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La
Pedemontana del Grappa
"In
quella parte della terra prava
Italica, che siede intra Rialto
E le fontane di Brenta e di Piava,
Si leva un colle e non surge molt'alto,
Là onde scese già una facella
Che fece alla contrada grande assalto".

Così
nella Divina Commedia il sommo poeta Dante fa descrivere a
Cunizza, sorella di Ezzelino da Romano, il sito in cui sorgeva
la roccaforte da cui il tiranno usciva a seminare stragi e
morte per la veneta pianura.
Posto allo sbocco della valle del Brenta lungo l'antica strada
regia collegante Venezia a Trento, Romanum, come allora si
chiamava, con i suoi sette colli ben si prestava ad essere
munito di fortificazioni inespugnabili: e tale lo resero per
l'appunto gli Ezzelini edificando il loro castello sulla cima
del col Bastìa.
La storia di questa famiglia, ed in particolare di Ezzelino
Ill' che ne fu l'esponente più famoso, è stata ultimamente
rivalutata da approfonditi studi che l'amministrazione
comunale ha promosso per mettere nella giusta luce questa
figura così spesso travisata nel passato ed ai suoi tempi
infamata da avversa propaganda guelfa.
Il nome di Ezzelino III° è infatti giunto sino a noi carico
di imprecazioni di preti e di frati, di scomuniche di papi, di
improperi di poeti, di maledizioni di scrittori; è divenuto
sinonimo di quanto di empio, crudele, barbaro e bestiale abbia
saputo immaginare la fantasia di un demonio. E del demonio la
tradizione narra sia figlio, come anche cantò l'Ariosto:
"Ezzelino, immanissimo tiranno,
che fu creduto figlio del demonio";
e da esso si racconta ancora fosse stato rapito in punto di
morte tra infernali fumi che riempirono la camera ardente.
Estinta la famiglia degli Ezzelini, il furore dei popolo volle
cancellare ogni traccia di una genia tanto perversa
distruggendone i castelli, le proprietà ed arrivando fino a
violarne le tombe: sola si salvò la lapide sepolcrale del
padre Ezzelino il monaco, così chiamato per essersi ritirato
in vecchiaia nel monastero di Oliero da lui eretto; portata
dai benedettini di Campese nella pieve di Santa Giustina a
Solagna, si trova ora murata nella parete esterna della
chiesa: su di essa si vede scolpito un benedettino, la testa
appoggiata su cuscini, ed i guanti, simbolo di signoria, in
mano.
Da
questi cruenti avvenimenti trae origine la più tipica
manifestazione folcloristica di Romano d'Ezzelino: il palio
delle contrade. Nel 1260 si svolse infatti a Vicenza un palio
con cavalli in cui gareggiarono le varie contrade dei
distretto: lo scopo era quello di celebrare ufficialmente la
liberazione dalla tirannia ezzeliniana,
compitasi con la strage di San Zenone nella quale fu
massacrata la famiglia di Alberico da Romano, fratello di
Ezzelino il tiran no
morto l'anno prima a Soncino. Quello
di Romano è però un palio tipicamente contadino; e lo si
nota fin dall'inizio quando, dopo l'esibizione degli
sbandieratori, sfilano le tredici squadre di contrada: ognuna
è composta dal portabandiera con il gonfalone, il fantino, il
palafreniere ed una coppia, tutti vestiti con i caratteristici
costumi contadini del secolo scorso e recanti con sé antichi
attrezzi del lavoro agricolo. In omaggio poi all'animale da
soma, compagno dell'uomo in tante fatiche dei campi, il palio
non è, come si potrebbe pensare, corso dai cavalli, ma dagli
asini, i simpatici "mussi" nostrani.
Al via, le raglianti cavalcature pungolate dall'agricolo
cavaliere devono percorrere per tre volte il lungo tragitto
snodantesi attraverso le vie del paese, tra gli incitamenti
delle varie contrade in gara e gli sguardi divertiti della
folla.
