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La Pedemontana del Grappa

"In quella parte della terra prava
Italica, che siede intra Rialto
E le fontane di Brenta e di Piava,
Si leva un colle e non surge molt'alto,
Là onde scese già una facella
Che fece alla contrada grande assalto
".


Così nella Divina Commedia il sommo poeta Dante fa descrivere a Cunizza, sorella di Ezzelino da Romano, il sito in cui sorgeva la roccaforte da cui il tiranno usciva a seminare stragi e morte per la veneta pianura.
Posto allo sbocco della valle del Brenta lungo l'antica strada regia collegante Venezia a Trento, Romanum, come allora si chiamava, con i suoi sette colli ben si prestava ad essere munito di fortificazioni inespugnabili: e tale lo resero per l'appunto gli Ezzelini edificando il loro castello sulla cima del col Bastìa.
La storia di questa famiglia, ed in particolare di Ezzelino Ill' che ne fu l'esponente più famoso, è stata ultimamente rivalutata da approfonditi studi che l'amministrazione comunale ha promosso per mettere nella giusta luce questa figura così spesso travisata nel passato ed ai suoi tempi infamata da avversa propaganda guelfa.
Il nome di Ezzelino III° è infatti giunto sino a noi carico di imprecazioni di preti e di frati, di scomuniche di papi, di improperi di poeti, di maledizioni di scrittori; è divenuto sinonimo di quanto di empio, crudele, barbaro e bestiale abbia saputo immaginare la fantasia di un demonio. E del demonio la tradizione narra sia figlio, come anche cantò l'Ariosto:
"Ezzelino, immanissimo tiranno,
che fu creduto figlio del demonio";
e da esso si racconta ancora fosse stato rapito in punto di morte tra infernali fumi che riempirono la camera ardente.
Estinta la famiglia degli Ezzelini, il furore dei popolo volle cancellare ogni traccia di una genia tanto perversa distruggendone i castelli, le proprietà ed arrivando fino a violarne le tombe: sola si salvò la lapide sepolcrale del padre Ezzelino il monaco, così chiamato per essersi ritirato in vecchiaia nel monastero di Oliero da lui eretto; portata dai benedettini di Campese nella pieve di Santa Giustina a Solagna, si trova ora murata nella parete esterna della chiesa: su di essa si vede scolpito un benedettino, la testa appoggiata su cuscini, ed i guanti, simbolo di signoria, in mano.
Da questi cruenti avvenimenti trae origine la più tipica manifestazione folcloristica di Romano d'Ezzelino: il palio delle contrade. Nel 1260 si svolse infatti a Vicenza un palio con cavalli in cui gareggiarono le varie contrade dei distretto: lo scopo era quello di celebrare ufficialmente la liberazione dalla tirannia ezzeliniana, compitasi con la strage di San Zenone nella quale fu massacrata la famiglia di Alberico da Romano, fratello di Ezzelino il tiranno morto l'anno prima a Soncino. Quello di Romano è però un palio tipicamente contadino; e lo si nota fin dall'inizio quando, dopo l'esibizione degli sbandieratori, sfilano le tredici squadre di contrada: ognuna è composta dal portabandiera con il gonfalone, il fantino, il palafreniere ed una coppia, tutti vestiti con i caratteristici costumi contadini del secolo scorso e recanti con sé antichi attrezzi del lavoro agricolo. In omaggio poi all'animale da soma, compagno dell'uomo in tante fatiche dei campi, il palio non è, come si potrebbe pensare, corso dai cavalli, ma dagli asini, i simpatici "mussi" nostrani.
Al via, le raglianti cavalcature pungolate dall'agricolo cavaliere devono percorrere per tre volte il lungo tragitto snodantesi attraverso le vie del paese, tra gli incitamenti delle varie contrade in gara e gli sguardi divertiti della folla.
Appuntamento all'ultima domenica di aprile, dunque, per assistere a questa originale manifestazione che di anno in anno si arricchisce di nuove iniziative tese a renderne lo svolgimento sempre più aderente alla realtà storica che ne è all'origine.

