Bassano.eu

storia arte folklore paesaggio città itinerari gastronomia sport meteo viabilità info utili
Home Ristoranti Bassano Alberghi Bassano Palestre Bassano Locali notturni Links

SPORT

SPORT 
 
Passeggiate e Trekking
Ciclismo su strada
Mountain-bike
Sci-escursionismo
Tiro a segno
Equitazione
Golf
 
 
SPORT ESTREMI
 
Free-climbing
Speleologia
Immersioni
Volo libero: delta, parapendio
Mtb notturna e down-hill
Sport acquatici: rafting, kayak, hydrospeed, bungee jumping
Speleologia a Bassano

Via dell’Artigianato, 42

36061 - Bassano del Grappa (VI)

Per eventuali delucidazioni o comunicazioni :

Sede Gruppo Speleologico GEO-CAI Bassano del Grappa

Telefono e fax 0424/227996 - ( Venerdì dalle ore 21:00 alle 23:00).


LA STORIA

1985

Tutto cominciò con un incontro fortuito tra Giorgio ed Helmut Zanella, Alfonso Oro, Michele Tommasi e il Bus de Refoss in Valle San Liberale. La visita suscitò talmente tanta curiosità che si "recuperò" in qualche modo il Manuale di Speleologia del Touring Club Italiano per saperne di più e per realizzare il sogno ci si improvvisa persino come rivenditori di 40 racchette da tennis. Il guadagno permette l'acquisto dei primi 100 metri di corda, del primo sacco e dei primi moschettoni. Per un mese ritornano in grotta e cercano di fotografare il più possibile in modo da avere del buon materiale da mostrare a Mafia e Alberto. Le prime esperienze verticali ebbero come teatro il Ramo dei Salti al Buso della Rana. Tecnica usata: il Prusik. Si cominciarono così a visitare grotte già note come il Buso della Torta sopra Solagna, la Grotta dei Cocchi a Cornedo… e fu così che nacquero le prime idee di formare un gruppo speleo. E' merito dei "leggendari soci fondatori" Giorgio Zanella primo Presidente, Michele Tommasi, Maurizio Parisotto, Franco Moro, Alberto Crestani, Alfonso Oro, Stefano Scalco storico magazziniere del gruppo fino al 1992, ed Helmut Zanella, se il Gruppo viene subito riconosciuto dalla Società Speleologica Italiana l'anno successivo, con la presentazione del Gruppo Grotte Giara Modon di Valstagna e del Gruppo Speleologico 7 Comuni di Asiago.

1986

Nel corso di quest'anno l'entusiasmo sale alle stelle con la scoperta e l'esplorazione del Buso delle Anguane. L'attività continua con la visita della grotta più profonda il Buso dei Cani (Honteloch) -39 m in località Ori - Chiomenti nella proprietà dei nonni materni di Alfonso. La grotta gli era nota fin da piccolo e da sempre ne era stato affascinato. Fu discesa con i primi 50 metri di corda (dinamica!) e discensori da alpinismo a otto e la risalito fu fatta con nodi autobloccanti Prusik.

1987

Cosci che queste non erano le metodologie più idonee, Michele, Alfonso, Mafia e Alberto decisero di partecipare al corso di Speleologia organizzato dal G. G. Giara Modon per conoscere ed approfondire le tecniche di progressione in grotta. Nello stesso anno viene ultimato il rilievo del Buso delle Anguane con l'aiuto del mitico strumento denominato "Baldografo". L'invenzione non era certo di tecnologia avanzata, ma perfettamente funzionante: rese possibile infatti un rilievo del tutto esatto. Altre grotte furono visitate in quell'anno: la Spaluga di Lusiana, il Pozzo Fojarolo Silvestri…. Entra a far parte del Gruppo anche Roberto Zannoni, portando le sue esperienze alpinistiche: sarà futuro cassiere fino al 1993.

1988

Il Gruppo si sente ormai maturo per intraprendere un'attività sempre più autonoma. Viene così organizzato il primo campo di esplorazione sul Massiccio del Grappa, in Valle Archeset presso Malga Paradiso. In questa occasione viene scoperto l'Abisso Estreja, -50 m di profondità: un record allora per il Geo. Michele frequenta a Costacciaro (PG) un corso di perfezionamento tecnico e poi un esame, passato il quale viene nominato Istruttore di Speleologia della Scuola Nazionale di Speleologia del CAI: una tappa veramente importante per lui e per il Gruppo. Intanto nuove forze provengono da coloro che hanno frequentato il corso di Speleologia presso il Gruppo Grotte Giara Modon: Andrea Bordin, Franco Moro, Helmut Zanella ed Annamaria Faccio. Molto importante è stata l'iscrizione all'albo della Federazione Speleologica Veneta ( F.S.V. ), perché ci ha dato modo che i rilievi delle grotte andassero nella lista del Catasto Regionale di Venezia e per i contributi che essa ci elargisce in base all'attività di ricerca che facciamo.

1989

Con la scoperta dell'Abisso dei Colli Vecchi (febbraio - marzo) si incrinano i rapporti di amicizia e collaborazione con altri Gruppi locali e cominciarono a nascere le prime incomprensioni a proposito della suddivisione delle aree di ricerca sul Grappa. E da allora sul Massiccio nessuno più osservò tale suddivisione ed esso diventò "zona libera". L'esplorazione dei Colli Vecchi (-151m - grotta più profonda fino ad allora conosciuta sul Massiccio) avvenne durante il campo invernale a Col Moschin: i campi portano sempre buone sorprese!. Anche per questo motivo nell'estate successiva l'esperienza si ripete, questa volta sull'Altopiano dei Sette Comuni, presso Malga Fiara. Sempre nel corso di quest'anno, Michele Tommasi ed Alberto Crestani entrano come aspiranti tecnici nella Stazione del C.N.S.A.S. di Vicenza.

1990

Finalmente i Gruppo organizza il 1° Corso di Introduzione alla Speleologia diretto dall'Istruttore di Speleologia Michele Tommasi e coadiuvato da un altro neo istruttore, Andrea Bordin. Al corso partecipano ben 11 allievi, alcuni dei quali rimangono attivi nel Gruppo: Pasquale di Fonzo, premiato nel 1991 con il Premio Acque Zampille, Claudio Stocco, Massimo Baggio, per alcuni anni segretario e poi magazziniere, Chiara Perrozzi…. Fu un anno importante il 1990, il primo grande obiettivo era stato raggiunto: organizzare corsi per insegnare le tecniche, far amare la speleologia e diventare un gruppo di amici sempre più ricco ed affiatato non è cosa da poco. Il Consiglio Direttivo ed i Soci Attivi del Gruppo hanno sempre dato importanza ai corsi ed hanno sempre accolto con grande rispetto, amicizia e simpatia gli allievi, vedendoli sempre come nuove forze per far crescere il Gruppo e garantire così ad esso una continuità vitale. Aprire ruoli direttivi e di responsabilità anche ai nuovi Soci ha permesso un'attività ricca, sempre piena di entusiasmo e voglia di migliorarsi.

1991

Il 2° Corso di Introduzione alla Speleologia ha portato nuove ed importanti leve che in hanno dimostrato di svolgere un ruolo determinante nella crescita del Gruppo. Fra gli allievi c'erano Flavia Parolin, segretaria dal 1992 al 1995 ed attualmente segretaria della Sezione CAI di Bassano del Grappa, Elisa Parolin, responsabile Commissione Didattica dal 1993 al 1994, Federico Gnoato, responsabile Commissione Didattica dal 1992 al 1993, Fabio Toso, responsabile biblioteca ed attualmente Delegato del Gruppo presso la Sezione CAI, Claudio Taverna, Vicepresidente dal 1992, Antonio Maroso, magazziniere dal 1993 al 1995, Maurizio Mottin, responsabile Commissione Attività dal 1994 al 1995, Alberto Ferraro, l'unico allievo che ripeté il corso per ben due volte. Da ricordare che allora entrò nel Gruppo anche l'Istruttore di Speleologia Mirko Fossa, responsabile Commissione Attività dal 1992 al 1994 e poi Presidente fino ad oggi.

1992

Nel 1992 giunge a compimento anche il lungo ed impegnativo lavoro di preparazione per la mostra "Il Sole Nero - L'ambiente delle nostre grotte" organizzata dal Museo Civico di Bassano e realizzata dal Gruppo presso Palazzo Agostinelli tra aprile e maggio. Fu un evento importante perché fece conoscere il Geo nell'ambiente cittadino, sia per l'attività più prevalentemente speleologica esplorativa ma anche per l'attività didattica divulgativa.

11 settembre 1992: Assemblea dei Soci Straordinaria. Una svolta decisiva: viene rivisto e sfornato il nuovo Statuto, nascono le Commissioni, viene completamente rinnovato ed ampliato il Consiglio Direttivo ed il Gruppo inizia una fase particolarmente attiva.
Si lavora molto per realizzare il grande sogno: il nuovo Statuto era indispensabile per entrare ufficialmente a far parte della Sezione CAI cittadina. Tanti incontri e tante ore piccole per mettere a punto questo regolamento. E tutto ciò è stato possibile grazie alla gentile collaborazione del fu Piero Mason, di Emilio Bertan, Umberto Martini, Giovanni Zambon, Antonio Marchiorello, Leonardo Busellato e Gianni Conforto che qui ringraziamo sentitamente.


Il resto non è ancora storia

 

BIOSPELEOLOGIA

ELEMENTI DI ECOLOGIA

L'insieme delle aree in cui gli organismi possono vivere rappresenta la biosfera; essa è costituita dall'atmosfera, dall'acqua e dal suolo in cui la vita può formarsi ed esistere.
Gli esseri viventi sono influenzati da molti fattori ambientali; quindi le caratteristiche fisiche di una zona costituiscono dei limiti ben precisi per la vita.
Una fascia geografica con un predominante tipo di vegetazione è detta bioma, e poiché la vegetazione, a sua volta, determina il tipo di animali che possono vivere in quella zona, ogni bioma possiede anche le sue caratteristiche specie animali. Ma in ogni bioma si possono individuare differenti ecosistemi, cioè delle unità bioambientali in cui la comunità degli esseri viventi interagisce con l'ambiente fisico.
L'ecosistema può risultare allora dall'integrazione di una collettività di varie specie viventi (biocenosi) con lo spazio ambientale in cui essa vive (biotopo). Si definisce biotopo il territorio in cui vive la biocenosi e, viceversa, la biocenosi è l'insieme di organismi che popola il biotopo.
Il biotopo, quindi, è l'unità fondamentale dell'ambiente, topograficamente individuabile e caratterizzata dalla biocenosi che lo popola.
Per ambiente si intende la totalità dei fattori esterni (abiotici) che formano lo spazio in cui sono inseriti gli organismi.
L'ambiente infatti non può essere concepito senza le forme di vita che lo popolano e che, in maggiore o minore misura, lo modificano: esistono strette relazioni e forti influenze tra ambiente, fattori abiotici e quelli biotici.
I fattori biotici, relativi alla biosfera, derivano dalla presenza qualitativa e quantitativa di piante ed animali; sono fattori sia il singolo individuo, la sua popolazione, l'insieme di diverse popolazioni ed i rapporti da cui queste sono legate (competizione, predazione, ecc.).
I fattori abiotici, relativi invece alla litosfera, all'atmosfera e all'idrosfera, sono componenti inorganici la cui azione può essere individuata attraverso l'azione di componenti più semplici:

  • l'aria, la sua composizione chimica, la pressione, la temperatura e l'umidità;
  • la roccia, la sua morfologia, la composizione chimico-mineralogica, la struttura...;
  • l'acqua nei suoi stati fisici e nelle fasi del suo ciclo, cioè evaporazione, condensazione, precipitazioni e deflussi sopra e sotto la superficie terrestre.

