Gli
asparagi bianchi di Bassano del Grappa
L'asparago
di Bassano, delizia dell'alto
Vicentino, è un germoglio che non ha ancora rotto la
terra e alla sua
breve esistenza sotterranea deve il caratteristico
biancore. Unvago color rosa lo riveste appena colto ed
è l'unico
concesso giacché anche il minimo inverdimento lo
declassa. Di questa primizia, «tutta da mangiare» come
dicono gli ortolani, il Bassanese fa gran vanto e
profittevole mercato da secoli. I primi riscontri
vengono dalle cronache veneziane,
che nel 1534 registrano l'acquisto di asparagi bianchi
per le mense dei dogi, ma le origini della coltivazione
sono ancor più remote. Ai precendenti storici fa eco il
coro unanime dei buongustai dei giorni nostri. Nel
Vicentino gli asparagi bianchi trovano sempre il modo di
essere protagonisti in tavola, con il riso in un primo
piatto di sobria eleganza come nei virtuosismi dei
cuochi d'avanguardia. La tradizione vuole, comunque, che
basti il bollore dell'acqua e una semplicissima salsa a
base d'uovo per gustarli al meglio. È quanto si può
fare alla Mostra dell'Asparago che si tiene a Bassano in
aprile con un allettante contorno di manifestazioni
gastronomiche. Laorganizza il Consorzio di tutela che
raggruppa gli otto comuni produttori e che sta
promovendo il riconoscimento di qualità (Igp) del
prodotto da parte della Comunitàeuropea. |
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Descrizione
Pianta
erbacea perenne, dalle proprietà medicamentose e
terapeutiche che nell'antichità la resero conosciuta.
Solo più tardi infatti si scoprì il suo gusto
saporito e le sue qualità. "La zampa"
dell'asparago è costituita da un rizoma, a sua volta
formato da un fusto sotterraneo che al centro presenta
gemme e radici cilindriche. E' proprio dai rizomi che
in primavera si sviluppano i "turioni",
germogli carnosi, provvisti di foglie simili a squame
che, raccolti giovani, costituiscono l'asparago
commestibile. I turioni sono veri fusti aerei che,
lasciati al loro naturale sviluppo, raggiungono circa
il metro d'altezza.Oggi esistono numerosi tipi di
asparagi, tra i più importanti troviamo l'asparago
comune o verde, l'asparago violetto o rosato d'Olanda,
l'asparago d' Argenteuil, l'asparago di Ulma o di
Alemagna, l'asparago colossale di Connover.
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Metodo di
produzione
L'asparago
di Bassano è considerato un incrocio tra quello
violetto e quello olandese. E' di colore bianco perché
il turione viene raccolto quand'è ancora sotto terra,
quindi, in assenza di luce. In questo territorio il
clima è mite ed il tipo di terreno, profondo, fertile
e con sottosuolo ghiaioso che permette la filtrazione
delle acque, sono particolarmente adatti alla
produzione dell'asparago. Le asparagiaie misurano 50
mt di lunghezza e 2 mt di larghezza e, dopo la messa a
dimora, si devono aspettare tre anni prima di
raccogliere i primi asparagi.
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Metodo di
conservazione
La
raccolta inizia in aprile e termina il 13 giugno
(festa di Sant'Antonio da Padova); viene eseguita due
volte al giorno usando dei particolari coltelli,
chiamati "sgobbie", per tagliare i turioni.
Una volta terminata la raccolta. si devono dividere
tutti i turioni secondo la loro larghezza e lunghezza.
Questi verranno legati in mazzetti con legacci di
salice. Vengono immersi in acqua fino al momento della
vendita. Si conserva in frigorifero per qualche
giorno, ma si consiglia di consumarlo il prima
possibile.
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Origine e
tradizione
La
coltura dell'asparago è antichissima; pare che sia
originario della Mesopotamia, dalla quale poi si
sarebbe diffuso in Egitto fino ad arrivare nel
Mediterraneo. Per quanto riguarda l'Italia, sembra che
l'asparago fosse presente già al tempo dei Romani e,
per di più, costituendo uno dei piatti più ricercati
e più importanti del tempo. Secondo alcuni documenti
storici, sembra che l'uso di confezionare gli asparagi
in mazzi fosse presente ben 17 anni prima dell'arrivo
di Cristoforo Colombo in America. Già nel 1600 gli
asparagi venivano coltivati ormai in tutta Europa. Per
quanto riguarda l'asparago di Bassano invece, si
racconta che la scoperta di questi sia stata del tutto
casuale. Grazie infatti ad una grandinata
violentissima che nel '500 distrusse tutta la parte
apigea, si cercò di cogliere gli asparagi che ancora
non erano spuntati dal terreno e presto ci si accorse
che erano commestibili e di un gusto
straordinario.Un'altra leggenda dice invece che fu
sant'Antonio da Padova a portare con sé le sementi
d'asparago dall'Africa, dove era stato missionario.
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Certificazioni
e riconoscimenti
Protetto
dal "Consorzio Asparago di Bassano" dal
1982, il quale ne tutela la produzione. Gli asparagi
tutelati dal marchio DOC devono rispondere
rigorosamente a requisiti riguardanti le
caratteristiche organolettiche, morfologiche,
agronomiche, quali il colore, il diametro, la
freschezza e l'aspetto.
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Eventi legati
al prodotto
Nel
periodo tra aprile e maggio, tempo in cui si vendono
gli asparagi, numerose manifestazioni e feste vengono
organizzate in ristoranti e piazze del territorio.
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Particolarità
e note
Un
vecchio detto dice che l'asparago appena raccolto
abbia ben quaranta qualità, ma che dal momento in cui
lo si raccoglie ne perda una all'ora: per questo si
dice che l'asparago va mangiato il prima possibile.
Oltre ad avere proprietà medicamentose, l'asparago
giova ai malati di cuore e purifica il sangue.
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Ricetta o
abbinamento
Asparagi
e uova alla bassanese. Ingredienti (per 4 persone): 2
Kg di asparagi bianchi di Bassano, 8 uova, 1 bicchiere
d'olio extravergine di oliva di Pove, sale, pepe,
aceto. Dopo aver lavato e spellato gli asparagi,
tagliare la parte più dura del gambo e formare 4
mazzetti legandoli con spago da cucina. Far bollire
l'acqua salata in una pentola abbastanza alta, quindi
predisporre i mazzetti in posizione verticale tenendo
le punte fuori dall'acqua in modo che si cucinino a
vapore. Farli bollire per una quindicina di minuti;
levarli dall'acqua e avvolgerli in un canovaccio che
assorbirà l'acqua in eccesso. Intanto far bollire le
uova per 5/7 minuti, raffreddarle nell'acqua fredda e
sgusciarle. Per ogni portata mettere un mazzetto di
asparagi con due uova che poi verranno pestati e
conditi con olio, sale, pepe e aceto a piacere.
Degustare, abbinando l'asparago alla salsa, partendo
dalla punta.
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Il
formaggio ASIAGO
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Abbiamo
il piacere di presentarvi un alimento che non solo è
buonissimo ma è anche sano, è naturale ed è
fondamentale per il fabbisogno proteico, minerale e
vitaminico.
Insomma, fa bene al palato e fa bene alla salute.
È il formaggio Asiago Dop.
Un millennio di bontà
La produzione del formaggio Asiago comincia
nell'omonimo altipiano attorno all'anno 1000; un
millennio durante il quale niente è cambiato nella
sostanza: ancora oggi infatti le tecniche per
ottenerlo, dal latte vaccino, rispettano appieno la
tradizione.
Con un'importante modifica: la marchiatura della Dop
impressa dal Consorzio Tutela sul bordo che ne
garantisce la genuinità e la provenienza.
Un
millennio di bontà
La
produzione del formaggio Asiago comincia nell'omonimo
altipiano attorno all'anno 1000; un millennio durante
il quale niente è cambiato nella sostanza: ancora
oggi infatti le tecniche per ottenerlo, dal latte
vaccino, rispettano appieno la tradizione.
Con un'importante modifica: la marchiatura della Dop
impressa dal Consorzio Tutela sul bordo che ne
garantisce la genuinità e la provenienza.
Da DOC a DOP
L'Asiago è formaggio a denominazione d'origine
controllata dal 21 dicembre 1978, giorno nel quale una
legge ne definisce l'area di raccolta del latte e
della sua produzione all'interno del territorio delle
province di Vicenza e di Trento e di due zone delle
province di Treviso e Padova. In seguito al
regolamento europeo 2081/92, il 12 giugno 1996
l'Asiago ha ottenuto la denominazione di origine
protetta (Reg. 1107/96). Ciò significa che l'Asiago
da oggi non è più solamente garantito dal marchio
del Consorzio Tutela, ma anche da Certi Asiago srl,
organismo riconosciuto dal Ministero delle Politiche
Agricole che certifica il rispetto dei metodi
tradizionali di produzione, dall'allevamento, al
caseificio, al prodotto finito.
L'Asiago
DOP? Meglio due.
Il
formaggio Asiago è prodotto in due tipi diversi: pressato
(fresco) e d'allevo (stagionato). Due
sapori dovuti non solo al periodo di stagionatura, ma
alla differente lavorazione. L'Asiago pressato
(fresco) è ottenuto con latte di vacca intero ed è
maturato per 20-40 giorni. L'Asiago d'allevo
(stagionato) si ottiene invece con latte di vacca
scremato e la sua stagionatura va dai 3 ai 12 mesi ed
oltre. Ma al palato qual è la differenza? L'Asiago
pressato (fresco) ha il sapore dolce e fragrante del
latte appena munto; l'Asiago d'allevo (stagionato) ha
un gusto molto più deciso, variamente saporito a
seconda del grado di invecchiamento.
L'Asiago DOP: uno che sa stare a tavola.
Scriveva il cronista d'anni fa: "Come descrivere
il piacere del palato intento ad assaporare il
morbido, vellutato morso di Asiago fresco, fragrante
di latte e di profumata panna?", e ancora:
"E che dire di un piatto di scottante polenta
abbrustolita accompagnata da un prezioso contorno di
saporito Asiago stagionato?" Portare in tavola
l'Asiago Dop è sempre un grande piacere, perché è
un formaggio che sa mantenere in ogni occasione la
promessa di bontà.
Ed anche in cucina saprà riservarvi gustosissime
sorprese: utilizzatelo per la preparazione di zuppe,
pastasciutte, torte salate, pizze, secondi vari e
dessert. È in queste occasioni che l'Asiago Dop
rivela il suo carattere schietto e la sua versatilità.
Insomma, da solo o nelle ricette classiche o in quelle
più moderne e fantasiose, l'Asiago Dop sa sempre
stare meravigliosamente a tavola. Raffinato, gustoso,
mai eccessivamente grasso, il formaggio Asiago Dop è
un alimento pregiato, ricco di proteine, come e più
della carne, vitamine del tipo A, B, B2, PP con
un'equilibrata presenza di sali minerali (calcio e
fosforo). Un alimento consigliabile nelle diete di
ogni età.
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| La
Grappa (La Gràspa) |
E'
dal 1779 che l'Acquavite Nardini viene prodotta e
imbottigliata a Bassano del Grappa. A quel tempo Bassano
del Grappa era sotto il dominio della Serenissima
Repubblica di Venezia, tre anni prima Thomas Jefferson
aveva redatto la dichiarazione d'Indipendenza e Luigi
XVI regnava tranquillamente sulla Francia senza
minimamente immaginare quello che sarebbe accaduto
appena dieci anni dopo.
Fondatore di quella che é senza dubbio la più antica e
tradizionale distilleria italiana fu Bortolo Nardini che
acquistò nell'aprile del 1779 i locali dell'
"Osteria sul ponte" all'ingresso del famoso
ponte di Bassano, sul fiume Brenta. L'osteria sarebbe
poi diventata la "Grapperia Nardini",
collocata in una posizione strategica sia per
l'approvvigionamento dell'acqua, elemento essenziale per
la distillazione, sia per la facilità con la quale era
possibile, navigando sul fiume, raggiungere i principali
mercati della regione, Venezia in primis.
Prima
di allora la grappa, nome popolare per definire
l'acquavite di vinaccia, era prodotta quasi
esclusivamente nelle case dei contadini delle valli
venete e soprattutto trentine dove si distillavano in
modo avventuroso i residui della vinificazione, graspi e
vinacce (bucce dell'uva) in primo luogo. La nascita
della Nardini determinò una vera e propria rivoluzione
e segnò l'inizio della distillazione moderna in Italia.
Con una battuta si potrebbe insomma definire l'Acquavite
Nardini come la "madre di tutte le grappe". Oggi
la Nardini con le sue due distillerie ed il moderno
centro di imbottigliamento é un'azienda che riesce a
coniugare la sua grande tradizione con i più avanzati
sistemi di lavorazione. Questo ne fa la marca leader
della grappa con circa il 25% del mercato di qualità,
con una produzione di circa 4 milioni di bottiglie che
prendono la strada dei maggiori paesi del mondo,
Australia, Stati Uniti, Cina e Giappone compresi.
Attualmente alla guida di questa famosa distilleria, che
fa parte dell'esclusivo club internazionale "Les
Henokiens" che raggruppa le imprese familiari
bicentenarie, ci sono Giuseppe, Cristina, Angelo,
Antonio e Leonardo Nardini, tutti appartenenti alla
famiglia che ha legato in modo inscindibile il proprio
nome a quello della grappa.

La
Ditta Bortolo Nardini é proprietaria di due distillerie
nel Veneto a Bassano del Grappa ed a Monastier di
Treviso.
Nelle due distillerie vengono annualmente distillati 400
mila quintali di vinacce di uve Doc, accuratamente
selezionate e sapientemente miscelate, prodotte nella
fascia collinare e pedemontana dell'alto Veneto e del
Friuli.
Le vinacce raccolte direttamente presso le migliori
cantine entro 24 ore dalla vinificazione, nei mesi di
settembre ed ottobre, vengono conservate in appositi
grandi silos per venire poi distillate nel periodo che
va da ottobre a maggio.