Dopo gli Ezzelini, anche la Serenissima lasciò a Romano sue tracce, e numerose sono le ville gentilizie che i nobili veneziani eressero ai piedi di queste colline, nel dolce clima dell'olivo. Per un itinerario di visita potremmo partire da Cà 7, appena fuori Bassano lungo la strada per Trento, dove si dirama la statale "Cadorna" che, passando per Romano Alto, in 32 chilometri conduce alla cima dei Grappa. Incontriamo dapprima la quattrocentesca villa Cà Cornaro, ora sede di un istituto religioso e di una scuola, affiancata dalla sua graziosa chiesetta: una visita merita il vasto parco in cui a verdi spianate erbose si alternano boschetti di plurisecolari piante esotiche. Proseguendo, una diramazione sulla destra (via Molinetto) passa successivamente davanti a villa Locatelli-Stecchini e quindi a villa Stecchini; evidente in entrambe è la connessione delle architetture con la gestione agricola del fondo: le barchesse, la colombaia, nell'ultima anche una peschiera, indicano lo stretto legame con la terra dell'antica nobiltà veneziana ed il suo attivo interessamento e coinvolgimento nella gestione dell'azienda agraria; tutte sono poi abbellite da alberi maestosi ed immancabilmente accompagnate dalla cappella gentilizia. Tiriamo diritto al successivo incrocio, immergendoci ora tra i dolci declivi dell'area collinare. Al sommo dei col Bastia si leva solitaria la "torre ezzeliniana", eretta dalle genti di Romano nel luogo ove un tempo sorgeva il castello dei tiranno; davanti ad essa, una lapide posta dalla "Dante Alighieri" ricorda le terzine dei paradiso citanti il celebre sito. La bellezza di queste verdi colline colpi profondamente anche il pittore bassanese Jacopo Da Ponte, che in uno dei suoi quadri più famosi, la "fuga in Egitto", le pone a fondale dell'opera. La posizione elevata sulla pianura, e nello stesso tempo discosta dalle pur vicine montagne, ne fa un belvedere di incomparabile bellezza: a nord precipitano bruscamente al piano gli sproni del Grappa e dell'altopiano dei sette comuni, squarciati a mezzo dalle profonde valli internantisi in essi; ad est più amene ondulazioni vanno a raccordarsi ai colli asolani su cui troneggia possente la rocca di Caterina Cornaro con ai piedi la bella Asolo; a sud la campagna si stende a perdita d'occhio fino al mare nascosto da brume lontane; ad ovest infine svettano le torri della vicina Bassano, anch'esse strenui baluardi ezzeliniani.
Discesi al piccolo borgo di Romano Alto e risalita per qualche chilometro la statale del Grappa, giriamo quindi a destra all'altezza di un capitello votivo (via Farronati) per dirigerci verso l'angusto solco vallivo della valle Santa Felicita.
Sede di una "fara" longobarda e luogo d'incontro dei commerci della zona attorno all'anno mille, essa si inoltra stretta e rupestre nel cuore del massiccio del Grappa.
Sul fondo sassoso dei greto torrentizio sorge il tempietto dedicato alla Madonna del Buon Consiglio; più avanti, dove il torrente ha scavato il suo letto in un'erta soglia di dolomia, si entra nella palestra di roccia, punto d'incontro degli alpinisti che qui si impegnano in severi allenamenti e sede di svolgimento di numerosi corsi roccia. 