Un altro fattore abiotico fondamentale, di origine extraterrestre, è la radiazione solare, che agisce per via diretta ed indiretta su tutte le componenti biotiche e abiotiche di un sistema.
Di solito un ecosistema ha una sorta di confine naturale; ecosistemi sono per es. un particolare prato in una prateria, una pozza d'acqua in una spiaggia soggetta alla marea, un tronco marcescente in una foresta... Perché un ecosistema possa esistere per un certo tempo, deve stabilirsi un delicato equilibrio tra fattori abiotici e biotici.
L'ecosistema cavernicolo è delineato da precise caratteristiche:

  • la totale assenza o riduzione di alcuni fattori (es. luce ...);
  • la loro costanza nel tempo (v. temperatura, umidità);
  • la semplicità nella composizione di un popolamento animale;
  • la conseguente semplificazione dei rapporti sinecologici (es. tra i livelli di una piramide alimentare);
  • il maggior grado di isolamento rispetto agli ecosistemi contigui.
HABITAT IPOGEI

In un ecosistema si trovano vari spazi in cui un organismo può vivere (es. l'acqua di una pozza, il fango del terreno, le pareti di caverna...). Ogni organismo vive quindi in una ben determinata parte dell'ecosistema, si dice che ha il suo habitat. Come una persona ha il suo specifico indirizzo nella città dove abita, così ogni essere vivente ha il proprio habitat nell'ecosistema.
Inoltre ciascun organismo, nel suo ambiente, provvede alle proprie necessità in modi diversi (produttori, decompositori, predatori, detritivori...). Il complesso delle relazioni tra organismo e ambiente costituisce la sua nicchia ecologica. E' evidente che due specie non possono occupare la stessa nicchia. Si potrebbe pensare che l'habitat sia l'indirizzo e la nicchia ecologica sia la professione di un individuo.

Non confondiamo habitat con biotopo: mentre l'habitat è il luogo ideale di vita di un individuo o di una specie, il biotopo è il luogo di vita di una comunità di individui o di più specie, cioè di una biocenosi.
Con l'aggettivo "ipogeo" si indica di solito l'ambiente sotterraneo, l'habitat degli organismi viventi sotto la superficie del suolo, mentre l'ambiente "epigeo" è l'habitat degli organismi viventi sopra la superficie del suolo.
A volte la separazione fra i due ambienti risulta poco chiara, non tanto da un punto di vista morfologico, ma ecologico. Si pensi per es. al fondo di un canjon, al fondo di una valletta molto incassata o al fondo di una dolina profonda: c'è poca luce, temperatura più stabile e probabilmente molta umidità. Si tratta di ambienti per così dire che si avvicinano parecchio alle zone liminali delle grotte (cioè in prossimità dell'ingresso), zone che, nel tentativo di fare una suddivisione dell'ambiente ipogeo, si possono definire di transizione.
Innanzi tutto distinguiamo l'ambiente endogeo. Esso rappresenta la porzione di suolo compresa tra il limite inferiore di un detrito vegetale e il limite inferiore delle radici delle piante arboree, e per questo è anche chiamato rizosfera, è la prima parte del suolo a contatto con l'epigeo. Il suo aspetto può essere roccioso, friabile, ghiaioso, argilloso, spesso misto; dipende dalla natura geologica, dalla morfologia, dall'altitudine, dalla vegetazione e da altri fattori; può avere spessore di pochi decimetri, come nei pascoli alpini, oppure di alcuni metri, come nelle valli boschive.
Quasi sempre questo ambiente richiama le caratteristiche dell'ambiente cavernicolo, come la temperatura, l'umidità, l'assenza di luce ed inoltre per la fauna rappresenta un habitat ideale per il privilegio d'essere ricco di humus e di svariate sostanze organiche. Qui vive il maggior numero di specie interessanti dal punto di vista biospeleologico.
Comunque, biologicamente, sia in base alla fisiologia che alla morfologia, la fauna sotterranea si distingue in endogea e cavernicola. Infatti gli artropodi endogei hanno un grado di specializzazione inferiore ai veri cavernicoli ed il loro stadio meno evoluto rappresenta una transizione dalla vita epigea alla ipogea. D'altra parte, come non si identifica bene l'ambiente endogeo dai settori contigui, non è nettamente distinta la fauna endogea da quella cavernicola: si notano vari stadi di evoluzione, sino a casi non facilmente imputabili all'uno o all'altro tipo di fauna.
L'ambiente cavernicolo indica invece le cavità accessibili all'uomo. indica invece le cavità accessibili all'uomo.
Sarebbe da precisare che una soddisfacente divisione dell'ambiente ipogeo si potrebbe ricavare dalla confluenza di elementi legati sì all'ambiente, ma importanti dal punto di vista ecologico come la situazione trofica, la meteorologia ipogea, la stratigrafia..., senza tralasciare la morfologia dell'ambiente, anche se dobbiamo ricordarci che per un artropode un vano di 30 o 50 cm non fa molta differenza.
Rimanendo nella consuetudine di molti autori (es. Racovitza), riscontriamo, oltre all'endogeo e al cavernicolo, anche l'ambiente interstiziale terrestre: sicuramente molto interessante, specialmente quella parte labirintica di microfessure che opera da setaccio naturale nel filtraggio dell'apporto esogeno, offre riparo alle forme più delicate, non permette correnti d'aria. Molti pensano che le specie rinvenute in grotta vivano in ambiente cavernicolo, mentre invece vivono nell'ambiente limitrofo interstiziale, da cui saltuariamente giungono in grotta.
Per questo molti insetti della fauna ipogea sono ritenuti rari. D'altra parte anche lo speleologo entra in grotta raramente come l'insetto, e ciò abbassa notevolmente il coefficiente di cattura.
Comunque c'è una particolare fauna che ha bisogno dell'ambiente cavernicolo, perchè il suo vivere richiede un certo spazio: per esempio i ragni per tessere la tela, le cavallette cavernicole per la loro particolare deambulazione, alcune specie alate di ditteri e tricotteri, i pipistrelli...
L'ambiente freatico è la zona interessata invece dalla falda acquifera, è spesso soggetto a saliscendi stagionali o a seguito di pertubazioni metereologiche; interessa maggiormente la fauna acquatica.
Le piogge in particolare esercitano una notevole azione di collegamento idrico tra i vari sistemi epigei e ipogei e determinano una maggiore uniformità igrometrica favorendo questi contatti.

FATTORI ABIOTICI DELL'AMBIENTE IPOGEO

I fattori abiotici sono delle caratteristiche fisiche ed ecologiche proprie di un dato ambiente; nascono, variano e decadono sempre in armonia con la mutazione dell'ambiente. Pensiamo per esempio ad una grotta ideale che con il trascorrere dei millenni arriva al crollo totale della volta: geologicamente si trasforma in valle, sparisce il buio, diminuisce l'umidità, la temperatura perde la sua costanza...
Nell'ambito ipogeo abbiamo dei fattori di primissima importanza, che incidono notevolmente sull'ecologia del sistema; anzi la sua biocenosi è un divenire dei fattori stessi, sia per l'effetto limitativo, sia per l'azione indiretta di evoluzione.
Perciò la fauna di una grotta non è casuale, rappresenta invece la risultante di una serie di fenomeni naturali, di leggi fisico-chimiche ed ancor più di eventi geologici. Solo la conoscenza di tutto questo insieme può dare risposta ai mille perchè riguardanti una data biocenosi.
Oscurità, temperatura, umidità sono i fattori abiotici più importanti. Dobbiamo però affiancare ad essi altri fattori geografici e geologici quali:

  • latitudine (da cui dipendono piovosità e temperatura)
  • altitudine (da cui dipendono temperatura, vegetazione e apporto esogeno)
  • natura geologica (substrato, potenziale, stratigrafia, acidità)
  • morfologia di una grotta (verticale con ampia apertura a dolina oppure orizzontale con piccolo imbocco).

Questi fattori costanti sono determinanti per quanto riguarda l'evoluzione biologica ipogea.
Oscurità: a parte alcune grotte con una certa morfologia, in tutte le altre, e maggiormente nell'ambiente interstiziale terrestre, regna il buio assoluto. Una primissima conseguenza è la riduzione graduale nella zona liminale e scomparsa totale poi della vegetazione, poichè non può avvenire la fotosintesi clorofilliana.
Viene così a mancare la produzione primaria, assicurata in superficie dalle piante verdi, ed anche tutta la fauna fitofaga con i propri parassiti e predatori.
Eccezionalmente la produzione di sostanza organica è presente grazie ad una esigua azione batterica. A volte capita di incontrare, anche in profondità, sporadici funghi, i quali non sono piante, bensì si nutrono assorbendo sostanza organica da organismi morti o in decomposizione (saprofiti) oppure anche da organismi vivi (parassiti). La fauna cavernicola è quindi costretta a procurarsi altrove le sostanze energetiche e presenta perciò modifiche adattative del metabolismo. Molti esperimenti sono stati compiuti per accertare gli effetti che la luce provoca su di essa: si è visto che per molti di essi ha un effetto letale.
L'anoftalmia (perdita dell'organo visivo) è una fra le più importanti conseguenze date dalla mancanza di luce.
La talpa, insettivora, caccia nell'ambiente endogeo e a volte anche in superficie, ma solo di notte: l'apparato visivo è molto ridotto, ma è sviluppatissimo l'olfatto. Contrariamente nel tarsio (vive nel Madagascar, ora protetto) l'organo visivo è molto sviluppato, poiché è insettivoro e caccia di giorno in foreste fitte e molto ombrose con scarsa illuminazione: ha due larghe pupille per far entrare più luce possibile mentre il suo olfatto è molto limitato.
La depigmentazione è un'altra conseguenza della mancanza di luce. Però la natura contraccambia queste "perdite" con altri organi sensitivi.
Altra conseguenza è la graduale, a volte molto accentuata riduzione della chitina, sostanza ammino-polisaccaridica che rende coriaceo l'esoscheletro ed alla cui formazione concorre la luce solare.
Altri effetti si registrano anche nel metabolismo: svanisce l'alternarsi del dì e della notte, con modifica quindi dei ritmi nictemerali.
Temperatura: nell'ambiente ipogeo è molto stabile; nell'ambiente interstiziale, che è privo di correnti d'aria, lo è molto di più di quanto non si verifichi in una grotta.
Di norma la temperatura di una cavità sotterranea corrisponde alla media annua della temperatura esterna e dipende perciò dalla latitudine e dall'altitudine. Dipende però anche dalla forma e dalla profondità della grotta: in genere le grotte ascendenti sono più calde di quelle discendenti.
Nelle grotte profonde raramente si osserva un aumento del grado geotermico con la profondità: probabilmente è da correlare con un'intensa fessurazione della roccia calcarea che consente l'apporto di acqua e di aria esterna.
In genere è costante, ma nelle grotte con più aperture le variazioni termiche stagionali influenzano sensibilmente l'atmosfera interna.
Gli esperimenti hanno dimostrato che i cavernicoli non sono stenotermi obbligati: ve ne sono alcuni che vivono normalmente a temperature limite, quindi possono sopravvivere entro limiti abbastanza ampi di temperatura; alcuni artropodi sono in grado di sopportare sbalzi termici di 10°C per periodi di più giorni.
Tuttavia la temperatura ha un ruolo importante nel metabolismo di alcune specie: per esempio nei pipistrelli quando vanno in letargo.
Umidità: è un fattore senza dubbio molto importante; non in tutte le grotte raggiunge alte percentuali, per esempio in quelle fossili, e ciò rende l'ambiente azoico. Normalmente presenta valori attorno al 95%. Ha un andamento stagionale tipico del clima esterno nell'ambiente endogeo, quello cioè a contatto con l'epigeo e quindi più prossimo alla situazione metereologica esterna: diverse specie di artropodi sono costrette a migrazioni verso l'interstiziale per avere un'umidità favorevole; per catturare tali specie che raramente si rinvengono in ambiente cavernicolo basta scavare all'esterno solitamente a maggio e giugno durante il periodo delle piogge.
Le grotte secche sono in genere disabitate, i troglobi vivono per lo più in condizioni di saturazione e sono così stenoigri, i quali possono soccombere per piccole variazioni del grado di umidità. La causa va esaminata sotto il profilo della disidratazione. Ogni organismo è legato ad un certo grado di umidità e pressione che non sempre coincidono con quello ambientale. Quegli insetti che nel periodo estivo se ne stanno sotto il sole cocente, se non avessero un esoscheletro appropriato, morirebbero disidratati in poco tempo. Addirittura certe specie (alcuni crostacei) sono così adattati o preadattati alle forti umidità che possono condurre vita anfibia, ma questo vantaggio li obbliga ad ambienti costantemente umidi.
Altri fattori abiotici possono essere: la composizione chimica dell'aria ed il suo stato di agitazione; l'acqua presente sia come acqua corrente, ferma o di stillicidio; la salinità ed il pH dell'acqua; i fattori litologici e la natura del substrato (granulometria, porosità, potere di imbibizione del suolo).

