Bassano.eu 
                                                                                                                                                                               

storia arte folklore paesaggio città itinerari gastronomia sport meteo viabilità info utili
Home Ristoranti Bassano Alberghi Bassano Palestre Bassano Locali notturni Links

Eno-gastronomia

Prodotti tipici
Piatti tipici
Itinerario eno-gastronomico
Le distillerie
I vini
Le cantine

I prodotti tipici

Il territorio bassanese ed i suoi dintorni offrono al visitatore goloso diversi piatti tipici, ciascuno dei quali può essere coniugato ad un determinato periodo dell'anno e ad uno specifico vino del territorio.
La peculiarità e la creatività della tradizione culinaria della gente vicentina si evidenzia in alcuni piatti tipici: dal baccalà alla vicentina, ai capponi alla canevera, al capretto sullo spiedo, al castrato con risi e bisi, ai celebri asparagi alla bassanese, ai tanti risotti fra i quali quello con i piselli di Borso.
Nel periodo aprile-maggio-giugno, si gustano gli asparagi del bassanese, diuretici, depurativi e ricchi di vitamine. Altri piatti tipici sono la sopressa debitamente accompagnata da una calda fetta di polenta brustolà, le trote del Brenta, i toresani di Breganze acconpagnati dalla polenta onta, i bigoli con l'arna, le tacchine (paete) con il melograno (malgaragno). Altri prodotti come le castagne, i vari formaggi, il miele, i funghi, l'olio, l'oca, la ricorra e la sopressa, si sono conquistati fama ed interesse nel tempo grazie a quelle peculiarità locali che li rendono unici nel loro genere.

Gli asparagi bianchi di Bassano del Grappa

 L'asparago di Bassano, delizia dell'alto Vicentino, è un germoglio che non ha ancora rotto la terra e alla sua breve esistenza sotterranea deve il caratteristico biancore. Unvago color rosa lo riveste appena colto ed è l'unico concesso giacché anche il minimo inverdimento lo declassa. Di questa primizia, «tutta da mangiare» come dicono gli ortolani, il Bassanese fa gran vanto e profittevole mercato da secoli. I primi riscontri vengono dalle cronache veneziane, che nel 1534 registrano l'acquisto di asparagi bianchi per le mense dei dogi, ma le origini della coltivazione sono ancor più remote. Ai precendenti storici fa eco il coro unanime dei buongustai dei giorni nostri. Nel Vicentino gli asparagi bianchi trovano sempre il modo di essere protagonisti in tavola, con il riso in un primo piatto di sobria eleganza come nei virtuosismi dei cuochi d'avanguardia. La tradizione vuole, comunque, che basti il bollore dell'acqua e una semplicissima salsa a base d'uovo per gustarli al meglio. È quanto si può fare alla Mostra dell'Asparago che si tiene a Bassano in aprile con un allettante contorno di manifestazioni gastronomiche. Laorganizza il Consorzio di tutela che raggruppa gli otto comuni produttori e che sta promovendo il riconoscimento di qualità (Igp) del prodotto da parte della Comunitàeuropea.

    Descrizione


    Pianta erbacea perenne, dalle proprietà medicamentose e terapeutiche che nell'antichità la resero conosciuta. Solo più tardi infatti si scoprì il suo gusto saporito e le sue qualità. "La zampa" dell'asparago è costituita da un rizoma, a sua volta formato da un fusto sotterraneo che al centro presenta gemme e radici cilindriche. E' proprio dai rizomi che in primavera si sviluppano i "turioni", germogli carnosi, provvisti di foglie simili a squame che, raccolti giovani, costituiscono l'asparago commestibile. I turioni sono veri fusti aerei che, lasciati al loro naturale sviluppo, raggiungono circa il metro d'altezza.Oggi esistono numerosi tipi di asparagi, tra i più importanti troviamo l'asparago comune o verde, l'asparago violetto o rosato d'Olanda, l'asparago d' Argenteuil, l'asparago di Ulma o di Alemagna, l'asparago colossale di Connover.


    Metodo di produzione
    L'asparago di Bassano è considerato un incrocio tra quello violetto e quello olandese. E' di colore bianco perché il turione viene raccolto quand'è ancora sotto terra, quindi, in assenza di luce. In questo territorio il clima è mite ed il tipo di terreno, profondo, fertile e con sottosuolo ghiaioso che permette la filtrazione delle acque, sono particolarmente adatti alla produzione dell'asparago. Le asparagiaie misurano 50 mt di lunghezza e 2 mt di larghezza e, dopo la messa a dimora, si devono aspettare tre anni prima di raccogliere i primi asparagi.

    Metodo di conservazione
    La raccolta inizia in aprile e termina il 13 giugno (festa di Sant'Antonio da Padova); viene eseguita due volte al giorno usando dei particolari coltelli, chiamati "sgobbie", per tagliare i turioni. Una volta terminata la raccolta. si devono dividere tutti i turioni secondo la loro larghezza e lunghezza. Questi verranno legati in mazzetti con legacci di salice. Vengono immersi in acqua fino al momento della vendita. Si conserva in frigorifero per qualche giorno, ma si consiglia di consumarlo il prima possibile.

    Origine e tradizione
    La coltura dell'asparago è antichissima; pare che sia originario della Mesopotamia, dalla quale poi si sarebbe diffuso in Egitto fino ad arrivare nel Mediterraneo. Per quanto riguarda l'Italia, sembra che l'asparago fosse presente già al tempo dei Romani e, per di più, costituendo uno dei piatti più ricercati e più importanti del tempo. Secondo alcuni documenti storici, sembra che l'uso di confezionare gli asparagi in mazzi fosse presente ben 17 anni prima dell'arrivo di Cristoforo Colombo in America. Già nel 1600 gli asparagi venivano coltivati ormai in tutta Europa. Per quanto riguarda l'asparago di Bassano invece, si racconta che la scoperta di questi sia stata del tutto casuale. Grazie infatti ad una grandinata violentissima che nel '500 distrusse tutta la parte apigea, si cercò di cogliere gli asparagi che ancora non erano spuntati dal terreno e presto ci si accorse che erano commestibili e di un gusto straordinario.Un'altra leggenda dice invece che fu sant'Antonio da Padova a portare con sé le sementi d'asparago dall'Africa, dove era stato missionario.

    Certificazioni e riconoscimenti

     


    Protetto dal "Consorzio Asparago di Bassano" dal 1982, il quale ne tutela la produzione. Gli asparagi tutelati dal marchio DOC devono rispondere rigorosamente a requisiti riguardanti le caratteristiche organolettiche, morfologiche, agronomiche, quali il colore, il diametro, la freschezza e l'aspetto.


    Eventi legati al prodotto
    Nel periodo tra aprile e maggio, tempo in cui si vendono gli asparagi, numerose manifestazioni e feste vengono organizzate in ristoranti e piazze del territorio.

    Particolarità e note
    Un vecchio detto dice che l'asparago appena raccolto abbia ben quaranta qualità, ma che dal momento in cui lo si raccoglie ne perda una all'ora: per questo si dice che l'asparago va mangiato il prima possibile. Oltre ad avere proprietà medicamentose, l'asparago giova ai malati di cuore e purifica il sangue.

    Ricetta o abbinamento
    Asparagi e uova alla bassanese. Ingredienti (per 4 persone): 2 Kg di asparagi bianchi di Bassano, 8 uova, 1 bicchiere d'olio extravergine di oliva di Pove, sale, pepe, aceto. Dopo aver lavato e spellato gli asparagi, tagliare la parte più dura del gambo e formare 4 mazzetti legandoli con spago da cucina. Far bollire l'acqua salata in una pentola abbastanza alta, quindi predisporre i mazzetti in posizione verticale tenendo le punte fuori dall'acqua in modo che si cucinino a vapore. Farli bollire per una quindicina di minuti; levarli dall'acqua e avvolgerli in un canovaccio che assorbirà l'acqua in eccesso. Intanto far bollire le uova per 5/7 minuti, raffreddarle nell'acqua fredda e sgusciarle. Per ogni portata mettere un mazzetto di asparagi con due uova che poi verranno pestati e conditi con olio, sale, pepe e aceto a piacere. Degustare, abbinando l'asparago alla salsa, partendo dalla punta.

Il formaggio ASIAGO

formaggio Asiago

Abbiamo il piacere di presentarvi un alimento che non solo è buonissimo ma è anche sano, è naturale ed è fondamentale per il fabbisogno proteico, minerale e vitaminico.
Insomma, fa bene al palato e fa bene alla salute.
È il formaggio Asiago Dop.
Un millennio di bontà
La produzione del formaggio Asiago comincia nell'omonimo altipiano attorno all'anno 1000; un millennio durante il quale niente è cambiato nella sostanza: ancora oggi infatti le tecniche per ottenerlo, dal latte vaccino, rispettano appieno la tradizione.
Con un'importante modifica: la marchiatura della Dop impressa dal Consorzio Tutela sul bordo che ne garantisce la genuinità e la provenienza.

Un millennio di bontà
La produzione del formaggio Asiago comincia nell'omonimo altipiano attorno all'anno 1000; un millennio durante il quale niente è cambiato nella sostanza: ancora oggi infatti le tecniche per ottenerlo, dal latte vaccino, rispettano appieno la tradizione.
Con un'importante modifica: la marchiatura della Dop impressa dal Consorzio Tutela sul bordo che ne garantisce la genuinità e la provenienza.

Da DOC a DOP

L'Asiago è formaggio a denominazione d'origine controllata dal 21 dicembre 1978, giorno nel quale una legge ne definisce l'area di raccolta del latte e della sua produzione all'interno del territorio delle province di Vicenza e di Trento e di due zone delle province di Treviso e Padova. In seguito al regolamento europeo 2081/92, il 12 giugno 1996 l'Asiago ha ottenuto la denominazione di origine protetta (Reg. 1107/96). Ciò significa che l'Asiago da oggi non è più solamente garantito dal marchio del Consorzio Tutela, ma anche da Certi Asiago srl, organismo riconosciuto dal Ministero delle Politiche Agricole che certifica il rispetto dei metodi tradizionali di produzione, dall'allevamento, al caseificio, al prodotto finito.

L'Asiago DOP? Meglio due.
Il formaggio Asiago è prodotto in due tipi diversi: pressato (fresco) e d'allevo (stagionato). Due sapori dovuti non solo al periodo di stagionatura, ma alla differente lavorazione. L'Asiago pressato (fresco) è ottenuto con latte di vacca intero ed è maturato per 20-40 giorni. L'Asiago d'allevo (stagionato) si ottiene invece con latte di vacca scremato e la sua stagionatura va dai 3 ai 12 mesi ed oltre. Ma al palato qual è la differenza? L'Asiago pressato (fresco) ha il sapore dolce e fragrante del latte appena munto; l'Asiago d'allevo (stagionato) ha un gusto molto più deciso, variamente saporito a seconda del grado di invecchiamento.

L'Asiago DOP: uno che sa stare a tavola.

Scriveva il cronista d'anni fa: "Come descrivere il piacere del palato intento ad assaporare il morbido, vellutato morso di Asiago fresco, fragrante di latte e di profumata panna?", e ancora: "E che dire di un piatto di scottante polenta abbrustolita accompagnata da un prezioso contorno di saporito Asiago stagionato?" Portare in tavola l'Asiago Dop è sempre un grande piacere, perché è un formaggio che sa mantenere in ogni occasione la promessa di bontà. Ed anche in cucina saprà riservarvi gustosissime sorprese: utilizzatelo per la preparazione di zuppe, pastasciutte, torte salate, pizze, secondi vari e dessert. È in queste occasioni che l'Asiago Dop rivela il suo carattere schietto e la sua versatilità. Insomma, da solo o nelle ricette classiche o in quelle più moderne e fantasiose, l'Asiago Dop sa sempre stare meravigliosamente a tavola. Raffinato, gustoso, mai eccessivamente grasso, il formaggio Asiago Dop è un alimento pregiato, ricco di proteine, come e più della carne, vitamine del tipo A, B, B2, PP con un'equilibrata presenza di sali minerali (calcio e fosforo). Un alimento consigliabile nelle diete di ogni età.

La Grappa (La Gràspa)
La famiglia NardiniE' dal 1779 che l'Acquavite Nardini viene prodotta e imbottigliata a Bassano del Grappa. A quel tempo Bassano del Grappa era sotto il dominio della Serenissima Repubblica di Venezia, tre anni prima Thomas Jefferson aveva redatto la dichiarazione d'Indipendenza e Luigi XVI regnava tranquillamente sulla Francia senza minimamente immaginare quello che sarebbe accaduto appena dieci anni dopo.
Fondatore di quella che é senza dubbio la più antica e tradizionale distilleria italiana fu Bortolo Nardini che acquistò nell'aprile del 1779 i locali dell' "Osteria sul ponte" all'ingresso del famoso ponte di Bassano, sul fiume Brenta. L'osteria sarebbe poi diventata la "Grapperia Nardini", collocata in una posizione strategica sia per l'approvvigionamento dell'acqua, elemento essenziale per la distillazione, sia per la facilità con la quale era possibile, navigando sul fiume, raggiungere i principali mercati della regione, Venezia in primis.
Prima di allora la grappa, nome popolare per definire l'acquavite di vinaccia, era prodotta quasi esclusivamente nelle case dei contadini delle valli venete e soprattutto trentine dove si distillavano in modo avventuroso i residui della vinificazione, graspi e vinacce (bucce dell'uva) in primo luogo. La nascita della Nardini determinò una vera e propria rivoluzione e segnò l'inizio della distillazione moderna in Italia. Con una battuta si potrebbe insomma definire l'Acquavite Nardini come la "madre di tutte le grappe". La famiglia NardiniOggi la Nardini con le sue due distillerie ed il moderno centro di imbottigliamento é un'azienda che riesce a coniugare la sua grande tradizione con i più avanzati sistemi di lavorazione. Questo ne fa la marca leader della grappa con circa il 25% del mercato di qualità, con una produzione di circa 4 milioni di bottiglie che prendono la strada dei maggiori paesi del mondo, Australia, Stati Uniti, Cina e Giappone compresi. Attualmente alla guida di questa famosa distilleria, che fa parte dell'esclusivo club internazionale "Les Henokiens"  che raggruppa le imprese familiari bicentenarie, ci sono Giuseppe, Cristina, Angelo, Antonio e Leonardo Nardini, tutti appartenenti alla famiglia che ha legato in modo inscindibile il proprio nome a quello della grappa.

