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L'identità
del popolo veneto, che si estrinseca in una storia
molto ricca e che per comodità di descrizione e non
certo per “entità etnica” viene circoscritta
alle sette provincie che costituiscono la Regione
Veneto (Belluno, Padova, Rovigo, Treviso, Venezia,
Verona e Vicenza), trova un suo punto fermo
nell’isolamento politico in cui per molti anni
Venezia, la caput mundi del microcosmo
veneto, l’ha relegata.
In epoca
preromana i veneti parlavano il venetico,
lingua che gli studiosi ritengono fosse parlata solo
in quella regione e il cui alfabeto era di origine
etrusca.
Dopo il venetico,
a partire dal III sec. d.C., le popolazioni locali
cominciarono ad assimilare il latino dai Romani, che
avevano dato inizio ad un’opera di colonizzazione
linguistica. Ne scaturisce il “veneto
neolatino”, quel dialetto che, grazie alla
trasmissione della cultura orale, è stato
tramandato fino ai nostri giorni. Questa cultura –
di cui i veneti oggi vanno particolarmente fieri,
avendone riscoperto il fascino – viene definita
dagli studiosi come “cultura della polenta”,
alimento che per centinaia di anni ha sfamato le
popolazioni venete e che oggi – dopo alcuni anni
di disaffezione – sta ritornando in auge, non più
però come cibo dei poveri bensì come contorno alle
pietanze più care ai veneti, come poenta e
baccalà, oppure poenta e osei. La
polenta era il cibo dei contadini, che nella pianura
padana coltivavano prevalentemente il granoturco.
Per capire l’importanza di questo alimento basti
pensare che nell’Ottocento si arrivò ad imporre
una tassa – così come oggi gli stati farebbero
con la benzina – anca sui boconi de poenta
(anche sui bocconi di polenta), il cosiddetto bocadego,
prelievo fiscale sulla macinazione del granoturco. I
contadini mangiavano polenta al mattino, a
mezzogiorno e a sera. Il pane di frumento era
considerato un lusso e per i più poveri esso veniva
identificato solamente con la recitazione del Padre
Nostro alla domenica in chiesa: “dacci il nostro
pane quotidiano”.
Questa
cultura popolare si corrobora nel filò,
veglia che i contadini, durante le lunghe serate
invernali, facevano nelle stalle per ripararsi dal
freddo. A tener loro compagnia c’erano i contafole,
personaggi mitici, quasi tutti analfabeti, che con i
loro racconti, ricchi di riferimenti con la realtà
circostante, mantenevano viva la forza espressiva
del dialetto e ne tramandavano la tradizione orale.
A volte le persone radunate nella stalla
partecipavano al racconto, interpretando i ruoli dei
vari personaggi e imitandone anche la voce in
un’atmosfera quasi teatrale. Durante la
recitazione le donne ricamavano o lavoravano a
calza, mentre gli uomini accudivano agli attrezzi
del lavoro quotidiano. Ma il filò era anche
il luogo della “ciacola” e dei giochi («se
godevino co gnente...»), il luogo in cui si
raccontavano i proverbi, gli indovinelli, le
filastrocche (famose le ninnananne), il luogo in cui
si cantavano i canti rituali legati alle stagioni ed
agli eventi importanti della vita dell’uomo (ad
esempio il corteggiamento, le nozze, ecc.). Al filò
si davano appuntamento i fidanzati e nascevano
amori.
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