FATTORI BIOTICI

Ogni autore propone una suddivisione personalizzata di questi fattori, ma in tutte è sempre presente la catena alimentare: può essere benissimo l'unica voce.
Ampliando la tematica si possono toccare i vari sottotitoli come la flora batterica, il rapporto tra preda e predatore, cicli ecologici intermedi, l'apporto esogeno..., ma una delle primissime esigenze richieste dalla sopravvivenza è l'alimentazione e nell'ambiente ipogeo anche questa funziona come limitazione a diverse forme vitali, ha un ruolo selettivo decisamente determinante.
Le risorse trofiche - Nell'ambiente ipogeo abbiamo le piante che grazie all'energia solare trasformano la materia inorganica in organica; nell'epigeo ciò viene svolto dai batteri autotrofi, ma in quantità ridottissima, quindi le risorse alimentari di una grotta sono quasi esclusivamente di origine esogena, cioè proveniente dall'esterno: - Nell'ambiente ipogeo abbiamo le piante che grazie all'energia solare trasformano la materia inorganica in organica; nell'epigeo ciò viene svolto dai batteri autotrofi, ma in quantità ridottissima, quindi le risorse alimentari di una grotta sono quasi esclusivamente di origine esogena, cioè proveniente dall'esterno:

  • per trasporto anemocoro (per il vento entrano batteri, spore fungine, pollini);
  • per trasporto idrocoro (attraverso l'acqua entra grandi quantitativi delle più varie sostanze);
  • per trasporto biocoro (attraverso gli animali);
  • per gravità, poiché vi cadono detriti vegetali grossolani, cadaveri di animali e numerosi troglosseni vivi, che costituiscono una cospicue risorsa alimentare per i cavernicoli predatori.

Per l'assenza di piante verdi nessun gruppo di fitofagi ha rappresentanti cavernicoli. Tuttavia qualche specie fitofaga si è adattata all'ambiente ipogeo grazie ad un cambiamento del regime alimentare: i processi evolutivi hanno permesso a Oxychilus cellarius (Mollusco Gasteropode) di vivere in superficie cibandosi di foglie morte ma anche in grotta ed avere una dieta assai varia (resti di artropodi ed anche farfalle).
Evidentemente le specie monofaghe hanno potenzialmente meno possibilità di successo nella colonizzazione delle grotte di quelle polifaghe.

 

Classificazione delle grotte in base alle risorse trofiche. Alcuni tipi:

  • Grotte oligotrofiche - sono caratterizzate da scarsa disponibilità di sostanze organiche; l'acqua che vi entra porta poca materia organica e quindi la fauna è scarsa, ma le poche specie che vi vivono spesso sono molto specializzate; qui di solito la base dell'alimentazione è rappresentata da flore batteriche autotrofe, che riescono a sintetizzare sostanze organiche dal substrato minerale (solfobatteri, nitrobatteri, ferrobatteri...);
  • Grotte eutrofiche - sono caratterizzate dalla presenza di abbondanti depositi di sostanza organica di origine animale e in particolare da guano di pipistrelli, che ricopre una porzione significativa delle superfici della cavità; tali grotte sono popolate tutto o parte dell'anno da grandi colonie di Chirotteri;
  • Grotte distrofiche - sono caratterizzate da cospicui accumuli di detrito vegetale e povere invece di guano o di altra risorsa di natura animale.

Comunque in grotte eutrofiche e distrofiche c'è un buon potenziale energetico, la fauna è costituita da diverse specie, numericamente abbondante, ma meno specializzata.
In uno schema di una catena alimentare più sono complesse le relazioni, più veritiero è lo schema: infatti l'equilibrio ecologico è basato su varie nicchie ecologiche.
Nella piramide alimentare dopo i batteri (autotrofi ed eterotrofi, i quali sono di origine esterna ed utilizzano sostanze organiche già elaborate) segue una microfauna batteriofaga, che vive nelle argille e nei fanghi dove la fauna limivora trova sostentamento.
I limivori a loro volta rappresentano cibo per i propri predatori. Classici esempi di limivori sono i lombrichi, molti crostacei e diverse larve di insetti.
Carnivori, o meglio predatori, sono i chilopodi, gli opilioni, i pseudoscorpioni, i ragni, vari coleotteri.
Tra i detritivori troviamo diplopodi, crostacei, vari insetti.
Esistono anche altri gruppi:

  • i guanobi, cioè gli organismi che traggono nurimento dai composti azotati contenuti nel guano (ricordiamo anche che la presenza di pipistrelli incrementa il numero di specie necrofaghe che ne sfruttano i resti a scopo alimentare o che li parassitizzano -acari, pulci);
  • i parassiti;
  • i coprofagi;
  • i saprofagi.

Secondo alcuni autori i limiti tra saprofagi e carnivori sono assai meno precisi che in superficie, per una certa facilità a passare da una dieta all'altra.
La predazione è la forma più diretta di relazione fra specie diverse.
Ma nelle grotte di estensione limitata, con risorse trofiche scarse, si manifesta con maggiore evidenza anche un'altra forma di relazione, la competizione per la conquista dell'alimento.
L'intensità di questa è direttamente proporzionale alla sovrapposizione delle nicchie ecologiche dei competitori. E' raro rinvenire in una stessa grotta specie appartenenti allo stesso genere o molto affini tra loro: se ciò si verifica, le nicchie ecologiche sono sufficientemente distinte.

CARATTERISTICHE DELLE FORME VIVENTI IPOGEE

Le caratteristiche di ogni ambiente ipogeo sono:

  • assenza o riduzione di luce;
  • umidità relativa elevata e costante;
  • temperatura costante.

Queste sono condizioni estreme che non possono non avere conseguenze sul popolamento di una cavità. Infatti le condizioni limite di tale ambiente determinano svariati ed insoliti adattamenti.

  • Assenza di luce. Una conseguenza è l'anoftalmia (assenza di occhi o cecità). A seconda dell'adattamento più o meno marcato all'assenza di luce, si possono individuare in alcuni Coleotteri morfologie diverse: nel Trechus gli occhi funzionali assumono ancora una configurazione semisferica; nel Duvalius la riduzione dell'organo visivo diventa molto più evidente e nell'Aphaenops l'occhio è totalmente scomparso.

Esempi simili in artropodologia sono tanti, molto meno in animali superiori: per esempio alcuni pesci ossei della stessa famiglia che comprende sia specie cavernicole che abissali.
L'organo visivo nei cromosomi occupa una buona parte di potenziale genetico; l'eliminazione di questo organo, che in grotta non serve, rappresenta quindi un risparmio a livello cromosomico non indifferente.
In seguito alla riduzione degli organi visivi, che può portare alla totale anoftalmia, si riscontra nei cavernicoli veri un maggior sviluppo di altri organi sensoriali. In questi animali infatti si perfeziona di regola la sensibilità tattile, o comunque meccanica, come è dimostrato dal particolare sviluppo che assumono gli specifici recettori, siano essi i tricobotri degli Pseudoscorpioni oppure i peli sensoriali dei Coleotteri o di altri insetti. Si può osservare anche l'allungamento delle antenne e di speciali setole che rendono questi animali sensibilissimi anche alle minime correnti d'aria.
Le zampe sono talvolta allungate, mentre le ali membranose degli insetti troglobi sono ridottissime o mancano addirittura. Il pipistrello, privo della vista, si orienta con gli ultrasuoni generati dalla laringe. In alcuni insetti cavernicoli più specializzati compaiono anche nuovi organi di senso come l'organo di Hamann che si trova sulle antenne di alcuni Coleotteri Catopidi e che sembra deputato alla percezione delle variazioni di umidità atmosferica (igrorecettore).
Altro effetto dato dall'assenza totale è la depigmentazione (perdita di colore).
Molti animali appaiono bianchi o con colori molto chiari (avere l'esoscheletro di colore rosso o blu nell'ambiente ipogeo serve ben poco). Per alcuni Crostacei acquatici come il Nyphargus la luce può essere addirittura letale. Anche in questo caso si ha un risparmio energetico.

  • Umidità. L'esoscheletro è costituito da chitina, una sostanza ammino-polisaccaride, che lo rende coriaceo e alla cui formazione concorre la luce solare.

Per un artropode vivente nell'epigeo un esoscheletro molto chitinoso è molto spesso un vantaggio perchè lo difende dai parassiti, da predatori e da innumerevoli agenti fisici esterni che in grotta non ci sono. Questo è un ulteriore esempio di risparmio, ma ha i propri vantaggi e svantaggi. Alla riduzione di chitina nell'esoscheletro consegue un indebolimento degli stigmi tracheali (aperture delle trachee), i quali non possono più trattenere l'umidità interna dell'organismo.
Gli insetti infatti non hanno i polmoni e la loro respirazione avviene attraverso le trachee, piccoli canali aerei che conducono ossigeno a tutti gli organi attraverso fini ramificazioni.
L'insetto, quindi, nell'eventualità di trovarsi in ambiente poco umido, sarebbe esposto ad una letale disidratazione, che invece non avviene perchè i fori di entrata delle trachee sono muniti di curiosi ciuffi di peli e strutture microscopiche capaci di trattenere l'umidità interna.
Tuttavia in diversi insetti cavernicoli queste strutture non sono più funzionali e per questo nei rami fossili di un sistema cavernicolo (con mancanza d'acqua e quindi con umidità poco elevata), raramente si incontrano forme di vita: ne consegue che l'ambiente fossile può essere anche azoico.
L'umidità, infatti, rappresenta un fattore ambientale di importanza critica per quasi tutti i cavernicoli terrestri, che vengono a trovarsi in condizioni di disagio non appena ci si allontana da un ambiente quasi saturo di vapore acqueo: ciò è dovuto anche alla marcata stenoigria (sopportazione di piccole variazioni di umidità) di questi. Proprio in rapporto a ciò si sarebbe evoluta la pseudofisogastria di alcuni Coleotteri, per lo più Catopidi. Per esempio nel Leptodirus hohenwarti, il primo Coleottero Catopide cieco scoperto nel 1831 da un naturalista austriaco, le elitre, saldate tra loro non servono tanto per ricoprire un addome molto sviluppato, ma per trattenere una bolla d'aria molto umida da utilizzare nei brevi periodi in cui per esempio decide di attraversare zone secche.
 Tutto nell'ambiente ipogeo è rivolto a un risparmio energetico. Se si osserva una cavalletta di superficie, questa presenta antenne e zampe diverse da una cavalletta ipogea. Infatti la fauna ipogea ha indirettamente rinunciato a diverse "agevolazioni" proprie di quella epigea (occhi, volo, colori...). Questo risparmio genetico è stato usufruito nelle mutazioni con "agevolazioni" idonee a condurre vita ipogea; l'allungamento delle antenne e delle zampe è un classico esempio.
Quando in casa ci si trova al buio viene spontaneo allungare le braccia per tastare l'ambiente che ci circonda; la lunghezza degli arti e delle appendici quindi è senza dubbio un vantaggio, anche perchè molto spesso le antenne ed i palpi di molti artropodi ipogei sono munite di sensilli o per meglio dire strutture specifiche per esempio atte ad individuare bio-chimicamente la vicinanza di cibo o di altri individui.
Altri sensilli possono essere i peli setigeri disseminati in punti ben precisi sull'esoscheletro di molti Coleotteri come nell'Orotrechus (Coleottero Carabide).

CARABIDI TRECHINI OROTRECHUS DELLA LESSINIA

O. jucci

O. ruffoi

Alcuni insetti sensibili anche alle più deboli correnti d'aria sono dotati di setole circondate da cellule pronte ad avvisarli in caso di pericolo di disidratazione. Anche il senso dell'olfatto è molto sviluppato. La velocità con cui non solo i Batisciini, ma moltissimi altri insetti ed artropodi sia terrestri che acquatici giungono alle esche odorose, anche da distanze considerevoli, ne è un chiaro documento.