La Ditta Bortolo Nardini é proprietaria di due distillerie nel Veneto a Bassano del Grappa ed a Monastier di Treviso.
Nelle due distillerie vengono annualmente distillati 400 mila quintali di vinacce di uve Doc, accuratamente selezionate e sapientemente miscelate, prodotte nella fascia collinare e pedemontana dell'alto Veneto e del Friuli.
Le vinacce raccolte direttamente presso le migliori cantine entro 24 ore dalla vinificazione, nei mesi di settembre ed ottobre, vengono conservate in appositi grandi silos per venire poi distillate nel periodo che va da ottobre a maggio.
La grappa prodotta in entrambe le distillerie, dopo uno stoccaggio minimo di un anno in serbatoi di acciaio per l'affinamento della grappa Bianca, ed un minimo di tre anni in botti di rovere di slavonia per l'invecchiamento della grappa Riserva, viene trasferita nel nuovo modernissimo stabilimento di Bassano del Grappa per la lavorazione finale (riduzione del grado alcolico, filtraggio a freddo) ed il successivo imbottigliamento.
Le vinacce distillate vengono invece stoccate nella distilleria di Monastier dove sono sottoposte ad un processo di essicazione e di separazione dalla buccetta, che viene venduta ai mangimifici quale integratore dei mangimi vegetali, dai vinaccioli che vengono venduti agli oleifici per la produzione dell'olio di semi d'uva.


    Metodo di produzione
    Viene prodotta mediante un procedimento continuo, separato in due diverse, successive distillazioni che consentono la separazione della "flemma" dalle sostanze indesiderate come gli oli. Il tocco finale viene dato da un "taglio" con un distillato di monovitigno, ogni volta diverso a seconda del lotto di produzione. Oggi l'immagine del prodotto è mutata e i consumi sono in aumento rispetto agli altri distillati, grazie al miglioramento delle tecniche produttive che consentono di ottenere grappe non solo migliori ma più gentili e più armoniose secondo il gusto prevalente. I consumatori considerano la grappa, per la materia prima impiegata, un prodotto genuino dal gusto definito, con funzioni anche digestive, da bere in famiglia dopo cena con gli amici, al ristorante, durante le ferie; da offrire come regalo di qualità. Aumentano anche gli intenditori che sanno riconoscere la bontà di una grappa e che affinano il loro gusto partecipando ai corsi di degustazione organizzati in tutta Italia dalla Associazione Nazionale Assaggiatori di Grappa.
    Ricetta o abbinamento
    Elisir digestivo: Ingredienti: Un bel po' di foglie fresche di basilico, un litro abbondante di grappa, mezzo chilo di zucchero. Preparazione: unire le foglie di basilico al mezzo chilo di zucchero al litro di grappa, mescolare bene e lasciare riposare il tutto per un mese abbondante. Dopo questo periodo si può bere come digestivo. Elisir anti-influenzale: Ingredienti: un bel po' di foglie e rami di salvia, un litro abbondante di grappa, Preparazione : Mettere le foglie e i ramoscelli di salvia, tagliati a pezzetti, in un litro di grappa e lasciare riposare il tutto per un giorno e una notte interi. Bere la sera prima di uscire al freddo o alla pioggia.

La Ciliegia di Marostica

Marostica, piccolo borgo medievale noto per il suo castello e la piazza degli scacchi, é anche capitale della produzione cerasicola nella zona che va dall'Astico al Brenta. La tradizione vuole che i primi alberi siano stati piantati su ordine del governatore della "terra e castello di Marostica" in onore della figlia Lionora nel lontano 1454.
L'elegante volume
tto, che raccoglie storie e ricette che vedono come protagonista la ciliegia, rappresenta una testimonianza storico-culturale oltre che gastronomica di alto livello.
Le ciliegie di Marostica hanno recentemente ottenuto il marchio IGP dal ministero delle politiche agricole e forestali: il
prestigioso riconoscimento è stato attribuito finora solo ai limoni della Costiera Amalfitana, alle clementine calabresi, alle arance rosse di Sicilia, all'uva di Canicattì, alla pesca di Romagna e a pochi altri frutti ed é legato ad una disciplina di produzione e di controlli particolarmente severi a tutela di consumatori.
La varietà di ciliegie coltivate fra l'Astico ed il Brenta, sono sedici, ragruppate in tre grandi tipologie, dalle ciliegie precoci (come la Sandra e la Bigaeraux), alle ciliegie medio-precoci (fra tutte la romana ed il durone), per arrivare, infine, alle ciliegie tardive (tra cui la bella Italia, la Giorgia, la ferrovia etc.).
Il Broccolo bassanese 

.Il Broccolo di Bassano si può ormai ritenere un “ecotipo locale”, cioè una varietà selezionata dall’ambiente che si caratterizza per condizioni climatiche e pedologiche particolari, riscontrabili grosso modo nell’area esistenziale dell’olivo.

Rispetto ad altri tipi che hanno infiorescenze “ramose” e sono alti anche 70-80 cm. , il Broccolo bassanese è più basso (40-60 cm., ha foglie più numerose, con lembo stretto, color verde glauco, lisce e a margine intero; produce infiorescenze dette in gergo “bareta”, compatte, di media grandezza (10-15-cm di diametro) di forma emisferica e colore bianco giallino

 

Olio extravergine di oliva d.o.p. di Pove
LA STORIA

Nella registrazione ai sensi del regolamento CEE nr. 2081/92 relativo alla protezione delle indicazioni geografiche e delle denominazioni di origine dei prodotti agricoli ed alimentari, pubblicata nella Gazzetta Ufficiale delle Comunità Europee in data 20.12.2000, a dimostrazione della storicità dell'allevamento dell'ulivo nella nostra area geografica, viene evidenziato al paragrafo 4.4 il comune di Pove del Grappa.

4.4 Prova dell'origine:
La coltivazione dell'olivo è stata introdotta nel veneto dai coloni romani, in quanto era costume degli antichi romani assegnare ai soldati parte dei nuovi territori conquistati per coltivarli. Testimonianze storiche certe sono comunque date da documenti del IX secolo dove si citano oliveti nell'area gardesana di malcesine.
Successivamente da tale area la coltura è stata estesa in Valpolicella, Valpantena, Val D'Illasi e in progressiva espansione è giunta alle colline vicentine fino a Pove del Grappa, e alle pendici dei colli Berici e Euganei.Dall'epoca dei romani ad oggi l'olivicoltura veneta ha subito alterne vicende: da periodi diforte sviluppo a momenti di crisi dovuti sia a motivazioni economico-commerciali che aglieffetti del clima, che periodicamente ha provocato la morte di un gran numerodi piante a causa delle forti gelate. Dopo la prima guerra mondiale si conosce unaforte ripresa della coltura che si accentua sempre più grazie anche ai sostegni economicidegli enti locali e ai provvedimenti legislativi.

 

    Descrizione
    Si tratta di un grasso alimentare (condimento) derivante dalla spremitura di olive. E' un liquido fluido, di colore giallo-verdognolo, composto quasi interamente di lipidi. A differenza dei grassi animali, l'olio d'oliva contiene grassi insaturi e una percentuale equilibrata di acidi grassi che vengono detti "essenziali", simili a quelli che si trovano nel latte materno. L'olio è detto "vergine" se ottenuto da una lavorazione meccanica in condizioni termiche adeguate, senza trattamenti durante il lavaggio, la decantazione, la centrifugazione e la filtrazione. L'acidità dell'olio rappresenta il suo parametro qualitativo: l'olio è detto "extravergine" se la sua acidità è al massimo di 1 g per 100 g.

    Metodo di produzione
    L'estrazione dell'olio dalle olive si divide in tre fasi: frangitura, impastatura (o gramolatura) e l'estrazione vera e propria. La prima consiste nella frantumazione di polpa e noccioli che avviene grazie a macine chiamate "molazze" o a frangitori meccanici che permettono un lavoro continuo e quindi più veloce. La gramolatura consiste invece nel rimescolare la pasta ottenuta al fine di separare le parti di acqua dall'olio; questo avviene anche grazie alla temperatura mantenuta sempre tra i 30-35°. Infine l'estrazione consiste nel dividere la pasta nelle sue tre componenti principali: l'olio, la sansa (residuo solido) e l'acqua detta acqua di vegetazione. Estratto quindi l'olio, lo si libera da vari residui mediante travaso o filtrazione. Infine si procede alla conservazione e più tardi all'imbottigliamento.

    Metodo di conservazione
    L'olio viene conservato principalmente in cisterne rivestite in vetro-ceramica o acciaio inossidabile, lontane da fonti di calore e luce. Se l'olio è fresco si consiglia di non travasarlo spesso, in quanto i depositi nei fondi entrerebbero in fermentazione anaerobica dando all'olio un sapore spiacevole. Anche se gli aromi non entrano in fermentazione ma l'olio ne rimane a contatto per un lungo periodo di tempo, il sapore dell'olio potrebbe alterarsi.

    Origine e tradizione
    I cittadini di Pove consideravano l'olivo quasi come una divinità religiosa; prima della guerra, non si procedeva nemmeno alla potatura. Poi la raccolta delle olive divenne un rito.

    Eventi legati al prodotto
    Fiera Mercato dell'Olivo (domenica delle Palme) a Pove del Grappa (VI)

    Particolarità e note
    L'olio extravergine di Pove è famoso per il suo gusto delicato e dolce dovuto alla bassissima percentuale di acidità.

    Ricetta o abbinamento
    " Bacalà alla vicentina" Ingredienti (per quattro persone): 1 Kg di baccalà secco, 1 l di olio d'oliva, 0.5 Kg di cipolle, due spicchi d'aglio, 0.5 l di latte, sale, pepe, prezzemolo, formaggio Grana grattugiato e farina bianca quanto bastano. Battere lo stoccafisso con un martello di legno e tenerlo a bagno in acqua fredda per 48 ore. Quindi dividerlo in due, togliendogli pelle, pinne e spine. Preparare un soffritto con cipolla aglio e metà dell'olio a disposizione, aggiungere le acciughe e scioglierle, unendo il prezzemolo tritato. Tagliato il baccalà in pezzi da 5/6 cm e passati in una miscela di farina e formaggio, imbottirli con una parte di cipolla fritta e ripassarli nella farina e formaggio. Sistemare i pezzi in posizione verticale nella pentola insieme alle cipolle rimanenti, (cercando di non appoggiare i pezzi alle pareti della pentola). Aggiungere l'olio rimanente e il latte, unendo sale e pepe quanto occorre. Chiudete la pentola con coperchio e tenete a fuoco lento per quattro ore. Non mescolare mai: perché il baccalà non si attacchi, spostatelo lentamente con un cucchiaio di legno. Attenzione a non farlo mai bollire, ma sobollire. Servire possibilmente con polenta.

I piselli di Borso

I piselli di Borso del Grappa erano piuttosto rinomati, non solo nella zona Bassanese e dell’Asolano, per la loro bontà, dolcezza e delicatezza, tanto che, narra la tradizione, per la festa di S.Marco, patrono della Serenissima, venivano offerti al Doge e ai suoi ospiti nel famoso e tradizionale “Risi e Bisi”, minestra di risi con piselli. Per far ritornare alla sua primitiva importanza tale coltivazione tradizionale è sorta nel 1980-81 "l’Associazione Bisicoltori di Borso del Grappa", che attraverso feste popolari e varie manifestazioni culturali ha promosso la coltivazione dei bisi.
Inoltre l’Associazione ha stabilito per statuto alcuni importanti cardini nell’agire, che prevedono un metodo di coltivazione tradizionale, che esclude qualsiasi uso di prodotti chimici di sintesi, utilizzo di terreni sciolti tipo tradizionale, divieto di copertura con plastiche o altri tipi di tunnel.
Sono stati applicati i principi della coltivazione biologica e per combattere la presenza di insetti nocivi sono stati introdotti nelle coltivazioni insetti utili con il positivo risultato di avere colture e prodotti esenti da residui chimici, facendo diventare famoso il “Biso de Borso”.
Caratteristiche del prodotto:
“El biso de Borso” si distingue dagli altri per la sua dolcezza: qualità e pregi vengono esaltati nel raccolto primaverile, è in questo momento che i semi sono teneri e di sapore delicato.
È possibile gustarlo nei ristoranti locali ed è acquistabile, nel breve tempo della raccolta.

Zona di produzione:

Borso del Grappa.

 

Associazione dei produttori: 

Associazione bisicoltori di Borso del Grappa. 

Caratteristiche del prodotto: 

“El biso de Borso” si distingue dagli altri per la sua dolcezza: qualità e pregi vengono esaltati nel raccolto primaverile, è in questo momento che i semi sono teneri e di sapore delicato. 

Tecniche di produzione e coltivazione:

Coltivazione con metodo “bio” (rotazione triennale, impiego di letame bovino, sono esclusi concimi chimici e/o pesticidi); semina autunnale o primaverile in pieno campo. Raccolta a sfalcio, selezione dei baccelli in azienda.