Appuntamento all'ultima domenica di aprile, dunque, per
assistere a questa originale manifestazione che di anno in
anno si arricchisce di nuove iniziative tese a renderne lo
svolgimento sempre più aderente alla realtà storica che ne
è all'origine.
Dopo
gli Ezzelini, anche la Serenissima lasciò a Romano sue
tracce, e numerose sono le ville gentilizie che i nobili
veneziani eressero ai piedi di queste colline, nel dolce clima
dell'olivo. Per un itinerario di visita potremmo partire da Cà
7, appena fuori Bassano lungo la strada per Trento, dove si
dirama la statale "Cadorna" che, passando per Romano
Alto, in 32 chilometri conduce alla cima dei Grappa.
Incontriamo dapprima la quattrocentesca villa Cà Cornaro, ora
sede di un istituto religioso e di una scuola, affiancata
dalla sua graziosa chiesetta: una visita merita il vasto parco
in cui a verdi spianate erbose si alternano boschetti di
plurisecolari piante esotiche. Proseguendo, una diramazione
sulla destra (via Molinetto) passa successivamente davanti a
villa Locatelli-Stecchini e quindi a villa Stecchini; evidente
in entrambe è la connessione delle architetture con la
gestione agricola del fondo: le barchesse, la colombaia,
nell'ultima anche una peschiera, indicano lo stretto legame
con la terra dell'antica nobiltà veneziana ed il suo attivo
interessamento e coinvolgimento nella gestione dell'azienda
agraria; tutte sono poi abbellite da alberi maestosi ed
immancabilmente accompagnate dalla cappella gentilizia.
Tiriamo diritto al successivo incrocio, immergendoci ora tra i
dolci declivi dell'area collinare. Al sommo dei col Bastia si
leva solitaria la "torre ezzeliniana", eretta dalle
genti di Romano nel luogo ove un tempo sorgeva il castello dei
tiranno; davanti ad essa, una lapide posta dalla "Dante
Alighieri" ricorda le terzine dei paradiso citanti il
celebre sito. La bellezza di queste verdi colline colpi
profondamente anche il pittore bassanese Jacopo Da Ponte, che
in uno dei suoi quadri più famosi, la "fuga in
Egitto", le pone a fondale dell'opera. La posizione
elevata sulla pianura, e nello stesso tempo discosta dalle pur
vicine montagne, ne fa un belvedere di inc omparabile
bellezza: a nord precipitano bruscamente al piano gli sproni
del Grappa e dell'altopiano dei sette comuni, squarciati a
mezzo dalle profonde valli internantisi in essi; ad est più
amene ondulazioni vanno a raccordarsi ai colli asolani su cui
troneggia possente la rocca di Caterina Cornaro con ai piedi
la bella Asolo; a sud la campagna si stende a perdita d'occhio
fino al mare nascosto da brume lontane; ad ovest infine
svettano le torri della vicina Bassano, anch'esse strenui
baluardi ezzeliniani.
Discesi al piccolo borgo di Romano Alto e risalita per qualche
chilometro la statale del Grappa, giriamo quindi a destra
all'altezza di un capitello votivo (via Farronati) per
dirigerci verso l'angusto solco vallivo della valle Santa
Felicita.
Sede di una "fara" longobarda e luogo d'incontro dei
commerci della zona attorno all'anno mille, essa si inoltra
stretta e rupestre nel cuore del massiccio del Grappa.
Sul fondo sassoso dei greto torrentizio sorge il tempietto
dedicato alla Madonna del Buon Consiglio; più avanti, dove il
torrente ha scavato il suo letto in un'erta soglia di dolomia,
si entra nella palestra di roccia, punto d'incontro degli
alpinisti che qui si impegnano in severi allenamenti e sede di
svolgimento di numerosi corsi roccia.
Ma
ritorniamo ora sui nostri passi per dirigerci (via Carlessi)
verso Pove; la strada corre alla base della soleggiata
costiera pedemontana, dove il clima mite dato dalla
particolare posizione geografica (al riparo dai venti e fuori
dal pericolo delle fredde nebbie e delle brinate così
frequenti nella sottostante pianura) rende possibile la
coltivazione dell'olivo, pianta caratteristica del caldo clima
mediterraneo, qui presente nel suo areale più nordico.