COLEOTTERI BATISCIINI

Noebathysia mancinii

Halbherria zorzii

Boldoria baldensis

In una grotta si possono distinguere predatori, detritivori, saprofagi e limivori. L'alimentazione è ovviamente il primo problema di un essere vivente ed ogni individuo, per la nicchia ecologica che occupa, ha un suo apparato boccale: basti pensare alle mandibole del predatore endogeo Leptomastax (Coleottero Scidmenide) o al Diplopode Serradium che vive nella Spluga della Preta (VR) alla profondità di circa 700 m. Contrariarmente ai Diplopodi epigei od endogei che sono detritivori, gli individui di questa specie passano la maggior parte del loro tempo in parete a filtrare continuamente un velo d'acqua.
Altra modifica morfologica, riscontrabile in molti insetti, è l'atterismo (assenza di ali), nel caso dei Coleotteri però non è possibile notarlo direttamente perchè le elitre coprono il paio di ali atte al volo. Nei Ditteri invece si nota l'assenza totale di ali (Chionea alpina). Si ricordi comunque che anche a profondità di 8-900 m si possono incontrare Ditteri epigei, segno che questi insetti hanno dei particolari organi che permettono anche grandi spostamenti.
Anche nell'ambito del metabolismo la fauna cavernicola ha subito delle modifiche. Per esempio diminuisce il consumo di ossigeno rispetto alla fauna di superficie: la vita nelle grotte è molto meno movimentata, ci sono meno predatori, meno rischi ambientali...
Mancando la luce svaniscono anche i ritmi nictemerali e stagionali; tutto il ritmo biologico subisce un rallentamento, secondo alcuni dovuto anche ad un regime alimentare scarso e sporadico.
Gli adattamenti fisiologici più studiati riguardano comunque la riproduzione:

  • diminuzione della fecondità;

  • aumento correlato del volume delle uova e delle riserve vitelline;

  • diminuzione del numero di uova;

  • allungamento della durata di sviluppo embrionale e postembrionale nonché della vita adulta e dell'intero ciclo biologico;

  • caduta della periodicità riproduttiva o più frequentemente un cambiamento della stagionalità determinato dalle caratteristiche della grotta.

Nell'ambiente ipogeo ogni azione è basata sul risparmio energetico: mettere al mondo troppi figli significherebbe dare vita a tanti individui destinati a morire di fame: non ci sono tanti predatori come nell'ambiente epigeo, non c'è bisogno di selezione in un ambiente già molto rigido ed inoltre non ci sarebbe sostentamento per una prole numericamente abbondante.
Gli animali meno prolifici, d'altro canto, sono in genere quelli che riservano alla prole le cure maggiori, e ciò avviene anche per alcuni tra gli insetti cavernicoli più specializzati.
Per esempio i Catopidi con le elitre a palloncino maturano un solo uovo alla volta, due o tre nel corso della loro intera esistenza, ma in compenso evitano ogni problema esistenziale alle larve figlie: la maggior parte dell'accrescimento giovanile avviene all'interno del corpo materno e la larva, contrariarmente a quanto succede nella stragrande maggioranza degli insetti, non conduce vita attiva, ma subito si trasforma in pupa e quindi in adulto.
Gli organismi cavernicoli adottano come strategia di sopravvivenza la K-selezione che prevede un ritardo della maturazione, cucciolate piccole, abbondanti cure parentali e nascita in stadi avanzati.
Un caso curioso ci viene dato dalla riproduzione dei pipistrelli: l'accoppiamento avviene alla fine dell'estate o meglio in autunno, poi segue il letargo; sarebbe improprio portare avanti una gestazione da parte di una femmina che non si nutre; infatti gli spermatozoi vengono trattenuti nell'utero durante tutto l'inverno ed alimentati da un secreto nutritivo da parte dell'epitelio uterino e la fecondazione ha luogo solo in primavera poco dopo l'inizio dell'attività normale.
Nell'ambiente epigeo la scelta del partner viene fatta "alla luce del sole": ci sono corteggiamenti, livree nuziali molto colorate, dimorfismo sessuale ben visibile...
Nell'ipogeo "si fa tutto al buio", così abbiamo richiami sessuali più che altro biochimici, ossia ormoni secreti da ghiandole specializzate nelle giuste occasioni. Per esempio le femmine di certi Diplopodi lasciano come richiamo un sottilissimo filo, una bavetta che il maschio al buio percepisce e segue per raggiungere la femmina, sperando di non trovarla già occupata!
Il Proteus anguinus è un esempio clamoroso di modifica più fisiologica che morfologica; alla nascita presenta gli occhi e una colorazione brunastra, da adulto invece è anoftalmo e depigmentato. Inoltre è un organismo neotenico, cioè mantiene le caratteristiche larvali anche allo stadio adulto (sono presenti nell'adulto sia branchie esterne che polmoni). Raggiunge la maturità sessuale dopo 10-12 anni; la fame non sembra essere un suo problema, infatti esiste a Lubiana vivo e vegeto un proteo digiuno da oltre 12 anni. Sicuramente è molto longevo: c'è chi ritiene che possa vivere 100 anni, certamente 50.

