sa che il pittore a Venezia era considerato abilissimo nella non facile arte dell’affresco e questa di Castelfranco potrebbe essere una delle sue prime prove; ritornano
inoltre nel fregio temi cari a Giorgione ed anche la relativa scorrettezza di alcune citazioni
riportate nella composizione non stupirebbero in un autodidatta.
Il fregio è un affresco monocromo, dipinto in ocra gialla con ombreggiature in bistro e lumeggiature
in biacca: è suddiviso in una fascia orientale, lunga 15,88 m. e alta 78 cm., ed in una occidentale, lunga 15,74 m. e alta 76 cm. Rappresenta oggetti e strumenti legati a varie attività umane alternati con motti sapienziali in lingua latina e teste di imperatori e filosofi. Il fregio è conservato nella Casa Marta-Pellizzari, detta anche Casa di Giorgione, risalente al XV secolo (anche se notevolmente trasformata da interventi successivi): l’edificio è proprietà del Comune di Castelfranco Veneto
dal 1998, che lo utilizza quale sede di mostre, esposizioni e, momentaneamente, anche come
sede della Sezione Ragazzi della Biblioteca Comunale.


 
Monumento al Giorgione
 
... di lui così scrisse il Vasari, “Giorgio dalle fattezze della persona e dalla grandezza dell’ anima (fu) poi col tempo chiamato Giorgione...Fu allevato in Vinegia et dilettossi continovamente delle cose d’amore, et piacquaegli il suono del liuto mirabilmente”. Una morbida luce avvolge tutti gli elementi del celebre dipinto e una gran calma domina su tutto. Il verde della campagna, il rosso dei mattoni, le dolci colline, sono stati fermati dall’artista con suggestione altissiama. Le figure e il paesaggio partecipano di una felice fusione, di un concerto che investe anche gli elementi della natura stessa e il senso della rappresentazione: forse i luoghi dove era caduto combattendo il giovane Matteo Costanzo che il genitore affrancato intese onorare facendo eseguire nel 1504 la Pala del genio castellano. Qui tutto è disposto con una sorta di riserva e i colori colgono i valori dell’atmosfera nelle sue sottili vibrazioni, nei dintorni naturali e attraenti della natura.
 
 
   
La Pala del Giorgione
- Madonna in trono con in Bambino
 
Le vicende della Pala seguirono quelle del tempo: l’incuria, l’umidità, il fumo delle candele concorsero a danneggiare il celebre dipinto. Per questa ragione si dovette spesso ricorrere ad inerventi di restauro non sempre metodologicamente corretti. Demolita la chiesa vecchia, la Pala errò per varie sedi e per la chiesa nuova, finchè fu collocata nel 1935 nell’attuale cappella che per la sua sobrietà architettonica conferisce un particolare risalto alla pittura Questa è l’unica opera sacra di Giorgione destinata a una pubblica funzione. Sulla parete destra è murata la pietra tombale di Matteo, con la figura giacente in armi. Un tempo la collocazione era diversa: si trovava, infatti, ai piedi della Pala e ciò spiega il perchè dello sguardo dei personaggi rivolto verso lo stesso punto in basso. Usciti dal Duomo, nella casa che sorge di fianco, per antica tradizione ritenuta di Giorgione, è visibile il frammento di una fascia decorativa, di squisitezza bellezza e di alto interesse artistico, che la critica quasi, unanimamente assegna al grande artista. Sono qui raffigurati oggetti, strumenti e simboli delle professoni, delle arti figurative della musica, delle scienze e della lettere, intramezzati da tabelle sostenute da nastri con incisioni sapienziali che inducono a riflessioni sulla umana caducità, esaltando la virtù per la quale soltanto l’uomo può vivere.