Storia: 

Proprietà del terreno e clima mite fanno sì che il legume abbia caratteri peculiari e maturi precocemente. Un tempo veniva portato ai vicini mercati di Bassano, Asolo e Crespano: la coltivazione era diffusissima. Poi, con lo sviluppo industriale ed il conseguente abbandono dell’agricoltura, il pisello fu coltivato solo per uso familiare. Dal 1983 una Asso- ciazione di bisicoltori si è proposta di promuovere iniziative atte a incentivare la produzione e la commercializzazione del biso. È possibile gustarlo nei ristoranti locali ed è acquistabile, nel breve tempo della raccolta.

 
Ricetta: Piselli al burro
Ingredienti : 1 kg. di piselli, 50 gr. di burro, brodo, sale. 

Sbaccellate i piselli e lavateli. Fate dorare il burro e versatevi i piselli. Salate e bagnate con un po’ di brodo e lasciate cuocere per circa 40 minuti.

Il formaggio Morlacco

Formaggio Morlacco: profumi e sapori dal Monte Grappa 

Nel 1881 in "Asolando – note inutili di viaggio", un breve resoconto di una gita sul Grappa, lo scrittore Giuseppe Valerio Bianchetti diceva "Ma eccoci giunti a Borso, che senz'essere la capitale della Morlacchia, pur va famosa per il formaggio morlacco che vi si confeziona; formaggio di un sapore specialissimo e caro ai bevitori. Perché un tal cacio si chiami morlacco, nol mel seppe dire nemmeno il mio antiquario, che pure in fatto di cognizioni locali è maestro di color che sanno; ma, non constandogli che la terra sia mai stata abitata da Morlacchi, né che questi vi apparecchino cacio uguale, dovette, rosso di vergogna, piegar la fronte e confessare la propria ignoranza. Ad ogni modo passare di Borso e non assaggiarvi il morlacco, gli è come andare a Pisa e non vedervi il deputato Toscanelli, un peccato mortale addirittura".

Tutta la Valle del Brenta e l'antico Agro Bassanese sono note per alcuni tipici e particolarissimi prodotti del territorio: gli asparagi, l’olio d’oliva, vini e naturalmente la grappa. Ma è solo sul massiccio del Monte omonimo che, ancora oggi, alcune malghe trasformano il latte in un saporito formaggio, "come quelli di una volta", che sa di erba e di fiori: il Morlacco o Burlacco, un vero e proprio cru della zona del Grappa.

Originario della regione balcanica tra l’Istria e la Dalmazia, abitata anticamente dalla stirpe dei Morlacchi, arrivò in queste zone grazie a quei pastori che qui si stabilirono. In passato questo formaggio era derivato dal latte della capra, oggi invece è un formaggio da tavola prodotto con latte intero vaccino, straordinario per il gusto molto particolare che si sposa volentieri, secondo alcuni gastronomi, con la Malvasia.

Notizie certe sulla produzione del Morlacco risalgono alla metà del XIX secolo quando in alcuni documenti si parla del "formagio dei poareti" in quanto prodotto con latte crudo sgrassato e con la sola aggiunta di sale.

E, infatti, il Morlacco ha un sapore fortemente salato, con profumo intenso che si accentua con la maturazione.

Prodotto solo d’estate nell'area del Grappa, il formaggio acquista la sua straordinaria ricchezza di aromi e sapori grazie alla diversità di ambienti d’alpeggio che assicurano una flora assai ricca e varia al latte. Viene prodotto ancora con metodi artigianali: il latte filtrato viene posto in vasche dove poi avviene la scrematura mediante affioramento della panna. Il giorno successivo il latte scremato viene versato in una caldaia di rame e, mediante il fuoco a legna, si porta alla temperatura di coagulazione di circa 35/40°, aggiungendo il caglio e lasciando riposare per circa 20 - 30 minuti fino a raggiungere il punto di rassodamento. Una volta rassodato si effettua la rottura della cagliata usando la "lira", un attrezzo in acciaio. Ultimata la cottura, la cagliata viene lasciata depositare sul fondo della caldaia dove si formerà un unico blocco. Trascorso un certo periodo, a discrezione del malgaro, si procede all'estrazione utilizzando appositi stampi. La salatura viene fatta a secco il giorno dopo.

Tempo fa, veniva prodotto un tipo di Morlacco detto "increà": le forme ancora fresche venivano ricoperte con diversi strati di argilla di Possagno (Vi), così si isolavano dall’aria e si riusciva ad ottenere una maggior concentrazione di aromi e sapori, ottenendo quasi un "formaggio di fossa". Oggi esiste solo il prodotto fresco, a pasta molle, bianca come la neve, con occhiature piccole. Gli alpeggi che producono il Morlacco sono circa una ventina, e ognuno di loro può fornire al massimo trecento forme all'anno, ma spesso molte meno, con un peso che oscilla in genere tra i cinque e i sette chilogrammi.

Un formaggio che a ragione potremo definire "raro" che con la polenta abbrustolita, accompagnato a fette di sopressa, come ripieno degli gnocchi o semplicemente da solo, non vi deluderà mai.

ZONA DI PRODUZIONE

Viene prodotto esclusivamente nella zona del Monte Grappa, in particolare nelle malghe in periodo di Alpeggio, quando le vacche mangiano l'erba fresca. Notizie certe sulla produzione del Morlacco nelle malghe del Grappa risalgono alla metà del secolo diciannovesimo.


TIPOLOGIA

Prodotto con latte vaccino semigrasso, con cagliatura presamica. Tradizionalmente ottenuto da latte crudo, parzialmente scremato per affioramento. Pasta cruda, con salatura a secco. Maturazione in 10-15 giorni.




CON IL MELONE :
Stecchini composti da quadretti di melone giallo maturo e quadretti di Morlacco.

CON SOPRESSA : Accompagnare fettine di Morlacco passate nell'Olio di Oliva con fette di soppressa o di salame riscaldate in una padella, irrorate con alcune gocce d'aceto. Guarnite con fette di polenta abbrustolita.

CON LA CIPOLLA : Fettine di Morlacco di un cm di spessore, cosparse di pepe e coperte da anellini di cipolla fresca, il tutto condito con olio d'oliva e aceto.

INSALATA : 200g di Morlacco, 300g di radicchio verde tenero, 100g di rucola, olio d'oliva extra vergine, aceto aromatico, pepe. Lavare e sgocciolare il radicchio e la rucola. Condire l'insalata con il formaggio tagliato a dadini, olio d'oliva, aceto aromatico. Servirla cosparsa con un po' di pepe appena macinato.

Il formaggio BASTARDO

Prodotti caseari: il “Bastardo” del Grappa, un formaggio che farà strada

La ragione principale per cui il Grappa è stato frequentato negli ultimi secoli nonostante le guerre che lo hanno coinvolto e la mancanza d’acqua è quella legata alla produzione di formaggio. Se il paesaggio della nostra alpe si divide tra boschi, che un tempo ricoprivano tutta la montagna, ed ampi spazi aperti, si deve all’uomo che ha ricavato prati per farvi innanzi tutto pascolare le vacche; per lo stesso motivo, ogni pascolo che si rispetti è dominato dalla sua malga perché gli allevatori ­ i malgàri, appunto ­ hanno sempre avuto bisogno di un posto dove ricoverare le bestie, immagazzinare il fieno e, soprattutto, fare il formaggio.

caseificioL’attività casearia è stata sempre condotta, in Grappa, dalle genti del fondovalle o della pedemontana. Qualche famiglia osava trattenersi in quota anche per tutto l’anno, se il clima lo permetteva e le condizioni economiche lo imponevano, ma la maggior parte di loro aspettava l’inizio della buona stagione per risalire i versanti con le mandrie e sfruttare, in questo modo, le risorse naturali della montagna. Poi, rigide regole di carattere sanitario e ­ perché no ­ nuovi stili di vita hanno contribuito a rendere più faticosa e dunque rara quest’attività, tanto che pochi anni fa il numero delle malghe si è drasticamente ridotto. 
I più testardi, invece, hanno resistito e con non poca fatica sono tuttora attivi. A loro si deve la possibilità di gustare ancora oggi i formaggi del Grappa, gli unici prodotti del massiccio da potersi considerare davvero tipici ed esclusivi: tra questi uno dei più apprezzati è sicuramente il "bastardo", che deve il suo nome alla mistura di latte di diversa provenienza animale ­ pecora, capra, vacca - con cui era prodotto un tempo.

Il “bastardo” è un prodotto tradizionale degli alpeggi del Grappa da giugno a settembre, e sembra probabile che la diffusione di tale tipologia casearia abbia preso sviluppo dopo il secondo dopoguerra con l’affermarsi di condizioni economiche e sociali meno precarie. Chi volesse assistere di persona all’arte di fare il formaggio non ha che da scegliere tra le varie mete possibili o magari, perché no, raggiungerle una ad una e scoprire in ciascuna le differenze dei sapori che lo stesso formaggio presenta in base alle innumerevoli variabili: pascolo, foraggio, sistema di lavorazione ed altri piccoli segreti. 

Prendiamo ad esempio la malga Gasperini, in Val Campoderoa, poco dopo S.Giovanni ai Colli Alti. Qui una solida tradizione familiare è stata fatta propria dai giovanissimi figli Omar e Ivan che hanno deciso di tramandarne l’arte. Alla sera, dunque, Omar riconduce le bestie alla stalla per mungerle e porre il latte nelle vasche di affioramento. La mattina Raccolto il latte, lasciato riposare al fresco per tutta la notte, Ivan lo separa dalla materia grassa ponendolo in una caldera di rame e mescolandolo al latte della mungitura del mattino. Quindi il latte viene riscaldato, tenendolo in movimento costante, e portato ad una temperatura compresa tra i 38° e i 42° gradi. Poi si aggiunge il caglio, che serve a separare il siero dalla pasta di formaggio che si coagula in una grande e morbida palla. Nella procedura per produrre il “bastardo” la cagliata viene rotta finemente e la caglierà viene nuovamente riscaldata e portata a 40/45 gradi. La cagliata viene quindi passata in fascere di legno e sottoposta a lieve pressatura, continuando lo spurgo per 24 ore. Si procede poi alla sformatura e la si lascia riposare, in “cason del fogo” per 2-3 giorni, fin quando la pasta assume una consistenza morbida. La salatura avviene in salina, 15 chilogrammi di sale per ettolitri di acqua, per la durata di non più di 4-5 giorni per non alterare quel sapore dolce e leggermente aromatico. Segue la maturazione in un locale adatto per 25 giorni. Il peso delle forme può variare da 2,5 a 5 kg, il diametro da 25 a 30 cm, lo scalzo, diritto, da 5 a 8 cm.

Il Formaggio detto “bastardo” è a pasta gialla che varia tonalità di colore a seconda della sua stagionatura che apporta variazioni anche alla consistenza della pasta diventando progressivamente più granulosa ma assolutamente compatta. Nella produzione si usa latte vaccino pastorizzato e la stagionatura media è di un anno.

Il Radicchio di Castelfranco

Il radicchio variegato di Castelfranco è una vera e propria specialità, ormai apprezzata e conosciuta anche fuori Italia per essere diventato protagonista di squisite ricette, frutto della genialità culinaria e della maestria dei cuochi e dei ristoratori locali. E’ un radicchio particolarissimo, dal sapore delicato e dalla consistenza croccante, che sa dare un gusto particolare anche alla più semplice insalata: ma ciò che attrae gli sguardi è il suo aspetto ed i tenui colori che lo rendono simile
ad un fiore. E così è infatti entrato nelle cronache: i visitatori della Prima Mostra del Radicchio, tenutasi nel 1900 a Treviso nella Loggia della Piazza dei Signori, ne parlavano ricordando quei
“cespi di radicchio screziati simili a bellissime rose”.
Nel 1996 la Comunità europea ha riconosciuto al “Radicchio variegato di Castelfranco Veneto” l’Indicazione Geografica Protetta, tutelata dal Consorzio Radicchio di Treviso. Il radicchio variegato di Castelfranco è prodotto in una zona che comprende parte del territorio delle provincie di Padova, Treviso e Venezia. Il cespo del radicchio ha un diametro minimo di 15 cm.: dalla base presenta diversi giri di foglie che da piatte si sollevano gradatamente fino a racchiudere il cuore come una corona di petali, assumendo così l’aspetto di una rosa. Il colore, per “imbiancamento” naturale,
è bianco-crema, variegato in modo omogeneo con striature che variano di tono, dal violetto al rosso vivo. Il peso minimo di ogni cespo è di 100g. Il radicchio ha un profumo appena percettibile, tendente al dolce, e un gusto delicato, tra il dolce l’amarognolo, inconfondibile al palato.
 
Radicchio variegato di Castelfranco
Radicchio variegato di Castelfranco
Castelfranco
La tecnica colturale risale alla metà del XVI secolo.
I semi del Radicchio variegato di Castelfranco, insieme a quelli del Radicchio rosso di Treviso, hanno partecipato alla spedizione della NASA Shuttle STS-95 per sperimentare gli effetti della microgravità.
 

Area di produzione

Comprende 25 Comuni della provincia di Treviso, 19 della provincia di Padova e 8 della provincia di Venezia.

Stagionalità

Da dicembre a marzo.

Caratteristiche

• Forma a rosa.
• Colore bianco-crema, con variegature che vanno dal viola-chiaro al rosso-vinoso.
• Sapore delicato, leggermente dolce-amarognolo.
• Consistenza croccante.

Raccolta

L'operazione fondamentale della "forzatura-imbiancatura" è volta alla formazione di nuove foglie in assenza di luce.
L'assenza dei pigmenti clorofilliani si traduce in: evidenza della variegatura della foglia, perdita della consistenza fibrosa, assunzione di consistenza croccante e del tipico sapore amarognolo.

Conservazione

In frigorifero per alcuni giorni; è importante assicurarsi che la foglia non sia bagnata, onde evitare danni organolettici e perdita di contenuto vitaminico.