LA FAUNA IPOGEA

La fauna ipogea comprende quelle specie di animali che hanno attinenza con l'ambiente ipogeo, ma si esamineranno solo quelle entità prossime all'ambiente speleologico, senza tralasciare le forme caratteristiche dell'ambiente endogeo, situato nei massicci calcari o ad esso limitrofo. Nel XVII° secolo, agli albori della sistematica attuale, persisteva fra i naturalisti stessi una confusa interpretazione sulla fauna grotticola; in poche parole bastava che un artropode qualsiasi venisse catturato in una grotta per meritarsi l'appellativo di cavernicolo.
Solo nel 1854 un lavoro ad opera dello Schiner esponeva in chiave ecologica i primi chiarimenti sulla fauna grotticola, chiarimenti rivisti e convalidati da Emil Racovitza (naturalista rumeno 1868-1947, una delle principali colonne della biospeleologia) nel VI° capitolo "Clasificarea cavernicolelor" del lavoro "Eseu asupra problemelor biospeologice" 1907.
Oggi la conoscenza numericamente piú estesa delle specie rinvenute in grotta, l'etologia, l'anatomia, la fisiologia, la morfologia, il metabolismo e vari altri studi comparati, effettuati su molti reperti, offrono una maggiore chiarezza sulla piú o meno stretta relazione di un'entità con l'ambiente ipogeo. Per gli speleologi, spericolata popolazione di individui piú prossimi all'ecologia che alla biologia, la distinzione esposta dallo Schiner ed elaborata da altri autori è molto valida e suddivide gli animali grotticoli in tre gruppi.
Troglosseni. Appartengono a questo gruppo tutte quelle specie che normalmente vivono nell'ambiente epigeo e che entrano in grotta per caso per sfuggire ai predatori per caduta accidentale, o perché trasportati dalle acque, per cercare fresco nei periodi estivi, oppure perché lucifughi, igrofili, muscicoli. Solitamente si trovano nella zona liminale o sui coni detritici dei pozzi iniziali; non si riproducono e sono destinati a soccombere perché non trovano il cibo adatto, o perché al buio non sanno o non riescono a procurarselo.
Troglofili. A questa categoria appartengono quelle entità che usufruiscono dell'ambiente ipogeo per un dato periodo della loro vita; i troglofili si suddividono in due gruppi: i subtroglofili, (pipistrelli, tricotteri, alcuni lepidotteri, diversi opilioni, volpi, topi, tassi ecc.), che prediligono la grotta per svernare, riprodursi, riparo dalla calura estiva, riparo da situazioni meteorologiche avverse, ricerca di cibo e gli eutroglofili (alcuni coleotteri, diplopodi, anfibi ecc.) che, sebbene non siano dotati di una particolare specializzazione per l'ambiente ipogeo, trovano in tale ambiente condizioni di vita ottimali, ma non sono completamente vincolati a tale ambiente e possono quindi abbandonarlo per escursioni esterne, in ambienti comunque sempre idonei alle loro necessità biologiche come per le cavallette di grotta, che nelle notti umide escono all'aperto.
Troglobi. Sono le entità che per tutta la durata della loro vita hanno bisogno dell'ambiente ipogeo; sono specie, che nel susseguirsi di migliaia e migliaia di generazioni, hanno raggiunto un grado di specializzazione e piú che altro modifiche fisiologiche tali, da non poter vivere se non esclusivamente in ambiente ipogeo.
 Il primo tentativo di sistemazione ordinata del regno vivente risale ancora ad Aristotele, il quale aveva distinto 9 gruppi.
Fonte della sistematica moderna è stata una grande opera di Linneo (1707-78), nella quale gli esseri viventi sono classificati in base all'aspetto esterno dell'organismo ricercando somiglianze morfologiche e di comportamento; ma circa un secolo dopo C. Darwin, con il concetto di evoluzione, forní una nuova chiave interpretativa; si abbandonarono i criteri puramente morfologici e si cercò di codificare la storia evolutiva dei viventi, classificandoli in base a relazioni filogenetiche (cioè di parentela) che legano le diverse specie, ammettendone la derivazione da lontani antenati comuni.
Il sistema di classificazione si avvale di un insieme di categorie ordinate secondo un criterio gerarchico: tipo o phylum, classe, ordine, famiglia, genere, specie. La specie è basata sul principio di interfecondità. I tipi (phyla) sono una quindicina. Vediamo ora quelli che interessano la biospeleologia .
Phylum Platelminti o vermi piatti: di essi più comuni sono i rappresentanti della classe dei Turbellari, le Planarie e i Dendrocelidi, di lunghezza raramente oltre al cm, sono biancastri con corpo oblungo e piatto, facilmente deformabile; stanno solitamente sotto i sassi dei rivoli e delle pozze. Sono poche specie; ricerca specializzata. Platelminti o vermi piatti: di essi più comuni sono i rappresentanti della classe dei Turbellari, le Planarie e i Dendrocelidi, di lunghezza raramente oltre al cm, sono biancastri con corpo oblungo e piatto, facilmente deformabile; stanno solitamente sotto i sassi dei rivoli e delle pozze. Sono poche specie; ricerca specializzata.
Nematomorfi: di cui i più rappresentativi sono i Gordidi con corpo lungo (anche piú di mezzo metro), vermiforme non segmentato, colore nocciola o biancastro, si trovano nelle zone molto bagnate e fangose, come pure nelle pozze. generalmente non sono considerati cavernicoli (sono però stati rinvenuti esemplari parassiti nell'addome di coleotteri e ragni legati all'ambiente endogeo).: di cui i più rappresentativi sono i Gordidi con corpo lungo (anche piú di mezzo metro), vermiforme non segmentato, colore nocciola o biancastro, si trovano nelle zone molto bagnate e fangose, come pure nelle pozze. generalmente non sono considerati cavernicoli (sono però stati rinvenuti esemplari parassiti nell'addome di coleotteri e ragni legati all'ambiente endogeo).
Anellidi: vermi segmentati (formati da tanti anelli), ametameria evidente; comunissimi sono gli oligocheti provvisti di poche setole, ermafroditi, con il caratteristico "salsicciotto" detto clitello con funzione riproduttiva. In grotta abbondano nel guano dei pipistrelli e nel terriccio misto. Molto piú interessanti i Policheti, muniti di molte setole, spesso tubicoli, privi di clitello, a sessi separati, che pochi anni fa sono stati rinvenuti anche in Italia nel Carso triestino.: vermi segmentati (formati da tanti anelli), ametameria evidente; comunissimi sono gli oligocheti provvisti di poche setole, ermafroditi, con il caratteristico "salsicciotto" detto clitello con funzione riproduttiva. In grotta abbondano nel guano dei pipistrelli e nel terriccio misto. Molto piú interessanti i Policheti, muniti di molte setole, spesso tubicoli, privi di clitello, a sessi separati, che pochi anni fa sono stati rinvenuti anche in Italia nel Carso triestino.
Un altro gruppo di anellidi sono gli Irudinei clitellati, dotati di ventosa boccale, ermafroditi, comunemente chiamate sanguisughe. Hanno, rispetto agli altri anellidi, una maggiore possibilità di spostamento. Si tratta di pochissime specie che fra l'altro non prediligono molto l'ambiente ipogeo.
Phylum Artropodi: animali con esoscheletro chitinoso e zampe articolate. Classe Diplopodi, arrivano anche a diversi cm di lunghezza, hanno la sezione del corpo spesso sub-cilindrica ed i segmenti sono muniti di due paia di zampette; si nutrono di sostanze in decomposizione e perciò si trovano fra i detriti ed anche in zone piú interne, alcune specie molto evolute anche a forti profondità. A parte i Trogloiulii verdastri con un centinaio di zampe e che emanano un forte odore sgradevole, molte specie, meno specializzate, sono rinvenibili ovunque purché in luoghi freschi ed umidi, questo per esempio è una delle sei specie che vivono nei sotterranei del Castello Sforzesco di Milano. Artropodi: animali con esoscheletro chitinoso e zampe articolate. Classe Diplopodi, arrivano anche a diversi cm di lunghezza, hanno la sezione del corpo spesso sub-cilindrica ed i segmenti sono muniti di due paia di zampette; si nutrono di sostanze in decomposizione e perciò si trovano fra i detriti ed anche in zone piú interne, alcune specie molto evolute anche a forti profondità. A parte i Trogloiulii verdastri con un centinaio di zampe e che emanano un forte odore sgradevole, molte specie, meno specializzate, sono rinvenibili ovunque purché in luoghi freschi ed umidi, questo per esempio è una delle sei specie che vivono nei sotterranei del Castello Sforzesco di Milano.
Classe Chilopodi: si differenziano dai Diplopodi per avere i segmenti con un solo paio di zampette. Sono relativamente rapidi negli spostamenti. Sono dotati di due paia di mascelle e di un robusto paio di forcipule collegate a un apparato velenifero; il loro regime alimentare è dunque carnivoro. I piú importanti per la biospeleologia sono i Litobiomorfi. Chilopodi: si differenziano dai Diplopodi per avere i segmenti con un solo paio di zampette. Sono relativamente rapidi negli spostamenti. Sono dotati di due paia di mascelle e di un robusto paio di forcipule collegate a un apparato velenifero; il loro regime alimentare è dunque carnivoro. I piú importanti per la biospeleologia sono i Litobiomorfi.
Subphylum Crostacei: dotati di due paia di antenne (il primo paio sono le antenne vere e proprie, il secondo sono dette antennule. Sono presenti nell'ipogeo con diversi ordini dei quali i piú importanti sono: Ordine Copepodi, acquatici, di pochi mm e provvisti di una furca, occhio naupliare impari, antennule più lunghe delle antennule, facenti funzione natatoria e, frequentemente nel maschio, prensile per trattenere la femmina durante la copula. La femmina trasporta le uova in apposite tasche dette ovisacchi. Ordine Isotopi: spesso con corpo depresso dorsoventralmente, antennule ridotte; lo sviluppo embrionale ha luogo in una sorta di marsupio femminile. In grotta si trovano ovunque ci sia qualche detrito, sino alle maggiori profondità. Tipiche sono le porcelline bianche (Androniscus dentiger) di 6 o 7 mm. Ordine Anfipodi: affini agli Isopodi ma hanno corpo compresso lateralmente e antennule generalmente più lunghe delle antenne. Vivono nelle pozza e nei rivoli calmi, anche in profondità e non rari sono i Niphargus .
Classe Aracnidi: sprovvisti di antenne, presentano due paia di appendici orali: i pedipalpi e cheliceri. Gli ordini che interessano la biospeleologia italiana sono: Ordine Pseudoscorpioni: sembrano degli scorpioni privati della "coda" e delle annesse ghiandole velenifere; hanno cheliceri provvisti di ghiandole della seta e pedipalpi veleniferi. Sono carnivori, si trovano solitamente nei coni detritici e sono presenti con numerose specie e per individuare a quale entità appartengono si ricorre spesso all'esame morfologico della "pinza" (pedipalpi) che varia da specie a specie. Ordine Opilionidi: sono confusi da molti con i ragni, dai quali si differenziano per avere una metameria evidente e prosoma e opistosoma non distinti (il corpo forma una "pallina " sola. I cheliceri non sono veleniferi e i pedipalpi terminano con un'unghia; sono predatori ma non disdegnano carogne e detriti vegetali. Cosa eccezionale fra gli Aracnidi i due sessi sono provvisti di organo copulatore. Aracnidi: sprovvisti di antenne, presentano due paia di appendici orali: i pedipalpi e cheliceri. Gli ordini che interessano la biospeleologia italiana sono: Ordine Pseudoscorpioni: sembrano degli scorpioni privati della "coda" e delle annesse ghiandole velenifere; hanno cheliceri provvisti di ghiandole della seta e pedipalpi veleniferi. Sono carnivori, si trovano solitamente nei coni detritici e sono presenti con numerose specie e per individuare a quale entità appartengono si ricorre spesso all'esame morfologico della "pinza" (pedipalpi) che varia da specie a specie. Ordine Opilionidi: sono confusi da molti con i ragni, dai quali si differenziano per avere una metameria evidente e prosoma e opistosoma non distinti (il corpo forma una "pallina " sola. I cheliceri non sono veleniferi e i pedipalpi terminano con un'unghia; sono predatori ma non disdegnano carogne e detriti vegetali. Cosa eccezionale fra gli Aracnidi i due sessi sono provvisti di organo copulatore.
Poche sono le specie grotticole, le quali si trovano in parete e fra i detriti grossolani, arrivano anche a forti profondità e la loro morfologia è molto varia . Ordine Ragni: posseggono opistosoma peduncolato (hanno cioè il corpo formato da due "palline"), munito di filiere (apparato per la produzione della seta); sono dotati di cheliceri veleniferi e sono dunque predatori. Durante la riproduzione il maschio raccoglie con i pedipalpi una goccia di sperma che infila nell'organo genitale femminile detto epigino. La morfologia dei pedipalpi è interessante per la determinazione delle specie. Occupano quasi esclusivamente le pareti della zona liminale. Ordine Acari: hanno corpo articolato in due porzioni (dette proterosoma e isterosoma) di cui la prima porta la testa e i primi due paia di zampe, mentre la seconda le ultime due paia di zampe. Si tratta di uno dei gruppi di maggior successo adattativo dell'intero regno animale. In grotta sono rappresentati da diverse famiglie; misurano da meno di un mm sino ad un cm (zecche); si trovano un po' ovunque, molto spesso su altre specie che parassitano; non sono molto studiati.
Superclasse Esapodi: caratterizzati dall'avere tre paia di zampe. Le prime due classi degli Esapodi (Collemboli e Dipluri) hanno pezzi boccali nascosti e sono per questo detti Entognati. Classe Collemboli: senza ali, piccoli e muniti di una furca che permette loro di saltare e di un tubo ventrale con funzione adesiva. Si rinvengono ovunque ci sia detrito sino a profondità notevoli (rappresentano un anello importante nell'alimentazione dei predatori cavernicoli). Classe Dipluri: bianchi, senza ali, raramente superano il cm, hanno l'addome terminante con due filamenti (cerci), o con due pinzette. Classe Insetti: sono esapodi con pezzi boccali evidenti (ectognati). Ordine Tisanuri: privi di ali, hanno addome terminante con tre filamenti (cerci) e s'incontrano quasi sempre fra i sassi misti al terriccio umido. Ordine Ortotteri o saltatori, cosiddetti per la loro spiccata attitudine al salto e sono le cosiddette cavallette; quelle di grotta sono senza ali o con ali ridotte e con antenne lunghe e filiformi; sono praticamente onnivore, stanno solitamente nei ripari parietali, qualche autore li segnala anche a grandi profondità. Ordine Tricotteri: simili ad alcune farfalline notturne se ne distinguono per la presenza di una fine peluria sulle ali membranose (che sono inoltre sprovviste di squame). Salvo pochissime specie non sono cavernicoli , si notano sulle volte e sulle pareti subito dopo la zona liminale. Ordine Lepidotteri: ali coperte di squame, non si riproducono in grotta, ma alcune specie vi si rifugiano regolarmente; occupano le pareti in penombra, raramente al buio assoluto ed hanno ben poco del cavernicolo. Ordine Ditteri: si riconoscono dagli altri insetti volatili per avere le ali posteriori ridotte a due piccoli bilancieri; certe specie di ditteri riescono a volare tranquillamente anche nel buio piú assoluto sino ai mille metri di profondità dopo chilometri di gallerie e pozzi richiamati da sostanze in putrefazione, alcune specie infatti hanno organi sensoriali molto sviluppati; le specie veramente cavernicole sono attere (senza ali) per lo piú guanobie o parassiti dei pipistrelli. Ordine Coleotteri: il primo paio d'ali di questi insetti funge da astuccio (elitre) e protegge l'addome; fra tutti gli ordini è quello che annovera piú specie con i vari stadi di specializzazione alla vita cavernicola. Le principali famiglie sono: Carabidi predatori (Italaphaenops dimaioi, Allegrettia, Orotrechus kalisi, Typhlotrechus), Catopidi (Leptodirus hohenwarti, Halbherria zorzii), Stafilinidi (Glyptomerus) Pselafidi (Linderia persicoi), Isteridi, Curculionidi. I coleotteri ipogei sono per lo piú predatori, saprofagi o detritivori, si trovano un po' ovunque, mai oltre i 600 m di profondità. I coleotteri rappresentano la base degli studi della moderna biospeleologia e biogeografia inerente non solo alle grotte ma all'intera zona montuosa calcarea e zone limitrofe, dove sono presenti diverse specie cieche degli stessi generi che si trovano in grotta.
Phylum Molluschi: animali caratterizzati da avere corpo molle privo di scheletro. Classe Gasteropodi: animali che strisciano sul piede: con conchiglia di carbonato di calcio (chiocciole) oppure senza (lumache); si vedono un po' ovunque nelle zone prossime alla superficie, raramente oltre al primo pozzo; diverse specie si trovano in ambiente endogeo. Molluschi: animali caratterizzati da avere corpo molle privo di scheletro. Classe Gasteropodi: animali che strisciano sul piede: con conchiglia di carbonato di calcio (chiocciole) oppure senza (lumache); si vedono un po' ovunque nelle zone prossime alla superficie, raramente oltre al primo pozzo; diverse specie si trovano in ambiente endogeo.
Subphylum Vertebrati: animali dotati di colonna vertebrale. Classe Anfibi: presentano respirazione in parte cutanea e riproduzione acquatica. Ordine Urodeli: (caudati) il rappresentante per eccellenza è il proteo (Proteus anguinus), altri generi sono gli Spelaeomantes, le salamandre, i tritoni. Classe Mammiferi: animali che allattano la prole. La maggior parte di essi appartiene al gruppo dei pipistrelli, dei quali i principali rappresentanti sono i Rinolofi ed i Vespertili. Altri mammiferi che saltuariamente si rinvengono in grotta sono: topi, ricci, volpi, ghiri. Vertebrati: animali dotati di colonna vertebrale. Classe Anfibi: presentano respirazione in parte cutanea e riproduzione acquatica. Ordine Urodeli: (caudati) il rappresentante per eccellenza è il proteo (Proteus anguinus), altri generi sono gli Spelaeomantes, le salamandre, i tritoni. Classe Mammiferi: animali che allattano la prole. La maggior parte di essi appartiene al gruppo dei pipistrelli, dei quali i principali rappresentanti sono i Rinolofi ed i Vespertili. Altri mammiferi che saltuariamente si rinvengono in grotta sono: topi, ricci, volpi, ghiri.