 

Ma ritorniamo ora sui nostri passi per dirigerci (via Carlessi) verso Pove; la strada corre alla base della soleggiata costiera pedemontana, dove il clima mite dato dalla particolare posizione geografica (al riparo dai venti e fuori dal pericolo delle fredde nebbie e delle brinate così frequenti nella sottostante pianura) rende possibile la coltivazione dell'olivo, pianta caratteristica del caldo clima mediterraneo, qui presente nel suo areale più nordico.
Certamente introdotta dai Romani che, considerando l'olio componente fondamentale della loro alimentazione, la coltivarono dove possibile nelle terre conquistate, se ne ha notizia sin dal 1131 quando la sua presenza nella zona di Angarano fu documentata in un atto di compravendita agraria. 
I lunghi secoli di coltivazione selezionarono poi la pianta, affinandone l'adattabilità al clima locale e rendendola estremamente resistente ai freddi inverni del pedemonte.
Componente fissa del paesaggio agrario, l'olivo intreccia i suoi coltivi alle rustiche abitazioni; la gente ha per questa pianta un'affezione innata che la spinge a coltivarla i ogni ritaglio di terreno: si può dire che non c'è angolo della campagna o delle erte pendici digradanti. sui paesi in cui non si veda: ceruleo verdeggiare delle sue fronde.
Anche la tradizione le riserva una partici lare considerazione: ogni anno in marzo, al la fiera dell'olivo di Pove, ci si ritrova in piazza a gustare la tipica "bruschetta", mentre tutt'attorno fanno bella mostra di sé caratteristiche composizioni floreali che hanno come centro di interesse appunto la nostra pianta.

Per la sua posizione strategica all'imbocco della valle del Brenta, Pove fu costituito fin dall'antichità in fortezza: sulle montagne che lo proteggono alle spalle una cinta muraria con la bastia ed il castello ezzeliniano rendevano agevole il controllo del traffico commerciale in sinistra Brenta ed inespugnabile alle milizie lo stretto passo del canale.
Attorno a questi luoghi la fantasia popolare ricamò le. fosche leggende di "re Zalìn": nelle notti di tregenda, in mezzo alla bufera, il feroce tiranno accompagnato dal demonio vaga nel cielo cavalcando un bucefalo che lascia dietro di sé una lunga scia di fuoco ed emettendo spaventosi grugniti ed ululati; presso i ruderi del castello sul Cornon sarebbero poi nascosti a grande profondità forzieri riboccanti d'oro e d'argento, pentole zeppe di monete ed altri tesori.
Un'altra leggenda, questa volta più gentile, sta invece alla base della tradizione che da secoli anima il paese in un mistico efflato di religiosità popolare. 
Si narra dunque che un pellegrino fiammingo, nel lungo viaggio verso Roma in occasione dell'anno giubilare del 1300, abbia chiesto e ricevuto ospitalità per alcuni giorni dal parroco di Pove; non sapendo come sdebitarsi, chiese al sacerdote un tronco di olivo nel quale scolpì, in due giorni e una notte di lavoro, le mirabili fattezze del Crocifisso.
Qualche decennio più tardi la sacra effigie fu invocata per salvare il paese da un'epidemia di peste: in segno di ringraziamento per l'intervento divino fu indetta una solenne processione che, in un primo tempo a cadenza decennale, quindi quinquennale ed arricchita di nuovi contenuti di fede popolare, costituisce oggi il centro delle feste del Divin Crocifisso.
Ben 550 persone, praticamente un quarto della popolazione dei paese, sfilano in costume rievocando i vari personaggi biblici e gli avvenimenti salienti della storia della salvezza.
Da Adamo ed Eva ai patriarchi d'Israele, dal popolo ebreo in cammino nel deserto alla conquista della terra promessa, dai giudici ed i re ai profeti, l'antico testamento si svolge sotto gli occhi dello spettatore richiamando alla memoria scene e personaggi mitici ora trasformati in una realtà tangibile. Ma è soprattutto nella rievocazione dei miracoli e delle parabole di Gesù, al cui termine c'è proprio Lui, il Cristo, a portare barcollante la pesantissima croce, che la sacra rappresentazione diventa liturgia, e muove gli animi più sensibili ad una commozione profonda.
Per tre domeniche consecutive, le prime dei mese di settembre, le feste del Cristo richiamano a Pove alcune migliaia di persone, fra turisti ed emigranti rientrati per l'occasione.
La processione conclusiva viene effettuata in notturna; al suo termine, la rappresentazione teatrale della morte in croce e della resurrezione di Cristo, allestita nella piazza del paese, mette la parola fine a questo immenso impegno di pietà popolare.
Fino ad un recente passato le vicine montagne provvidero dal loro cuore a fornire lavoro per i Povesi: gli abilissimi scalpellini locali vi cavavano "superbissimi marmi di varj colori: cinerizio, rosso carico, rosso chiaro e bianco. Questo ultimo singolarmente per la sua bianchezza singolare e per la sua lucidezza viene assai stimato dagli artefici. E' denominato Biancon di Pove, ed assomiglia moltissimo al marmo di Carrara".
La loro perizia nel lavorare la pietra rese gli scalpellini povesi richiestissimi in tutta Europa: li ricordiamo chiamati da Napoleone a lavorare nelle procurate di Venezia o dal Canova per la costruzione dei tempio di Possagno, ma anche all'estero dove, ad esempio, decorarono la mirabile cattedrale di Colonia.
Ora che quest'arte, travolta dall'avanzata dei moderni macchinari, è pressoché scomparsa ed i suoi ultimi sprazzi trasferiti nella "bottega" di qualche scultore moderno, è comunque possibile ammirare i capolavori del passato alla "mostra dello scalpellino povese" allestita nel civico museo. Dopo una breve visita alla parrocchiale in cui si conserva il Crocifisso ligneo protagonista delle Feste ed alla pieve di San Pietro, una delle più antiche della diocesi patavina, il nostro itinerario potrà concludersi sulle sponde del Brenta, nelle vicinanze di villa Rubbi, ora sede del locale istituto agrario, dove la romanica chiesetta di San Bartolomeo troneggia alta sulla sassosa riva a ricordare il tempo in cui i viandanti invocavano la protezione del Santo prima di guadare la corrente dei fiume.