Itinerario Castelfranco

La città di Castelfranco si sviluppa intorno al Castello, costruito alla fine del XII secolo come fortificazione posta sulla riva del Muson e nelle vicinanze degli antichi tracciati delle vie romane Aurelia e Postumia. Questa posizione aveva assunto una grande importanza strategica per il Libero Comune di Treviso, impegnato a difendersi dalle mire espansionistiche delle potenti e vicine Padova e Vicenza. La poderosa struttura fortificata si imposta su un preesistente terrapieno, molto probabilmente un manufatto simile alle analoghe persistenze di epoca preromana presenti tra Castello di Godego e San Martino di Lupari, e ne segue la forma, costituendo un quadrato di circa 232 m. di lato. Il Castello presenta una pianta molto semplice e regolare, con quattro torri erette
ai quattro angoli della cinta muraria. Le strutture in muratura formano una sorta di scheletro
sul quale insistevano le bertesche, i ballatoi e le altre fortificazioni in legno, abbandonate
e poi distrutte quando Castelfranco perse la sua valenza militare e difensiva.
All’interno l’abitato, riservato ai soldati, era suddiviso in quattro quartieri dall’intersecarsi delle due vie maggiori, il cardo ed il decumano, che si prolungavano oltrepassando le mura in corrispondenza delle quattro porte, diversamente fortificate secondo la loro importanza; ogni quartiere era attraversato da vicoli e viuzze che correvano lungo gli edifici, per lo più “canipe” in legno e mattoni destinate all’immagazzinamento dei prodotti agricoli: fra i pochissimi edifici in muratura originariamente costruiti all’interno della cinta muraria vi era la chiesa “di dentro” (così chiamata
in opposizione alla Pieve Nuova o chiesa “di fuori” che i costruttori del Castello avevano trovato
già esistente nel vicino villaggio medievale), dedicata all’Assunta ed a S. Liberale. All’esterno,
verso est, il suolo del terrapieno, coperto dalla fratta (una fitta siepe di spini), declinava nell’ampio fossato colmo d’acqua che circondava il Castello oltre al quale sorgeva la Bastita, ovvero uno sbarramento formato da abitazioni private: all’esterno della Bastita un breve terrapieno era circondato da un ampio terreno che portava fino ad un ulteriore fossato, detto anche Fossato
della Cerchia. Nei secoli questa prima struttura viene notevolmente modificata: inizialmente potenziata perde, sotto il Dominio Veneziano, il suo ruolo difensivo; Castelfranco resta però un centro di grande importanza economica e commerciale ed assume un aspetto prospero e pacifico.
L’importanza del mercato di Castelfranco viene riconosciuta dalla Dominante, che ordina la costruzione del Pavejon, una loggia in muratura eretta sulla piazza del mercato per proteggere
le granaglie nei giorni di pioggia (l’edificio, fu rifatto nel 1603); intorno alla piazza esterna alla cinta muraria, gli edifici della Bastita o Bastia medievale si rinnovano, assumendo forme più consone alle nuove attività ed al diffuso benessere: le facciate si aprono in ariose ed utili logge, elaborate finestre, graziosi balconi; gli spazi fra le aperture s’impreziosiscono di fregi ed affreschi, stemmi e decorazioni (palazzo Piacentini, palazzo Spinelli-Guidozzi e palazzo Bovolini-Soranzo).
Il Monumento a Giorgione (1878)
e il fossato del Castello
Parco di Villa Revedin-Bolasco (sec. XIX):
particolare dell’Arena-Cavallerizza
e delle statue che la circondano
All’interno delle mura ricchi palazzi in muratura hanno da tempo sostituito le canipe di legno:
sono abitazioni private ma anche palazzi pubblici (Palazzo Pretorio, oggi Municipio), sedi di nuove istituzioni (il Monte di Pietà) o edifici riconvertiti a nuovo utilizzo (la Torre Civica, trasformata da semplice torre a simbolo della città e poi costantemente rielaborata fino agli inizi del XX secolo): questa è la Castelfranco che Giorgione conosce tra la fine del ‘400 e l’inizio del ‘500 ed alla quale sembra alludere nei suoi paesaggi. L’evoluzione di Castelfranco da centro commerciale a cittadella della cultura è lenta e graduale e si attua definitivamente nel XVIII secolo, quando, per felice coincidenza, si trovano a convivere in città personalità di altissima levatura intellettuale, che
danno vita ad una sorta di “scuola” autonoma ed originale: Jacopo Riccati ed i suoi figli Giordano
e Francesco, Giovanni Rizzetti, Francesco Maria Preti esponenti della buona società castellana impegnati negli studi e nelle meditazioni filosofiche e matematiche ma non estranei all’amministrazione della “cosa pubblica” ed alla gestione delle più alte cariche cittadine.
A questi si affiancano artisti di fama (tra cui l’architetto Giorgio Massari), chiamati a Castelfranco
per eseguire opere di recupero e di ristrutturazione.
Costoro, e in particolare F.M. Preti, progettano e realizzano numerosi interventi architettonici, arrivando talvolta a stravolgere l’antica struttura urbana (come nel caso del Duomo, edificato
dal Preti demolendo la chiesa dell’Assunta e di San Liberale ed abbattendo un tratto di mura)
ed imponendo a chiese e palazzi un’eleganza più austera, fatta non di colore ma di luce,
misura e perfetta proporzione. Nascono così, dentro e fuori le mura castellane, nuove o rinnovate strutture dove la comunità si incontra e si esprime: il Duomo, gli Oratori del Cristo e delle Grazie, l’Ospedale e la Chiesa di San Giacomo con il Convento dei Serviti, la Chiesa della Pieve, il Teatro Accademico e i tanti palazzi privati che vengono coinvolti in una sorta di rinnovamento urbano, adeguandosi al nuovo stile che, in effetti, talvolta non viene attuato secondo il progetto originario,
per successivi ripensamenti o per mancanza di fondi. A causa di questi interventi non conclusi
si renderanno necessarie ulteriori ristrutturazioni, portate a termine assai più tardi. Datano al XIX secolo l’erezione della facciata del Duomo e del Teatro Accademico, la costruzione della sede municipale e del nuovo Monte di Pietà, essendo stato abbattuto quello già esistente, che si era venuto a trovare presso il nuovo Municipio. Sotto il Dominio asburgico molti erano stati gli interventi di sistemazione e di pavimentazione della rete viaria; con l’Unità d’Italia nuove iniziative, vere
e proprie premesse all’attuale sviluppo, imporranno interventi di notevole portata, quali la nascita della linea ferroviaria Treviso-Vicenza nel 1877 e la conseguente creazione della Stazione, ampliata dopo l’apertura di nuove linee. Nel frattempo, il quarto centenario della nascita di Giorgione (1878) sarà l’occasione per una importante ristrutturazione urbanistica che coinvolgerà l’area verde tra il fossato e la cinta muraria: per questo intervento si farà appello ad uno fra i più apprezzati architetti paesaggisti del tempo, Antonio Caregaro Negrin. Il Caregaro Negrin è chiamato a subentrare
nel progetto a Giovanni Battista Meduna, come già era accaduto per la sistemazione del Parco della Villa Revedin-Bolasco: in questo caso, però, l’aspetto della villa e delle scuderie è da ascriversi interamente al Meduna mentre l’intervento del Caregaro Negrin si esprime in una “rivisitazione romantica” del parco medesimo. Nel parco viene inoltre realizzata la splendida Cavallerizza,
su progetto di Marc Guignon e Francesco Bagnara: la struttura, estremamente originale, permette
di trovare degna collocazione alle numerose statue di Orazio Marinali che ornavano l’area, già parco della villa appartenuta ai Morosini, poi giardino all’italiana dei palazzi del Paradiso, appartenenti
ai patrizi veneziani Carner.