La
grappa prodotta in entrambe le distillerie, dopo uno
stoccaggio minimo di un anno in serbatoi di acciaio per
l'affinamento della grappa Bianca, ed un minimo di tre
anni in botti di rovere di slavonia per l'invecchiamento
della grappa Riserva, viene trasferita nel nuovo
modernissimo stabilimento di Bassano del Grappa per la
lavorazione finale (riduzione del grado alcolico,
filtraggio a freddo) ed il successivo imbottigliamento.
Le vinacce distillate vengono invece stoccate nella
distilleria di Monastier dove sono sottoposte ad un
processo di essicazione e di separazione dalla buccetta,
che viene venduta ai mangimifici quale integratore dei
mangimi vegetali, dai vinaccioli che vengono venduti
agli oleifici per la produzione dell'olio di semi d'uva.
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Metodo
di produzione
Viene
prodotta mediante un procedimento continuo, separato
in due diverse, successive distillazioni che
consentono la separazione della "flemma"
dalle sostanze indesiderate come gli oli. Il tocco
finale viene dato da un "taglio" con un
distillato di monovitigno, ogni volta diverso a
seconda del lotto di produzione. Oggi l'immagine del
prodotto è mutata e i consumi sono in aumento
rispetto agli altri distillati, grazie al
miglioramento delle tecniche produttive che consentono
di ottenere grappe non solo migliori ma più gentili e
più armoniose secondo il gusto prevalente. I
consumatori considerano la grappa, per la materia
prima impiegata, un prodotto genuino dal gusto
definito, con funzioni anche digestive, da bere in
famiglia dopo cena con gli amici, al ristorante,
durante le ferie; da offrire come regalo di qualità.
Aumentano anche gli intenditori che sanno riconoscere
la bontà di una grappa e che affinano il loro gusto
partecipando ai corsi di degustazione organizzati in
tutta Italia dalla Associazione Nazionale Assaggiatori
di Grappa.
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Ricetta
o abbinamento
Elisir
digestivo: Ingredienti: Un bel po' di foglie fresche
di basilico, un litro abbondante di grappa, mezzo
chilo di zucchero. Preparazione: unire le foglie di
basilico al mezzo chilo di zucchero al litro di
grappa, mescolare bene e lasciare riposare il tutto
per un mese abbondante. Dopo questo periodo si può
bere come digestivo. Elisir anti-influenzale:
Ingredienti: un bel po' di foglie e rami di salvia, un
litro abbondante di grappa, Preparazione : Mettere le
foglie e i ramoscelli di salvia, tagliati a pezzetti,
in un litro di grappa e lasciare riposare il tutto per
un giorno e una notte interi. Bere la sera prima di
uscire al freddo o alla pioggia.
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La
Ciliegia di Marostica
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Marostica,
piccolo borgo medievale noto per il suo castello e la
piazza degli scacchi, é anche capitale della produzione
cerasicola nella zona che va dall'Astico al Brenta. La
tradizione vuole che i primi alberi siano stati piantati
su ordine del governatore della "terra e castello
di Marostica" in onore della figlia Lionora nel
lontano 1454.
L'elegante volumetto,
che raccoglie storie e ricette che vedono come
protagonista la ciliegia, rappresenta una testimonianza
storico-cultural e
oltre che gastronomica di alto livello.
Le ciliegie di Marostica hanno recentemente ottenuto il marchio
IGP dal ministero delle politiche agricole e
forestali: il prestigioso
riconoscimento è stato attribuito finora
solo ai limoni della Costiera Amalfitana, alle
clementine calabresi, alle
arance rosse di Sicilia, all'uva di Canicattì, alla
pesca di R omagna
e a pochi altri frutti ed é legato ad una
disciplina di produzione e di controlli particolarmente
severi a tutela di consumatori.
La varietà di ciliegie coltivate fra l'Astico ed il
Brenta, sono sedici, ragruppate in tre grandi tipologie,
dalle ciliegie precoci (come la Sandra e la Bigaeraux),
alle ciliegie medio-precoci (fra tutte la romana ed il
durone), per arrivare, infine, alle ciliegie tardive
(tra cui la bella Italia, la Giorgia, la ferrovia etc.). |
| Il
Broccolo bassanese |
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.Il
Broccolo di Bassano si può ormai ritenere un “ecotipo
locale”, cioè una varietà selezionata
dall’ambiente che si caratterizza per condizioni
climatiche e pedologiche particolari, riscontrabili
grosso modo nell’area esistenziale dell’olivo.
Rispetto ad
altri tipi che hanno infiorescenze “ramose” e sono
alti anche 70-80 cm. , il Broccolo bassanese è più
basso (40-60 cm., ha foglie più numerose, con lembo
stretto, color verde glauco, lisce e a margine intero;
produce infiorescenze dette in gergo “bareta”,
compatte, di media grandezza (10-15-cm di diametro) di
forma emisferica e colore bianco giallino
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| Olio
extravergine di oliva d.o.p. di Pove |
LA
STORIA
Nella
registrazione ai sensi del regolamento CEE nr. 2081/92
relativo alla protezione delle indicazioni geografiche e
delle denominazioni di origine dei prodotti agricoli ed
alimentari, pubblicata nella Gazzetta Ufficiale delle
Comunità Europee in data 20.12.2000, a dimostrazione
della storicità dell'allevamento dell'ulivo nella
nostra area geografica, viene evidenziato al paragrafo
4.4 il comune di Pove del Grappa.
4.4
Prova dell'origine:
La coltivazione dell'olivo è stata introdotta nel
veneto dai coloni romani, in quanto era costume degli
antichi romani assegnare ai soldati parte dei nuovi
territori conquistati per coltivarli. Testimonianze
storiche certe sono comunque date da documenti del IX
secolo dove si citano oliveti nell'area gardesana di
malcesine.
Successivamente da tale area la coltura è stata estesa
in Valpolicella, Valpantena, Val D'Illasi e in
progressiva espansione è giunta alle colline vicentine
fino a Pove del Grappa, e alle pendici dei colli Berici
e Euganei.Dall'epoca dei romani ad oggi l'olivicoltura
veneta ha subito alterne vicende: da periodi diforte
sviluppo a momenti di crisi dovuti sia a motivazioni
economico-commerciali che aglieffetti del clima, che
periodicamente ha provocato la morte di un gran numerodi
piante a causa delle forti gelate. Dopo la prima guerra
mondiale si conosce unaforte ripresa della coltura che
si accentua sempre più grazie anche ai sostegni
economicidegli enti locali e ai provvedimenti
legislativi.
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Descrizione
Si
tratta di un grasso alimentare (condimento) derivante
dalla spremitura di olive. E' un liquido fluido, di
colore giallo-verdognolo, composto quasi interamente
di lipidi. A differenza dei grassi animali, l'olio
d'oliva contiene grassi insaturi e una percentuale
equilibrata di acidi grassi che vengono detti
"essenziali", simili a quelli che si trovano
nel latte materno. L'olio è detto "vergine"
se ottenuto da una lavorazione meccanica in condizioni
termiche adeguate, senza trattamenti durante il
lavaggio, la decantazione, la centrifugazione e la
filtrazione. L'acidità dell'olio rappresenta il suo
parametro qualitativo: l'olio è detto
"extravergine" se la sua acidità è al
massimo di 1 g per 100 g.
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Metodo
di produzione
L'estrazione
dell'olio dalle olive si divide in tre fasi:
frangitura, impastatura (o gramolatura) e l'estrazione
vera e propria. La prima consiste nella frantumazione
di polpa e noccioli che avviene grazie a macine
chiamate "molazze" o a frangitori meccanici
che permettono un lavoro continuo e quindi più
veloce. La gramolatura consiste invece nel rimescolare
la pasta ottenuta al fine di separare le parti di
acqua dall'olio; questo avviene anche grazie alla
temperatura mantenuta sempre tra i 30-35°. Infine
l'estrazione consiste nel dividere la pasta nelle sue
tre componenti principali: l'olio, la sansa (residuo
solido) e l'acqua detta acqua di vegetazione. Estratto
quindi l'olio, lo si libera da vari residui mediante
travaso o filtrazione. Infine si procede alla
conservazione e più tardi all'imbottigliamento.
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Metodo
di conservazione
L'olio
viene conservato principalmente in cisterne rivestite
in vetro-ceramica o acciaio inossidabile, lontane da
fonti di calore e luce. Se l'olio è fresco si
consiglia di non travasarlo spesso, in quanto i
depositi nei fondi entrerebbero in fermentazione
anaerobica dando all'olio un sapore spiacevole. Anche
se gli aromi non entrano in fermentazione ma l'olio ne
rimane a contatto per un lungo periodo di tempo, il
sapore dell'olio potrebbe alterarsi.
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Origine
e tradizione
I
cittadini di Pove consideravano l'olivo quasi come una
divinità religiosa; prima della guerra, non si
procedeva nemmeno alla potatura. Poi la raccolta delle
olive divenne un rito.
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Eventi
legati al prodotto
Fiera
Mercato dell'Olivo (domenica delle Palme) a Pove del
Grappa (VI)
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Particolarità
e note
L'olio
extravergine di Pove è famoso per il suo gusto
delicato e dolce dovuto alla bassissima percentuale di
acidità.
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Ricetta
o abbinamento
"
Bacalà alla vicentina" Ingredienti (per quattro
persone): 1 Kg di baccalà secco, 1 l di olio d'oliva,
0.5 Kg di cipolle, due spicchi d'aglio, 0.5 l di
latte, sale, pepe, prezzemolo, formaggio Grana
grattugiato e farina bianca quanto bastano. Battere lo
stoccafisso con un martello di legno e tenerlo a bagno
in acqua fredda per 48 ore. Quindi dividerlo in due,
togliendogli pelle, pinne e spine. Preparare un
soffritto con cipolla aglio e metà dell'olio a
disposizione, aggiungere le acciughe e scioglierle,
unendo il prezzemolo tritato. Tagliato il baccalà in
pezzi da 5/6 cm e passati in una miscela di farina e
formaggio, imbottirli con una parte di cipolla fritta
e ripassarli nella farina e formaggio. Sistemare i
pezzi in posizione verticale nella pentola insieme
alle cipolle rimanenti, (cercando di non appoggiare i
pezzi alle pareti della pentola). Aggiungere l'olio
rimanente e il latte, unendo sale e pepe quanto
occorre. Chiudete la pentola con coperchio e tenete a
fuoco lento per quattro ore. Non mescolare mai: perché
il baccalà non si attacchi, spostatelo lentamente con
un cucchiaio di legno. Attenzione a non farlo mai
bollire, ma sobollire. Servire possibilmente con
polenta.
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I
piselli di Borso
I
piselli di Borso del Grappa erano piuttosto rinomati,
non solo nella zona Bassanese e dell’Asolano, per la
loro bontà, dolcezza e delicatezza, tanto che, narra la
tradizione, per la festa di S.Marco, patrono della
Serenissima, venivano offerti al Doge e ai suoi ospiti
nel famoso e tradizionale “Risi e Bisi”, minestra di
risi con piselli. Per far ritornare alla sua primitiva
importanza tale coltivazione tradizionale è sorta nel
1980-81 "l’Associazione Bisicoltori di Borso del
Grappa", che attraverso feste popolari e varie
manifestazioni culturali ha promosso la coltivazione dei
bisi.
Inoltre l’Associazione ha stabilito per statuto alcuni
importanti cardini nell’agire, che prevedono un metodo
di coltivazione tradizionale, che esclude qualsiasi uso
di prodotti chimici di sintesi, utilizzo di terreni
sciolti tipo tradizionale, divieto di copertura con
plastiche o altri tipi di tunnel.
Sono stati applicati i principi della coltivazione
biologica e per combattere la presenza di insetti nocivi
sono stati introdotti nelle coltivazioni insetti utili
con il positivo risultato di avere colture e prodotti
esenti da residui chimici, facendo diventare famoso il
“Biso de Borso”.
Caratteristiche del prodotto:
“El biso de Borso” si distingue dagli altri per la
sua dolcezza: qualità e pregi vengono esaltati nel
raccolto primaverile, è in questo momento che i semi
sono teneri e di sapore delicato.
È possibile gustarlo nei ristoranti locali ed è
acquistabile, nel breve tempo della raccolta.
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Zona
di produzione:
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Borso
del Grappa.
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Associazione
dei produttori:
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Associazione
bisicoltori di Borso del Grappa.
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Caratteristiche
del prodotto:
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“El
biso de Borso” si distingue dagli altri per la
sua dolcezza: qualità e pregi vengono esaltati
nel raccolto primaverile, è in questo momento
che i semi sono teneri e di sapore delicato.
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Tecniche
di produzione e coltivazione:
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Coltivazione
con metodo “bio” (rotazione triennale,
impiego di letame bovino, sono esclusi concimi
chimici e/o pesticidi); semina autunnale o
primaverile in pieno campo. Raccolta a sfalcio,
selezione dei baccelli in azienda.
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Storia:
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Proprietà
del terreno e clima mite fanno sì che il legume
abbia caratteri peculiari e maturi precocemente.
Un tempo veniva portato ai vicini mercati di
Bassano, Asolo e Crespano: la coltivazione era
diffusissima. Poi, con lo sviluppo industriale
ed il conseguente abbandono dell’agricoltura,
il pisello fu coltivato solo per uso familiare.
Dal 1983 una Asso- ciazione di bisicoltori si è
proposta di promuovere iniziative atte a
incentivare la produzione e la
commercializzazione del biso. È possibile
gustarlo nei ristoranti locali ed è
acquistabile, nel breve tempo della raccolta.
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| Ricetta: Piselli
al burro |
| Ingredienti
: 1 kg. di piselli, 50 gr. di burro,
brodo, sale.
Sbaccellate
i piselli e lavateli. Fate dorare il
burro e versatevi i piselli. Salate e
bagnate con un po’ di brodo e
lasciate cuocere per circa 40 minuti.