 

I paesi della Pedemontana

 

ROMANO D'EZZELINO

Cittadina di circa dodicimila abitanti, si distende ai piedi delle prealpi venete in posizione collinare, all'imbocco della strada che conduce a Cima Grappa.

Il toponimo è citato per la prima volta in un documento del 1076 come "Romanum"; l'aggiunta "d'Ezzelino" ricorda che in questo luogo ebbe i natali il temuto condottiero medievale Ezzelino da Romano (1.194-1.259), di stirpe germanica, noto con l’appellativo di "tiranno".

Dai Vescovi di Vicenza il da Romano ottenne in feudo il distretto di Bassano e le ville di Angarano e di Cartigliano ed altri vari territori si conquistò muovendo guerra agli antichi proprietari.

All'estinguersi della dinastia degli Ezzelini, Romano venne attratto nell'orbita di Padova, seguendone poi i destini.

Oggi Romano si distingue per le sue fiorenti industrie.

Arte e cultura

Famoso è il Colle Bastia, dove sorgeva il castello degli Ezzelini , menzionato da Dante nel nono canto del Paradiso.

Fra gli edifici la chiesa parrocchiale, dedicata alla Purificazione della Vergine, è una costruzione gradevole di recente fattura; più antiche le belle ville, fra le quali spicca la villa dei Cornaro, compiuta tra il XVI e il XVIII secolo, su parziale disegno di Vincenzo Scamozzi.

Poco oltre il centro di Romano alto, è situata la Torre posta sul Colle di Dante, punto di notevole interesse panoramico.

In frazione Fellette si possono ancora scorgere i cippi romani che limitano la zona un tempo suddivisa dal graticolato: qui, tra Fellette e Sacro Cuore, riaffiorano ancora reperti di archeologia pertinenti le abitazioni e l'attività di quegli antichi coloni.