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Castelfranco Veneto di Notte
       
       
 
Foto Storiche di Castelfranco Veneto
 
       
       
       
       
   

Come arrivare

Veneto

Castelfranco Veneto (31.000 abitanti circa) si trova in provincia di Treviso e sorge nel centro del Veneto, nella pianura padana, a 43 metri sul livello del mare, tra i fiumi Brenta e Piave e all'ombra del massiccio del Grappa (tristemente famoso per le sanguinose battaglie della I guerra mondiale).
La cittadina si trova a 42 Km da Venezia, 25 da Treviso, 35 da Vicenza e 31 da Padova.
Autostrade: Casello A31 Vicenza Nord; Casello A27 Treviso Sud.

Il Castello

Le muraIl castello, edificato per volontà del comune di Treviso tra la fine del XII e l'inizio del XIII secolo su un alto terrapieno, forse preesistente, ebbe pianta quadrata, un perimetro di circa 930 metri e otto torri (quasi tutte ancor oggi conservate), disposte ai vertici e nel punto mediano di ogni lato. Ultima guerresca testimonianza di lontani conflitti tra potenze comunali e feudali, la fortezza di Castelfranco perdette definitivamente la propria funzione strategica al termine del grandioso scontro tra gli eserciti della Repubblica di San Marco e quelli dei sovrani federati nella Lega di Cambrai, che ai primi del cinquecento si erano affrontati nei territori veneti. La diffusione delle artiglierie rese infatti quasi inutile, sotto il profilo militare, l'esistenza della vecchia cinta muraria, ma il governo della Serenissima non ritenne opportuno nè ordinare la completa ricostruzione secondo i più recenti dettami dell'ingegneria, nè, per nostra fortuna, farla atterrare.

A poco a poco l'aspetto della fortezza mutò: scomparvero i cammini di ronda e il ponticello verso borgo San Giorgio, la "torre dei morti" venne trasformata in campanile ad uso del duomo, furono abbattute parzialmente le mura e la torre volta verso Cittadella, venne ristretto e contornato da un dignitoso passeggio il fossato medioevale, fu demolita la porta dinanzi al ponte dei Beghi.

Sopravvivendo alle ingiurie del tempo, alla stoltezza e alle nuove esigenze degli uomini, deposta ogni minacciosa sembianza, il castello divenne infine un elemento fondamentale, armonicamente inserito, nel centro cittadino, ormai da secoli pacifico, caratteristico luogo di residenze e di mercati.

Davanti al poderoso mastio, adattato a torre dell'orologio civico si svolgeva il commercio degli ortaggi. Gli dei della guerra erano volati altrove: i venditori vocianti avevano sostituito gli armigeri, le spade avevano lasciato il posto alle cicorie.

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