Certamente introdotta dai Romani che, considerando l'olio
componente fondamentale della loro alimentazione, la
coltivarono dove possibile nelle terre conquistate, se ne ha
notizia sin dal 1131 quando la sua presenza nella zona di
Angarano fu documentata in un atto di compravendita agraria.
I lunghi secoli di coltivazione selezionarono poi la pianta,
affinandone l'adattabilità al clima locale e rendendola
estremamente resistente ai freddi inverni del pedemonte.
Componente fissa del paesaggio agrario, l'olivo intreccia i
suoi coltivi alle rustiche abitazioni; la gente ha per questa
pianta un'affezione innata che la spinge a coltivarla i ogni
ritaglio di terreno: si può dire che non c'è angolo della
campagna o delle erte pendici digradanti. sui paesi in cui non
si veda: ceruleo verdeggiare delle sue fronde.
Anche
la tradizione le riserva una partici lare considerazione: ogni
anno in marzo, al la fiera dell'olivo di Pove, ci si ritrova
in piazza a gustare la tipica "bruschetta", mentre
tutt'attorno fanno bella mostra di sé caratteristiche
composizioni floreali che hanno come centro di interesse
appunto la nostra pianta.
Per
la sua posizione strategica all'imbocco della valle del
Brenta, Pove fu costituito fin dall'antichità in fortezza:
sulle montagne che lo proteggono alle spalle una cinta muraria
con la bastia ed il castello ezzeliniano rendevano agevole il
controllo del traffico commerciale in sinistra Brenta ed
inespugnabile alle milizie lo stretto passo del canale.
Attorno a questi luoghi la fantasia popolare ricamò le.
fosche leggende di "re Zalìn": nelle notti di
tregenda, in mezzo alla bufera, il feroce tiranno accompagnato
dal demonio vaga nel cielo cavalcando un bucefalo che lascia
dietro di sé una lunga scia di fuoco ed emettendo spaventosi
grugniti ed ululati; presso i ruderi del castello sul Cornon
sarebbero poi nascosti a grande profondità forzieri
riboccanti d'oro e d'argento, pentole zeppe di monete ed altri
tesori.
Un'altra leggenda, questa volta più gentile, sta invece alla
base della tradizione che da secoli anima il paese in un
mistico efflato di religiosità popolare.
Si narra dunque che un pellegrino fiammingo, nel lungo viaggio
verso Roma in occasione dell'anno giubilare del 1300, abbia
chiesto e ricevuto ospitalità per alcuni giorni dal parroco
di Pove; non sapendo come sdebitarsi, chiese al sacerdote un
tronco di olivo nel quale scolpì, in due giorni e una notte
di lavoro, le mirabili fattezze del Crocifisso.
Qualche
decennio più tardi la sacra effigie fu invocata per salvare
il paese da un'epidemia di peste: in segno di ringraziamento
per l'intervento divino fu indetta una solenne processione
che, in un primo tempo a cadenza decennale, quindi
quinquennale ed arricchita di nuovi contenuti di fede
popolare, costituisce oggi il centro delle feste del Divin
Crocifisso.
Ben 550 persone, praticamente un quarto della popolazione dei
paese, sfilano in costume rievocando i vari personaggi biblici
e gli avvenimenti salienti della storia della salvezza.
Da Adamo ed Eva ai patriarchi d'Israele, dal popolo ebreo in
cammino nel deserto alla conquista della terra promessa, dai
giudici ed i re ai profeti, l'antico testamento si svolge
sotto gli occhi dello spettatore richiamando alla memoria
scene e personaggi mitici ora trasformati in una realtà
tangibile. Ma è soprattutto nella rievocazione dei miracoli e
delle parabole di Gesù, al cui termine c'è proprio Lui, il
Cristo, a portare barcollante la pesantissima croce, che la
sacra rappresentazione diventa liturgia, e muove gli animi più
sensibili ad una commozione profonda.
Per tre domeniche consecutive, le prime dei mese di settembre,
le feste del Cristo richiamano a Pove alcune migliaia di
persone, fra turisti ed emigranti rientrati per l'occasione.