Nella valle di Santa Felicita sorgevano, in epoca medievale, le abitazioni dei religiosi che rimisero a cultura il territorio e vi si teneva un famoso mercato; oggi nella valle si trova una frequentata palestra di roccia.

Ricordiamo inoltre l'interessante Museo dell'Automobile "Bonfanti", in via Torino n.2 (0424 5 13690).

 

Manifestazioni tipiche
Carnevale dei Ragazzi penultima domenica di Carnevale
Passeggiata di San Valentino domenica di San Valentino
Palio delle Contrade con la "corsa dei mussi" ultima Domenica di Aprile
Se divertimo sò a busa de Campeia ultime Due Domeniche di luglio
Festa della Chiesetta Alpina a Costalunga seconda Domenica di Agosto
Concerto di Santa Cecilia a Sacro Cuore ultimo fine Settimana di Novembre
Iniziative Natalizie dicembre

 

POVE DEL GRAPPA

Pove è il primo dei centri del Brenta raggiungibile se, da Bassano, si risale il corso del fiume: giace ai piedi del Monte Grappa, in una sorta di anfiteatro naturale che si apre in direzione della vicina Valsugana. L'estrema vicinanza ha da sempre unito, nella storia, le vicende di questa cittadina con quelle di Bassano. La particolare mitezza del clima ha favorito la coltivazione dell'olivo: tipica ed estesa, anche se spesso, negli ultimi anni, relegata ad "attività part-time"; per rilanciare questa produzione molto è stato fatto ed in particolare si è dato vita ad una Fiera Mercato dell'Olivo, all'interno della quale si svolgono incontri, convegni, dibattiti, che fanno conoscere agli operatori ed al grande pubblico le problematiche, il valore ed il significato della presenza di questa pianta e del suo gustoso frutto nella Pedemontana.

Arte e cultura

Pove è famoso per le feste quinquennali, che si svolgono le prime due domeniche di settembre negli anni che si chiudono con lo zero e il cinque: le feste sono riproposte dal lontano 1500 e sono celebrazioni in onore del Divin Crocifisso, rappresentato da una miracolosa scultura il legno lasciata da un ignoto pellegrino nordico tra il XIV e il XV secolo. Tradizionali sono le processioni in costume cui partecipano oltre quattrocento figuranti che incarnano figure allegoriche e personaggi dell'Antico e del Nuovo testamento e rievocano la Passione di Cristo. Numerosi sono gli edifici di pregio: l'attuale parrocchiale dedicata a S.Vigilio Martire fu ricostruita sulla base del progetto dello Scamozzi e conserva il Divin Crocifisso ed una pala di Jacopo da Bassano;
i quattro altari sono opera di quei celebri scalpellini di Pove che, emigrati in tutto il mondo, hanno reso onore a questa terra. Da vedere è anche l'antichissimo oratorio di San Bartolomeo, sulla riva del Brenta, un tempietto a navata unica, coperto da un soffitto a capriate e recante tracce di antichi affreschi. Ben noto è inoltre il Museo dello Scalpellino, ospitato presso la Civica Biblioteca di via Marconi; sorto nel 1985 per volontà dell'Amministrazione comunale, è intitolato alla memoria dello scultore povese Antonio Bosa.

Manifestazioni tipiche
Festa assaggio olio degli olivi di Pove Febbraio
Fiera Mercato dell'Olivo Domenica delle Palme
Festa della Montagna al Cornon 1 Maggio
Marcia Internazionale sul Massiccio del Grappa quarta Domenica di Giugno
Festa di fine estate Settembre
Feste Quinquennali del Divin Crocifisso ogni 5 anni a settembre

BORSO DEL GRAPPA

 