Canàl di Brenta - Massiccio del Grappa

GROTTA DEI FONTANAZZI 

Gli speleosub del Gruppo Speleologico GEO CAI di Bassano del Grappa stanno esplorando dall’estate 1999 una nuova emittente carsica del Canàl di Brenta. La nuova grotta sommersa si trova in Comune di Solagna, a poco più di 100 metri di distanza dalla “Grotta dei Fontanazzi”, in fase d’esplorazione (da oltre un decennio) da parte di alcuni speleosub associati al G.G.G. Modòn. Le recenti punte esplorative da questi ultimi hanno rafforzato l’ipotesi che la Grotta dei Fontanazzi, (sviluppo 1001 metro/dislivello –44 m.) possa in futuro collegarsi proprio con la nuova cavità scoperta dal Gruppo Speleologico GEOL'INGRESSO DELLA GROTTA DEI FONTANAZZI 2CAI di Bassano del Grappa. Le future campagne esplorative quindi, potrebbero portare alla scoperta di un settore di grotta che si “svilupperebbe” oltre l’ipotetica zona di congiunzione delle due (per ora) distinte cavità. L’imbocco della “Grotta dei Fontanazzi 2, (così è stata chiamata la nuova grotta) risultava gravemente ostruito da un notevole accumulo di materiale di riporto e, seppur conosciuto da molto tempo, non era mai stato oggetto di alcun sondaggio esplorativo. Dal punto di vista prettamente speleologico quindi, la scoperta vera e propria della grotta, risale all’estate del 1999. La cavità si presenta, per il momento, interamente sommersa. E’ stata attualmente esplorata fino alla profondità di –12 metri. Dopo il superamento di stretti passaggi, gli speleosub del CAI di Bassano hanno raggiunto una sala da cui si diparte un alto e misterioso canyon allagato. Grazie all’immissione di particolari traccianti chimici in alcune delle principali grotte degli altopiani del Monte Grappa (G.G.G.Modòn/1990/91) - (GEO C.A.I. Bassano del Grappa/G.S. Arianna/1998) è stata verificata strumentalmente una connessione idrologica tra le acque circolanti nelle profondità dell’Abisso di Monte Oro (-501m./esplorazione G.S.CAI Mestre/G.G.G. Modòn) e dell’Abisso Spaurasso (-600 m./esplorazione G.S.GEO CAI Bassano del Grappa). Queste due grandi cavità, si aprono sugli Altopiani del Grappa, rispettivamente a quota 1280 m. e 1740 metri sul livello del mare. E’ quindi immaginabile l’esistenza di un reticolo carsico vadoso e freatico di strordinario sviluppo.

Canàl di Brenta - Altopiano di Asiago

GROTTE DI OLIERO

 

 Sono riprese nel gennaio 2000 le esplorazioni nelle cavità sommerse appartenenti al complesso carsico delle Grotte di Oliero (Valstagna/VI), sorgenti valchiusane tra le più importanti d’Europa. Le grotte fanno defluire le acque meteoriche assorbite dal sovrastante Altopiano di Asiago, una delle aree carsiche più importanti della nostra penisola. Nel “Cogol dei Siori”, (il settore VISTA DELLE GROTTE DI OLIEROdi cavità aperta ai turisti, più conosciuta con il nome di Grotta Alberto Parolini), il noto speleosub Luigi Casati di Lecco (che ricordiamo è Istruttore di Speleologia del CAI), con il supporto tecnico-logistico di uno staff di speleosub italiani e svizzeri, (di cui hanno fatto parte anche l’elvetico Jean Jacques Bòlanz e speleosub di Milano, Bergamo, Belluno e Valstagna) ha esplorato il lunghissimo sifone naturale del “Cogol dei Siori”, per ben 2528 metri di sviluppo (dall’ingresso). L’esplorazione di quello che era considerato l’unico e principale condotto di deflusso idrico di questo settore di cavità, era stata sospesa due anni or sono (con il raggiungimento di 1100 di sviluppo esplorato). Proprio in quei frangenti Luigi Casati aveva però individuato, a 900 metri dall’ingresso, un’importante biforcazione del grandioso collettore freatico. Nel gennaio/febbraio 2000 sono state pianificate una serie di punte esplorative per verificare l’estensione della nuova galleria sommersa. Lo speleosub, in una serie di quattro punte, ha risalito il fiume sotterraneo per 1245, 1680, 2160 ed infine i 2528 metri di sviluppo spaziale. Il diametro dell’imponente condotto naturale, di sezione pressoché ellittica, è valutabile intorno ai dieci metri di larghezza, per sei/sette d’altezza. I risultati esplorativi e scientifici sono stati quindi più che incoraggianti, con l’esplorazione di centinaia di metri di nuova galleria sommersa. Quest’ultima si sviluppa, affascinante e misteriosa, verso il cuore dell’Altopiano di Asiago. Luigi Casati, nella sua solitaria esplorazione, ha pure incontrato alcuni esemplari di Proteo ed una sala dalle dimensioni impressionanti, da cui sembrano svilupparsi in diverse direzioni delle nuove ed ampie gallerie sommerse. Nelle punte effettuate nel mese di febbraio Casati ha dapprima raggiunto il limite della precedente esplorazione (il grandioso salone a 1680 metri dall’ingresso) e successivamente ha esplorato una nuova galleria allagata per ulteriori 480 metri, per uno sviluppo totale di ben 2160 metri. Da questo limite, ha ulteriormente progredito (nella punta conclusiva) fino a raggiungere i 2528 metri di sviluppo spaziale. Nelle punta esplorativa estrema sono stati raggiunti i –17 metri di dislivello rispetto all’ingresso. Questa rilevazione strumentale farebbe quindi ipotizzare ad un progressivo avvicinamento dell’esploratore alla zona terminale dell’interminabile sifone. Com’è prassi nell’esplorazione di cavità sommerse molto estese e relativamente ampie, la squadra di speleosub impegnata nel supporto logistico posiziona preventivamente delle bombole ausiliarie a varia distanza dall’ingresso della grotta. In questo modo è garantita un’adeguata autonomia d’aria (in realtà vendono utilizzate delle particolari miscele iper ossigenate) allo speleosub impegnato nella punta vera e propria, punta che viene velocizzata con l’utilizzo di speciali mini propulsori subacquei denominato “maialini” o “acquazeep”. L’avventura esplorativa alle Grotte di Oliero è destinata sicuramente ad avere futuri importanti sviluppi. La cavità sommersa risulta attualmente la più lunga fino ad oggi esplorata in Italia e tra le più estese del vecchio continente. Tutte le attività di esplorazione sono state pianificate con la piena collaborazione del Comune di Valstagna, che ha rilasciato all’équipe italo/svizzera le necessarie autorizzazioni. Da sottolineare l’apporto logistico, tecnico ed operativo profuso da alcuni speleosub locali, associati al G.G.G. Modòn.

ABISSO RUSKA

i solito, sul Massiccio del Grappa, le grotte che abbiamo individuato ed esplorato sono sempre state vicine a strade, più o meno percorribili , o al massimo raggiungibili in una decina di minuti di cammino, ma per l'abisso Ruska questo non si è verificato!.
Se qualcuno ci è venuto o ci verrà, probabilmente si chiederà come siamo finiti in un luogo così inerpicato.
Tutto è cominciato nel dicembre del 1994, quando Kele e Buba, dovendo andare a rilevare le piccole cavità disperse sui "Solaroli" (una delle principali dorsali del Massiccio),decisero di effettuare una battuta nella zona, così si trovarono di fronte all'ingresso di una piccola grotta semioccluso. Togliendo pochi sassi poterono sentire il "caldo respiro" proveniente dalle viscere della montagna, tanto che Kele decise di calarvisi dentro, bloccato dopo pochi metri da una stretta fessura soffiante. Con un sasso Kele provò a sondarla, niente, un altro, ancora niente, ecco l'ultimo, silenzio...poi un lontano tonfo, pozzo, un profondo pozzo era là sotto, irraggiungibile in quel momento.
Purtroppo la neve ha ricoperto ben presto il Massiccio del Grappa e così solo a primavera inoltrata (9 Aprile '95) siamo riusciti a raggiungere il " Ruska " per disostruire quell'angusto passaggio.
Kele, Buba, Sandro ed io, partendo da Cima Grappa e seguendo la dorsale verso Feltre, carichi del materiale per disostruire, alcune ore di cammino e siamo al Monte Salarol, dove si trova la grotta.
Dopo un intenso lavoro di disostruzione, abbiamo oltrepassato quella strettoia e con uno spezzone di corda ci siamo calati su uno scivolo sottostante, che si rivelò la partenza del pozzo. Subito abbiamo provato a stimarne la profondità, i tonfi dei sassi si sentivano lontani, cinquanta , sessanta, forse settanta metri più in basso. Sicuramente era un bel pozzone, ma purtroppo non avevamo la corda per scenderlo, un vero peccato!. Tornammo a casa felici per l'importante scoperta .
Alcune settimane più tardi, Buba, Toni e Chiara, decisero di scendere il pozzone.
Questa volta, i nostri compagni decisero di avvicinarsi alla grotta partendo dal Cason del Sol, ciò contribuì ad accorciare il tragitto che così richiedeva solo un'ora e mezza di cammino.
Chiara sistemava il tratto che precedeva lo stretto scivolo, Buba e Toni armavano la partenza del pozzo.
Le pareti erano profondamente erose e si potevano sfruttare alcune robuste clessidre per l'armo.
Buba cominciò a scendere con l'idea di frazionare più sotto, ma il tiro di corda era perfettamente al centro della verticale, le pareti non erano lontane e si poteva chiaramente intravedere che si trattava di una enorme diaclasi .
Ad una quindicina di metri dall'imbocco della voragine si trovava un ampio apporto.
La corda continuava a scorrere nel discensore, il pozzo sembrava senza fine, quando, cinquanta metri più sotto, Buba si fermò su di una cengia, poi spostandosi alcuni metri sulla sinistra un altro tiro da dodici metri lo portò finalmente alla base della profonda verticale.
Dove ci si sarebbe potuti riparare?; Buba continuava a ripeterselo, il grande vuoto era proprio sopra la sua testa, quando vide una saletta che, anche se presentava un copioso stillicidio, forniva un ottimo riparo dalla eventuale caduta di pietre.
Scesero anche Toni e Chiara, insieme esplorarono il fondo del pozzo che però sembrava completamente occluso, ma riuscirono a scorgere attraverso una fessura un nuovo pozzetto.
Un mese dopo si organizzò una nuova spedizione sui " Solaroli " per esplorare altre cavità (Petrus- Splugen-Complesso Stellung...), che erano state individuate nel corso di uscite precedenti.
Buba, Alberto e Karen, mentre altri componenti del gruppo esploravano il Petrus e battevano accuratamente la zona ,decisero di dare un'occhiata al Ruska, che era armato.
Quando furono tutti e tre sul fondo del pozzo di settanta metri, Alberto cominciò a scavare fra i massi della frana, così riuscì ad infilarsi in uno stretto budello, che lo portò a vedere un altro pozzo, valutato sui venti, trenta metri, purtroppo anche in questa occasione non c'erano corde. Il "Ruska" continuava e questo era veramente importante.
Il 4 giugno organizzammo un'altra spedizione, questa volta forniti di tutto il necessario.
Il tempo era abbastanza incerto, ma partimmo lo stesso, così Sandro, Alberto, Buba, Michele ed io arrivammo velocemente (si fa per dire!) al " Ruska ", dove ci dividemmo in due squadre.
Una incominciò a rilevare, mentre l'altra continuò l'esplorazione.
Purtroppo il tempo che avevamo a disposizione era limitato, proprio a causa della strada a piedi che ci separava dalle macchine, e così ben presto lo esaurimmo.
Infatti avevamo disceso il pozzo profondo 25 metri , trovato da Alberto, che finiva su una cengia abbastanza instabile dove si apriva una nuova verticale, valutata sui 15 metri.
Michele aveva già approntato l'armo e ripulito la partenza del pozzo, però la corda non gli era sufficiente per raggiungere il fondo, così visto che si stava facendo tardi decidemmo di ritornare all'esterno.
Fuori il tempo stava peggiorando, gli altri compagni di gruppo si erano messi in contatto (attraverso il cellulare di Buba, fedele compagno di mille avventure ipogee, "il telefonino")con noi, avvisandoci che a Bassano stava succedendo il finimondo. Velocemente ci mettemmo in cammino e per fortuna, solo quando eravamo nei pressi del Cason del Sol, cominciò a piovere.
Eravamo contenti, oltre che per non esserci presi tutta quell'acqua, anche perché il "Ruska" continuava ancora .Era nato un nuovo -100 in Grappa .
Il 15-16 Luglio allestimmo una nuova spedizione, questa volta decidemmo però di portare una tenda per dormire sui Solaroli. Diverse squadre sarebbero dovute venire al "Ruska" durante quel fine settimana .
Buba , Alberto e io partimmo nella mattina di sabato, sulla cresta di Col dell'Orso una pioggerella leggera ci bloccò nelle caverne militari e così solo nel primo pomeriggio arrivammo al "Ruska".
Quando approntammo il campo uscì finalmente il sole.
Entrammo in grotta verso le sei pomeridiane, Buba scese per primo, io e Alberto stendemmo il cavo telefonico, che però si rivelò insufficiente per coprire la prima ampia e profonda verticale.
Verso le ventitré ecco arrivare al campo Sandro e Karen, partiti da Bassano subito dopo il lavoro.
Buba nel frattempo aveva raggiunto la base del pozzo esplorato nell'uscita precedente, che si rivelò profondo una decina di metri, con sul fondo uno scivolo che terminava in alcune fessure.
Mentre gli altri scendevano il P 70 io e Alberto cercammo di forzare queste strettoie per andare avanti, purtroppo oltre queste la grotta diventava ancor più impraticabile.
Nel frattempo gli altri ci aspettavano alla base del P 70, da dove decidemmo di uscire.
Il campo si rivelò molto utile, visto che ci assicurò un comodo giaciglio per la notte.
Di prima mattina arrivò Simone, venuto a prendere Karen, e solo più tardi anche Massimo e Marta raggiunsero il campo.
Mentre Buba e i nuovi arrivati rientrarono nel "Ruska", decisi di andare a fare una battuta nelle zone circostanti, che si rivelarono ricche di cavità.
Sandro e Alberto decisero di rimanere al campo a sonnecchiare beatamente.
Quando gli altri uscirono dalla grotta era ormai tardo pomeriggio, avevano steso fino al fondo della cavità il cavo telefonico e provato nuovamente a superare la strettoia finale, inutilmente.
Smontammo velocemente il campo lasciandoci alle spalle la sagoma del Monte Salarol, si era, per il momento, concluso un nuovo capitolo della sua esplorazione.
Nei mesi seguenti il gruppo fu preso da altre attività e solo il 24 Settembre 1995 tornammo al "Ruska", questa volta per recuperare le corde e il resto del materiale prima del sopraggiungere dell'inverno, che rende questa parte del Grappa raggiungibile solo con gli sci.
Così si concluse per il '95 l'attività del GEO CAI BASSANO sulla dorsale Col dell'Orso Solaroli; arrivederci "Ruska", l'appuntamento è per il prossimo anno.