La processione conclusiva viene effettuata in notturna; al suo
termine, la rappresentazione teatrale della morte in croce e
della resurrezione di Cristo, allestita nella piazza del
paese, mette la parola fine a questo immenso impegno di pietà
popolare.
Fino ad un recente passato le vicine montagne provvidero dal
loro cuore a fornire lavoro per i Povesi: gli abilissimi
scalpellini locali vi cavavano "superbissimi marmi di
varj colori: cinerizio, rosso carico, rosso chiaro e bianco.
Questo ultimo singolarmente per la sua bianchezza singolare e
per la sua lucidezza viene assai stimato dagli artefici. E'
denominato Biancon di Pove, ed assomiglia moltissimo al marmo
di Carrara".
La loro perizia nel lavorare la pietra rese gli scalpellini
povesi richiestissimi in tutta Europa: li ricordiamo chiamati
da Napoleone a lavorare nelle procurate di Venezia o dal
Canova per la costruzione dei tempio di Possagno, ma anche
all'estero dove, ad esempio, decorarono la mirabile cattedrale
di Colonia.
Ora che quest'arte, travolta dall'avanzata dei moderni
macchinari, è pressoché scomparsa ed i suoi ultimi sprazzi
trasferiti nella "bottega" di qualche scultore
moderno, è comunque possibile ammirare i capolavori del
passato alla "mostra dello scalpellino povese"
allestita nel civico museo. Dopo una breve visita alla
parrocchiale in cui si conserva il Crocifisso ligneo
protagonista delle Feste ed alla pieve di San Pietro, una
delle più antiche della diocesi patavina, il nostro
itinerario potrà concludersi sulle sponde del Brenta, nelle
vicinanze di villa Rubbi, ora sede del locale istituto
agrario, dove la romanica chiesetta di San Bartolomeo
troneggia alta sulla sassosa riva a ricordare il tempo in cui
i viandanti invocavano la protezione del Santo prima di
guadare la corrente dei fiume.
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I
paesi della Pedemontana
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ROMANO
D'EZZELINO
Cittadina
di circa dodicimila abitanti, si distende ai piedi delle
prealpi venete in posizione collinare, all'imbocco della
strada che conduce a Cima Grappa.
Il
toponimo è citato per la prima volta in un documento
del 1076 come "Romanum"; l'aggiunta
"d'Ezzelino" ricorda che in questo luogo ebbe
i natali il temuto condottiero medievale Ezzelino da
Romano (1.194-1.259), di stirpe germanica, noto con
l’appellativo di "tiranno".
Dai
Vescovi di Vicenza il da Romano ottenne in feudo il
distretto di Bassano e le ville di Angarano e di
Cartigliano ed altri vari territori si conquistò
muovendo guerra agli antichi proprietari.
All'estinguersi
della dinastia degli Ezzelini, Romano venne attratto
nell'orbita di Padova, seguendone poi i destini.
Oggi
Romano si distingue per le sue fiorenti industrie.
Arte
e cultura
Famoso
è il Colle Bastia, dove sorgeva il castello degli
Ezzelini , menzionato da Dante nel nono canto del
Paradiso.
Fra
gli edifici la chiesa parrocchiale, dedicata alla
Purificazione della Vergine, è una costruzione
gradevole di recente fattura; più antiche le belle
ville, fra le quali spicca la villa dei Cornaro,
compiuta tra il XVI e il XVIII secolo, su parziale
disegno di Vincenzo Scamozzi.
Poco
oltre il centro di Romano alto, è situata la Torre
posta sul Colle di Dante, punto di notevole interesse
panoramico.
In
frazione Fellette si possono ancora scorgere i cippi
romani che limitano la zona un tempo suddivisa dal
graticolato: qui, tra Fellette e Sacro Cuore,
riaffiorano ancora reperti di archeologia pertinenti le
abitazioni e l'attività di quegli antichi coloni.