Giace Borso, annidato ai piedi del Monte Grappa, sulla fascia Prealpina che va dal Brenta al Piave, disteso fra il Massiccio calcareo alle sue spalle e le dorsali collinose che si smorzano dolcemente verso la pianura. Gli insediamenti nel territorio di Borso affondano le loro radici in un lontanissimo passato: si ha testimonianza di presenze paleovenete sia a Cassanego sia a Semonzo, mentre a S. Eulalia è conservata la lapide sepolcrale di Caio Massimo (III° secolo D.C.).
Clima mite e proprietà del terreno rendono possibile la coltivazione dei piselli (“i bisi de Borso”), che si distinguono dagli altri non per un carattere genetico, ma per la loro dolcezza mentre la tradizionale lavorazione del legno permette la produzione delle “pipe” che hanno una funzione puramente ornamentale.
Borso è conosciuto a livello internazionale grazie al Volo Libero ( deltaplano e parapendio) che ha contribuito a renderlo centro turistico e meta obbligatoria per tutti gli appassionati di questo sport.

La chiesa di Borso

Su disegno di Antonio Gaidon sorge l'edificio di bellissime proporzioni architettoniche in stile classico, costituito da una sola navata, con presbiterio. La Chiesa si erge su quattro colonne di stile corinzio, tra le quali vi sono semplici decorazioni con il simbolo della Santa Martire, titolare della Pieve, nella quale sono conservati: il Martirio di Sant'Eulalia di Andrea Zanoni, i SS. Antonio e Carlo Borromeo, S. Cassiano martirizzato dai suoi discepoli (1803) di Giovanni Martino de Bonis, Cristo ascendente al cielo con ai piedi i SS. Giustina, Giovanni Evangelista e Prosdocimo di Giacomo Apollonio da Bassano. All'interno si trova l'organo costruito da Gaetano Antonio Callido, donato da Mons. Sartori Canova, fratellastro di Antonio Canova, e un paliotto del Bonazza nell'altare maggiore. Di grande interesse all'interno della sacrestia, il Sarcofago di Caio Vettonio Massimo: fu rinvenuto a Sant'Eulalia nelle rovine della Chiesa Vecchia di San Cassiano a pochi passi dell'attuale. Il "Veterano" lo fece costruire quando era ancora in vita affinché gli abitanti del "pago di Misquile" ogni anno festeggiassero la sua memoria con fiori in primavera (Rosales) e primizie della terra in autunno (Vindemiales).

 

Nelle Vicinanze di Borso

Il borgo di Cassanego: dalla piazza di sant'Eulalia percorrendo la strada panoramica si raggiunge Cassanego, antico Borgo, che compare nel medioevo come paese autonomo. Nelle vicinanze ritrovamenti archeologici risalenti all'epoca Paleoveneta. Nei pressi di Cassanego si può ammirare l'ottocentesco Oratorio di Sant'Andrea

I Piselli di Borso

I piselli coltivati a Borso del Grappa vengono chiamati "Bisi de Borso". Essi si distinguono dagli altri per la loro dolcezza: qualità e pregi vengono esaltati nel raccolto primaverile, è in questo momento che i semi sono teneri e di sapore delicato. Coltivazione con metodo "bio" (rotazione triennale, impiego di letame bovino, sono esclusi concimi chimici e/o pesticidi); semina autunnale o primaverile in pieno campo. Raccolta a sfalcio, selezione dei baccelli in azienda. Il prodotto viene posto in vendita in cassette di cartone ed è contraddistinto dal tipico marchio che ne garantisce la provenienza e va consumato fresco. La tradizione della coltivazione del "biso" a Borso del Grappa è antica e le sue origini si perdono nella storia. Proprietà del terreno e clima mite fanno sì che il legume abbia caratteri peculiari e maturi precocemente. Un tempo veniva portato ai vicini mercati di Bassano, Asolo e Crespano. La definizione "Biso de Borso", protetta da marchio, si applica esclusivamente ai baccelli della varietà della specie "Pisum Sativum L." destinati al consumo allo stato fresco e coltivati nel Comune di Borso del Grappa (TV). Nella prima quindicina di giugno l'Associazione Bisicoltori di Borso organizza una mostra mercato in Piazza a Sant'Eulalia (VI).