Abisso Spaurasso
 

L'ingresso dell'abisso Spaurasso", ubicato sulla storica e sacra "Nave del Grappa", è stato protetto con una robusta grata metallica.
L'area in cui si apre il pozzo d'ingresso della cavità (profondo otto metri) risulta molto frequentata da escursionisti e visitatori che imbattendosi nella grotta potrebbero decidere incautamente di addentrarvisi, andando a compromettere seriamente la loro incolumità!
I primi trecento metri di grotta infatti, presentano passaggi alquanto tecnici che richiedono una robusta esperienza speleologica.
La scelta di sigillare l'ingresso della cavità è scaturita dunque esclusivamente dalla prioritaria esigenza di prevenire possibili incidenti !
Non abbiano dunque ad irretirsi ed indignarsi quegli speleologi (speriamo siano pochi!) che, decidendo autonomamente di visitare l'abisso, si troveranno la strada sbarrata!
Nessuna volontà protezionistica ha influenzato le nostre decisioni, nessun slancio egoistico e antisolidaristico è passato per le nostre menti, anzi !
In fin dei conti, che senso avrebbe scoprire ed esplorare una grande grotta se non si vuol condividere con altri amici le emozioni che essa sa offrirti! Nessuno!
Amici del G.S. CAI Lecco, dell'Unione Speleologica Veronese, del Gruppo Grotte CAI Schio, del Club Speleologico Proteo di Vicenza etc., si sono aggregati alle nostre spedizioni e noi ne siamo stati compiaciuti!
Compatibilmente con le attività esplorative già programmate dal Geo CAI, saremo disponibili anche in futuro ad accompagnare amici speleologi di altri Gruppi , intenzionati a visitare questa stupenda grotta!


 

Non andateci da soli però

Avvisate il Gruppo Speleo Bassano!

Basta una telefonata!  

 