Marchio IGP

1996

La Sopressa 

Sopressa Vicentina: talmente buona da far resuscitare le contesse

Nella Veneto ed in particolare nel vicentino è ancora viva la tradizione, tra novembre e febbraio, di "far su" il maiale (in alcune zone si dice anche "far xo el porseo": la "direzione" cambia, ma l’obiettivo è lo stesso) per ricavarne salami, pancette, coppe, sopresse e poi mettere il tutto appeso ad asciugare: questi prodotti appartengono al nostro più autentico patrimonio alimentare e sono espressione di quella cultura del territorio cui ci si rivolge sempre più spesso, alla continua ricerca di cibi genuini. La sopressa, in particolare, continua ad essere un alimento tipico della gastronomia contadina, ad alto valore nutritivo, gustosissima, digeribile, perché le carni suine, per effetto della stagionatura, hanno subito trasformazioni che le rendono facilmente assimilabili.
 Tra le soppresse venete, un livello di eccellenza è stato conquistato da quelle del vicentino, in particolare della zona pedemontana.
Per la "pasta" delle sopresse si usa macinare la carne pregiata del maiale (la polpa della coscia, la coppa, il carré, la pancetta e la spalla) alla quale si aggiunge solo il sale come conservante e il pepe come aromatizzante. Questa usanza di macinare tutto senza aggiungere altri ingredienti che condizionano la stagionatura – si legge in Artigianinet, il portale dell’Associazione Artigiani di Vicenza che dedica ampio spazio a questo prodotto - è forse la più significativa peculiarità che nel vicentino è stata tramandata sino ai giorni nostri, unitamente alla scelta della razza suina più rustica e alle modalità di alimentazione dei suini, senza utilizzare sFoto: immagine sopressaottoprodotti.

Una peculiarità della Sopressa Vicentina era ed è tuttora la situazione ambientale in cui viene allevato e trasformato il suino: le acque delle zone pedemontane particolarmente pure, il clima pedemontano generalmente più asciutto e ventilato che permette un utilizzo contenuto di sale. Ne consegue che la soprèssa risulta più dolce e delicata nel gusto oltre ad essere pregiata per le sue qualità dietetiche.
Per quanto concerne la lavorazione, il primo segreto per la produzione di una buona soppressa sta nell’arte di insaccare, "tirando" e premendo il budello, e "spunciandolo" per far amalgamare l'impasto, la carne al budello e per far uscire eventuale aria interna. Altro segreto per la buona riuscita sta nella tecnica di asciugatura: quella tradizionale, davanti al caminetto o alla stufa a legna, accesi ogni mattina tre o quattro ore, per una settimana; quella più moderna con stufe in grado di creare la temperatura e l'umidità ideali tutto l'anno. La stagionatura deve poi proseguire prima in un ambiente non troppo freddo e asciutto (in soffitta), poi in un ambiente più umido (in cantina meglio se con pavimento di terra).
Foto: immagine sopressa Le dimensioni dell’insaccato – lunghezza, diametro e peso - sono variabili (così come sono variabili le budella di bovino usate per contenere il macinato), ma sempre di forma cilindrica e leggermente arcuata: indicativamente, una sopressa piccola sfiora il chilo di peso, una grande può pesare anche 7 kg. La stagionatura fa assumere esternamente alla Soprèssa Vicentina il colore prima biancastro e poi grigio-marrone scuro della muffa di cui si ricopre. Al taglio, la carne appare di colore rosso tendente al rosaceo, con la caratteristica irregolare marezzatura bianca dovuta alla componente di grasso che avvolge la parte proteica.

Nelle tavole del Veneto la sopressa occupa un posto di rilievo: si presta alla colazione di mezza mattina, alla prima colazione come antipasto o come secondo piatto, alla merenda pomeridiana, alla cena in famiglia o al dopo cena tra amici e nel vicentino esiste un vero e proprio turismo domenicale legato alla ricerca delle malghe, delle strutture agrituristiche, delle trattorie o delle osterie, dove levarsi lo sfizio e la voglia di questo gustoso insaccato.
La festa popolare dedicata a questo prodotto si svolge da circa quarant'anni in agosto a Valli del Pasubio. Una ghiotta occasione di assaggio di questo prodotto offerta dalla locale Prolo Loco: nel corso dell’annuale appuntamento se ne consuma la bellezza di oltre 20 quintali.
Della "Sopressa Vicentina" esiste anche un Consorzio di Tutela che unisce tutti gli "attori" della filiera produttiva ed è impegnato nell’organizzazione e nel coordinamento del sistema dei controlli, nella produzione, nella promozione e nella tutela della qualità di tale prodotto, al quale è dedicata persino una divertente poesia di Emanuele Zuccato, intitolata "Sopressa del Pasubio":

"A me sento svenir, presto l’essenza!"
- sbiancando in viso invoca la contessa -
Dise ai servi, del Conte l’ecelenza:
"Gninte sali! Porteghe ’na sopressa
de Vali del Pasubio (quela vera)
dove i porsei xe ingrassà a maroni.
Su, fèghela snasar! Zenòci in tera!".
La contessa rinvien tra sospironi.

La Polenta

La polenta è il cuore della casa veneta, il simbolo popolare della sua cucina; nel Veneto, si sono sperimentate tutte le variazioni gastronomiche possibili della polenta.
A Venezia esistevano dolci rustici, molto comuni, fatti con farina gialla prima della scoperta dell'America e a metà del XVI secolo, in Friuli, si fa la polenta con il "grano saraceno".
Queste due realtà ci inducono a pensare che il famoso mais (mahiz, lo chiama Colombo, imparando il termine degli indigeni dell'isola Hispaniola) sia arrivato nel Veneto attraverso i traffici veneziani con l'Oriente, in tempi remoti.

 

 

 

 


Una donna rovescia la polenta sulla tafferia
(incisione ottocentesca
Raccolta Bertarelli, Milano)

Le prime coltivazioni di mais si ebbero trent'anni dopo la scoperta dell'America, in Andalusia, per opera di agricoltori di origine araba che lo usavano come mangime per gli animali. Dal Golfo di Biscaglia, il mais si diffonde nel XVII secolo in tutta Europa, anche per la spinta che viene dai coloni americani, e si espande lungo una fascia precisa, attraverso la Spagna, la Francia, l'Italia, i Paesi danubiani, l'Ucraina, fino al Caucaso. Più a nord, il clima era troppo freddo, più a sud troppo secco. La preparazione è ovunque la stessa: si fa cuocere la farina gialla in acqua o brodo, vi si aggiunge, alla fine, burro, latte, formaggio, sughi e carne.

 
Le attuali ricette della polenta impastizada, della polenta infasolà, della polenta onta, ecc., si rifanno a questo antico uso, derivato dalla maniera di preparare la puls romana.
La parola "polenta", infatti, conserva la sua origine latina, puls, plurale pultes. Allora, la polenta era fatta con il farro, un cereale più grosso e duro del comune frumento, e non offriva la consistenza della polenta di farina gialla. Si condiva con latte, formaggio, carne di agnello, oppure con salsa acida e maiale.
La puls era conosciuta in tutta l'area mediterranea e Apicio ci parla della puls punica, fatta con farina, formaggio fresco, miele e uovaPolenta. Lo stesso autore ci riporta la preparazione delle pultes julianae, le polente friulane e venete con la spelta o il panico, con l'aggiunta di olio o latte, formaggio e sughi di carne.
Nel De honestate voluptate et valetudine del Platina, alla fine del XV secolo, ritroviamo la polenta di farro. La torta si otteneva mettendo in padella, in teglia, a strati, polenta e condimenti, con una "spolverata" di zucchero e acqua di rose.
La polenta di granoturco risolve subito i molti problemi alimentari delle popolazioni povere, fino a quando, nella metà del XVIII secolo, non apparve la pellagra, causata, si disse, dal continuo consumo di polenta. "Ci sono voluti decenni, si è dovuto arrivare a questo secolo prima di capire che la pellagra era conseguenza di una mancanza di vitamine" (Carnacina - Buonassisi) e si riconobbe l'antica saggezza dei Maya e degli Incas, che avevano fatto del mais la base della loro alimentazione ma vi univano quanto vi mancava.

    Descrizione
    In Veneto da sempre per fare la polenta si usano sia la farina di mais bianca che quella di mais gialla. Non c'è differenza sostanziale di sapore o d'uso tra le due ma una diversità comunque c'è ed è sufficiente a creare preferenze tra i consumatori. La bianca viene normalmente macinata più fine ed è considerata più delicata; la gialla, macinata più grossa, risulta più granulosa e forse più saporita. Per l'una e per l'altra vale solo il gusto personale e l'abitudine. Con gli uccellini allo spiedo è "di rigore", però, la bianca, con la carne al sugo si accompagna meglio quella gialla.


    Metodo di produzione
    Nella nostra zona, la vera polenta si prepara con farina di mais macinata di fresco da non più di due settimane in un mulino ad acqua con macina a palmenti, in una "calièra" (paiolo) di rame appesa con una catena ad un ampio focolare, lambito dalle fiamme allegre di un fuoco di legna. Per la preparazione si procede così: quando l'acqua (per sei persone circa due litri con un po' di sale) incomincia a bollire si versa a pioggia e sempre mescolando con l'apposito mestolo (o con un cucchiaio di legno) la farina (500 gr di farina di granoturco); la si lascia cadere con attenzione e senza troppa fretta dalla mano, per evitare la formazione di grumi facendo attenzione che durante questa operazione l'acqua continui a bollire. Si cuoce a fuoco vivace rimestando in continuazione. Se all'inizio la polenta risultasse un po' troppo morbida, si aggiunge ancora una manciata di farina. La cottura dura una cinquantina di minuti; comunque quando è cotta la polenta tende a staccarsi dai bordi. Questa pietanza deve essere cotta a lungo perché così diventa più digeribile, infatti solo la prolungata cottura fa aprire le cellule legnose del mais liberando l'amido in esse contenuto. Si versa la polenta su un tagliere di legno rotondo e la si copre con un tovagliolo. La si taglia con un filo bianco, non solo per mantenere viva una simpatica tradizione, ma anche perché solo così si ottengono delle belle fette regolari.

    Metodo di conservazione
    La polenta che rimane è ottima il giorno dopo abbrustolita; per prepararla basta tagliarla e disporre le fette su di una graticola o su di una piastra metallica ben calda, girandole quando si sarà formata una crosticina. Alimento umile ma quotidiano della civiltà contadina, ritorna gradita, gialla o bianca, sulle nostre mense, tagliata a fette, morbida o abbrustolita, per accompagnare ogni companatico e per tutti gli intingoli: "polénta e tòcio", …con i "fonghi", con gli "osèi", con la sopressa, con il latte, con la "formajela", con il formaggio piccante, con erbaggi cotti, con i fagioli, con l'insalatina verde, con le uova sode.

    Origine e tradizione
    Gialla o bianca, dura, tenera, abbrustolita, la polenta si accompagna nel Veneto ai cibi del desco giornaliero e del festoso convivio. Da quanti anni si mangia la polenta? Da sempre si può dire! Da quando gli uomini si impadronirono del fuoco e cominciarono a cucinare nell'acqua i cereali rozzamente frantumati. Polentine, molto simili alle farinate, erano apprezzate nelle civiltà mesopotamiche ed egiziana; i greci le chiamavano poltos ed i romani pultes; erano confezionate con farina di farro, latte, formaggio, carne di agnello oppure con farine di orzo, di miglio ed altre ancora. Questa tradizione popolare contadina si consolidò nei domini della Serenissima anche con l'avvento della farina di mais dopo la scoperta dell'America, precedendo le altre popolazioni nell'uso del nuovo cereale. Nel 1600 nell'alimentazione dei contadini veneti la polenta di mais aveva già sostituito quella di miglio. Il mais consentì di risolvere i problemi alimentari delle popolazioni più povere ma portò, alla metà del 1700, anche la pellagra, malattia che si disse causata dal continuo consumo di polenta. Si scoprì poi che la pellagra era conseguenza di una alimentazione priva di vitamine. Per fornire un piatto nutriente la polenta deve sempre accompagnare carni e formaggi che contengono sufficienti proteine, lipidi e glucidi.

    Eventi legati al prodotto
    I prodotti locali vengono esposti e degustati nelle mostre a loro dedicate, mentre si moltiplicano le esposizioni di artigianato tradizionale con il recupero dei vecchi mestieri. Tutti questi appuntamenti, insieme alle frequenti sagre paesane, diventano occasioni di festa e di incontro con le specialità enogastronomiche della zona. In tutte queste occasioni insieme ai vini locali e al prestigioso Prosecco, come accompagnamento ai piatti tipici locali, si può gustare una fetta di buona polenta.

    Particolarità e note
    La polenta, messa a cuocere nel paiolo di rame, appeso alla catena sulla brace del focolare fumoso, mescolata con antica perizia da mani femminili fino al termine della cottura, versata sul grande tagliere rotondo, riporta con nostalgia alle cose di un tempo che riusciamo talvolta solo ad intuire perché mai vissute. Da piatto "ammazzafame" di basso costo, che riempiva la pancia dei ceti più poveri della popolazione delle campagne nei secoli più difficili, oggi è diventata una ricercatezza da buongustai. La polenta nel corso degli anni è stata anche chiamata "traviata" per la versatilità dei suoi accoppiamenti e quella preparata con farina gialla "il sole nel piatto" per il suo colore solare.