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Il
formaggio Morlacco
Formaggio
Morlacco: profumi e sapori dal Monte Grappa
Nel
1881 in "Asolando – note inutili di viaggio", un
breve resoconto di una gita sul Grappa, lo scrittore Giuseppe
Valerio Bianchetti diceva "Ma eccoci giunti a Borso,
che senz'essere la capitale della Morlacchia, pur va famosa
per il formaggio morlacco che vi si confeziona; formaggio di
un sapore specialissimo e caro ai bevitori. Perché un tal
cacio si chiami morlacco, nol mel seppe dire nemmeno il mio
antiquario, che pure in fatto di cognizioni locali è maestro
di color che sanno; ma, non constandogli che la terra sia mai
stata abitata da Morlacchi, né che questi vi apparecchino
cacio uguale, dovette, rosso di vergogna, piegar la fronte e
confessare la propria ignoranza. Ad ogni modo passare di Borso
e non assaggiarvi il morlacco, gli è come andare a Pisa e non
vedervi il deputato Toscanelli, un peccato mortale
addirittura".
Tutta la Valle del
Brenta e l'antico Agro Bassanese sono note per alcuni tipici e
particolarissimi prodotti del territorio: gli asparagi,
l’olio d’oliva, vini e naturalmente la grappa. Ma è solo
sul massiccio del Monte omonimo che, ancora oggi, alcune
malghe trasformano il latte in un saporito formaggio,
"come quelli di una volta", che sa di erba e di
fiori: il Morlacco o Burlacco, un vero e proprio cru
della zona del Grappa.
Originario della
regione balcanica tra l’Istria e la Dalmazia, abitata
anticamente dalla stirpe dei Morlacchi, arrivò in
queste zone grazie a quei pastori che qui si stabilirono. In
passato questo formaggio era derivato dal latte della capra,
oggi invece è un formaggio da tavola prodotto con latte
intero vaccino, straordinario per il gusto molto
particolare che si sposa volentieri, secondo alcuni
gastronomi, con la Malvasia.
Notizie certe sulla
produzione del Morlacco risalgono alla metà del XIX secolo
quando in alcuni documenti si parla del "formagio
dei poareti" in quanto prodotto con latte crudo
sgrassato e con la sola aggiunta di sale.
E, infatti, il
Morlacco ha un sapore fortemente salato, con profumo
intenso che si accentua con la maturazione.
Prodotto solo
d’estate nell'area
del Grappa, il formaggio acquista la sua straordinaria
ricchezza di aromi e sapori grazie alla diversità di ambienti
d’alpeggio che assicurano una flora assai ricca e varia
al latte. Viene prodotto ancora con metodi artigianali:
il latte filtrato viene posto in vasche dove poi avviene la
scrematura mediante affioramento della panna. Il giorno
successivo il latte scremato viene versato in una caldaia di
rame e, mediante il fuoco a legna, si porta alla temperatura
di coagulazione di circa 35/40°, aggiungendo il caglio e
lasciando riposare per circa 20 - 30 minuti fino a raggiungere
il punto di rassodamento. Una volta rassodato si effettua la
rottura della cagliata usando la "lira", un attrezzo
in acciaio. Ultimata la cottura, la cagliata viene lasciata
depositare sul fondo della caldaia dove si formerà un unico
blocco. Trascorso un certo periodo, a discrezione del malgaro,
si procede all'estrazione utilizzando appositi stampi. La salatura
viene fatta a secco il giorno dopo.
Tempo fa, veniva
prodotto un tipo di Morlacco detto "increà":
le forme ancora fresche venivano ricoperte con diversi strati
di argilla di Possagno (Vi), così si isolavano dall’aria e
si riusciva ad ottenere una maggior concentrazione di aromi e
sapori, ottenendo quasi un "formaggio di fossa".
Oggi esiste solo il prodotto fresco, a pasta molle, bianca
come la neve, con occhiature piccole. Gli alpeggi che
producono il Morlacco sono circa una ventina, e ognuno di loro
può fornire al massimo trecento forme all'anno, ma spesso
molte meno, con un peso che oscilla in genere tra i cinque e i
sette chilogrammi.
Un formaggio che a
ragione potremo definire "raro" che con la polenta
abbrustolita, accompagnato a fette di sopressa, come ripieno
degli gnocchi o semplicemente da solo, non vi deluderà mai.
ZONA DI PRODUZIONE
Viene prodotto
esclusivamente nella zona del Monte Grappa, in particolare
nelle malghe in periodo di Alpeggio, quando le vacche
mangiano l'erba fresca. Notizie certe sulla produzione del
Morlacco nelle malghe del Grappa risalgono alla metà del
secolo diciannovesimo.
TIPOLOGIA
Prodotto con latte
vaccino semigrasso, con cagliatura presamica.
Tradizionalmente ottenuto da latte crudo, parzialmente
scremato per affioramento. Pasta cruda, con salatura a
secco. Maturazione in 10-15 giorni.

CON IL MELONE :
Stecchini composti da quadretti di melone giallo maturo e
quadretti di Morlacco.
CON SOPRESSA :
Accompagnare fettine di Morlacco passate nell'Olio di Oliva
con fette di soppressa o di salame riscaldate in una
padella, irrorate con alcune gocce d'aceto. Guarnite con
fette di polenta abbrustolita.
CON LA CIPOLLA :
Fettine di Morlacco di un cm di spessore, cosparse di pepe e
coperte da anellini di cipolla fresca, il tutto condito con
olio d'oliva e aceto.
INSALATA :
200g di Morlacco, 300g di radicchio verde tenero, 100g di
rucola, olio d'oliva extra vergine, aceto aromatico, pepe.
Lavare e sgocciolare il radicchio e la rucola. Condire
l'insalata con il formaggio tagliato a dadini, olio d'oliva,
aceto aromatico. Servirla cosparsa con un po' di pepe appena
macinato.
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Il
formaggio BASTARDO
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Prodotti
caseari: il “Bastardo” del Grappa, un formaggio
che farà strada
La ragione principale per cui il Grappa è stato
frequentato negli ultimi secoli nonostante le guerre
che lo hanno coinvolto e la mancanza d’acqua è
quella legata alla produzione di formaggio. Se il
paesaggio della nostra alpe si divide tra boschi, che
un tempo ricoprivano tutta la montagna, ed ampi spazi
aperti, si deve all’uomo che ha ricavato prati per
farvi innanzi tutto pascolare le vacche; per lo stesso
motivo, ogni pascolo che si rispetti è dominato dalla
sua malga perché gli allevatori i malgàri,
appunto hanno sempre avuto bisogno di un posto dove
ricoverare le bestie, immagazzinare il fieno e,
soprattutto, fare il formaggio.
L’attività
casearia è stata sempre condotta, in Grappa, dalle
genti del fondovalle o della pedemontana. Qualche
famiglia osava trattenersi in quota anche per tutto
l’anno, se il clima lo permetteva e le condizioni
economiche lo imponevano, ma la maggior parte di loro
aspettava l’inizio della buona stagione per risalire
i versanti con le mandrie e sfruttare, in questo modo,
le risorse naturali della montagna. Poi, rigide regole
di carattere sanitario e perché no nuovi stili
di vita hanno contribuito a rendere più faticosa e
dunque rara quest’attività, tanto che pochi anni fa
il numero delle malghe si è drasticamente
ridotto.
I più testardi, invece, hanno resistito e con non
poca fatica sono tuttora attivi. A loro si deve la
possibilità di gustare ancora oggi i formaggi del
Grappa, gli unici prodotti del massiccio da potersi
considerare davvero tipici ed esclusivi: tra questi
uno dei più apprezzati è sicuramente il
"bastardo", che deve il suo nome alla
mistura di latte di diversa provenienza animale
pecora, capra, vacca - con cui era prodotto un tempo.
Il “bastardo” è un prodotto tradizionale
degli alpeggi del Grappa da giugno a settembre, e
sembra probabile che la diffusione di tale tipologia
casearia abbia preso sviluppo dopo il secondo
dopoguerra con l’affermarsi di condizioni economiche
e sociali meno precarie. Chi volesse assistere di
persona all’arte di fare il formaggio non ha che da
scegliere tra le varie mete possibili o magari,
perché no, raggiungerle una ad una e scoprire in
ciascuna le differenze dei sapori che lo stesso
formaggio presenta in base alle innumerevoli
variabili: pascolo, foraggio, sistema di lavorazione
ed altri piccoli segreti.
Prendiamo ad esempio la malga Gasperini, in Val
Campoderoa, poco dopo S.Giovanni ai Colli Alti. Qui
una solida tradizione familiare è stata fatta propria
dai giovanissimi figli Omar e Ivan che hanno deciso di
tramandarne l’arte. Alla sera, dunque, Omar
riconduce le bestie alla stalla per mungerle e porre
il latte nelle vasche di affioramento. La mattina
Raccolto il latte, lasciato riposare al fresco per
tutta la notte, Ivan lo separa dalla materia grassa
ponendolo in una caldera di rame e mescolandolo al
latte della mungitura del mattino. Quindi il latte
viene riscaldato, tenendolo in movimento costante, e
portato ad una temperatura compresa tra i 38° e i
42° gradi. Poi si aggiunge il caglio, che serve a
separare il siero dalla pasta di formaggio che si
coagula in una grande e morbida palla. Nella procedura
per produrre il “bastardo” la cagliata
viene rotta finemente e la caglierà viene nuovamente
riscaldata e portata a 40/45 gradi. La cagliata viene
quindi passata in fascere di legno e sottoposta a
lieve pressatura, continuando lo spurgo per 24 ore. Si
procede poi alla sformatura e la si lascia riposare,
in “cason del fogo” per 2-3 giorni, fin
quando la pasta assume una consistenza morbida. La
salatura avviene in salina, 15 chilogrammi di sale per
ettolitri di acqua, per la durata di non più di 4-5
giorni per non alterare quel sapore dolce e
leggermente aromatico. Segue la maturazione in un
locale adatto per 25 giorni. Il peso delle forme può
variare da 2,5 a 5 kg, il diametro da 25 a 30 cm, lo
scalzo, diritto, da 5 a 8 cm.
Il Formaggio detto “bastardo” è a pasta
gialla che varia tonalità di colore a seconda della
sua stagionatura che apporta variazioni anche alla
consistenza della pasta diventando progressivamente
più granulosa ma assolutamente compatta. Nella
produzione si usa latte vaccino pastorizzato e la
stagionatura media è di un anno. |
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Il
Radicchio di Castelfranco
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Il
radicchio variegato di Castelfranco è una vera
e propria specialità, ormai apprezzata e
conosciuta anche fuori Italia per essere
diventato protagonista di squisite ricette,
frutto della genialità culinaria e della
maestria dei cuochi e dei ristoratori locali.
E’ un radicchio particolarissimo, dal sapore
delicato e dalla consistenza croccante, che sa
dare un gusto particolare anche alla più
semplice insalata: ma ciò che attrae gli
sguardi è il suo aspetto ed i tenui colori che
lo rendono simile
ad un fiore. E così è infatti entrato nelle
cronache: i visitatori della Prima Mostra del
Radicchio, tenutasi nel 1900 a Treviso nella
Loggia della Piazza dei Signori, ne parlavano
ricordando quei
“cespi di radicchio screziati simili a
bellissime rose”.
Nel 1996 la Comunità europea ha riconosciuto al
“Radicchio variegato di Castelfranco Veneto”
l’Indicazione Geografica Protetta, tutelata
dal Consorzio Radicchio di Treviso. Il radicchio
variegato di Castelfranco è prodotto in una
zona che comprende parte del territorio delle
provincie di Padova, Treviso e Venezia. Il cespo
del radicchio ha un diametro minimo di 15 cm.:
dalla base presenta diversi giri di foglie che
da piatte si sollevano gradatamente fino a
racchiudere il cuore come una corona di petali,
assumendo così l’aspetto di una rosa. Il
colore, per “imbiancamento” naturale,
è bianco-crema, variegato in modo omogeneo con
striature che variano di tono, dal violetto al
rosso vivo. Il peso minimo di ogni cespo è di
100g. Il radicchio ha un profumo appena
percettibile, tendente al dolce, e un gusto
delicato, tra il dolce l’amarognolo,
inconfondibile al palato.
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| Radicchio
variegato di Castelfranco |
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La
tecnica colturale risale alla metà del
XVI secolo.
I semi del Radicchio variegato di
Castelfranco, insieme a quelli del
Radicchio rosso di Treviso, hanno
partecipato alla spedizione della NASA
Shuttle STS-95 per sperimentare gli
effetti della microgravità. |
Area
di produzione
Comprende
25 Comuni della provincia di Treviso, 19
della provincia di Padova e 8 della
provincia di Venezia.
Stagionalità
Da
dicembre a marzo.
Caratteristiche
•
Forma a rosa.
• Colore bianco-crema, con variegature
che vanno dal viola-chiaro al
rosso-vinoso.
• Sapore delicato, leggermente
dolce-amarognolo.
• Consistenza croccante.
Raccolta
L'operazione
fondamentale della
"forzatura-imbiancatura" è
volta alla formazione di nuove foglie in
assenza di luce.
L'assenza dei pigmenti clorofilliani si
traduce in: evidenza della variegatura
della foglia, perdita della consistenza
fibrosa, assunzione di consistenza
croccante e del tipico sapore
amarognolo.
Conservazione
In
frigorifero per alcuni giorni; è
importante assicurarsi che la foglia non
sia bagnata, onde evitare danni
organolettici e perdita di contenuto
vitaminico.
Marchio
IGP
1996
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La
Sopressa
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Sopressa
Vicentina: talmente buona da far resuscitare le contesse
Nella
Veneto ed in particolare nel vicentino è ancora viva la
tradizione, tra novembre e febbraio, di "far su"
il maiale (in alcune zone si dice anche "far xo
el porseo": la "direzione" cambia, ma
l’obiettivo è lo stesso) per ricavarne salami,
pancette, coppe, sopresse e poi mettere il tutto appeso
ad asciugare: questi prodotti appartengono al nostro più
autentico patrimonio alimentare e sono espressione di
quella cultura del territorio cui ci si rivolge sempre
più spesso, alla continua ricerca di cibi genuini. La
sopressa, in particolare, continua ad essere un alimento
tipico della gastronomia contadina, ad alto valore
nutritivo, gustosissima, digeribile, perché le carni
suine, per effetto della stagionatura, hanno subito
trasformazioni che le rendono facilmente assimilabili.
Tra le soppresse venete, un livello di eccellenza
è stato conquistato da quelle del vicentino, in
particolare della zona pedemontana.