Nella
valle di Santa Felicita sorgevano, in epoca medievale,
le abitazioni dei religiosi che rimisero a cultura il
territorio e vi si teneva un famoso mercato; oggi nella
valle si trova una frequentata palestra di roccia.
Ricordiamo
inoltre l'interessante Museo dell'Automobile "Bonfanti",
in via Torino n.2 (0424 5 13690).
Manifestazioni
tipiche
Carnevale dei Ragazzi penultima domenica di Carnevale
Passeggiata di San Valentino domenica di San Valentino
Palio delle Contrade con la "corsa dei mussi"
ultima Domenica di Aprile
Se divertimo sò a busa de Campeia ultime Due Domeniche
di luglio
Festa della Chiesetta Alpina a Costalunga seconda
Domenica di Agosto
Concerto di Santa Cecilia a Sacro Cuore ultimo fine
Settimana di Novembre
Iniziative Natalizie dicembre
| POVE
DEL GRAPPA |
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Pove
è il primo dei centri del Brenta
raggiungibile se, da Bassano, si risale
il corso del fiume: giace ai piedi del
Monte Grappa, in una sorta di anfiteatro
naturale che si apre in direzione della
vicina Valsugana. L'estrema vicinanza ha
da sempre unito, nella storia, le
vicende di questa cittadina con quelle
di Bassano. La particolare mitezza del
clima ha favorito la coltivazione
dell'olivo: tipica ed estesa, anche se
spesso, negli ultimi anni, relegata ad
"attività part-time"; per
rilanciare questa produzione molto è
stato fatto ed in particolare si è dato
vita ad una Fiera Mercato dell'Olivo,
all'interno della quale si svolgono
incontri, convegni, dibattiti, che fanno
conoscere agli operatori ed al grande
pubblico le problematiche, il valore ed
il significato della presenza di questa
pianta e del suo gustoso frutto nella
Pedemontana.
Arte
e cultura
Pove
è famoso per le feste quinquennali, che
si svolgono le prime due domeniche di
settembre negli anni che si chiudono con
lo zero e il cinque: le feste sono
riproposte dal lontano 1500 e sono
celebrazioni in onore del Divin
Crocifisso, rappresentato da una
miracolosa scultura il legno lasciata da
un ignoto pellegrino nordico tra il XIV
e il XV secolo. Tradizionali sono le
processioni in costume cui partecipano
oltre quattrocento figuranti che
incarnano figure allegoriche e
personaggi dell'Antico e del Nuovo
testamento e rievocano la Passione di
Cristo. Numerosi sono gli edifici di
pregio: l'attuale parrocchiale dedicata
a S.Vigilio Martire fu ricostruita sulla
base del progetto dello Scamozzi e
conserva il Divin Crocifisso ed una pala
di Jacopo da Bassano;
i quattro altari sono opera di quei
celebri scalpellini di Pove che,
emigrati in tutto il mondo, hanno reso
onore a questa terra. Da vedere è anche
l'antichissimo oratorio di San
Bartolomeo, sulla riva del Brenta, un
tempietto a navata unica, coperto da un
soffitto a capriate e recante tracce di
antichi affreschi. Ben noto è inoltre
il Museo dello Scalpellino, ospitato
presso la Civica Biblioteca di via
Marconi; sorto nel 1985 per volontà
dell'Amministrazione comunale, è
intitolato alla memoria dello scultore
povese Antonio Bosa.
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Manifestazioni
tipiche
Festa assaggio olio degli olivi di Pove
Febbraio
Fiera Mercato dell'Olivo Domenica delle
Palme
Festa della Montagna al Cornon 1 Maggio
Marcia Internazionale sul Massiccio del
Grappa quarta Domenica di Giugno
Festa di fine estate Settembre
Feste Quinquennali del Divin Crocifisso
ogni 5 anni a settembre |
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BORSO
DEL GRAPPA
Giace
Borso, annidato ai piedi del Monte Grappa, sulla fascia
Prealpina che va dal Brenta al Piave, disteso fra il
Massiccio calcareo alle sue spalle e le dorsali
collinose che si smorzano dolcemente verso la pianura.