    Ricetta o abbinamento
    Polenta pasticciata (Polenta pastissada):Dosi per 4 persone. Tempo occorrente: 2 h , Difficoltà: *. Ingredienti: 300 g di muscolo di manzo, mezza cipolla, uno spicchio d'aglio, una puntina di salsa di pomodoro, sale e pepe, una polenta soda preparata con 300 g di farina gialla o bianca, pangrattato, burro. Preparazione: tagliare la carne a pezzetti e metterla in un tegame con la cipolla tritata e l'aglio intero. Farla rosolare nell'olio, poi unire la salsa di pomodoro, sale e pepe e tanta acqua quanta necessaria per coprire la carne. Farla cuocere lentamente. Ungere con il burro una pirofila; cospargerla con il pangrattato e distendervi sul fondo uno strato di polenta fredda tagliata a fette. Coprire con uno strato di salsa, poi ancora polenta e salsa fino ad esaurimento. Ultimare con fette di polenta, cospargervi sopra qualche pezzetto di burro, poi infornare per circa mezz'ora (180°).

Le Castagne di Valrovina

La selezione del castagno da frutto dalla specie selvatica si deve ai Romani, che di pari passo alle loro conquiste provvidero anche a diffonderlo sulle montagne di tutta lapenisola. Secolare pilastro dell'economia montana - per la quale rappresentava al contempo un'affidabile fonte alimentare e di legname d'opera - questo maestoso albero haconosciuto il declino solo con il recente esodo contadino verso le città. Privato delle necessarie cure, il castagno, che è pianta esigente, cede presto al ritorno del boscospontaneo. Nei luoghi dove invece i montanari hanno continuato a controllare il sottobosco, a rinnovare le piante e a dar loro vigore con la potatura, il castagneto puro sussiste ancora in tutta la sua suggestione di antica cattedrale arborea. Nel Vicentino si conservano belle selve coltivate nel Bassanese, sulla montagna di Valrovina. Le varietà presenti derivano da un ceppo comune a tutto il Veneto, a frutto di media grandezza, di pasta dolcissima alpalato. Oltre alle irrinunciabili caldarroste, bagnate da un buon vino rosso, la sagra offre ampia dimostrazione dell'ecletticità della castagna presentando dolci e piatti di antica o nuova concezione che la coinvolgono nei modi più disparati.

I Funghi del Grappa e del Montello

Il Vicentino è terra di funghi e per lustrarsi gli occhi basta recarsi, nei giorni di mercato, sotto i portici della basilica palladiana. Sui banchi di vendita che vi sonoallestiti con il favore della stagione si trovano dai porcini di Tonezza alle tante varietà dei Colli Berici e dell'Altopiano di Asiago. In campo micologico, tuttavia, laprovincia ha anche un altro motivo d'interesse, più peculiare: le grotte di Costozza, sul versante orientale dei Colli Berici. Dopo aver dato per secoli pietra alle architetture palladiane, queste grandi cavità hanno trovato, ai primi del Novecento, nuova funzione come coltivazioni di funghi. L'attività, nata in Francia nel secolo precedente, ebbe qui notevole slancio industriale.
Al centro di questa vicenda è la famiglia Da Schio, con ilconte Giulio, fondatore dell'originaria «Società Funghi», e il figlio Alvise, primo laureato d'Italia in micologia nel 1932, vero fautore della fungicoltura intensiva. 
Sotto le grandi volte calcaree si coltivano il prataiolo (Agaricus hortensis), o champignon, ormai familiare a tutti; il gelone (Pleurotus ostreatus), localmente detta «brisa», d'ampio cappello e adatto alla griglia; il piopparello (Agrocybe aegerita), riunito incaratteristiche famigliole. E di tanta abbondanza si ha riflesso in ogni stagione sia sui banchi degli ortolani, per le ricette alla portata di tutti, sia sulle tavole deiristoratori che ne fanno costante oggetto dei loro virtuosismi.

Tra le specialità gastronomiche della Pedemontana dobbiamo ricordare non solo i succulenti spiedi, le grigliate di carne e la cacciagione, ma, per la loro bontà, i funghi che si raccolgono nei boschi di queste zone. I chiodini ("ciodèt"), l'Armillariella mellea, sono, per così dire, funghi di seconda generazione, che si sono maggiormente sviluppati e in parte sostituiti alle altre specie, a causa del taglio speculativo della vegetazione originale d'alto fusto (querce, castagni, faggi…), avvenuto alla fine del secolo scorso con l'appoderamento dei terreni, e del successivo insediamento di un nuovo soprassuolo arboreo: infestante robinia. I chiodini esistevano per certo anche prima dell'avvento della robinia, ed erano pure allora apprezzati, ma non crescevano così abbondanti; venivano raccolti sulle ceppaie di quercia e chiamati dai nativi "ciodèt de rovo o di rovare". Zone ricche di funghi sono, oltre il bosco del Montello, nel Monte Grappa. Nella primavera e nell'autunno in queste zone si possono trovare varie sorti di funghi tra cui la Amanita cesarea.

Il Granturco di Marano

Correva l'anno 1890 quando Antonio Fioretti da Marano Vicentino procedeva all'incrocio di due varietà di mais locali, Pignoletto d'Oro e Nostrano, nella speranza di coniugare la qualità del primo alla resa del secondo. L'opera di selezione durò ben vent'anni ma premiò la sua intraprendenza: il nuovo granturco «Marano» varcò presto iFoto: immagine pannocchie grano confini della pianura padana ed ebbe eccezionale fortuna. Gli erano caratteristici le pannocchie esili ma numerose, e i chicchi rossastri e vitrei, ricchi di giutine.
Se ne traeva una farina ideale per la polenta che risultava di un colore giallo intenso, screziato di marrone, e di sapore inconfondibile, sconosciuto ai mais iperproduttivi che gli subentrarono nel dopoguerra. I nostri contadini, comunque, non hanno dimenticato il Marano. Qua e là ne producono ancora esigue quantità per uso proprio o per soddisfare le richieste di ristoratori che mantengono vivi sapori antichi.
I suoi estimatori, poi, oggi hanno di che rallegrarsi: in nome della salvaguardia delle varietà tradizionali, auspice la Comunità Europea, ne verrà rilanciata la produzione. Così non sarà più un'impresa trovare farina per una polenta come si deve, irrinunciabile compagna del baccalà, suadente dopo aver indugiato nella leccarda dello spiedo, complice del latte nell'evocare un piacere da fanciulli.

Marano: da una pannocchia di successo la regina delle polente

Si chiamerebbe Maranelo, ma la sua fama ha ben presto varcato gli stretti confini della zona d’origine dalla quale ha preso il nome, Marano Vicentino. E facendo strada ha acquisito una elle in più, trasformandosi da termine dialettale a denominazione di quella che gli esperti considerano la pannocchia dalla quale si ricava la miglior farina di mais per la preparazione della polenta, il Maranello. Attenzione, però, perché questa farina vanta numerosi tentativi di imitazione e, indipendentemente dal numero di elle, l’importante è che sia quella originale di Marano.

Insomma, niente a che vedere con la località dove ha sede la Rossa d’Italia più famosa nel mondo, la Ferrari, anche se con questa ha qualcosa in comune: il colore – i chicchi di questo mais sono, infatti, di un rosso aranciato – e una spiccata vocazione al successo, tanto da essere considerata la Numero Uno tra i prodotti del suo genere.

Di Marano era Antonio Fioretti, un agricoltore quantomeno curioso e intraprendente, che, nel 1890 decise di incrociare nel suo podere due varietà di mais locali, Pignoletto d'Oro e Nostrano, nella speranza di adattare al meglio la pianta alle terre ghiaiose del Leogra, coniugando la qualità del primo alla resa del secondo. Si rivelò una felice intuizione e, dopo un'opera di selezione durata ben vent'anni, nacque il nuovo granoturco che, come detto, dalla pianura padana conquistò le tavole di tutto il mondo.

Nel 1940 il grano Marano ottenne il marchio governativo dallo Stato e ancor oggi è custodito nella banca del germoplasma dell’Istituto di Genetica e Sperimentazione Agraria Strampelli di Lonigo. In quegli anni la coltivazione del Marano si diffuse in gran parte del nord Italia, tanto da essere una delle varietà più utilizzate, ma, dal secondo dopoguerra, con la graduale scomparsa della polenta dalle tavole, il prodotto conobbe una forte crisi, che divenne poi tracollo con l’affermarsi dei mais ibridFoto: immagine ingrandita dei chicchi di maisi che, pur perdendo in qualità, garantivano una resa molto più elevata.

E’ nell’ultimo decennio, con la riscoperta dei prodotti di qualità e con una rinnovata attenzione per le nostre antiche tradizioni, comprese quelle gastronomiche, che il Mais Marano (nome ufficiale) è tornato in auge, insieme alla polenta e ai suoi fantastici e irrinunciabili abbinamenti con alcuni grandi protagonisti della cucina veneta, quale ad esempio il baccalà.

Di questa farina originale oggi se ne produce una quantità molto limitata: si tratta di un cosiddetto prodotto di nicchia, apprezzato soprattutto dai cultori della buona cucina e dai ristoratori che si impegnano a far conoscere e valorizzare i sapori veri della nostra tradizione. Esiste un Consorzio di Tutela Mais Marano che si propone, oltre a salvaguardare la qualità del prodotto, di ottenere il riconoscimento comunitario dell’Indicazione Geografica Protetta (Igp).

Dalle pannocchie di piccola taglia di questo mais, i cui chicchi sono ricchi di glutine – diversamente da altri comuni mais che contengono più amidi -, si ricava una farina ideale per la polenta, che risulta di un colore giallo intenso, screziato da caratteristiche pagliuzze marroni, e dall’inconfondibile gradevolissimo sapore.

I paioli non torneranno a farla da padroni nelle nostre cucine e assisteremo al rito di "fare la polenta nel caliero" solo in qualche rara occasione rievocativa di un passato che comunque sarebbe un delitto consegnare all’oblio. Non fosse altro perché nella conservazione delle nostre tradizioni abbiamo salvato anche dei veri e propri tesori gastronomici a cui è meglio non dover rinunciare e uno di questi è il Mais Marano. E passi pure che i veneti siano polentoni, purché la polenta sia di qualità.

Il mais di Marano nel piatto e… in un libro

"Il mais di Marano nel piatto: la polenta, innovazione e tradizione" è uno dei titoli della collana "Calieri", edita dall’editrice "Terra Ferma" di Vicenza, con il patrocinio e il contributo della Regione Veneto e di Vicenza Qualità, azienda speciale della Camera di Commercio vicentina.

Una serie di volumi molto curati dal punto di vista grafico, con bellissime fotografie ad illustrare le ricette che occupano gran parte delle pagine di queste monografie dedicate a diversi prodotti tipici vicentini.

Mais maranoE anche quella sul mais di Marano si può dire che invita a farsi sfogliare "golosamente", perché, si sa, la polenta, che pure è alimento povero e semplice, è gradita, se non addirittura irrinunciabile, compagna di molte succulente pietanze della nostra cucina. Ecco allora che nelle pagine dedicate alle ricette innovative e creative, si indulge volentieri sull’immagine del "Cilindro di polenta di Marano con finferli e coniglio" e la salivazione aumenta davanti allo scenografico piatto di "Farina di mais dolce fritta in salsa di fichi secchi". Non da meno sono le illustrazioni inserite nella sezione del ricettario tradizionale, dove la "poenta" viene abbinata più classicamente allo "scopeton" e al "muso" e le tagliatelle di mais ai funghi.

Ma prima di spaziare tra le delizie di oltre quaranta proposte enogastronomiche (per ogni ricetta vi è un vino consigliato), tutte a base di questa farina che è il vanto e l’orgoglio di pochi ma qualificati produttori di Marano e dintorni (meno di una ventina sono quelli che aderiscono al Consorzio di tutela, per una produzione che non supera i 500 quintali all’anno, pari solo all’uno per cento dell’intera produzione di mais), vale la pena dedicarsi alla lettura degli interessanti contributi introduttivi, attraverso i quali non solo si apprende la storia del Mais Marano, ma si impara ad apprezzarne anche i pregi alimentari, le peculiarità organolettiche e l’uso che ne viene fatto in cucina, a cominciare dalla polenta, alimento simbolo delle nostre terre.

Curioso e godibile è il testo di Antonio Di Lorenzo, intitolato "Marano, basta la Parola. E’ la Ferrari delle polente", nel quale l’autore azzarda una simpatica coincidenza tra la storia del prodotto maranese e quella dell’auto di Formula Uno, fino a parlare delle possibilità di sviluppo (controllato!) di questa coltivazione pregiata. Terenzio Sartore propone, invece, un’interessante storia della polenta, soffermandosi sull’importanza che ebbe per il veneto e i veneti questo cibo, e sulle tradizioni legate alla coltivazione del granoturco nelle nostre campagne. "Mais Marano, un celebre vicentino", infine, è il titolo della pagina scritta da Francesco Soletti, nella quale descrive le caratteristiche della coltivazione e delle proprietà di questa varietà di mais.

Il Miele del Grappa

agricoltura biologicaIl Miele del Grappa è garantito da sigilli numerati, consegnati dall'Associazione all'apicoltore socio che si impegna di rispettare lo specifico disciplinare, in base al controllo degli alveari posseduti e alla produzione media stagionale, con indicati: l'altitudine, il comune di produzione, il tipo di miele, il produttore e confezionatore.
Dal 2002 il Miele del Grappa è certificato come prodotto da agricoltura biologica e viene presentato con nuovi sigilli recanti il logo dell'ente certificatore.

Montagna acacia castagno

Nella tradizione vicentina l'apicoltura, naturale complemento della cura dei campi, è un'attività passata di padre in figlio. Negli ultimi anni, però, il settore di miele è cresciuto ben oltre ogni aspettativa e la provincia, prima nella regione, conta 12.000 alveari e 4.000 quintali prodotto. Un piccolo esercito di 600 operatori, con un 20% di professionisti e un'ampia schiera di appassionati che ricorre tanto ad alveari fissi quanto a quelli itineranti, da trasportare di volta in volta dov'è in atto una fioritura. I luoghi più favorevoli all'attività apistica sono la fascia pedemontana del Grappa che danno ottimi mieli di acacia, castagno, tarassaco e millefiori. Tipico dell'Altopiano di Asiago, ma limitato in quantità, è il miele di rododendro. Il commercio del miele, che fra qualche anno probabilmente avrà il riconoscimento comunitario dell'indicazione geografica protetta (Igp), viene esercitato in buona percentuale dagli stessi produttori, spesso presenti ai mercati rionali; per il resto viene gestito da un consorzio che rifornisce una decina di negozi specializzati e il punto vendita del mercato ortofrutticolo di Vicenza, oltre a organizzare in piazza dei Signori, ogni settembre, le Giornate del Miele.