Per la "pasta" delle sopresse si usa macinare
la carne pregiata del maiale (la polpa della coscia, la
coppa, il carré, la pancetta e la spalla) alla quale si
aggiunge solo il sale come conservante e il pepe come
aromatizzante. Questa usanza di macinare tutto senza
aggiungere altri ingredienti che condizionano la
stagionatura – si legge in Artigianinet,
il portale dell’Associazione Artigiani di Vicenza che
dedica ampio spazio a questo prodotto - è forse la più
significativa peculiarità che nel vicentino è stata
tramandata sino ai giorni nostri, unitamente alla scelta
della razza suina più rustica e alle modalità di
alimentazione dei suini, senza utilizzare s ottoprodotti.
Una peculiarità
della Sopressa Vicentina era ed è tuttora la situazione
ambientale in cui viene allevato e trasformato il suino:
le acque delle zone pedemontane particolarmente pure, il
clima pedemontano generalmente più asciutto e ventilato
che permette un utilizzo contenuto di sale. Ne consegue
che la soprèssa risulta più dolce e delicata nel gusto
oltre ad essere pregiata per le sue qualità dietetiche.
Per quanto concerne la lavorazione, il primo segreto per
la produzione di una buona soppressa sta nell’arte di
insaccare, "tirando" e premendo il budello, e
"spunciandolo" per far amalgamare l'impasto,
la carne al budello e per far uscire eventuale aria
interna. Altro segreto per la buona riuscita sta nella
tecnica di asciugatura: quella tradizionale, davanti al
caminetto o alla stufa a legna, accesi ogni mattina tre
o quattro ore, per una settimana; quella più moderna
con stufe in grado di creare la temperatura e l'umidità
ideali tutto l'anno. La stagionatura deve poi proseguire
prima in un ambiente non troppo freddo e asciutto (in
soffitta), poi in un ambiente più umido (in cantina
meglio se con pavimento di terra).
Le dimensioni dell’insaccato – lunghezza, diametro e
peso - sono variabili (così come sono variabili le
budella di bovino usate per contenere il macinato), ma
sempre di forma cilindrica e leggermente arcuata:
indicativamente, una sopressa piccola sfiora il chilo di
peso, una grande può pesare anche 7 kg. La stagionatura
fa assumere esternamente alla Soprèssa Vicentina il
colore prima biancastro e poi grigio-marrone scuro della
muffa di cui si ricopre. Al taglio, la carne appare di
colore rosso tendente al rosaceo, con la caratteristica
irregolare marezzatura bianca dovuta alla componente di
grasso che avvolge la parte proteica.
Nelle tavole del
Veneto la sopressa occupa un posto di rilievo: si presta
alla colazione di mezza mattina, alla prima colazione
come antipasto o come secondo piatto, alla merenda
pomeridiana, alla cena in famiglia o al dopo cena tra
amici e nel vicentino esiste un vero e proprio turismo
domenicale legato alla ricerca delle malghe, delle
strutture agrituristiche, delle trattorie o delle
osterie, dove levarsi lo sfizio e la voglia di questo
gustoso insaccato.
La festa popolare dedicata a questo prodotto si svolge
da circa quarant'anni in agosto a Valli del Pasubio. Una
ghiotta occasione di assaggio di questo prodotto offerta
dalla locale Prolo Loco: nel corso dell’annuale
appuntamento se ne consuma la bellezza di oltre 20
quintali.
Della "Sopressa Vicentina" esiste anche un
Consorzio di Tutela che unisce tutti gli
"attori" della filiera produttiva ed è
impegnato nell’organizzazione e nel coordinamento del
sistema dei controlli, nella produzione, nella
promozione e nella tutela della qualità di tale
prodotto, al quale è dedicata persino una divertente
poesia di Emanuele Zuccato, intitolata "Sopressa
del Pasubio":
"A
me sento svenir, presto l’essenza!"
- sbiancando in viso invoca la contessa -
Dise ai servi, del Conte l’ecelenza:
"Gninte sali! Porteghe ’na sopressa
de Vali del Pasubio (quela vera)
dove i porsei xe ingrassà a maroni.
Su, fèghela snasar! Zenòci in tera!".
La contessa rinvien tra sospironi.
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La
Polenta
La
polenta è il cuore della casa veneta, il
simbolo popolare della sua cucina; nel Veneto,
si sono sperimentate tutte le variazioni
gastronomiche possibili della polenta.
A Venezia esistevano dolci rustici, molto
comuni, fatti con farina gialla prima della
scoperta dell'America e a metà del XVI secolo,
in Friuli, si fa la polenta con il "grano
saraceno".
Queste due realtà ci inducono a pensare che il
famoso mais (mahiz, lo chiama Colombo, imparando
il termine degli indigeni dell'isola Hispaniola)
sia arrivato nel Veneto attraverso i traffici
veneziani con l'Oriente, in tempi remoti.
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Una
donna rovescia la polenta sulla tafferia
(incisione ottocentesca
Raccolta Bertarelli, Milano)
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Le
prime coltivazioni di mais si ebbero trent'anni
dopo la scoperta dell'America, in Andalusia, per
opera di agricoltori di origine araba che lo
usavano come mangime per gli animali. Dal Golfo
di Biscaglia, il mais si diffonde nel XVII
secolo in tutta Europa, anche per la spinta che
viene dai coloni americani, e si espande lungo
una fascia precisa, attraverso la Spagna, la
Francia, l'Italia, i Paesi danubiani, l'Ucraina,
fino al Caucaso. Più a nord, il clima era
troppo freddo, più a sud troppo secco. La
preparazione è ovunque la stessa: si fa cuocere
la farina gialla in acqua o brodo, vi si
aggiunge, alla fine, burro, latte, formaggio,
sughi e carne. |
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Le attuali ricette della polenta impastizada,
della polenta infasolà, della polenta
onta, ecc., si rifanno a questo antico uso,
derivato dalla maniera di preparare la puls
romana.
La parola "polenta", infatti, conserva
la sua origine latina, puls, plurale pultes.
Allora, la polenta era fatta con il farro, un
cereale più grosso e duro del comune frumento,
e non offriva la consistenza della polenta di
farina gialla. Si condiva con latte, formaggio,
carne di agnello, oppure con salsa acida e
maiale.
La puls era conosciuta in tutta l'area
mediterranea e Apicio ci parla della puls
punica, fatta con farina, formaggio
fresco, miele e uova .
Lo stesso autore ci riporta la preparazione
delle pultes julianae, le polente
friulane e venete con la spelta o il panico, con
l'aggiunta di olio o latte, formaggio e sughi di
carne.
Nel De honestate voluptate et valetudine
del Platina, alla fine del XV secolo, ritroviamo
la polenta di farro. La torta si otteneva
mettendo in padella, in teglia, a strati,
polenta e condimenti, con una
"spolverata" di zucchero e acqua di
rose.
La polenta di granoturco risolve subito i molti
problemi alimentari delle popolazioni povere,
fino a quando, nella metà del XVIII secolo, non
apparve la pellagra, causata, si disse, dal
continuo consumo di polenta. "Ci sono
voluti decenni, si è dovuto arrivare a questo
secolo prima di capire che la pellagra era
conseguenza di una mancanza di vitamine" (Carnacina
- Buonassisi) e si riconobbe l'antica saggezza
dei Maya e degli Incas, che avevano fatto del
mais la base della loro alimentazione ma vi
univano quanto vi mancava.
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Descrizione
In
Veneto da sempre per fare la polenta si usano sia la
farina di mais bianca che quella di mais gialla. Non
c'è differenza sostanziale di sapore o d'uso tra le
due ma una diversità comunque c'è ed è sufficiente
a creare preferenze tra i consumatori. La bianca viene
normalmente macinata più fine ed è considerata più
delicata; la gialla, macinata più grossa, risulta più
granulosa e forse più saporita. Per l'una e per
l'altra vale solo il gusto personale e l'abitudine.
Con gli uccellini allo spiedo è "di
rigore", però, la bianca, con la carne al sugo
si accompagna meglio quella gialla.
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Metodo
di produzione
Nella
nostra zona, la vera polenta si prepara con farina di
mais macinata di fresco da non più di due settimane
in un mulino ad acqua con macina a palmenti, in una
"calièra" (paiolo) di rame appesa con una
catena ad un ampio focolare, lambito dalle fiamme
allegre di un fuoco di legna. Per la preparazione si
procede così: quando l'acqua (per sei persone circa
due litri con un po' di sale) incomincia a bollire si
versa a pioggia e sempre mescolando con l'apposito
mestolo (o con un cucchiaio di legno) la farina (500
gr di farina di granoturco); la si lascia cadere con
attenzione e senza troppa fretta dalla mano, per
evitare la formazione di grumi facendo attenzione che
durante questa operazione l'acqua continui a bollire.
Si cuoce a fuoco vivace rimestando in continuazione.
Se all'inizio la polenta risultasse un po' troppo
morbida, si aggiunge ancora una manciata di farina. La
cottura dura una cinquantina di minuti; comunque
quando è cotta la polenta tende a staccarsi dai
bordi. Questa pietanza deve essere cotta a lungo perché
così diventa più digeribile, infatti solo la
prolungata cottura fa aprire le cellule legnose del
mais liberando l'amido in esse contenuto. Si versa la
polenta su un tagliere di legno rotondo e la si copre
con un tovagliolo. La si taglia con un filo bianco,
non solo per mantenere viva una simpatica tradizione,
ma anche perché solo così si ottengono delle belle
fette regolari.
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Metodo
di conservazione
La
polenta che rimane è ottima il giorno dopo
abbrustolita; per prepararla basta tagliarla e
disporre le fette su di una graticola o su di una
piastra metallica ben calda, girandole quando si sarà
formata una crosticina. Alimento umile ma quotidiano
della civiltà contadina, ritorna gradita, gialla o
bianca, sulle nostre mense, tagliata a fette, morbida
o abbrustolita, per accompagnare ogni companatico e
per tutti gli intingoli: "polénta e tòcio",
…con i "fonghi", con gli "osèi",
con la sopressa, con il latte, con la "formajela",
con il formaggio piccante, con erbaggi cotti, con i
fagioli, con l'insalatina verde, con le uova sode.
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Origine
e tradizione
Gialla
o bianca, dura, tenera, abbrustolita, la polenta si
accompagna nel Veneto ai cibi del desco giornaliero e
del festoso convivio. Da quanti anni si mangia la
polenta? Da sempre si può dire! Da quando gli uomini
si impadronirono del fuoco e cominciarono a cucinare
nell'acqua i cereali rozzamente frantumati. Polentine,
molto simili alle farinate, erano apprezzate nelle
civiltà mesopotamiche ed egiziana; i greci le
chiamavano poltos ed i romani pultes; erano
confezionate con farina di farro, latte, formaggio,
carne di agnello oppure con farine di orzo, di miglio
ed altre ancora. Questa tradizione popolare contadina
si consolidò nei domini della Serenissima anche con
l'avvento della farina di mais dopo la scoperta
dell'America, precedendo le altre popolazioni nell'uso
del nuovo cereale. Nel 1600 nell'alimentazione dei
contadini veneti la polenta di mais aveva già
sostituito quella di miglio. Il mais consentì di
risolvere i problemi alimentari delle popolazioni più
povere ma portò, alla metà del 1700, anche la
pellagra, malattia che si disse causata dal continuo
consumo di polenta. Si scoprì poi che la pellagra era
conseguenza di una alimentazione priva di vitamine.
Per fornire un piatto nutriente la polenta deve sempre
accompagnare carni e formaggi che contengono
sufficienti proteine, lipidi e glucidi.
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Eventi
legati al prodotto
I
prodotti locali vengono esposti e degustati nelle
mostre a loro dedicate, mentre si moltiplicano le
esposizioni di artigianato tradizionale con il
recupero dei vecchi mestieri. Tutti questi
appuntamenti, insieme alle frequenti sagre paesane,
diventano occasioni di festa e di incontro con le
specialità enogastronomiche della zona. In tutte
queste occasioni insieme ai vini locali e al
prestigioso Prosecco, come accompagnamento ai piatti
tipici locali, si può gustare una fetta di buona
polenta.
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Particolarità
e note
La
polenta, messa a cuocere nel paiolo di rame, appeso
alla catena sulla brace del focolare fumoso, mescolata
con antica perizia da mani femminili fino al termine
della cottura, versata sul grande tagliere rotondo,
riporta con nostalgia alle cose di un tempo che
riusciamo talvolta solo ad intuire perché mai
vissute. Da piatto "ammazzafame" di basso
costo, che riempiva la pancia dei ceti più poveri
della popolazione delle campagne nei secoli più
difficili, oggi è diventata una ricercatezza da
buongustai. La polenta nel corso degli anni è stata
anche chiamata "traviata" per la versatilità
dei suoi accoppiamenti e quella preparata con farina
gialla "il sole nel piatto" per il suo
colore solare.
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Ricetta
o abbinamento
Polenta
pasticciata (Polenta pastissada):Dosi per 4 persone.
Tempo occorrente: 2 h , Difficoltà: *. Ingredienti:
300 g di muscolo di manzo, mezza cipolla, uno spicchio
d'aglio, una puntina di salsa di pomodoro, sale e
pepe, una polenta soda preparata con 300 g di farina
gialla o bianca, pangrattato, burro. Preparazione:
tagliare la carne a pezzetti e metterla in un tegame
con la cipolla tritata e l'aglio intero. Farla
rosolare nell'olio, poi unire la salsa di pomodoro,
sale e pepe e tanta acqua quanta necessaria per
coprire la carne. Farla cuocere lentamente. Ungere con
il burro una pirofila; cospargerla con il pangrattato
e distendervi sul fondo uno strato di polenta fredda
tagliata a fette. Coprire con uno strato di salsa, poi
ancora polenta e salsa fino ad esaurimento. Ultimare
con fette di polenta, cospargervi sopra qualche
pezzetto di burro, poi infornare per circa mezz'ora
(180°).