Gli insediamenti nel territorio di Borso affondano le
loro radici in un lontanissimo passato: si ha
testimonianza di presenze paleovenete sia a Cassanego
sia a Semonzo, mentre a S. Eulalia è conservata la
lapide sepolcrale di Caio Massimo (III° secolo D.C.).
Clima mite e proprietà del terreno rendono possibile la
coltivazione dei piselli (“i bisi de Borso”), che si
distinguono dagli altri non per un carattere genetico,
ma per la loro dolcezza mentre la tradizionale
lavorazione del legno permette la produzione delle
“pipe” che hanno una funzione puramente ornamentale.
Borso è conosciuto a livello internazionale grazie al
Volo Libero ( deltaplano e parapendio) che ha
contribuito a renderlo centro turistico e meta
obbligatoria per tutti gli appassionati di questo sport.
La
chiesa di Borso
Su
disegno di Antonio Gaidon sorge l'edificio di bellissime
proporzioni architettoniche in stile classico,
costituito da una sola navata, con presbiterio. La
Chiesa si erge su quattro colonne di stile corinzio, tra
le quali vi sono semplici decorazioni con il simbolo
della Santa Martire, titolare della Pieve, nella quale
sono conservati: il Martirio di Sant'Eulalia di Andrea
Zanoni, i SS. Antonio e Carlo Borromeo, S. Cassiano
martirizzato dai suoi discepoli (1803) di Giovanni
Martino de Bonis, Cristo ascendente al cielo con ai
piedi i SS. Giustina, Giovanni Evangelista e Prosdocimo
di Giacomo Apollonio da Bassano. All'interno si trova
l'organo costruito da Gaetano Antonio Callido, donato da
Mons. Sartori Canova, fratellastro di Antonio Canova, e
un paliotto del Bonazza nell'altare maggiore. Di grande
interesse all'interno della sacrestia, il Sarcofago di
Caio Vettonio Massimo: fu rinvenuto a Sant'Eulalia nelle
rovine della Chiesa Vecchia di San Cassiano a pochi
passi dell'attuale. Il "Veterano" lo fece
costruire quando era ancora in vita affinché gli
abitanti del "pago di Misquile" ogni anno
festeggiassero la sua memoria con fiori in primavera (Rosales)
e primizie della terra in autunno (Vindemiales).
Nelle
Vicinanze di Borso
Il
borgo di Cassanego: dalla piazza di sant'Eulalia
percorrendo la strada panoramica si raggiunge Cassanego,
antico Borgo, che compare nel medioevo come paese
autonomo. Nelle vicinanze ritrovamenti archeologici
risalenti all'epoca Paleoveneta. Nei pressi di Cassanego
si può ammirare l'ottocentesco Oratorio di Sant'Andrea
I
Piselli di Borso
I
piselli coltivati a Borso del Grappa vengono chiamati
"Bisi de Borso". Essi si distinguono dagli
altri per la loro dolcezza: qualità e pregi vengono
esaltati nel raccolto primaverile, è in questo momento
che i semi sono teneri e di sapore delicato.
Coltivazione con metodo "bio" (rotazione
triennale, impiego di letame bovino, sono esclusi
concimi chimici e/o pesticidi); semina autunnale o
primaverile in pieno campo. Raccolta a sfalcio,
selezione dei baccelli in azienda. Il prodotto viene
posto in vendita in cassette di cartone ed è
contraddistinto dal tipico marchio che ne garantisce la
provenienza e va consumato fresco. La tradizione della
coltivazione del "biso" a Borso del Grappa è
antica e le sue origini si perdono nella storia.
Proprietà del terreno e clima mite fanno sì che il
legume abbia caratteri peculiari e maturi precocemente.
Un tempo veniva portato ai vicini mercati di Bassano,
Asolo e Crespano. La definizione "Biso de Borso",
protetta da marchio, si applica esclusivamente ai
baccelli della varietà della specie "Pisum Sativum
L." destinati al consumo allo stato fresco e
coltivati nel Comune di Borso del Grappa (TV). Nella
prima quindicina di giugno l'Associazione Bisicoltori di
Borso organizza una mostra mercato in Piazza a
Sant'Eulalia (VI).