L'Oca

    Descrizione
    La sua carne è buona e ben digeribile, perché, quando è giovane, è priva di connettivo e il suo grasso è fra i migliori che si possano impiegare in cucina. Proprio per le sue dimensioni e la conservabilità delle sue carni essa svolgeva un tempo, presso i meno abbienti, le stesse funzioni del maiale. La tradizione vuole che sia portata in tavola nei mesi invernali, tant'è vero che essa resta, nonostante la concorrenza del tacchino, il piatto tipico delle feste natalizie e di fine anno in Germania, Gran Bretagna e Scandinavia. La sua presenza in cucina è poi documentata un po' in tutto il mondo e attualmente, dopo qualche decennio di relativa emarginazione, si osserva, specie in pianura, un rinnovato interesse per questo ottimo animale, la cui presenza si fa sempre più notare lungo il Meschio, il Monticano, il Piavon, il Livenza e gli altri corsi d'acqua che bagnano il nostro territorio.

    Metodo di produzione
    Le oche venivano allevate come i maiali, erano cibo di riserva invernale. I ragazzini le portavano a pascolo nei pomeriggi da giugno a settembre tra i campi e lungo i canali, cercando di non fare danni; alla fine dell'estate venivano ingozzate, nutrite a forza perché accumulassero una buona dose di grasso e ingrossassero il fegato, così apprezzato dai buongustai. Il grasso, circa un terzo del peso dell'animale, veniva utilizzato nell'inverno come condimento.

    Metodo di conservazione
    I contadini, dopo aver tirato il collo alle oche con l'aiuto di un bastone, le spennavano da calde per ricuperare la piuma utile, le mettevano nell'acqua bollente per togliervi anche le penne più resistenti, le passavano sulla fiamma e poi le appendevano a testa in giù per far colare il sangue. Il giorno dopo le squartavano e le tagliavano a pezzi. Tolto tutto il grasso, mettevano i pezzi di carne, cosparsi di sale, a macerare in un recipiente coperto per 8-10 giorni a temperatura fresca. Trascorso tale periodo, la carne, pulita del sale e asciugata, era disposta in un "pignato" di terracotta smaltata nel quale veniva colato il grasso messo da parte, sciolto sul fuoco, fino a coprirla. Il recipiente veniva chiuso ermeticamente e la carne si conservava per almeno due mesi. Ottima nelle occasioni di festa, a Treviso si comincia a mangiarla a metà ottobre, in occasione delle millenarie fiere di San Luca e San Ambrogio, cotta arrosto e servita con sedano condito o farcita con un succulento ripieno e cotta al forno, accompagnata magari da una buona "salsa peverada", oppure in umido, con cren e contorno di fagioli ed erbe cotte.

    Origine e tradizione
    Nel mondo antico era molto facile confondere dei e animali e capitava pure che gli animali stessi venissero considerati degli dei e collocati nel paradiso dei pagani, l' Olimpo. Successe così anche all'oca, segno che si trattava davvero di un animale molto importante, da allevare con la massima cura e da tenere sempre in grande considerazione. Già gli antichi Egizi avevano scoperto quanto fosse prezioso questo grande uccello facilmente addomesticabile. Esso viveva allora nella valle del Nilo e le sue carni, dopo una rapida bollitura, erano conservate per mesi immerse nel proprio grasso, come si faceva nelle case coloniche di questa terra fino a pochi decenni fa. E, anche se sempre meno, lo si fa ancora in qualche casa e in qualche trattoria di campagna, dove si vuole offrire ai commensali e ai clienti qualche piatto che arriva da tempi immemorabili. La grande cura che gli antichi avevano per questo animale è più che significativa: esso infatti ha sempre rappresentato una importante fonte alimentare, preziosissima per il popolo più povero, dal momento che l'oca è in grado di provvedere da sola al proprio sostentamento, non costando praticamente nulla.

    Eventi legati al prodotto
    L'oca arrosto è una preparazione gastronomica tradizionale dell'autunno trevigiano che trova la sua massima esaltazione nelle osterie e nelle baracche delle Fiere di San Luca a Sant'Ambrogio di Fiera nel mese di ottobre.

    Particolarità e note
    Quando gli antichi Egizi vollero scrivere il nome di Geb, Dio della terra, figlio di Shou e di Tfene e gemello di Ur, ricorsero all'oca, animale prezioso per le sue carni, il suo fegato, il suo grasso, le sue piume. L'ideogramma di oca corrisponde infatti a quello del Dio Geb, padre di Iside e Osiride. Molto tempo dopo, lo storico greco Plutarco, parlando del Dio Crono, figlio minore del Cielo e della Terra e condottiero dei Titani suoi fratelli, affermò che costui era per i Greci quello che Geb era per gli Egizi, e infatti Crono, padre di Zeus, era raffigurato sì in forma umana ma con sormontata la figura di un'oca. Come si sa anche i Romani ebbero grande rispetto per questo animale, le oche erano infatti sacre alla Dea Giunone e allevate sul Campidoglio. E' rimasto celebre l'episodio del loro starnazzare notturno che svegliò i soldati romani che poterono così respingere l'improvviso assalto dei Galli comandati da Brenno. L'oca non è solo un animale dalla carne appetitosa, ma rappresenta, come è stato già detto, un simbolo religioso ed esoterico in molte culture antiche. Entra nei detti popolari, nella letteratura, nell'arte, nella storia ed anche nei giochi di società. Familiare, nella nostra infanzia, il "gioco dell'oca"; inventato intorno al 1650 si è diffuso ovunque anche per le innumerevoli copie riprodotte dai Remondini, i famosi stampatori di Bassano del Grappa.

    Ricetta o abbinamento
    Oca arrosto (Oca rosta col saléno): dosi per 6 persone. Tempo occorrente: 40'. Difficoltà: *. Ingredienti: 1 Oca da 3 Kg circa, 80 g di olio d'oliva, 1 rametto di rosmarino, alcune foglie di salvia, 1 carota, 1 cipolla, 1 costa di sedano, 1 bicchiere di vino bianco secco, sale e pepe. Preparazione: porre l'oca ripulita, ben salata all'interno ed opportunamente imbrigliata, in una casseruola. Condirla con l'olio d'oliva, aggiungere il rosmarino e la salvia spezzettati, la carota, la cipolla e il sedano tritati, sale e pepe. Mettere la casseruola nel forno a temperatura media (200°) e fare rosolare l'oca da ogni parte. Aggiungere vino bianco secco, farlo evaporare, poi continuare la cottura a tegame coperto, bagnando l'oca di tanto in tanto con il fondo di cottura. Servirla calda con contorno di sedano in insalata. L'oca arrostita, come indicato sopra, si può farcire di "mele e castagne" secondo la seguente ricetta: "…si riempie l'oca con un impasto composto di 200 g di mele cotte e passate al setaccio, 250 g di polpa di castagne, 1 uovo, qualche fiocco di burro, sale e pepe". (Non è prevista in cottura l'aggiunta di vino bianco). Servirla su un letto di mele cotte al burro e di marroni arrostiti tagliati in quattro.

Le Patate di Rotzo

Rotzo è uno dei sette comuni dell'Altopiano di Asiago e questo, di per sé, è già un'ottima credenziale per la produzione di patate che gli dà fama. Prati, boschi e un'aria finissima compongono il quadro ambientale in cui si inserisce una tradizione agricola di antica data. È già una cronaca del '700, infatti, a parlare di una patata dalla buccia violacea, o «nera», che allietava le tavole dei vicentini. L'antica varietà non e più coltivata, ma non di meno la produzione odierna è tenuta in grande stima. La proverbiale bontà di queste patate di montagna deriva da un concorso di elementi ambientali: suolo di struttura ideale; inverni rigidi che neutralizzano molte malattie; estati fresche e asciutte che favoriscono al meglio la fruttificazione. La maggiore concentrazione di amidi che nederiva e altri ineffabili apporti danno corpo al prodotto sopraffino che tante lodi si merita. Peccato che i pochi coltivatori rimasti non riescano a soddisfare il mercato. A parziale consolazione viene, in ottobre, la Festa della Patata, occasione più unica che rara, tra l'altro, di assaggiare la tradizionale polenta «considera», di patate ovviamente, arricchita con burro e un pizzico di cannella, da accompagnare al formaggio mezzano e alla sopressa.
La Ricotta (Puìna) del Grappa
    Descrizione

    La Ricotta "Puina", è un prodotto caseario secondario, ottenuto dal siero di lavorazione del formaggio che trova notevole impiego in cucina. Viene utilizzata negli impasti dei ravioli e dei cannelloni di magro, in numerosi piatti per legare ed ammorbidire e nei dolci. Quella salata, secca ed affumicata invece viene grattugiata sulle paste asciutte. La più rinomata è quella estratta dal siero proveniente da formaggi grassi.


    Metodo di produzione
    La tecnica-base per trasformare il latte in formaggio è molto semplice, dal momento che è sufficiente far coagulare il latte, il quale si scinde in una parte liquida, conosciuta con il nome di siero, e una parte solida, piuttosto elastica, che viene detta cagliata. Per ottenere poi i diversi tipi di formaggio intervengono la qualità e l'origine del latte impiegato, le tecniche particolari, la diversa durata della fermentazione, la salatura (realizzata a secco), la maturazione, la stagionatura e i segreti di lavorazione dei "casari" a volte gelosamente custoditi. Per accelerare il processo di coagulazione viene usato un fermento, liquido, in polvere o in pasta, chiamato "caglio", che è ottenuto da una parte dello stomaco dei vitelli, dei capretti o degli agnelli sottoposta ad uno speciale trattamento. Il caglio fa precipitare la caseina, formando la "cagliata" che contiene grassi (in percentuale diversa a seconda del tipo di latte impiegato), proteine, sali minerali e vitamine; la cagliata viene poi opportunatamente lavorata, secondo il tipo di formaggio che si vuole ottenere a diverse temperature. La ricotta è un formaggio del tutto particolare; infatti non si ottiene non dalla cagliata, ma dal siero residuo della preparazione di altri formaggi. Il nome "ricotta" deriva appunto dal secondo riscaldamento che il siero subisce. Si prepara o con latte vaccino o ovino ed è un formaggio nutriente e facilmente digeribile.

    Metodo di conservazione
    Va conservata in frigorifero. Facendo parte dei latticini, la ricotta fresca dovrebbe essere consumata subito dopo la preparazione o al massimo dopo un periodo di 20-30 giorni. La ricotta o "Puina" prodotta in queste zone, fresca e genuina, viene prodotta secondo i più tradizionali procedimenti di lavorazione. Si gusta con il pane, con le verdure ed è l'ideale per ripieni e torte salate.

    Origine e tradizione
    La storia del formaggio ha cinquemila anni: ha avuto origine quando l'uomo ha scoperto la proprietà coagulante del latte. Già i Sumeri producevano formaggi, ricotte e yogurt sfruttando tale proprietà. Sul mercato di Treviso già nel 1300 si vendevano formaggi freschi e stagionati, dolci e salati, di pecora o di vacca; provenivano dai monti e dalle pianure. Per fare un buon formaggio ci vuole del latte di qualità, come quello prodotto nelle Malghe del Grappa da bovine che si nutrono dell'erba dei pascoli profumati della montagna, delle fertili colline e dei prati irrigui di pianura. Altrettanto importanti, sono l'esperienza del casaro unita alle tradizioni tecniche di lavorazione, che variano a seconda degli ambienti. Il latte prodotto dagli allevatori delle nostre zone viene trasformato in tanti e rinomati prodotti caseari. In ciascuno di essi vive una squisitezza affidata, oggi come allora, alla naturale combinazione di fattori determinanti quali il fieno, il latte e l'aria di montagna. Rinasce quindi un'antica bontà, ottenuta con sistemi di lavorazione che garantiscono a questi prodotti proprietà organolettiche pienamente corrispondenti a quelle stabilite dalle normative in materia.

    Particolarità e note
    Come tutti i latticini, la ricotta, nel procedimento di preparazione, subisce solamente la fermentazione lattica, acquistando un grado di acidità molto basso: inoltre, ha la caratteristica di contenere un'elevata percentuale di acqua. Risulta quindi fresca, molto gradita soprattutto nei periodi caldi, non piccante e generalmente poco salata. In media apporta circa 379 calorie per 100 grammi.

    Ricetta o abbinamento
    Una ricetta semplice e veloce è quella in cui si amalgamano 400 g di ricotta sminuzzata con zucchero, cannella e mezzo bicchierino di buona grappa veneta, servita in piattini con biscotti secchi.

Il Riso di Grumolo

Grumolo delle Abbadesse è un cospicuo centro agricolo della pianura irrigua che si attraversa percorrendo la statale per Padova. Il suo nome ricorda quelle monache di SanPietro a Vicenza che l'ebbero in feudo appena dopo il Mille e che, con lungimiranza, sfruttarono l'abbondanza di acque per impiantare quelle risaie che ancora oggi costituiscono una nota paesistica inconfondibile e una importante fonte economica. Le distese che ogni anno vengono allagate per la messa a dimora delle pianticelle ammontano a 500 campi, pari a 200 ettari; le aziende specializzate una dozzina; laproduzione 8700 quintali. A cavallo tra aprile e maggio la semina riguarda per la massima parte il Vialone nano, varietà a granelli grossi, da risotto, tradizionale presenzanell'orizzonte agricolo della Bassa vicentina e veronese. A giugno le piante vanno in spiga e ad agosto imbiondiscono offrendo uno spettacolo di antica bellezza, impreziositodal volo degli aironi e da un gracidare di rane che è la migliore garanzia di pratiche agricole rispettose dell'ambiente. A fine settembre viene il momento della trebbiatura e il paese scende in festa offrendo il delizioso risotto delle Abbadesse. Il Vialone nano viene quindi avviato ai ristoratori e ai negozi di quartiere, che sono ancora i principali rivenditori. Poi, in ogni stagione ci sarà occasione per mandarlo a nozze, secondo tradizioneo in modo innovativo, con quanto di meglio l'orto e il bosco sanno offrire.