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Le
Castagne di Valrovina
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La
selezione del castagno da frutto dalla specie selvatica
si deve ai Romani, che di pari passo alle loro conquiste
provvidero anche a diffonderlo sulle montagne di tutta
lapenisola. Secolare pilastro dell'economia montana -
per la quale rappresentava al contempo un'affidabile
fonte alimentare e di legname d'opera - questo maestoso
albero haconosciuto il declino solo con il recente esodo
contadino verso le città. Privato delle necessarie
cure, il castagno, che è pianta esigente, cede presto
al ritorno del boscospontaneo. Nei luoghi dove invece i
montanari hanno continuato a controllare il sottobosco,
a rinnovare le piante e a dar loro vigore con la
potatura, il castagneto puro sussiste ancora in tutta la
sua suggestione di antica cattedrale arborea. Nel
Vicentino si conservano belle selve coltivate nel
Bassanese, sulla montagna di Valrovina. Le varietà
presenti derivano da un ceppo comune a tutto il Veneto,
a frutto di media grandezza, di pasta dolcissima
alpalato. Oltre alle irrinunciabili caldarroste, bagnate
da un buon vino rosso, la sagra offre ampia
dimostrazione dell'ecletticità della castagna
presentando dolci e piatti di antica o nuova concezione
che la coinvolgono nei modi più disparati. |
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I
Funghi del Grappa e del Montello
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Il
Vicentino è terra di funghi e per lustrarsi gli occhi
basta recarsi, nei giorni di mercato, sotto i portici
della basilica palladiana. Sui banchi di vendita che vi
sonoallestiti con il favore della stagione si trovano
dai porcini di Tonezza alle tante varietà dei Colli
Berici e dell'Altopiano di Asiago. In campo micologico,
tuttavia, laprovincia ha anche un altro motivo
d'interesse, più peculiare: le grotte di Costozza, sul
versante orientale dei Colli Berici. Dopo aver dato per
secoli pietra alle architetture palladiane, queste
grandi cavità hanno trovato, ai primi del Novecento,
nuova funzione come coltivazioni di funghi. L'attività,
nata in Francia nel secolo precedente, ebbe qui notevole
slancio industriale.
Al centro di questa vicenda è la famiglia Da Schio, con
ilconte Giulio, fondatore dell'originaria «Società
Funghi», e il figlio Alvise, primo laureato d'Italia in
micologia nel 1932, vero fautore della fungicoltura
intensiva.
Sotto le grandi volte calcaree si coltivano il prataiolo
(Agaricus hortensis), o champignon, ormai
familiare a tutti; il gelone (Pleurotus ostreatus),
localmente detta «brisa», d'ampio cappello e adatto
alla griglia; il piopparello (Agrocybe aegerita),
riunito incaratteristiche famigliole. E di tanta
abbondanza si ha riflesso in ogni stagione sia sui
banchi degli ortolani, per le ricette alla portata di
tutti, sia sulle tavole deiristoratori che ne fanno
costante oggetto dei loro virtuosismi.
Tra le specialità
gastronomiche della Pedemontana dobbiamo ricordare non
solo i succulenti spiedi, le grigliate di carne e la
cacciagione, ma, per la loro bontà, i funghi che si
raccolgono nei boschi di queste zone. I chiodini ("ciodèt"),
l'Armillariella mellea, sono, per così dire, funghi di
seconda generazione, che si sono maggiormente sviluppati
e in parte sostituiti alle altre specie, a causa del
taglio speculativo della vegetazione originale d'alto
fusto (querce, castagni, faggi…), avvenuto alla fine
del secolo scorso con l'appoderamento dei terreni, e del
successivo insediamento di un nuovo soprassuolo arboreo:
infestante robinia. I chiodini esistevano per certo
anche prima dell'avvento della robinia, ed erano pure
allora apprezzati, ma non crescevano così abbondanti;
venivano raccolti sulle ceppaie di quercia e chiamati
dai nativi "ciodèt de rovo o di rovare". Zone
ricche di funghi sono, oltre il bosco del Montello, nel
Monte Grappa. Nella primavera e nell'autunno in queste
zone si possono trovare varie sorti di funghi tra cui la
Amanita cesarea. |
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Il
Granturco di Marano
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Correva
l'anno 1890 quando Antonio Fioretti da Marano Vicentino
procedeva all'incrocio di due varietà di mais locali,
Pignoletto d'Oro e Nostrano, nella speranza di coniugare
la qualità del primo alla resa del secondo. L'opera di
selezione durò ben vent'anni ma premiò la sua
intraprendenza: il nuovo granturco «Marano» varcò
presto i
confini della pianura padana ed ebbe eccezionale
fortuna. Gli erano caratteristici le pannocchie esili ma
numerose, e i chicchi rossastri e vitrei, ricchi di
giutine.
Se ne traeva una farina ideale per la polenta che
risultava di un colore giallo intenso, screziato di
marrone, e di sapore inconfondibile, sconosciuto ai mais
iperproduttivi che gli subentrarono nel dopoguerra. I
nostri contadini, comunque, non hanno dimenticato il
Marano. Qua e là ne producono ancora esigue quantità
per uso proprio o per soddisfare le richieste di
ristoratori che mantengono vivi sapori antichi.
I suoi estimatori, poi, oggi hanno di che rallegrarsi:
in nome della salvaguardia delle varietà tradizionali,
auspice la Comunità Europea, ne verrà rilanciata la
produzione. Così non sarà più un'impresa trovare
farina per una polenta come si deve, irrinunciabile
compagna del baccalà, suadente dopo aver indugiato
nella leccarda dello spiedo, complice del latte
nell'evocare un piacere da fanciulli.
Marano: da una pannocchia di successo la regina delle
polente
Si chiamerebbe Maranelo,
ma la sua fama ha ben presto varcato gli stretti confini
della zona d’origine dalla quale ha preso il nome,
Marano Vicentino. E facendo strada ha acquisito una elle
in più, trasformandosi da termine dialettale a
denominazione di quella che gli esperti considerano la
pannocchia dalla quale si ricava la miglior farina di
mais per la preparazione della polenta, il Maranello.
Attenzione, però, perché questa farina vanta
numerosi tentativi di imitazione e, indipendentemente
dal numero di elle, l’importante è che sia quella
originale di Marano.
Insomma, niente
a che vedere con la località dove ha sede la Rossa
d’Italia più famosa nel mondo, la Ferrari, anche se
con questa ha qualcosa in comune: il colore – i
chicchi di questo mais sono, infatti, di un rosso
aranciato – e una spiccata vocazione al successo,
tanto da essere considerata la Numero Uno tra i prodotti
del suo genere.
Di Marano era Antonio
Fioretti, un agricoltore quantomeno curioso e
intraprendente, che, nel 1890 decise di incrociare nel
suo podere due varietà di mais locali, Pignoletto d'Oro
e Nostrano, nella speranza di adattare al meglio la
pianta alle terre ghiaiose del Leogra, coniugando la
qualità del primo alla resa del secondo. Si rivelò una
felice intuizione e, dopo un'opera di selezione
durata ben vent'anni, nacque il nuovo granoturco che,
come detto, dalla pianura padana conquistò le tavole di
tutto il mondo.
Nel 1940 il
grano Marano ottenne il marchio governativo dallo
Stato e ancor oggi è custodito nella banca del
germoplasma dell’Istituto di Genetica e
Sperimentazione Agraria Strampelli di Lonigo. In quegli
anni la coltivazione del Marano si diffuse in
gran parte del nord Italia, tanto da essere una delle
varietà più utilizzate, ma, dal secondo dopoguerra,
con la graduale scomparsa della polenta dalle tavole, il
prodotto conobbe una forte crisi, che divenne poi
tracollo con l’affermarsi dei mais ibrid i
che, pur perdendo in qualità, garantivano una resa
molto più elevata.
E’
nell’ultimo decennio, con la riscoperta dei prodotti
di qualità e con una rinnovata attenzione per le nostre
antiche tradizioni, comprese quelle gastronomiche, che
il Mais Marano (nome ufficiale) è tornato
in auge, insieme alla polenta e ai suoi fantastici e
irrinunciabili abbinamenti con alcuni grandi
protagonisti della cucina veneta, quale ad esempio il
baccalà.
Di questa farina
originale oggi se ne produce una quantità molto
limitata: si tratta di un cosiddetto prodotto di
nicchia, apprezzato soprattutto dai cultori della buona
cucina e dai ristoratori che si impegnano a far
conoscere e valorizzare i sapori veri della nostra
tradizione. Esiste un Consorzio di Tutela Mais Marano
che si propone, oltre a salvaguardare la qualità del
prodotto, di ottenere il riconoscimento comunitario
dell’Indicazione Geografica Protetta (Igp).
Dalle pannocchie
di piccola taglia di questo mais, i cui chicchi sono
ricchi di glutine – diversamente da altri
comuni mais che contengono più amidi -, si ricava una
farina ideale per la polenta, che risulta di un colore
giallo intenso, screziato da caratteristiche pagliuzze
marroni, e dall’inconfondibile gradevolissimo sapore.
I paioli non
torneranno a farla da padroni nelle nostre cucine e
assisteremo al rito di "fare la polenta nel caliero"
solo in qualche rara occasione rievocativa di un passato
che comunque sarebbe un delitto consegnare all’oblio.
Non fosse altro perché nella conservazione delle nostre
tradizioni abbiamo salvato anche dei veri e propri
tesori gastronomici a cui è meglio non dover rinunciare
e uno di questi è il Mais Marano. E passi pure
che i veneti siano polentoni, purché la polenta sia di
qualità.
Il mais di Marano nel piatto e… in un libro
"Il mais di
Marano nel piatto: la polenta, innovazione e
tradizione" è uno dei titoli della collana "Calieri",
edita dall’editrice "Terra Ferma" di
Vicenza, con il patrocinio e il contributo della Regione
Veneto e di Vicenza Qualità, azienda speciale
della Camera di Commercio vicentina.
Una serie di
volumi molto curati dal punto di vista grafico, con
bellissime fotografie ad illustrare le ricette che
occupano gran parte delle pagine di queste monografie
dedicate a diversi prodotti tipici vicentini.
E
anche quella sul mais di Marano si può dire che invita
a farsi sfogliare "golosamente", perché,
si sa, la polenta, che pure è alimento povero e
semplice, è gradita, se non addirittura irrinunciabile,
compagna di molte succulente pietanze della nostra
cucina. Ecco allora che nelle pagine dedicate alle
ricette innovative e creative, si indulge volentieri
sull’immagine del "Cilindro di polenta di
Marano con finferli e coniglio" e la
salivazione aumenta davanti allo scenografico piatto di
"Farina di mais dolce fritta in salsa di fichi
secchi". Non da meno sono le illustrazioni
inserite nella sezione del ricettario tradizionale, dove
la "poenta" viene abbinata più classicamente
allo "scopeton" e al "muso" e le
tagliatelle di mais ai funghi.
Ma prima di
spaziare tra le delizie di oltre quaranta proposte
enogastronomiche (per ogni ricetta vi è un vino
consigliato), tutte a base di questa farina che è il
vanto e l’orgoglio di pochi ma qualificati produttori
di Marano e dintorni (meno di una ventina sono quelli
che aderiscono al Consorzio di tutela, per una
produzione che non supera i 500 quintali all’anno,
pari solo all’uno per cento dell’intera produzione
di mais), vale la pena dedicarsi alla lettura degli
interessanti contributi introduttivi, attraverso i quali
non solo si apprende la storia del Mais Marano,
ma si impara ad apprezzarne anche i pregi
alimentari, le peculiarità organolettiche e
l’uso che ne viene fatto in cucina, a
cominciare dalla polenta, alimento simbolo delle nostre
terre.
Curioso e
godibile è il testo di Antonio Di Lorenzo, intitolato
"Marano, basta la Parola. E’ la Ferrari
delle polente", nel quale l’autore azzarda una
simpatica coincidenza tra la storia del prodotto
maranese e quella dell’auto di Formula Uno, fino a
parlare delle possibilità di sviluppo (controllato!) di
questa coltivazione pregiata. Terenzio Sartore propone,
invece, un’interessante storia della polenta,
soffermandosi sull’importanza che ebbe per il veneto e
i veneti questo cibo, e sulle tradizioni legate alla
coltivazione del granoturco nelle nostre campagne.
"Mais Marano, un celebre vicentino", infine,
è il titolo della pagina scritta da Francesco Soletti,
nella quale descrive le caratteristiche della
coltivazione e delle proprietà di questa varietà di
mais. |
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Il
Miele del Grappa
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Il
Miele del Grappa è garantito da sigilli numerati,
consegnati dall'Associazione all'apicoltore socio che si
impegna di rispettare lo specifico disciplinare, in base
al controllo degli alveari posseduti e alla produzione
media stagionale, con indicati: l'altitudine, il comune
di produzione, il tipo di miele, il produttore e
confezionatore.
Dal 2002 il Miele del Grappa è certificato come
prodotto da agricoltura biologica e viene
presentato con nuovi sigilli recanti il logo dell'ente
certificatore.

Nella
tradizione vicentina l'apicoltura, naturale complemento
della cura dei campi, è un'attività passata di padre
in figlio. Negli ultimi anni, però, il settore di miele
è cresciuto ben oltre ogni aspettativa e la provincia,
prima nella regione, conta 12.000 alveari e 4.000
quintali prodotto. Un piccolo esercito di 600 operatori,
con un 20% di professionisti e un'ampia schiera di
appassionati che ricorre tanto ad alveari fissi quanto a
quelli itineranti, da trasportare di volta in volta dov'è
in atto una fioritura. I luoghi più favorevoli
all'attività apistica sono la fascia pedemontana del
Grappa che danno ottimi mieli di acacia, castagno,
tarassaco e millefiori. Tipico dell'Altopiano di Asiago,
ma limitato in quantità, è il miele di rododendro. Il
commercio del miele, che fra qualche anno probabilmente
avrà il riconoscimento comunitario dell'indicazione
geografica protetta (Igp), viene esercitato in buona
percentuale dagli stessi produttori, spesso presenti ai
mercati rionali; per il resto viene gestito da un
consorzio che rifornisce una decina di negozi
specializzati e il punto vendita del mercato
ortofrutticolo di Vicenza, oltre a organizzare in piazza
dei Signori, ogni settembre, le Giornate del Miele.