Le Pipe di Borso

Queste pipe dalle forme un po'insolite, con la canna e il fornello ricchi d'intagli ornamentali, vengono ricavate dai legni di carpino e di marasca che emanano un aroma caratteristico. Oggi, come un tempo lontano, la pipa è rimasta integra nella lavorazione e nei materiali. La presenza austro-ungarica ha lasciato, forse, a Borso qualcosa in più. Infatti, proprio in quel periodo è iniziata l'attività di lavoro del legno, che ha portato un numero consistente di famiglie a dedicarsi alla produzione della pipa. In un primo momento una pipa per il fumo, successivamente, forse per testimoniare gli eventi mondiali, che hanno reso sacro il Grappa, il fornello e la pipa intera hanno assunto anche una funzione ornamentale. E non c'è stato turista illustre del territorio che non abbia portato con sé un così piacevole ricordo, rappresentato dalla Pipa di Borso. Dopo il secondo dopoguerra la lavorazione della pipa, più intensa nella stagione invernale, si estese a circa il 70 % delle famiglie e così anche la sua diffusione si espanse. E. Hemingway e J. Dos Passos durante i giorni trascorsi a Borso, quali militari volontari dagli U.S.A. nel 1917/18, furono colpiti dall'abilità degli intagliatori e dalla fantasia nel creare soggetti tanto singolari e diversi. Gli anziani del paese, ricordano i due uomini colti americani, raccontano che essi si soffermavano ad osservare incuriositi ed affascinati i vecchi, rimasti al loro lavoro abituale, sia pure tra il frastuono della guerra.

MUSSOLENTE

Mussolente è tradizionalmente suddiviso in due paesi: il capoluogo occupa la fascia collinare, a nord; verso sud, in territorio pianeggiante, sorge Casoni. Una certa importanza ha avuto anche la notevole abbondanza di corsi d’acqua, fonti idriche in grado di assicurare un costante approvvigionamento in ogni stagione. La presenza umana nel territorio risale all’età preistorica, secondo quanto le testimonianze archeologiche consentono di affermare: in epoca romana la zona è nota con l’appellativo di “pagus Misquilensium”, da cui deriva l’odierna denominazione degli abitanti, chiamati misquillesi.
A Mussolente si insediarono i Longobardi, che preferirono la collina, più facilmente difendibile rispetto alla pur fertile pianura: decisione poi risultata estremamente saggia in occasione delle terribili invasioni ungare. Alla fine del X secolo Mussolente divenne territorio del vescovo di Belluno e la signoria bellunese fu confermata alla fine del XII secolo da una bolla papale: ma nel frattempo si era stabilita, un po’ ovunque nella Valle, la potente stirpe degli Ezzelini, che esercitò la propria supremazia fino alla seconda metà del XIII secolo. Alle lunghe lotte per la supremazia che seguirono l’estinzione della casata dei Da Romano pose fine la dedizione di Mussolente alla Serenissima, avvenuta nel 1339. Ai pacifici secoli di dominio della Repubblica di Venezia si fa risalire lo sviluppo della piana di Mussolente e la costituzione della frazione di Casoni.

 

CRESPANO DEL GRAPPA

Famoso nel '700 per la lavorazione della lana che arricchì industriali e popolazione locali. Si segnala, a livello comprensoriale, il colmello (località) Gherla, ove è conservata l'antica struttura abitativa e la Villa Manfrotto Canal. Rientra nel comprensorio la Loc. Cima Grappa, famosa per il Sacello della Madonnina del Grappa edificato ai primi del 1900 e benedetto dal Cardinale Sarto eletto poi Papa Pio X, ove fu edificato, tra il 1926 ed il 1935, l'Ossario della 1^ Guerra Mondiale che custodisce i resti di 12.615 soldati italiani e 10.295 austro-ungarici a indimenticabile monito della crudeltà e della assurdità della guerra.
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