Tartufo Nero dei Colli Berici

Tartufo vicentino: dalla terra alla tavola

Un’annata pessima per il vino, ma eccezionale per i tartufi grazie alla pioggia e alla frescura notturna.

Foto: immagine cane che cerca tartufiPerò, quando si dice tartufo si pensa subito al Piemonte, ad Alba e ai suoi preziosi "tuberi" bianchi, a quelle figure un po’ tenebrose, i tartufai, accompagnati nel loro girovagare dal fedele cane sempre pronto a scovare sottoterra il prezioso bottino, grazie al suo "naturale" tartufo, il naso.
Certo, quello piemontese è rinomatissimo, ma anche in Veneto esistono dei territori che regalano questo fungo dal gusto e dall’aroma particolari: è il caso di Nanto e dei comuni di Arcugnano Longare, Castegnero, Mossano, Barbarano Vicentino, Villaga e Zovencedo, in provincia di Vicenza.

Il tartufo ha una storia molto antica. I greci lo chiamavano Hydnon (da cui deriva il termine "idnologia" la scienza che si occupa dei tartufi), mentre in latino era il Tuber, dal verbo tumere (gonfiare). Plinio il Vecchio nel libro della ‘Hystoria Naturale’ parlava del tartufo che "sta fra quelle cose che nascono ma non si possono seminare", mentre Plutarco affermava che il "Tubero" nasceva dall'azione combinata dell'acqua, del calore e dei fulmini.

Tutte teorie più o meno fantastiche che scatenavano lunghe diatribe tra gli studiosi. Il tartufo assunse nel tempo un’aurea di mistero al punto tale che non si sapeva se definirlo una pianta o un animale, oppure il cibo del diavolo e delle streghe. Le cose andavano diversamente in cucina, in cui era apprezzatissimo. Nell’Europa del passato, il tartufo era anche chiamato "aglio del ricco" per il suo leggero sentore agliaceo. E’ noto, poi, che anche Papa Gregorio IV ne faceva ufficialmente largo uso per compensare le energie spese nel fronteggiare i Saraceni.

Storia vera o semplici fantasie popolari, sta di fatto che i tartufi sono sempre stati dei "principi" della tavola.

Sotto il profilo botanico sono funghi ipogei, organismi che vivono sottoterra e fanno parte del genere "Tuber". Non hanno nulla a che fare, però, con patate e simili, mentre sono stretti parenti di porcini e prataioli. Come loro, sono sprovvisti di parti verdi e quindi non sono in grado di ricavare attraverso la fotosintesi clorofilliana le sostanze necessarie al loro sviluppo, che assumono invece dalle radici di alcune piante con cui instaurano un rapporto di simbiosi. Il tartufo riceve dalla pianta gli zuccheri e la pianta, a sua volta, riceve acqua e sali minerali che migliorano notevolmente il suo stato nutrizionale.

Il vero e proprio tartufo si forma nel sottosuolo a una profondità compresa tra la superficie e i 60 centimetri (eccezionalmente il metro) assumendo dimensioni variabili da quelle di un pisello a quello di una grossa arancia.
E’ caratterizzato da un rivestimento esterno (perizio), liscio o verrucoso, e da una polpa interna (gleba), che al taglio appare marmorizzata per la presenza di venature chiaroscure. Le aree fertili, cioè quelle che contengono le spore riproduttive, sono quelle scure, mentre le chiare sono sterili. Giunti a maturità, non potendo diffondere le spore come fanno i funghi di superficie, i tartufi si affidano, in un certo senso, agli animali (insetti, lumache, roditori e cinghiali) che, attratti dallo spiccato aroma, se ne cibano disperdendo poi con le proprie deiezioni le spore nel terreno per l'avvio di un nuovo ciclo.

Nel territorio berico si trovano quattro specie di tartufo nero: Tuber Melanosporum, o "pregiato"; - Aestivum, "d'estate" o "scorzone"; - Brumale, "d'inverno"; - Mesentericum, "ordinario", l'unico di scarsa rilevanza gastronomica. Centro di maggior raccolta è il comune di Nanto che in onore del prezioso tubero organizzata anche una festa la prima metà di luglio.

I raccoglitori autorizzati sono 646 in tutta la provincia di Vicenza, ma il commercio del tartufo in queste zone è un’attività che sfugge ai consueti canoni. Buona parte del raccolto, infatti, va ai ristoratori locali e i punti vendita stabili sono pochissimi.

Grazie a recenti sperimentazioni, tutto il territorio berico può considerare realistica la prospettiva di incrementare la produzione grazie alla tartuficoltura, cioè tartufaie realizzate ex novo secondo criteri di razionalità agronomica o migliorate da potature e diradamenti e incrementate con la messa a dimora di un congruo numero di piante tartufigene. Il vantaggio che se ne ricaverebbe non sarebbe solo in termini di raccolto ma anche di allungamento del calendario, essendo il tartufo nero pregiato più tardivo rispetto allo scorzone, e maggiormente remunerativo.

La storia del tartufo nero dei Colli Berici finisce ovviamente sulla tavola. È opinione diffusa che il più pregiato tra i funghi si abbini a piatti semplici, poveri di condimenti o salse, come una buona pasta fresca fatta in casa o una classica frittata. Un’antica ricetta dei principi Giovanelli di Lonigo (Vi) del 1890 propone il piatto "Tartufo alla Berica", e numerosi sono i testi che citano la tipicità del prodotto: nel 1962 in "Itinerari Gastronomici Vicentini" si parla di particolari e rinomati tartufi di Nanto e dei Colli Berici, e nel ’64 e nel ’66 i tartufi de Nanto vennero citati in due carte gastronomiche del Vicentino.

* * * 

Di primo acchito li si direbbe tuberi, come le patate, ma per la scienza sono funghi ipogei, vale a dire organismi che hanno scelto di vegetare sotto terra in stretta simbiosi con alberi a foglia caduca e in special modo con le querce. Figli di delicati equilibri, sono chiari indicatori ambientali e abbondano solo là dove il bosco è sano. A orgoglio del vicentino, nei Colli Berici si trovano quattro specie di tarufo nero: Tuber Melanosporum, o "pregiato" - Aestivum, "d'estate" o "scorzone" - Brumale, "d'inverno" - Mesentericum, "ordinario", l'unico di scarsa rilevanza gastronomica. Epicentro della zona di ricerca è Nanto, che in luglio onora questo dono dei Colli con una festa, occasione da non perdere sia apprezzarne alcuni utilizzi gastronomici sia per acquistarlo.

* * * 

Scorsone è una varietà di tartufo estivo che è impiegato nella gastronomia vicentina principalmente nella preparazione di primi piatti: risotti, lasagne, zuppe ecc. Il tartufo dei Colli Berici è di colore nerastro, ha una forma ovale o tondeggiante con grosse verruche screpolate, l'interno è di colore grigio-marrone con numerose venature biancastre; matura ad inizio aprile e in tardo autunno. Molto usato dai ristoratori locali, si trova in commercio nei migliori negozi ortofrutticoli, nel mercato dei funghi sotto la Basilica palladiana a Vicenza (nei mesi estivi ed autunnali) e negli stand della Pro Loco Nanto nella seconda domenica di luglio.

La Trota del Brenta

La trota è un salmonide che pretende acque limpide e abbondantemente ossigenate. Si nutre, con grande vantaggio per le sue carni, di larve e crostacei, di insetti alati,che cattura compiendo salti fuor d'acqua, e, a maturità, di piccoli pesci. Regina dei torrenti è la trota fario, di ridotte dimensioni, punteggiata di macchie scure e rossastre, massima aspirazione dei pescatori sportivi. La affianca sempre più spesso la trota iridea, importata dal Nord-America, splendida ma invadente, che tende a soppiantare la cugina. L'una e l'altra sono allevate con profitto, la prima soprattutto per il ripopolamento, laseconda per le carni, bianche o rosate. L'alto Vicentino è un importante distretto produttivo: lungo i torrenti della Valdastico, che fa da capofila, a quelli della Val Chiampo e del bacino del Brenta si contano numerosi impianti. Alle pisciculture vere e propre si affiancano le officine di trattamento, che provvedono alla confezione del pescesotto vuoto, filettato o intero, e a lavorazioni, come l'affumicatura e l'aromatizzazione, che lo avvicinano al blasonato salmone. Poi si va in cucina: tradizione vuole che la trota finisca sulla griglia, così come natura l'ha fatta, ma sempre più sono i cuochi che si sentono in dovere di tributargli ben altri onori.

I Vini della zona di Bassano

La zona di Gambellara
La bassa Valle del Chiampo, terra vicentina ai confini con il territorio veronese, dove terminano le ultime propaggini dei Monti Lessini, si sviluppa intorno all'abitato di Gambellara.
Da sempre area tenuta in grande considerazione dai buongustai per la produzione locale di vino, del quale si ha testimonianza sin dall'epoca romana: tant'è che oggi Gambellara, Montorso, Zermeghedo e Montebello Vicentino sono di gran lunga più famosi per il loro prodotto che non per fasti e nefasti guerreschi.
In questa zona, tra pendi ora dolci ora più impervi, il terreno è in gran parte formato da basalti e da tufi terrosi di origine vulcanica. Le rocce, facilmente friabili, costituiscono la parte preponderante del rilievo collinare, terreno ideale per le vigne dell'uva Garganega e del Trebbiano del Soave, che danno vita al Gambellara: un vino bianco multiforme, offerto nelle forme più disparate.

I vini
Gambellara: da un uvaggio assai simile al suo vicino veronese, il Soave. Giallo nel colore (dal paglierino al dorato) di odore vinoso con profumo caratteristico, questo vino a D.O.C. si presenta di sapore asciutto, di corpo medio, appena un po' amarognolo. Se le uve provengono dalla zona collinare più vocata e di più antica tradizione, esso può fregiarsi della qualifica "Classico": in questo caso la qualità delle uve produce una gradazione alcolica minima naturale più elevata.
Sulla tavola sposa magnificamente antipasti, primi piatti, secondi leggeri, formaggi e piatti a base di pesce.
Gambellara Recioto: nasce dalle uve del gambellara, colte e lasciate riposare sui graticci e spremute dopo un certo appassimento. È l'unico vino fuori della provincia di Verona al quale è consentito di portare questo antico nome, segno di unicità e distinzione nel patrimonio enologico mondiale.
Si presenta di colore giallo dorato, con un intenso profumo di fruttato, con sapore armonico, amabile, con un lieve gusto di passito, retrogusto amarognolo e con qualche venatura di frizzante, piacevolissima, determinata dalla prosecuzione in bottiglia del processo fermentativo.
La gradazone alcolica minima deve essere di 12°, ma è facile trovarla più elevata.
Si impone come vino da dessert e come vino da incontro. In quest'ultimo caso è meglio fare attenzione: la simpatia suscitata dal suo consumo non deve far dimenticare il tenore alcolico, non propriamente leggero.
Può essere anche spumantizzato, utilizzando il metodo Charmat con fermentazione in autoclave per breve tempo.
Vin Santo di Gambellara: l'unico del Veneto a portare questo nome che abitualmente contraddistingue vini analoghi di altre regioni. Si ottiene dalle uve migliori, lasciate lungamente appassire in maniera da accrescere il più possibile la concentrazione zuccherina, pigiate con spremitura soffice. Il mosto così ottenuto viene posto in botticelle, a loro volta lasciate in luoghi aperti in modo da subire per intero il freddo invernale. Questo processo favorisce una naturale decantazione del vino, che a primavera si presenta limpido e viene travasato in botti per la prosecuzione della fermentazione, che avviene molto lentamente, dove dovrà stare per almeno un anno.
Il processo si completa con il travaso definitivo che sarà portato al consumo, al cui interno il Gambellara deve riposare per un altro anno. Al consumo ha almeno 14°, si presenta dicolore giallo ambrato e con un forte profumo di passito, vellutato, armonico e dolce al gusto.
Tale processo consente di ottenere un prodotto prezioso in tutti i sensi, per qualità, gusto e valore commerciale.
La zona di Breganze
Tra i rilievi collinari e alcune zone dell'immediata pianura, ai piedi dell'altopiano dei Sette Comuni, si distende questo territorio, che parte dalla vallata dell'Astico e giunge fino alla vallate del Brenta, comprendendo il territorio bassanese a destra del fiume.