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L'Oca
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Descrizione
La
sua carne è buona e ben digeribile, perché,
quando è giovane, è priva di connettivo e il
suo grasso è fra i migliori che si possano
impiegare in cucina. Proprio per le sue
dimensioni e la conservabilità delle sue
carni essa svolgeva un tempo, presso i meno
abbienti, le stesse funzioni del maiale. La
tradizione vuole che sia portata in tavola nei
mesi invernali, tant'è vero che essa resta,
nonostante la concorrenza del tacchino, il
piatto tipico delle feste natalizie e di fine
anno in Germania, Gran Bretagna e Scandinavia.
La sua presenza in cucina è poi documentata
un po' in tutto il mondo e attualmente, dopo
qualche decennio di relativa emarginazione, si
osserva, specie in pianura, un rinnovato
interesse per questo ottimo animale, la cui
presenza si fa sempre più notare lungo il
Meschio, il Monticano, il Piavon, il Livenza e
gli altri corsi d'acqua che bagnano il nostro
territorio.
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Metodo
di produzione
Le
oche venivano allevate come i maiali, erano
cibo di riserva invernale. I ragazzini le
portavano a pascolo nei pomeriggi da giugno a
settembre tra i campi e lungo i canali,
cercando di non fare danni; alla fine
dell'estate venivano ingozzate, nutrite a
forza perché accumulassero una buona dose di
grasso e ingrossassero il fegato, così
apprezzato dai buongustai. Il grasso, circa un
terzo del peso dell'animale, veniva utilizzato
nell'inverno come condimento.
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Metodo
di conservazione
I
contadini, dopo aver tirato il collo alle oche
con l'aiuto di un bastone, le spennavano da
calde per ricuperare la piuma utile, le
mettevano nell'acqua bollente per togliervi
anche le penne più resistenti, le passavano
sulla fiamma e poi le appendevano a testa in
giù per far colare il sangue. Il giorno dopo
le squartavano e le tagliavano a pezzi. Tolto
tutto il grasso, mettevano i pezzi di carne,
cosparsi di sale, a macerare in un recipiente
coperto per 8-10 giorni a temperatura fresca.
Trascorso tale periodo, la carne, pulita del
sale e asciugata, era disposta in un "pignato"
di terracotta smaltata nel quale veniva colato
il grasso messo da parte, sciolto sul fuoco,
fino a coprirla. Il recipiente veniva chiuso
ermeticamente e la carne si conservava per
almeno due mesi. Ottima nelle occasioni di
festa, a Treviso si comincia a mangiarla a metà
ottobre, in occasione delle millenarie fiere
di San Luca e San Ambrogio, cotta arrosto e
servita con sedano condito o farcita con un
succulento ripieno e cotta al forno,
accompagnata magari da una buona "salsa
peverada", oppure in umido, con cren e
contorno di fagioli ed erbe cotte.
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Origine
e tradizione
Nel
mondo antico era molto facile confondere dei e
animali e capitava pure che gli animali stessi
venissero considerati degli dei e collocati
nel paradiso dei pagani, l' Olimpo. Successe
così anche all'oca, segno che si trattava
davvero di un animale molto importante, da
allevare con la massima cura e da tenere
sempre in grande considerazione. Già gli
antichi Egizi avevano scoperto quanto fosse
prezioso questo grande uccello facilmente
addomesticabile. Esso viveva allora nella
valle del Nilo e le sue carni, dopo una rapida
bollitura, erano conservate per mesi immerse
nel proprio grasso, come si faceva nelle case
coloniche di questa terra fino a pochi decenni
fa. E, anche se sempre meno, lo si fa ancora
in qualche casa e in qualche trattoria di
campagna, dove si vuole offrire ai commensali
e ai clienti qualche piatto che arriva da
tempi immemorabili. La grande cura che gli
antichi avevano per questo animale è più che
significativa: esso infatti ha sempre
rappresentato una importante fonte alimentare,
preziosissima per il popolo più povero, dal
momento che l'oca è in grado di provvedere da
sola al proprio sostentamento, non costando
praticamente nulla.
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Eventi
legati al prodotto
L'oca
arrosto è una preparazione gastronomica
tradizionale dell'autunno trevigiano che trova
la sua massima esaltazione nelle osterie e
nelle baracche delle Fiere di San Luca a
Sant'Ambrogio di Fiera nel mese di ottobre.
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Particolarità
e note
Quando
gli antichi Egizi vollero scrivere il nome di
Geb, Dio della terra, figlio di Shou e di
Tfene e gemello di Ur, ricorsero all'oca,
animale prezioso per le sue carni, il suo
fegato, il suo grasso, le sue piume.
L'ideogramma di oca corrisponde infatti a
quello del Dio Geb, padre di Iside e Osiride.
Molto tempo dopo, lo storico greco Plutarco,
parlando del Dio Crono, figlio minore del
Cielo e della Terra e condottiero dei Titani
suoi fratelli, affermò che costui era per i
Greci quello che Geb era per gli Egizi, e
infatti Crono, padre di Zeus, era raffigurato
sì in forma umana ma con sormontata la figura
di un'oca. Come si sa anche i Romani ebbero
grande rispetto per questo animale, le oche
erano infatti sacre alla Dea Giunone e
allevate sul Campidoglio. E' rimasto celebre
l'episodio del loro starnazzare notturno che
svegliò i soldati romani che poterono così
respingere l'improvviso assalto dei Galli
comandati da Brenno. L'oca non è solo un
animale dalla carne appetitosa, ma
rappresenta, come è stato già detto, un
simbolo religioso ed esoterico in molte
culture antiche. Entra nei detti popolari,
nella letteratura, nell'arte, nella storia ed
anche nei giochi di società. Familiare, nella
nostra infanzia, il "gioco
dell'oca"; inventato intorno al 1650 si
è diffuso ovunque anche per le innumerevoli
copie riprodotte dai Remondini, i famosi
stampatori di Bassano del Grappa.
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Ricetta
o abbinamento
Oca
arrosto (Oca rosta col saléno): dosi per 6
persone. Tempo occorrente: 40'. Difficoltà:
*. Ingredienti: 1 Oca da 3 Kg circa, 80 g di
olio d'oliva, 1 rametto di rosmarino, alcune
foglie di salvia, 1 carota, 1 cipolla, 1 costa
di sedano, 1 bicchiere di vino bianco secco,
sale e pepe. Preparazione: porre l'oca
ripulita, ben salata all'interno ed
opportunamente imbrigliata, in una casseruola.
Condirla con l'olio d'oliva, aggiungere il
rosmarino e la salvia spezzettati, la carota,
la cipolla e il sedano tritati, sale e pepe.
Mettere la casseruola nel forno a temperatura
media (200°) e fare rosolare l'oca da ogni
parte. Aggiungere vino bianco secco, farlo
evaporare, poi continuare la cottura a tegame
coperto, bagnando l'oca di tanto in tanto con
il fondo di cottura. Servirla calda con
contorno di sedano in insalata. L'oca
arrostita, come indicato sopra, si può
farcire di "mele e castagne" secondo
la seguente ricetta: "…si riempie l'oca
con un impasto composto di 200 g di mele cotte
e passate al setaccio, 250 g di polpa di
castagne, 1 uovo, qualche fiocco di burro,
sale e pepe". (Non è prevista in cottura
l'aggiunta di vino bianco). Servirla su un
letto di mele cotte al burro e di marroni
arrostiti tagliati in quattro.
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Le
Patate di Rotzo
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Rotzo
è uno dei sette comuni dell'Altopiano di Asiago e
questo, di per sé, è già un'ottima credenziale per la
produzione di patate che gli dà fama. Prati, boschi e
un'aria finissima compongono il quadro ambientale in cui
si inserisce una tradizione agricola di antica data. È
già una cronaca del '700, infatti, a parlare di una
patata dalla buccia violacea, o «nera», che allietava
le tavole dei vicentini. L'antica varietà non e più
coltivata, ma non di meno la produzione odierna è
tenuta in grande stima. La proverbiale bontà di queste
patate di montagna deriva da un concorso di elementi
ambientali: suolo di struttura ideale; inverni rigidi
che neutralizzano molte malattie; estati fresche e
asciutte che favoriscono al meglio la fruttificazione.
La maggiore concentrazione di amidi che nederiva e altri
ineffabili apporti danno corpo al prodotto sopraffino
che tante lodi si merita. Peccato che i pochi
coltivatori rimasti non riescano a soddisfare il
mercato. A parziale consolazione viene, in ottobre, la
Festa della Patata, occasione più unica che rara, tra
l'altro, di assaggiare la tradizionale polenta «considera»,
di patate ovviamente, arricchita con burro e un pizzico
di cannella, da accompagnare al formaggio mezzano e alla
sopressa. |
| La
Ricotta (Puìna) del Grappa |
Descrizione
La Ricotta
"Puina", è un prodotto caseario secondario,
ottenuto dal siero di lavorazione del formaggio che
trova notevole impiego in cucina. Viene utilizzata
negli impasti dei ravioli e dei cannelloni di magro,
in numerosi piatti per legare ed ammorbidire e nei
dolci. Quella salata, secca ed affumicata invece viene
grattugiata sulle paste asciutte. La più rinomata è
quella estratta dal siero proveniente da formaggi
grassi.
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Metodo
di produzione
La
tecnica-base per trasformare il latte in formaggio è
molto semplice, dal momento che è sufficiente far
coagulare il latte, il quale si scinde in una parte
liquida, conosciuta con il nome di siero, e una parte
solida, piuttosto elastica, che viene detta cagliata.
Per ottenere poi i diversi tipi di formaggio
intervengono la qualità e l'origine del latte
impiegato, le tecniche particolari, la diversa durata
della fermentazione, la salatura (realizzata a secco),
la maturazione, la stagionatura e i segreti di
lavorazione dei "casari" a volte gelosamente
custoditi. Per accelerare il processo di coagulazione
viene usato un fermento, liquido, in polvere o in
pasta, chiamato "caglio", che è ottenuto da
una parte dello stomaco dei vitelli, dei capretti o
degli agnelli sottoposta ad uno speciale trattamento.
Il caglio fa precipitare la caseina, formando la
"cagliata" che contiene grassi (in
percentuale diversa a seconda del tipo di latte
impiegato), proteine, sali minerali e vitamine; la
cagliata viene poi opportunatamente lavorata, secondo
il tipo di formaggio che si vuole ottenere a diverse
temperature. La ricotta è un formaggio del tutto
particolare; infatti non si ottiene non dalla
cagliata, ma dal siero residuo della preparazione di
altri formaggi. Il nome "ricotta" deriva
appunto dal secondo riscaldamento che il siero
subisce. Si prepara o con latte vaccino o ovino ed è
un formaggio nutriente e facilmente digeribile.
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Metodo
di conservazione
Va
conservata in frigorifero. Facendo parte dei
latticini, la ricotta fresca dovrebbe essere consumata
subito dopo la preparazione o al massimo dopo un
periodo di 20-30 giorni. La ricotta o "Puina"
prodotta in queste zone, fresca e genuina, viene
prodotta secondo i più tradizionali procedimenti di
lavorazione. Si gusta con il pane, con le verdure ed
è l'ideale per ripieni e torte salate.
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Origine
e tradizione
La
storia del formaggio ha cinquemila anni: ha avuto
origine quando l'uomo ha scoperto la proprietà
coagulante del latte. Già i Sumeri producevano
formaggi, ricotte e yogurt sfruttando tale proprietà.
Sul mercato di Treviso già nel 1300 si vendevano
formaggi freschi e stagionati, dolci e salati, di
pecora o di vacca; provenivano dai monti e dalle
pianure. Per fare un buon formaggio ci vuole del latte
di qualità, come quello prodotto nelle Malghe del
Grappa da bovine che si nutrono dell'erba dei pascoli
profumati della montagna, delle fertili colline e dei
prati irrigui di pianura. Altrettanto importanti, sono
l'esperienza del casaro unita alle tradizioni tecniche
di lavorazione, che variano a seconda degli ambienti.
Il latte prodotto dagli allevatori delle nostre zone
viene trasformato in tanti e rinomati prodotti
caseari. In ciascuno di essi vive una squisitezza
affidata, oggi come allora, alla naturale combinazione
di fattori determinanti quali il fieno, il latte e
l'aria di montagna. Rinasce quindi un'antica bontà,
ottenuta con sistemi di lavorazione che garantiscono a
questi prodotti proprietà organolettiche pienamente
corrispondenti a quelle stabilite dalle normative in
materia.
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Particolarità
e note
Come
tutti i latticini, la ricotta, nel procedimento di
preparazione, subisce solamente la fermentazione
lattica, acquistando un grado di acidità molto basso:
inoltre, ha la caratteristica di contenere un'elevata
percentuale di acqua. Risulta quindi fresca, molto
gradita soprattutto nei periodi caldi, non piccante e
generalmente poco salata. In media apporta circa 379
calorie per 100 grammi.
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Ricetta
o abbinamento
Una
ricetta semplice e veloce è quella in cui si
amalgamano 400 g di ricotta sminuzzata con zucchero,
cannella e mezzo bicchierino di buona grappa veneta,
servita in piattini con biscotti secchi.
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Il
Riso di Grumolo
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Grumolo
delle Abbadesse è un cospicuo centro agricolo della
pianura irrigua che si attraversa percorrendo la statale
per Padova. Il suo nome ricorda quelle monache di
SanPietro a Vicenza che l'ebbero in feudo appena dopo il
Mille e che, con lungimiranza, sfruttarono l'abbondanza
di acque per impiantare quelle risaie che ancora oggi
costituiscono una nota paesistica inconfondibile e una
importante fonte economica. Le distese che ogni anno
vengono allagate per la messa a dimora delle pianticelle
ammontano a 500 campi, pari a 200 ettari; le aziende
specializzate una dozzina; laproduzione 8700 quintali. A
cavallo tra aprile e maggio la semina riguarda per la
massima parte il Vialone nano, varietà a granelli
grossi, da risotto, tradizionale presenzanell'orizzonte
agricolo della Bassa vicentina e veronese. A giugno le
piante vanno in spiga e ad agosto imbiondiscono offrendo
uno spettacolo di antica bellezza, impreziositodal volo
degli aironi e da un gracidare di rane che è la
migliore garanzia di pratiche agricole rispettose
dell'ambiente. A fine settembre viene il momento della
trebbiatura e il paese scende in festa offrendo il
delizioso risotto delle Abbadesse. Il Vialone nano viene
quindi avviato ai ristoratori e ai negozi di quartiere,
che sono ancora i principali rivenditori. Poi, in ogni
stagione ci sarà occasione per mandarlo a nozze,
secondo tradizioneo in modo innovativo, con quanto di
meglio l'orto e il bosco sanno offrire. |
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Tartufo
Nero dei Colli Berici
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| Tartufo
vicentino: dalla terra alla tavola
Un’annata
pessima per il vino, ma eccezionale per i tartufi grazie
alla pioggia e alla frescura notturna.