Le
Pipe di Borso
Queste pipe
dalle forme un po'insolite, con la canna e il fornello
ricchi d'intagli ornamentali, vengono ricavate dai legni
di carpino e di marasca che emanano un aroma
caratteristico. Oggi, come un tempo lontano, la pipa è
rimasta integra nella lavorazione e nei materiali. La
presenza austro-ungarica ha lasciato, forse, a Borso
qualcosa in più. Infatti, proprio in quel periodo è
iniziata l'attività di lavoro del legno, che ha portato
un numero consistente di famiglie a dedicarsi alla
produzione della pipa. In un primo momento una pipa per
il fumo, successivamente, forse per testimoniare gli
eventi mondiali, che hanno reso sacro il Grappa, il
fornello e la pipa intera hanno assunto anche una
funzione ornamentale. E non c'è stato turista illustre
del territorio che non abbia portato con sé un così
piacevole ricordo, rappresentato dalla Pipa di Borso.
Dopo il secondo dopoguerra la lavorazione della pipa, più
intensa nella stagione invernale, si estese a circa il
70 % delle famiglie e così anche la sua diffusione si
espanse. E. Hemingway e J. Dos Passos durante i giorni
trascorsi a Borso, quali militari volontari dagli U.S.A.
nel 1917/18, furono colpiti dall'abilità degli
intagliatori e dalla fantasia nel creare soggetti tanto
singolari e diversi. Gli anziani del paese, ricordano i
due uomini colti americani, raccontano che essi si
soffermavano ad osservare incuriositi ed affascinati i
vecchi, rimasti al loro lavoro abituale, sia pure tra il
frastuono della guerra.
MUSSOLENTE
Mussolente
è tradizionalmente suddiviso in due paesi: il capoluogo
occupa la fascia collinare, a nord; verso sud, in
territorio pianeggiante, sorge Casoni. Una certa
importanza ha avuto anche la notevole abbondanza di
corsi d’acqua, fonti idriche in grado di assicurare un
costante approvvigionamento in ogni stagione. La
presenza umana nel territorio risale all’età
preistorica, secondo quanto le testimonianze
archeologiche consentono di affermare: in epoca romana
la zona è nota con l’appellativo di “pagus
Misquilensium”, da cui deriva l’odierna
denominazione degli abitanti, chiamati misquillesi.
A Mussolente si insediarono i Longobardi, che
preferirono la collina, più facilmente difendibile
rispetto alla pur fertile pianura: decisione poi
risultata estremamente saggia in occasione delle
terribili invasioni ungare. Alla fine del X secolo
Mussolente divenne territorio del vescovo di Belluno e
la signoria bellunese fu confermata alla fine del XII
secolo da una bolla papale: ma nel frattempo si era
stabilita, un po’ ovunque nella Valle, la potente
stirpe degli Ezzelini, che esercitò la propria
supremazia fino alla seconda metà del XIII secolo. Alle
lunghe lotte per la supremazia che seguirono
l’estinzione della casata dei Da Romano pose fine la
dedizione di Mussolente alla Serenissima, avvenuta nel
1339. Ai pacifici secoli di dominio della Repubblica di
Venezia si fa risalire lo sviluppo della piana di
Mussolente e la costituzione della frazione di Casoni.
CRESPANO
DEL GRAPPA
Famoso nel '700
per la lavorazione della lana che arricchì
industriali e popolazione locali. Si segnala, a
livello comprensoriale, il colmello (località) Gherla,
ove è conservata l'antica struttura abitativa e la
Villa Manfrotto Canal. Rientra nel comprensorio la
Loc. Cima Grappa, famosa per il Sacello della
Madonnina del Grappa edificato ai primi del 1900 e
benedetto dal Cardinale Sarto eletto poi Papa Pio X,
ove fu edificato, tra il 1926 ed il 1935, l'Ossario
della 1^ Guerra Mondiale che custodisce i resti di
12.615 soldati italiani e 10.295 austro-ungarici a
indimenticabile monito della crudeltà e della
assurdità della guerra.
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