I vini
Vespaiolo: prodotto in purezza con uve provenienti dal vitigno omonimo. È un classico: di colore giallo paglierino piuttosto carico, profumo intenso fruttato, con caratteristica leggermente aromatica, il sapore è fresco, piacevole, acido. Proprio per questo si sposa con i piatti di pesce, ma anche alla cucina tradizionale locale, dal formaggio all'asparago con le uova. Qualifica aggiuntiva: Superiore.
Torcolato: vino passito di tradizione, eccellente da dessert, ricavato dalla pigiatura entro febbraio di uve lasciate appassire nei primi mesi invernali con grappoli annodati (torcolati, nel dialetto locale) ad una corda appesa in ambienti aereati. Ha un colore tipico giallo oro, ricco di profumi, che ricordano il miele e l'uva passita. Il gusto va abboccato a dolce, armonico, vellutato. A seconda della lavorazione può acquisire una gradevole sfumatura di legno. Qualifica aggiuntiva: Riserva.
Breganze Bianco: è sostanzialmente un Tocai, che può contenere una modica quantità di uve bianche se presenti nel vigneto. Si presenta di colore giallo paglierino, di odore vinoso delicatamente intenso e di gusto asciutto, rotondo, di corpo. Buon vino bianco da tuttopasto, si accompagna soprattutto a piatti di pesce, ma anche a carni leggere. Ottimo anche come fuori pasto.
Breganze Chardonnay: ottenuto in purezza da viti dell'omonimo vitigno, ripropone le sue straordinarie caratteristiche: gusto equilibrato, gradevolmente morbido, vellutato e armonico, ha un profumo intenso, caratteristico, piacevolmente aromatico e si presenta di un bel colorito giallo paglierino. È un vino per tutte le occasioni. Qualifica aggiuntiva: Superiore.
Breganze Sauvignon: ricavato pressochè in purezza da uve del vitigno omonimo, esalta, con la personalità dei terreni e del clima, le caratteristiche che lo hanno reso famoso: profumo delicato, dolce, più o meno aromatico, che asseconda un gusto fine, gradevole e armonico, arrotondato in alcuni casi dal sapore del legno. Qualifica aggiuntiva: Superiore.
Breganze Rosso: ripropone la forza e le caratteristiche del Merlot, dalle cui uve è ottenuto in purezza, con la possibilità di usare una piccola percentuale di altre uve nere se presenti nel vigneto. Il colore è rosso rubino vivo, odore vinoso, piacevole, espressivo, caratteristico, talora lievemente erbaceo, di sapore asciutto, robusto, armonico, di corpo leggermente tannico. Dà il meglio di sè dopo 2-3 anni. Ottimo da pasto, quando è invecchiato non teme gli arrosti. Qualifica aggiuntiva: Superiore o Riserva.
Breganze Cabernet: ottenuto con Cabernet Franc e/o Cabernet Sauvignon. Si propone con una discreta gradazione naturale, di colore rosso rubino scuro con riflessi granati, accentuati dall'invecchiamento, di odore molto intenso, gradevole, caratteristico. Il gusto è corposo, robusto, asciutto, leggermente tannico, talora erbaceo. L'invecchiamento ne accresce la naturale nobiltà. Qualifica aggiuntiva: Superiore o Riserva.
Breganze Cabernet Sauvignon: figlio dell'ultima "covata" della D.O.C., è ottenuto pressochè in purezza da uve dell'omonimo vitigno, del quale ripropone le caratteristiche: colore rosso rubino intenso, con tendenza a ripiegare sul rosso mattone con l'invecchiamento, ha un profumo erbaceo con profumo intenso e persistente, vinoso, talora addolcito dall'odore del legno dove viene lavorato, che ne arrotonda il sapore, asciutto, pieno, vellutato. Ottimo vino da pasto, fine, personale, è in grado di accompagnare tutte le pietanze. Qualifica aggiuntiva: Superiore o Riserva.
Breganze Marzemino: anch'esso D.O.C., sottolinea la piacevolezza di una tradizione enologica secolare. Ottenuto in purezza da uve dell'omonimo vitigno, si presenta di un bel rosso rubino, spesso vivace, con profumo intenso e caratteristico e un gusto pieno, personale e gradevole, talora, a seconda della lavorazione, ammorbidito dal sapore di legno. Qualifica aggiuntiva: Superiore o Riserva.
Breganze Pinot Nero: vinificato in nero esclusivamente con uve provenienti da un particolare biotipo locale, derivato dai nobili e famosi vitigni omonimi. Si presenta di colore rosso rubino, con sfumature color mattone, di profumo delicato e di sapore asciutto e sapido, con retrogusto amarognolo, che lo propongono ai vertici nazionali tra i vini ottenuti da queste uve. Si accompagna ai piatti di carne ed agli arrosti. Qualifica aggiuntiva: Superiore o Riserva.
Breganze Pinot Bianco: ottenuto in purezza da uve dell'omonimo vitigno, si presenta bianco paglierino chiaro, di gusto secco, molto armonico e vellutato. Il profumo è delicato, gradevole, caratteristico. È un bianco da pasto, ideale per i piatti di pesce. Qualifica aggiuntiva: Superiore.
La zona dei Colli Berici
Nel mezzo della pianura veneta, tra Verona e Padova, sorgono i Colli Berici, posti a sud della città di Vicenza. Sono colline di origine vulvanica, dal clima mite e accogliente, ideali per la vite, in questi luoghi già presente da tempi antichissimi. Nei resti delle palafitte del lago di Fimon furono ritrovati vinaccioli di "Vitis silvestris", risalenti all'età del bronzo.

I vini
Tocai rosso: nasce da un vitigno che nel Veneto viene coltivato in piccole quantità, anche nella zona orientale della regione, ma che qui ha trovato un areale adatto e una caratterizzazione particolare.
È un vino di un bel colorito rosso rubino, diafano e brillante, anomalo nel panorama dei rossi del Veneto. Viene ottenuto pressochè in purezza (se presente nel vigneto, è consentito anche l'impiego di una modica quantità di uva Garganega locale). Ha un intenso profumo caratteristico, che talora ricorda il fico, ed un sapore armonico, giusto, talora tendente all'amarognolo che può essere leggermente tannico. Vino nobile da tuttopasto, è in grado di accoppiarsi felicemente tanto agli arrosti ed agli animali da cortile quanto al baccalà alla vicentina.
Garganego: l'uva con il quale è fatto proviene per la maggior parte dai vitigni omonimi. Bianco tipico caratteristico, di colore paglierino, odore vinoso e profumato, ha un sapore asciutto, amarognolo, lievemente acido, che lo rende ottimo, oltre che da tuttopasto, soprattutto con il baccalà e piatti di pesce impegnativi quali l'anguilla, il luccio o lo sgombro.
Chardonnay Colli Berici: vitigno dalle grandi doti, coltivato ovunque con buoni risultati, ha trovato anche in questa zona terreno adatto ad offrire un prodotto di stoffa. Verificato in purezza o con l'integrazione di una modesta quantità di Pinot Bianco, si presenta di colore giallo paglierino, ben strutturato, profumato, elegante, di sapore composito e armonioso, fruttato. Da bere fresco e giovane è un vino tuttpasto, adattissimo per piatti di pesce e carni leggere.
Tocai Bianco: ottenuto da uve dei vitigni omonimi con la possibilità di impiegare una piccola quantità di Garganega, si propone di colore giallo paglierino, di odore vinoso caratteristico e di sapore armonico, asciutto, fresco. Ottimo come aperitivo, accompagna anche tutto il pasto, preferendo i primi piatti e il pesce.
Sauvignon: di profumo delicato, intenso, caratteristico, al gusto è asciutto, pieno, fresco, armonico. Da bere in compagnia, si presta tranquillamente al tuttopasto, prediligendo i piatti di pesce.
Pinot Bianco: ottenuto da uve dei vigneti omonimi con la possibilità di utilizzare una piccola quantità di Pinot Grigio, si presenta di colore paglierino chiaro, di profumo intenso, caratteristico e delicato. Di gusto pieno, vellutato, completo, piacevole. Un bel bianco da servire fresco, che va bene da aperitivo come da tuttopasto soprattutto con pesce e frutti di mare.
Merlot dei Colli Berici: un colore rosso rubino, ha un profumo intenso, vinoso, caratteristico, un gusto corposo, morbido, armonico, pieno. Vino completo, da bere anche fuoripasto, si accompagna con ogni pietanza, compresi gli arrosti robusti e le carni forti.
Cabernet dei Colli Berici: ottenuto da uve indifferentemente di Cabernet Franc e di Cabernet Sauvignon, è un rosso di rispetto, colore rubino carico tendente al mattone con l'invecchiamento, di profumo gradevole intenso e di sapore asciutto, corposo, lievemente tannico. Da tuttopasto, specie con pietanze robuste, non disdegna però la cucina leggera. se ottenuto con uve selezionate e di qualità e se viene immesso al consumo con almeno tre anni di invecchiamento, può portare la qualificazione aggiuntiva di "Riserva".
Colli Berici Spumante: ultimo nato, ottenuto dalla spumantizzazione di uve Garganega (per il 50%), Pinot Bianco, Pinot Grigio e Chardonnay. Profumato, di corpo, è uno spumante interessante, da provare.
Il Prosecco di Valdobbiadene 
Alcune bottiglie con
la tradizionale chiusura

Il Prosecco di Valdobbiadene nasce da una tradizione antica che si è trasformata ed adattata nei secoli, attraverso l'evoluzione delle conoscenze tecniche fino ad arrivare al vino dei giorni nostri. Una storia codificata oggi nel Disciplinare, che regola la produzione delle uve e dei vini, fissando i principi-base in virtù dei quali un vino può fregiarsi della denominazione "Valdobbiadene".
Cinque sono le regole fondamentali:
  • le uve: devono provenire da vigneti dell'area delimitata per legge, i quali devono essere iscritti all'Albo della Camera di Commercio, in cui sono riportati tutti i dati catastali che li identificano;
  • le varietà: sono ammesse attualmente solo le uve di Prosecco e di Verdiso (quest'ultimo per un massimo del 10%);
  • la vinificazione: deve essere eseguita secondo le norme previste dal Disciplinare e può avvenire solo all'interno dei comuni della zona Doc. Per il Cartizze la vinificazione può avvenire solo all'interno del comune di Valdobbiadene;
  • l'imbottigliamento e la spumantizzazione: possono essere eseguiti solo nelle cantine della provincia di Treviso;
  • la commercializzazione: prima dell'imbottigliamento ogni partita di vino deve superare l'esame organolettico eseguito dalle commissioni di enologi della Camera di Commercio.
    Cinque regole semplici, ma molto precise che, ogni produttore deve rispettare se vuole avvalersi della denominazione "Conegliano-Valdobbiadene", pensate per garantire ai consumatori una origine certa ed una qualità eccellente.
    La denominazione è il traguardo finale di un percorso lungo ed attento, che inizia nel vigneto. Innanzitutto dall' impianto delle viti, che deve avvenire con barbatelle selezionate, su terreni ben esposti e preparati affinchè possano accogliere le giovani viti che, solo dopo 3 - 4 anni, sono in grado di dare i primi grappoli. E poi la potatura, che deve essere quella tradizionale. Un' operazione invernale eseguita da mani esperte, perchè ogni vite, a seconda dell' età e del vigore, possa produrre il giusto numero di grappoli. In primavera, la concimazione, gli sfalci dell' erba, le cimature, le sfogliature, e la legatura dei germogli, per far si che in ogni momento i grappoli siano arieggiati e soleggiati per maturare al meglio. Arrivata l' estate, i trattamenti contro i parassiti, eseguiti nelle zone più scoscese, anche con l' utilizzo dell' elicottero, che volteggia rumoroso tra i vigneti per distribuire, con scientifica precisione, il rame e lo zolfo, prodotti con i quali, ancor oggi, i viticoltori riescono a fronteggiare l' arrivo dell' oidio e della peronospora.

Un tipo particolarmente pregevole di Prosecco è quello che si produce nella zona di "Cartizze", una piccola area di 106 ettari di vigneto, compresa tra le colline più scoscese di S. Pietro di Barbozza, Santo Stefano e Saccol, in comune di Valdobbiadene.
Un vero e proprio cru che nasce dalla perfetta combinazione fra un microclima dolce ed un terreno antichissimo, originatosi dal sollevamento di fondali marini. Sopra la roccia madre si trova uno strato di terreno assai vario, con morene, arenarie ed argille che consentono un drenaggio veloce delle piogge e, nel contempo una costante riserva d' acqua, così che le viti si sviluppano in modo equilibrato. Il nome della località, che troviamo riportato nelle mappe catastali, viene fatto risalire, da alcuni, ad un cavaliere di ventura spagnolo, che nel medioevo, dopo un lungo periodo di battaglie, si stabilì in queste colline. Un' ipotesi più accreditata sembra essere invece, quella che fa derivare il nome da "gardiz, gardizze, ecc.", espressione dialettale per indicare i gratizzi usati per l' appassimento delle uve.
Nella zona del Cartizze infatti, le uve vengono vendemmiate tardi, quando gli acini iniziano a mostrare i primi segni di appassimento naturale. Ciò conferisce al vino una concentrazione di aromi e sapori di intensità inusuale.
Se questa è la storia, o forse la leggenda, il merito della valorizzazione di questo vino va tutto agli estensori del Disciplinare che, fin dall' inizio, rispettarono queste peculiarità, perimetrando a parte quest' area, la quale fornisce attualmente ogni anno circa 1 milione di bottiglie di Spumante.
Nasce così il "Cartizze", uno spumante sontuoso.
Già il colore rimanda ad una maggiore intensità, che si manifesta con una complessità di profumi invitanti ed ampi, dalla mela alla pera, dall' albicocca agli agrumi, alla rosa, con una gradevole nota di mandorle glassate al retrogusto.
Il sapore è piacevolmente rotondo, con una morbida sapidità, che il sottile perlage rinvigorisce in bocca.
Prodotto quasi esclusivamente nella versione Dry, questo spumante si accompagna ai dolci della tradizione, dalla pasta frolla alle crostate di frutta e alle focacce. Ottimo non solo alla fine di ogni pranzo importante, ma per ogni brindisi augurale, per rendere più festosa ogni cerimonia, più allegra ogni festa, più solenne ogni incontro.
Il Prosecco di Valdobbiadene Superiore di Cartizze è davvero l' inimitabile suggello ai momenti belli della vita.

 

 

COMUNE DI BASSANO | PROVINCIA DI VICENZA

 

Copyright © 2006 BASSANO.EU Riproduzione vietata | Privacy