Però,
quando si dice tartufo si pensa subito al Piemonte, ad
Alba e ai suoi preziosi "tuberi" bianchi, a
quelle figure un po’ tenebrose, i tartufai,
accompagnati nel loro girovagare dal fedele cane sempre
pronto a scovare sottoterra il prezioso bottino, grazie
al suo "naturale" tartufo, il naso.
Certo, quello piemontese è rinomatissimo, ma anche in Veneto
esistono dei territori che regalano questo fungo dal
gusto e dall’aroma particolari: è il caso di Nanto e
dei comuni di Arcugnano Longare, Castegnero, Mossano,
Barbarano Vicentino, Villaga e Zovencedo, in provincia
di Vicenza.
Il tartufo ha
una storia molto antica. I greci lo chiamavano Hydnon
(da cui deriva il termine "idnologia" la
scienza che si occupa dei tartufi), mentre in latino era
il Tuber, dal verbo tumere (gonfiare). Plinio il Vecchio
nel libro della ‘Hystoria Naturale’ parlava del
tartufo che "sta fra quelle cose che nascono ma non
si possono seminare", mentre Plutarco affermava che
il "Tubero" nasceva dall'azione combinata
dell'acqua, del calore e dei fulmini.
Tutte teorie
più o meno fantastiche che scatenavano lunghe diatribe
tra gli studiosi. Il tartufo assunse nel tempo
un’aurea di mistero al punto tale che non si sapeva se
definirlo una pianta o un animale, oppure il cibo del
diavolo e delle streghe. Le cose andavano diversamente
in cucina, in cui era apprezzatissimo. Nell’Europa del
passato, il tartufo era anche chiamato "aglio del
ricco" per il suo leggero sentore agliaceo. E’
noto, poi, che anche Papa Gregorio IV ne faceva
ufficialmente largo uso per compensare le energie spese
nel fronteggiare i Saraceni.
Storia vera o
semplici fantasie popolari, sta di fatto che i tartufi
sono sempre stati dei "principi" della tavola.
Sotto il profilo
botanico sono funghi ipogei, organismi che vivono
sottoterra e fanno parte del genere "Tuber".
Non hanno nulla a che fare, però, con patate e
simili, mentre sono stretti parenti di porcini e
prataioli. Come loro, sono sprovvisti di parti verdi e
quindi non sono in grado di ricavare attraverso la
fotosintesi clorofilliana le sostanze necessarie al loro
sviluppo, che assumono invece dalle radici di alcune
piante con cui instaurano un rapporto di simbiosi. Il
tartufo riceve dalla pianta gli zuccheri e la pianta, a
sua volta, riceve acqua e sali minerali che migliorano
notevolmente il suo stato nutrizionale.
Il vero e
proprio tartufo si forma nel sottosuolo a una
profondità compresa tra la superficie e i 60 centimetri
(eccezionalmente il metro) assumendo dimensioni
variabili da quelle di un pisello a quello di una grossa
arancia.
E’ caratterizzato da un rivestimento esterno
(perizio), liscio o verrucoso, e da una polpa interna
(gleba), che al taglio appare marmorizzata per la
presenza di venature chiaroscure. Le aree fertili, cioè
quelle che contengono le spore riproduttive, sono quelle
scure, mentre le chiare sono sterili. Giunti a
maturità, non potendo diffondere le spore come fanno i
funghi di superficie, i tartufi si affidano, in un certo
senso, agli animali (insetti, lumache, roditori e
cinghiali) che, attratti dallo spiccato aroma, se ne
cibano disperdendo poi con le proprie deiezioni le spore
nel terreno per l'avvio di un nuovo ciclo.
Nel territorio
berico si trovano quattro specie di tartufo nero: Tuber
Melanosporum, o "pregiato"; - Aestivum,
"d'estate" o "scorzone"; - Brumale,
"d'inverno"; - Mesentericum,
"ordinario", l'unico di scarsa rilevanza
gastronomica. Centro di maggior raccolta è il comune di
Nanto che in onore del prezioso tubero organizzata anche
una festa la prima metà di luglio.
I raccoglitori
autorizzati sono 646 in tutta la provincia di Vicenza,
ma il commercio del tartufo in queste zone è
un’attività che sfugge ai consueti canoni. Buona
parte del raccolto, infatti, va ai ristoratori locali e
i punti vendita stabili sono pochissimi.
Grazie a recenti
sperimentazioni, tutto il territorio berico può
considerare realistica la prospettiva di incrementare la
produzione grazie alla tartuficoltura, cioè
tartufaie realizzate ex novo secondo criteri di
razionalità agronomica o migliorate da potature e
diradamenti e incrementate con la messa a dimora di un
congruo numero di piante tartufigene. Il vantaggio che
se ne ricaverebbe non sarebbe solo in termini di
raccolto ma anche di allungamento del calendario,
essendo il tartufo nero pregiato più tardivo rispetto
allo scorzone, e maggiormente remunerativo.
La storia del
tartufo nero dei Colli Berici finisce ovviamente sulla tavola.
È opinione diffusa che il più pregiato tra i funghi si
abbini a piatti semplici, poveri di condimenti o salse,
come una buona pasta fresca fatta in casa o una classica
frittata. Un’antica ricetta dei principi Giovanelli di
Lonigo (Vi) del 1890 propone il piatto "Tartufo
alla Berica", e numerosi sono i testi che citano la
tipicità del prodotto: nel 1962 in "Itinerari
Gastronomici Vicentini" si parla di particolari e
rinomati tartufi di Nanto e dei Colli Berici, e nel
’64 e nel ’66 i tartufi de Nanto vennero citati in
due carte gastronomiche del Vicentino.
*
* *
Di primo acchito
li si direbbe tuberi, come le patate, ma per la scienza
sono funghi ipogei, vale a dire organismi che hanno
scelto di vegetare sotto terra in stretta simbiosi con
alberi a foglia caduca e in special modo con le querce.
Figli di delicati equilibri, sono chiari indicatori
ambientali e abbondano solo là dove il bosco è sano. A
orgoglio del vicentino, nei Colli Berici si trovano
quattro specie di tarufo nero: Tuber Melanosporum,
o "pregiato" - Aestivum,
"d'estate" o "scorzone" - Brumale,
"d'inverno" - Mesentericum,
"ordinario", l'unico di scarsa rilevanza
gastronomica. Epicentro della zona di ricerca è Nanto,
che in luglio onora questo dono dei Colli con una festa,
occasione da non perdere sia apprezzarne alcuni utilizzi
gastronomici sia per acquistarlo.
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Scorsone è una
varietà di tartufo estivo che è impiegato nella
gastronomia vicentina principalmente nella preparazione
di primi piatti: risotti, lasagne, zuppe ecc. Il tartufo
dei Colli Berici è di colore nerastro, ha una forma
ovale o tondeggiante con grosse verruche screpolate,
l'interno è di colore grigio-marrone con numerose
venature biancastre; matura ad inizio aprile e in tardo
autunno. Molto usato dai ristoratori locali, si trova in
commercio nei migliori negozi ortofrutticoli, nel
mercato dei funghi sotto la Basilica palladiana a
Vicenza (nei mesi estivi ed autunnali) e negli stand
della Pro Loco Nanto nella seconda domenica di luglio.
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La
Trota del Brenta
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La
trota è un salmonide che pretende acque limpide e
abbondantemente ossigenate. Si nutre, con grande
vantaggio per le sue carni, di larve e crostacei, di
insetti alati,che cattura compiendo salti fuor d'acqua,
e, a maturità, di piccoli pesci. Regina dei torrenti è
la trota fario, di ridotte dimensioni, punteggiata di
macchie scure e rossastre, massima aspirazione dei
pescatori sportivi. La affianca sempre più spesso la
trota iridea, importata dal Nord-America, splendida ma
invadente, che tende a soppiantare la cugina. L'una e
l'altra sono allevate con profitto, la prima soprattutto
per il ripopolamento, laseconda per le carni, bianche o
rosate. L'alto Vicentino è un importante distretto
produttivo: lungo i torrenti della Valdastico, che fa da
capofila, a quelli della Val Chiampo e del bacino del
Brenta si contano numerosi impianti. Alle pisciculture
vere e propre si affiancano le officine di trattamento,
che provvedono alla confezione del pescesotto vuoto,
filettato o intero, e a lavorazioni, come l'affumicatura
e l'aromatizzazione, che lo avvicinano al blasonato
salmone. Poi si va in cucina: tradizione vuole che la
trota finisca sulla griglia, così come natura l'ha
fatta, ma sempre più sono i cuochi che si sentono in
dovere di tributargli ben altri onori. |
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I
Vini della zona di Bassano
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| La
zona di Gambellara |
La
bassa Valle del Chiampo, terra vicentina ai
confini con il territorio veronese, dove
terminano le ultime propaggini dei Monti Lessini,
si sviluppa intorno all'abitato di Gambellara.
Da sempre area tenuta in grande considerazione
dai buongustai per la produzione locale di vino,
del quale si ha testimonianza sin dall'epoca
romana: tant'è che oggi Gambellara, Montorso,
Zermeghedo e Montebello Vicentino sono di gran
lunga più famosi per il loro prodotto che non
per fasti e nefasti guerreschi.
In questa zona, tra pendi ora dolci ora più
impervi, il terreno è in gran parte formato da
basalti e da tufi terrosi di origine vulcanica.
Le rocce, facilmente friabili, costituiscono la
parte preponderante del rilievo collinare,
terreno ideale per le vigne dell'uva Garganega e
del Trebbiano del Soave, che danno vita al
Gambellara: un vino bianco multiforme, offerto
nelle forme più disparate.
I vini
Gambellara: da un uvaggio assai simile al
suo vicino veronese, il Soave. Giallo nel colore
(dal paglierino al dorato) di odore vinoso con
profumo caratteristico, questo vino a D.O.C. si
presenta di sapore asciutto, di corpo medio,
appena un po' amarognolo. Se le uve provengono
dalla zona collinare più vocata e di più
antica tradizione, esso può fregiarsi della
qualifica "Classico": in questo caso
la qualità delle uve produce una gradazione
alcolica minima naturale più elevata.
Sulla tavola sposa magnificamente antipasti,
primi piatti, secondi leggeri, formaggi e piatti
a base di pesce.
Gambellara Recioto: nasce dalle uve del
gambellara, colte e lasciate riposare sui
graticci e spremute dopo un certo appassimento.
È l'unico vino fuori della provincia di Verona
al quale è consentito di portare questo antico
nome, segno di unicità e distinzione nel
patrimonio enologico mondiale.
Si presenta di colore giallo dorato, con un
intenso profumo di fruttato, con sapore
armonico, amabile, con un lieve gusto di
passito, retrogusto amarognolo e con qualche
venatura di frizzante, piacevolissima,
determinata dalla prosecuzione in bottiglia del
processo fermentativo.
La gradazone alcolica minima deve essere di 12°,
ma è facile trovarla più elevata.
Si impone come vino da dessert e come vino da
incontro. In quest'ultimo caso è meglio fare
attenzione: la simpatia suscitata dal suo
consumo non deve far dimenticare il tenore
alcolico, non propriamente leggero.
Può essere anche spumantizzato, utilizzando il
metodo Charmat con fermentazione in autoclave
per breve tempo.
Vin Santo di Gambellara: l'unico del
Veneto a portare questo nome che abitualmente
contraddistingue vini analoghi di altre regioni.
Si ottiene dalle uve migliori, lasciate
lungamente appassire in maniera da accrescere il
più possibile la concentrazione zuccherina,
pigiate con spremitura soffice. Il mosto così
ottenuto viene posto in botticelle, a loro volta
lasciate in luoghi aperti in modo da subire per
intero il freddo invernale. Questo processo
favorisce una naturale decantazione del vino,
che a primavera si presenta limpido e viene
travasato in botti per la prosecuzione della
fermentazione, che avviene molto lentamente,
dove dovrà stare per almeno un anno.
Il processo si completa con il travaso
definitivo che sarà portato al consumo, al cui
interno il Gambellara deve riposare per un altro
anno. Al consumo ha almeno 14°, si presenta
dicolore giallo ambrato e con un forte profumo
di passito, vellutato, armonico e dolce al
gusto.
Tale processo consente di ottenere un prodotto
prezioso in tutti i sensi, per qualità, gusto e
valore commerciale. |
| La
zona di Breganze |
Tra i
rilievi collinari e alcune zone dell'immediata
pianura, ai piedi dell'altopiano dei Sette
Comuni, si distende questo territorio, che parte
dalla vallata dell'Astico e giunge fino alla
vallate del Brenta, comprendendo il territorio
bassanese a destra del fiume.
I vini
Vespaiolo: prodotto in purezza con uve
provenienti dal vitigno omonimo. È un classico:
di colore giallo paglierino piuttosto carico,
profumo intenso fruttato, con caratteristica
leggermente aromatica, il sapore è fresco,
piacevole, acido. Proprio per questo si sposa
con i piatti di pesce, ma anche alla cucina
tradizionale locale, dal formaggio all'asparago
con le uova. Qualifica aggiuntiva: Superiore.
Torcolato: vino passito di tradizione,
eccellente da dessert, ricavato dalla pigiatura
entro febbraio di uve lasciate appassire nei
primi mesi invernali con grappoli annodati (torcolati,
nel dialetto locale) ad una corda appesa in
ambienti aereati. Ha un colore tipico giallo
oro, ricco di profumi, che ricordano il miele e
l'uva passita. Il gusto va abboccato a dolce,
armonico, vellutato. A seconda della lavorazione
può acquisire una gradevole sfumatura di legno.
Qualifica aggiuntiva: Riserva.
Breganze Bianco: è sostanzialmente un
Tocai, che può contenere una modica quantità
di uve bianche se presenti nel vigneto. Si
presenta di colore giallo paglierino, di odore
vinoso delicatamente intenso e di gusto
asciutto, rotondo, di corpo. Buon vino bianco da
tuttopasto, si accompagna soprattutto a piatti
di pesce, ma anche a carni leggere. Ottimo anche
come fuori pasto.
Breganze Chardonnay: ottenuto in purezza
da viti dell'omonimo vitigno, ripropone le sue
straordinarie caratteristiche: gusto
equilibrato, gradevolmente morbido, vellutato e
armonico, ha un profumo intenso, caratteristico,
piacevolmente aromatico e si presenta di un bel
colorito giallo paglierino. È un vino per tutte
le occasioni. Qualifica aggiuntiva: Superiore.
Breganze Sauvignon: ricavato pressochè
in purezza da uve del vitigno omonimo, esalta,
con la personalità dei terreni e del clima, le
caratteristiche che lo hanno reso famoso:
profumo delicato, dolce, più o meno aromatico,
che asseconda un gusto fine, gradevole e
armonico, arrotondato in alcuni casi dal sapore
del legno. Qualifica aggiuntiva: Superiore.
Breganze Rosso: ripropone la forza e le
caratteristiche del Merlot, dalle cui uve è
ottenuto in purezza, con la possibilità di
usare una piccola percentuale di altre uve nere
se presenti nel vigneto. Il colore è rosso
rubino vivo, odore vinoso, piacevole,
espressivo, caratteristico, talora lievemente
erbaceo, di sapore asciutto, robusto, armonico,
di corpo leggermente tannico. Dà il meglio di sè
dopo 2-3 anni. Ottimo da pasto, quando è
invecchiato non teme gli arrosti. Qualifica
aggiuntiva: Superiore o Riserva.
Breganze Cabernet: ottenuto con Cabernet
Franc e/o Cabernet Sauvignon. Si propone con una
discreta gradazione naturale, di colore rosso
rubino scuro con riflessi granati, accentuati
dall'invecchiamento, di odore molto intenso,
gradevole, caratteristico. Il gusto è corposo,
robusto, asciutto, leggermente tannico, talora
erbaceo. L'invecchiamento ne accresce la
naturale nobiltà. Qualifica aggiuntiva:
Superiore o Riserva.
Breganze Cabernet Sauvignon: figlio
dell'ultima "covata" della D.O.C., è
ottenuto pressochè in purezza da uve
dell'omonimo vitigno, del quale ripropone le
caratteristiche: colore rosso rubino intenso,
con tendenza a ripiegare sul rosso mattone con
l'invecchiamento, ha un profumo erbaceo con
profumo intenso e persistente, vinoso, talora
addolcito dall'odore del legno dove viene
lavorato, che ne arrotonda il sapore, asciutto,
pieno, vellutato. Ottimo vino da pasto, fine,
personale, è in grado di accompagnare tutte le
pietanze. Qualifica aggiuntiva: Superiore o
Riserva.
Breganze Marzemino: anch'esso D.O.C.,
sottolinea la piacevolezza di una tradizione
enologica secolare. Ottenuto in purezza da uve
dell'omonimo vitigno, si presenta di un bel
rosso rubino, spesso vivace, con profumo intenso
e caratteristico e un gusto pieno, personale e
gradevole, talora, a seconda della lavorazione,
ammorbidito dal sapore di legno. Qualifica
aggiuntiva: Superiore o Riserva.
Breganze Pinot Nero: vinificato in nero
esclusivamente con uve provenienti da un
particolare biotipo locale, derivato dai nobili
e famosi vitigni omonimi. Si presenta di colore
rosso rubino, con sfumature color mattone, di
profumo delicato e di sapore asciutto e sapido,
con retrogusto amarognolo, che lo propongono ai
vertici nazionali tra i vini ottenuti da queste
uve. Si accompagna ai piatti di carne ed agli
arrosti. Qualifica aggiuntiva: Superiore o
Riserva.
Breganze Pinot Bianco: ottenuto in
purezza da uve dell'omonimo vitigno, si presenta
bianco paglierino chiaro, di gusto secco, molto
armonico e vellutato. Il profumo è delicato,
gradevole, caratteristico. È un bianco da
pasto, ideale per i piatti di pesce. Qualifica
aggiuntiva: Superiore. |
| La
zona dei Colli Berici |
Nel
mezzo della pianura veneta, tra Verona e Padova,
sorgono i Colli Berici, posti a sud della
città di Vicenza. Sono colline di origine
vulvanica, dal clima mite e accogliente, ideali
per la vite, in questi luoghi già presente da
tempi antichissimi. Nei resti delle palafitte
del lago di Fimon furono ritrovati vinaccioli di
"Vitis silvestris", risalenti all'età
del bronzo.
I vini
Tocai rosso: nasce da un vitigno che nel
Veneto viene coltivato in piccole quantità,
anche nella zona orientale della regione, ma che
qui ha trovato un areale adatto e una
caratterizzazione particolare.
È un vino di un bel colorito rosso rubino,
diafano e brillante, anomalo nel panorama dei
rossi del Veneto. Viene ottenuto pressochè in
purezza (se presente nel vigneto, è consentito
anche l'impiego di una modica quantità di uva
Garganega locale). Ha un intenso profumo
caratteristico, che talora ricorda il fico, ed
un sapore armonico, giusto, talora tendente
all'amarognolo che può essere leggermente
tannico. Vino nobile da tuttopasto, è in grado
di accoppiarsi felicemente tanto agli arrosti ed
agli animali da cortile quanto al baccalà alla
vicentina.
Garganego: l'uva con il quale è fatto
proviene per la maggior parte dai vitigni
omonimi. Bianco tipico caratteristico, di colore
paglierino, odore vinoso e profumato, ha un
sapore asciutto, amarognolo, lievemente acido,
che lo rende ottimo, oltre che da tuttopasto,
soprattutto con il baccalà e piatti di pesce
impegnativi quali l'anguilla, il luccio o lo
sgombro.
Chardonnay Colli Berici: vitigno dalle
grandi doti, coltivato ovunque con buoni
risultati, ha trovato anche in questa zona
terreno adatto ad offrire un prodotto di stoffa.
Verificato in purezza o con l'integrazione di
una modesta quantità di Pinot Bianco, si
presenta di colore giallo paglierino, ben
strutturato, profumato, elegante, di sapore
composito e armonioso, fruttato. Da bere fresco
e giovane è un vino tuttpasto, adattissimo per
piatti di pesce e carni leggere.
Tocai Bianco: ottenuto da uve dei vitigni
omonimi con la possibilità di impiegare una
piccola quantità di Garganega, si propone di
colore giallo paglierino, di odore vinoso
caratteristico e di sapore armonico, asciutto,
fresco. Ottimo come aperitivo, accompagna anche
tutto il pasto, preferendo i primi piatti e il
pesce.
Sauvignon: di profumo delicato, intenso,
caratteristico, al gusto è asciutto, pieno,
fresco, armonico. Da bere in compagnia, si
presta tranquillamente al tuttopasto,
prediligendo i piatti di pesce.
Pinot Bianco: ottenuto da uve dei vigneti
omonimi con la possibilità di utilizzare una
piccola quantità di Pinot Grigio, si presenta
di colore paglierino chiaro, di profumo intenso,
caratteristico e delicato. Di gusto pieno,
vellutato, completo, piacevole. Un bel bianco da
servire fresco, che va bene da aperitivo come da
tuttopasto soprattutto con pesce e frutti di
mare.
Merlot dei Colli Berici: un colore rosso
rubino, ha un profumo intenso, vinoso,
caratteristico, un gusto corposo, morbido,
armonico, pieno. Vino completo, da bere anche
fuoripasto, si accompagna con ogni pietanza,
compresi gli arrosti robusti e le carni forti.
Cabernet dei Colli Berici: ottenuto da
uve indifferentemente di Cabernet Franc e di
Cabernet Sauvignon, è un rosso di rispetto,
colore rubino carico tendente al mattone con
l'invecchiamento, di profumo gradevole intenso e
di sapore asciutto, corposo, lievemente tannico.
Da tuttopasto, specie con pietanze robuste, non
disdegna però la cucina leggera. se ottenuto
con uve selezionate e di qualità e se viene
immesso al consumo con almeno tre anni di
invecchiamento, può portare la qualificazione
aggiuntiva di "Riserva".
Colli Berici Spumante: ultimo nato,
ottenuto dalla spumantizzazione di uve Garganega
(per il 50%), Pinot Bianco, Pinot Grigio e
Chardonnay. Profumato, di corpo, è uno spumante
interessante, da provare. |
| Il
Prosecco di Valdobbiadene |
Alcune
bottiglie con
la tradizionale chiusura |
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Il Prosecco
di Valdobbiadene nasce da una tradizione
antica che si è trasformata ed adattata
nei secoli, attraverso l'evoluzione
delle conoscenze tecniche fino ad
arrivare al vino dei giorni nostri. Una
storia codificata oggi nel Disciplinare,
che regola la produzione delle uve e dei
vini, fissando i principi-base in virtù
dei quali un vino può fregiarsi della
denominazione "Valdobbiadene".
Cinque sono le regole fondamentali:
- le uve: devono provenire da
vigneti dell'area delimitata per
legge, i quali devono essere
iscritti all'Albo della Camera di
Commercio, in cui sono riportati
tutti i dati catastali che li
identificano;
- le varietà: sono ammesse
attualmente solo le uve di Prosecco
e di Verdiso (quest'ultimo per un
massimo del 10%);
- la vinificazione: deve
essere eseguita secondo le norme
previste dal Disciplinare e può
avvenire solo all'interno dei comuni
della zona Doc. Per il Cartizze la
vinificazione può avvenire solo
all'interno del comune di
Valdobbiadene;
- l'imbottigliamento e la spumantizzazione:
possono essere eseguiti solo nelle
cantine della provincia di Treviso;
- la commercializzazione:
prima dell'imbottigliamento ogni
partita di vino deve superare
l'esame organolettico eseguito dalle
commissioni di enologi della Camera
di Commercio.
Cinque regole semplici, ma molto
precise che, ogni produttore deve
rispettare se vuole avvalersi della
denominazione "Conegliano-Valdobbiadene",
pensate per garantire ai consumatori
una origine certa ed una qualità
eccellente.
La denominazione è il traguardo
finale di un percorso lungo ed
attento, che inizia nel vigneto.
Innanzitutto dall' impianto delle
viti, che deve avvenire con
barbatelle selezionate, su terreni
ben esposti e preparati affinchè
possano accogliere le giovani viti
che, solo dopo 3 - 4 anni, sono in
grado di dare i primi grappoli. E
poi la potatura, che deve essere
quella tradizionale. Un' operazione
invernale eseguita da mani esperte,
perchè ogni vite, a seconda dell'
età e del vigore, possa produrre il
giusto numero di grappoli. In
primavera, la concimazione, gli
sfalci dell' erba, le cimature, le
sfogliature, e la legatura dei
germogli, per far si che in ogni
momento i grappoli siano arieggiati
e soleggiati per maturare al meglio.
Arrivata l' estate, i trattamenti
contro i parassiti, eseguiti nelle
zone più scoscese, anche con l'
utilizzo dell' elicottero, che
volteggia rumoroso tra i vigneti per
distribuire, con scientifica
precisione, il rame e lo zolfo,
prodotti con i quali, ancor oggi, i
viticoltori riescono a fronteggiare
l' arrivo dell' oidio e della
peronospora.
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Un
tipo particolarmente pregevole di
Prosecco è quello che si produce nella
zona di "Cartizze", una
piccola area di 106 ettari di vigneto,
compresa tra le colline più scoscese di
S. Pietro di Barbozza, Santo Stefano e
Saccol, in comune di Valdobbiadene.
Un vero e proprio cru che nasce dalla
perfetta combinazione fra un microclima
dolce ed un terreno antichissimo,
originatosi dal sollevamento di fondali
marini. Sopra la roccia madre si trova
uno strato di terreno assai vario, con
morene, arenarie ed argille che
consentono un drenaggio veloce delle
piogge e, nel contempo una costante
riserva d' acqua, così che le viti si
sviluppano in modo equilibrato. Il nome
della località, che troviamo riportato
nelle mappe catastali, viene fatto
risalire, da alcuni, ad un cavaliere di
ventura spagnolo, che nel medioevo, dopo
un lungo periodo di battaglie, si stabilì
in queste colline. Un' ipotesi più
accreditata sembra essere invece, quella
che fa derivare il nome da "gardiz,
gardizze, ecc.", espressione
dialettale per indicare i gratizzi usati
per l' appassimento delle uve.
Nella zona del Cartizze infatti, le uve
vengono vendemmiate tardi, quando gli
acini iniziano a mostrare i primi segni
di appassimento naturale. Ciò
conferisce al vino una concentrazione di
aromi e sapori di intensità inusuale.
Se questa è la storia, o forse la
leggenda, il merito della valorizzazione
di questo vino va tutto agli estensori
del Disciplinare che, fin dall' inizio,
rispettarono queste peculiarità,
perimetrando a parte quest' area, la
quale fornisce attualmente ogni anno
circa 1 milione di bottiglie di
Spumante.
Nasce così il "Cartizze", uno
spumante sontuoso.
Già il colore rimanda ad una maggiore
intensità, che si manifesta con una
complessità di profumi invitanti ed
ampi, dalla mela alla pera, dall'
albicocca agli agrumi, alla rosa, con
una gradevole nota di mandorle glassate
al retrogusto.
Il sapore è piacevolmente rotondo, con
una morbida sapidità, che il sottile
perlage rinvigorisce in bocca.
Prodotto quasi esclusivamente nella
versione Dry, questo spumante si
accompagna ai dolci della tradizione,
dalla pasta frolla alle crostate di
frutta e alle focacce. Ottimo non solo
alla fine di ogni pranzo importante, ma
per ogni brindisi augurale, per rendere
più festosa ogni cerimonia, più
allegra ogni festa, più solenne ogni
incontro.
Il Prosecco di Valdobbiadene Superiore
di Cartizze è davvero l' inimitabile
suggello ai momenti belli della vita. |
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