Se andiamo a vedere l’articolo apparso nel notiziario della Federazione Speleologica Veneta n. 3 del 1995, si può leggere la storia esplorativa di questo abisso che già allora era profondo 400 metri e sul cui fondo avevamo detto c’era ancora da vedere molto e quindi sognare nuove esplorazioni; non siamo più tornati su questo fondo, ma siamo stati partecipi di grandi esplorazioni lo stesso ed ora ve ne voglio raccontare le storia.
Ricordate la grande cengia nel P 170 dove siamo atterrati pensando che fosse impossibile che la grotta finisse lì visto gli immensi ambienti in cui ci trovavamo e nella quale c’è anche la partenza del P 100 ?. Ebbene, quando ci siamo arrivati la prima volta abbiamo notato un buchetto insignificante ad un metro di distanza dalla corda e ci abbiamo pure buttato un sasso, senza però andarci vicino con la faccia e sentire quindi la forte corrente d’aria che ne usciva; ci siamo detti che lo avremmo visto in futuro perché per il momento avevamo cose ben più grosse da esplorare, ma ci siamo sbagliati.
Siamo scesi dopo molto tempo solamente per fare un po' d’allenamento e visto che eravamo lì ci siamo detti "ma si, diamogli un’occhiata" senza sperare in nulla di buono, ma solamente dopo due metri abbiamo iniziato ad urlare di gioia vedendo un bel meandro d’erosione che andava avanti sprofondando sempre più in basso lasciando intravedere delle grandi marmitte piene d’acqua e facendoci fare qualche acrobazia in alcuni punti nei quali qualche corda sarebbe stata molto utile. Ci siamo arrestati alla sommità di un grande pozzo che abbiamo valutato attorno ai trenta metri, ma non avendo con noi nessuna corda abbiamo dovuto fermarci li.
Tornando sui nostri passi per raggiungere l’uscita, abbiamo pensato di non dire niente a nessuno del gruppo per fare una sorpresa il martedì sera in magazzino e ci siamo riusciti in pieno, tenendo i nostri compagni con il fiato sospeso perché nessuno credeva che le bottiglie di vino e le pastine che avevamo portato fossero per il mio compleanno.
La volta successiva siamo scesi con le corde ed abbiamo attrezzato il meandro (Ololejuuu) con dei corrimano nei punti più pericolosi e quando è stato il momento di armare il P 34 ci siamo trovati a dover scegliere tra due punti che davano accesso al pozzo, ma quando il primo ha iniziato la discesa ci siamo accorti che avevamo scelto il punto più difficili dove si doveva fare un grande pendolo per poi proseguire la discesa, ma ormai, visto che eravamo in ballo abbiamo continuato per quella via ed abbiamo raggiunto il fondo. Qui abbiamo dato il "libera" al nostro compagno che però non stava molto bene e ci ha gridato che iniziava a risalire; noi gli abbiamo risposto che davamo solamente un’occhiata e poi lo avremmo raggiunto. Alla base del P 34, una piccola sala raccoglie l’acqua del meandro soprastante ed una diaclasi ci porta in un’altra sala nella quale inizia un meandro con la classica sezione a buco di serratura scavato in una roccia molto strana perché si sgretola sotto il nostro peso e ci rende pericolosa la progressione. Stando molto attenti avanziamo per circa settanta metri senza mai trovare strettoie o punti difficili e sbuchiamo alla sommità di un pozzone enorme che ci fa sentire il cuore in gola quando gettiamo il solito sasso per valutarne la profondità, ma dobbiamo raggiungere il nostro compagno che per il nostro egoismo sta risalendo da solo con i suoi malanni. Per fortuna si trattava solamente un mal di testa e siamo riusciti ad uscire con calma senza grossi problemi.
Questa volta stiamo scendendo portandoci dietro la linea telefonica e decidiamo di cambiare il punto di partenza del P 34 per renderne più facile la progressione ed evitare il pendolo, quindi è la volta di preparare per la discesa il pozzo trovato l’ultima volta. E’ tutta la settimana che ci chiediamo se la roccia che abbiamo trovato in quella zona sarà buona per piantarci dei tasselli ed ora che ci siamo iniziamo a batterla con il martello per sentirne la consistenza ma per fortuna le nostre paure si sono dimostrate inutili, perché troviamo subito una placca molto buona proprio alla partenza e dopo aver frazionato sei metri più sotto per cercare di evitare la piccola cascatella che scende si inizia la discesa sperando che la corda basti per arrivare in fondo. E’ strano, ma anche quando si è abituati a scendere pozzi su pozzi, per quanto profondi essi siano, se li conosci non ti fanno nessuna paura, ma la sensazione che si prova in ogni pozzo nuovo ti fa tornare indietro con il tempo fino a quando hai fatto la tua prima discesa ed allora cominci a pensare se il materiale che usiamo normalmente possa sopportare il nostro peso e ti vedi che stai volando per poi schiantarti al suolo oppure hai paura che la corda ti scivoli dalle mani soprattutto quando è nuova e scorre bene nel discensore ed ecco che si diventa delle lumache anche in discesa, poi arrivi in fondo e non ti ricordi com’è fatto il pozzo e se ci sono delle finestre o degli arrivi d’acqua.
Siamo alla base del P 60 (Gran Babau) ed iniziamo subito a cercare una prosecuzione che essendo molto grande ed evidente si fa trovare subito; si tratta di un P 20 posto proprio sotto ad un enorme monolito che si innalza nel P 60 per un ventina di metri. Decidiamo di non armare subito, ma di dare un’occhiata in giro per vedere se c’è dell’altro da esplorare e subito troviamo un laminatoio con della sabbia per terra che ci fa strisciare per una ventina di metri per poi concederci il gusto di avanzare gattoni e poi in piedi. Ad un certo punto, il meandro che nel frattempo si è trasformato in galleria, va ad incrociare un’altro meandro che a monte si trasforma ancora in laminatoio con la sabbia per terra che basterebbe spostare di lato per avanzare e a valle ci siamo fermati in una piccola strettoia che si potrebbe allargare facilmente spostando qualche sasso, ma non sapendo quanta strada abbiamo fatto e nemmeno quanto tempo sia passato da quando ci siamo infilati in questo meandro decidiamo di tornare indietro perchè i nostri compagni ci stanno aspettando sopra il P 60. Quando ci uniamo a loro ci fanno notare che li abbiamo fatti aspettare per più di un’ora ed allora ci chiediamo: quanta strada abbiamo fatto in quel meandro?; ancora oggi non lo sappiamo perchè non abbiamo più avuto l’opportunità di tornarci visto quello che leggerete più avanti.
La partenza del P 20 la lasciamo armare ad un giovane del gruppo finché riusciamo a tenerlo d’occhio, ma poi dopo lo scivolo iniziale interviene uno di noi più esperto per fare un frazionamento spostato che ci consente di andare dritti fino in fondo, dove ci aspettiamo tutti prima di dare sfogo al nostro istinto di esploratori; l’ultimo non fa in tempo a toccare terra che come dei cani segugi iniziamo ad ispezionare tutta la base del pozzo infilandoci a destra e a sinistra e sotto e sopra ma con scarsi risultati. Finalmente si riesce ad intravedere al di la di un buchetto arieggiato ma molto stretto, una saletta abbastanza grande e notando che si trova in direzione dell’unico punto che non abbiamo ancora guardato perchè è sotto ad un forte stillicidio decidiamo di bagnarci per dare un’occhiata. Scendiamo in fretta e furia una spaccatura profonda circa tre metri e ci troviamo nella saletta vista attraverso il buchetto arieggiato e li sentiamo un forte rumore d’acqua corrente provenire da una diaclasi profonda quattro metri scesi i quali, passando sotto ad un piccolo laminatoio andiamo a sbucare nel mezzo di una galleria sotto la quale vediamo un torrente che scorre tra marmitte e cascatelle provocando un rumore assordante (Lunga via del Frastuono). La nostra euforia è alle stella e non sappiamo se andare a monte o a valle, ma poi la ragione prevale e naturalmente decidiamo di andare verso il basso. Anche qui ci alterniamo alla testa della comitiva, avanzando allegramente tra marmitte e piccoli saltini, ma all’improvviso ci dobbiamo fermare alla sommità di un pozzo cascata profondo una quindicina di metri che lascia intravedere una grande sala da dove echeggia ancor di più il rumore dell’acqua che si infrange al suolo. Decidiamo di attrezzare subito il pozzo per la discesa, e ad un certo punto, tra chi pianta spit e chi ritorna indietro a recuperare i sacchi lasciati per scaramanzia, c’è qualcuno che pensa di continuare ad avanzare sulla volta del meandro che sprofonda nella grande sala, e che non sembra molto pericoloso da attraversare con le gambe divaricate. Dopo lo sfondamento il pericolo non esiste più ed anche il rumore dell’acqua è sparito; ci troviamo in una zona fossile discendente con un saltino che scendiamo facilmente in libera e dopo un passaggio stretto e bagnato andiamo a sbucare nella parte opposta della sala dove vediamo i nostri compagni tutti indaffarati a piantare spit e a fare nodi alle corde. La cosa più importante che non ho ancora detto è che siamo finiti alla base della sala, quindi non serve nemmeno mettere la corda, che poi messa dove la si stava mettendo serviva giusto a fare una doccia fredda. Nella sala vediamo subito che l’acqua si infila in una stretta spaccatura per poi fare un’ulteriore salto di quindici metri, ma scendere da quella parte sarebbe da masochisti, perchè è molto stretto e la doccia sarebbe assicurata; per fortuna riusciamo a bypassare il tutto attraverso un comodo meandro laterale che ci fa sbucare in una finestra posta ad una decina di metri di distanza dalla cascata, dove, dopo aver armato la partenza con due spit e messo un deviatore cinque metri più sotto, riusciamo a mettere piede nella nuova sala, che poi non è altro che un allargamento del meandro che stiamo percorrendo. Più avanti un nuovo sprofondamento del meandro che attrezziamo con l’unico moschettone rimastoci per scendere gli ultimi dieci metri di questa meravigliosa giornata in explor. Il meandro, o forse è più appropriato chiamarla galleria, continua con una serie di saltini che osiamo superare in libera anche nei punti in cui gli spruzzi d’acqua vengono assorbiti dalle nostre tute non più impermeabili e ci fermiamo alla sommità di un nuovo salto di quindici metri dove, davanti a noi vediamo solo nero e sotto, con la luce dell’elettrico riusciamo a malapena ad illuminare la sala a - 500.
La settimana che deve trascorrere prima che possiamo ritornare la sotto sta passando molto lentamente e tra noi continuiamo a telefonarci per fare mente locale su cosa crediamo di aver intravisto sullo sfondo dell’ultimo pozzo che ha frenato la nostra esplorazione; c’è chi crede di aver visto un laghetto, oppure chi ha visto un’enorme galleria che saliva dalla parte opposta, ma sappiamo bene che i sogni non sono realtà e quindi ci limitiamo a sperare che in qualche modo la grotta prosegua, portandoci sempre più profondamente nel mondo dei sogni.
Finalmente è arrivato il momento di tornare in fondo a vedere quello che per tutta la settimana abbiamo sognato, ma prima ci proponiamo di attrezzare per bene tutto quello che abbiamo esplorato la settimana scorsa, in modo di rendere sicura e semplice la nostra progressione e soprattutto per evitare di rimandare sempre alla prossima volta la sistemazione degli armi, che altrimenti rimarranno tali per sempre. Nella sala che la volta scorsa siamo riusciti a bypassare passando per la strettoia bagnata mettiamo una corda a mo’ di teleferica (sala della teleferica) per evitare gli spruzzi della cascata e nel pozzo sotto, quello che parte dalla finestra, cambiamo il deviatore con un frazionamento perchè sopra la corda andava a sfregare su di un piccolo spuntone di roccia. Doppiamo l’armo del P 10 successivo ed attrezziamo pure tutti quei saltini che abbiamo già sceso in libera per poi arrivare sopra gli ultimi quindici metri di verticale che ancora adesso ci fanno stare con il fiato sospeso; qui le condizioni sono tali da permetterci di lavorare tutti assieme uno sotto l’altro senza nessun rischio di caduta sassi e quindi riusciamo in breve tempo a toccare i -500 tanto sognati quanto guadagnati. Ci rendiamo subito conto che quello che avevamo intravisto la settimana scorsa era vero, perchè atterriamo vicino ad un piccolo laghetto e dalla parte opposta, in alto, parte una galleria molto grande, che però non andiamo a vedere subito, perchè preferiamo seguire il corso dell’acqua che si infila in un meandro molto ben eroso e che dopo una decina di metri si butta in un nuovo salto di circa venti metri. Finché uno di noi pianta gli spit altri salgono verso la volta del meandro e scoprono che la grande galleria vista prima non è altro che la parte fossile del meandro che abbiamo percorso sotto e che quindi la strada che stiamo facendo e la sola ed unica probabilità di prosecuzione che ci sia rimasta. Dopo la partenza del pozzo si deve fare un frazionamento seguito da un deviatore che ci aiutano non poco ad evitare l’acqua, e sotto ci infiliamo in uno stretto meandro per seguire il percorso idrico che dopo una quarantina di metri sprofonda in una stretta spaccatura per noi impraticabile; per fortuna sopra di noi la zona fossile si concede con un’enorme galleria che percorriamo facendo molta attenzione a dove mettiamo i piedi a causa di molte lame sottili che potrebbero cedere sotto il nostro peso. Dopo un centinaio di metri il soffitto si abbassa all’improvviso per lasciarci solamente uno spiraglio di mezzo metro da attraversare quasi in ammollo, per poi rialzarsi dopo tre metri e farci prendere un colpo; davanti a noi la grotta chiude con un muro di roccia compatta ed impenetrabile. Si, sembrava fosse proprio così prima che facessimo un paio di passi avanti e trovare il passaggio sulla nostra sinistra molto ben nascosto da una leggera curvatura della parete. E’ una porta che da accesso ad una galleria molto ampia e ben percorribile che noi esploriamo con molta calma per paura che possa terminare molto presto. Altri cento metri e la galleria inizia a salire leggermente ed il soffitto si avvicina sempre più a noi costringendoci ad avanzare chini per alcuni metri fino ad un restringimento al quale diamo solamente una piccola sbirciata, perchè è dalla base dell’ultimo pozzo che non vediamo gli altri due della squadra rimasti indietro a rilevare. Ritornando sui nostri passi per raggiungerli, curva dopo curva ci accorgiamo di aver fatto veramente molta strada e riusciamo addirittura ad evitare la parte stretta del meandro che abbiamo percorso all’andata rimanendo nella zona fossile che, con un piccolo saltino di quattro metri va a finire alla base dell’ultimo pozzo. Qui troviamo i nostri compagni e li invitiamo a percorrere la parte nuova che abbiamo appena scoperto, mentre noi nel frattempo, dopo esserci rifocillati un po’ riprendiamo ad eseguire il rilievo.
Dopo un’altra settimana insonne ritorniamo sul fondo portando avanti il rilievo fino al restringimento e notiamo con immensa soddisfazione che abbiamo percorso duecento metri di galleria dalla base dell’ultimo pozzo. Qui, come ci eravamo prefissati prima di entrare, smettiamo di rilevare ed iniziamo la nuova esplorazione oltre il restringimento che non è poi molto stretto, soprattutto dopo aver tolto un piccolo naso che ci dava proprio fastidio, e di nuovo percorriamo una grande galleria che curva dopo curva inizia a sprofondare dando vita ad un meandro di erosione con la volta freatica che ci rende molto comoda la progressione stando però molto attenti a non scivolare perché in alcuni punti ci troviamo anche a quindici metri dal pelo dell’acqua e cadere sarebbe una cosa assai tragica. Anche questa volta percorriamo all’incirca duecento metri e poi un piccolo pozzetto semi ostruito dal alcuni massi ci porta in una saletta, nella quale vediamo l’acqua che si intrufola nella ghiaia e tutto attorno a noi solamente roccia, tranne in un punto: una diaclasi larga poco più di un metro ed alta cinque o sei, lascia intravedere sopra ad essa uno spazio enorme tutto avvolto nel buio totale e dal quale sentiamo echeggiare il rumore di una cascata. A volte l’entusiasmo dell’esplorazione fa perdere la ragione, tanto che, senza accorgercene, ci ritroviamo a risalire la diaclasi senza nessuna sicura e senza pensare che farsi male a quella profondità avrebbe voluto dire smuovere tutte le squadre del soccorso speleologico del veneto e di altre regioni vicine. Il primo ce la fa e subito dopo aver lanciato un grido di gioia mista a paura inizia ad attrezzare la diaclasi con una corda, per far si che gli altri possano salire in totale sicurezza. Quando siamo saliti tutti ci troviamo sopra ad una cengia molto grande sotto la quale un salto di quaranta metri ci porta in un salone di crolla molto vasto, dove purtroppo non troviamo nessuna prosecuzione. Solamente una stretta fessura sotto la cascata ci lascia qualche speranza, ma per il momento non abbiamo nessuna voglia di infradiciarci la tuta, anche perché sopra il salone, facendo una traversata aerea, abbiamo molta fiducia di rinfilarci nel meandro che abbiamo appena lasciato e quindi il salone potrebbe essere un ringiovanimento della grotta. Staremo a vedere.
Attualmente le esplorazioni sono ferme da molto tempo a causa del maltempo e dai molti impegni del nostro gruppo, ma appena avremo un po’ di tempo libero vi assicuriamo che lo Spaurasso riprenderà a stupirci con i suoi effetti speciali; ne siamo certi.
L'unica cosa che siamo riusciti a fare in questo periodo è stata la messa in posa di una grata all'ingresso, per evitare che i pastori che lavorano lassù nel periodo estivo lo possano chiudere per paura che qualche pecora vi possa cadere dentro, ed anche perché può risultare pericoloso per gli escursionisti che, vedendo la scala metallica del primo pozzo, incuriositi vi si possano addentrare con il rischio che si facciano male (e poi chi li trova più?). Purtroppo qualcuno, (speleologo o recuperante) ha tolto dei sassi che si trovavano attorno alla grata e si è addentrato nella grotta lasciandoci il compito di risistemare il tutto.

Abisso ESTREJA

Agosto 1988, tutto era finalmente pronto, i pesanti materiali erano stipati nelle auto, la mia amata ed eroica Fiat 127, in particolare, era talmente stracarica di roba che i parafango posteriori sembravano quasi appoggiati sui pneumatici, ero purtroppo certo che prima o poi mi avrebbe lasciato a piedi!
Da alcuni mesi avevamo deciso di organizzare il nostro primo campo speleologico sul Massiccio del Grappa, precisamente nel territorio comunale di Possagno, in provincia di Treviso.
A dire il vero non eravamo particolarmente entusiasti e fiduciosi di scoprire ed esplorare nuove cavità, dai dati catastali risultava infatti palesemente che l'area carsica che intendevamo esplorare, era già stata oggetto di attività di ricerca da parte di altri gruppi.
In particolare, i colleghi del Gruppo Speleologico Padovano CAI, avevano esplorato nel 1985, decisamente prima del nostro "avvento", la "Grotta Aspis "(3495 VBL), un importante cavità verticale profonda ben 176 metri, situata però in territorio comunale di Alano di Piave, in provincia di Belluno.
L'ingresso di questa cavità, ubicato a margine dei profondi e dirupati fianchi dell'incisione valliva de "La Pila", dista poche centinaia di metri da "Malga Camparona".
Questo fatto però ci influenzò in maniera relativa, era naturale prevedere che qualche speleologo avesse già calcato quei suoli calcarei .
Erano altre particolari situazioni, invece, che ci davano parecchio fastidio.
Quali ?
Presto detto! Alcuni esimi speleologi dell'alto vicentino, in quel tempo già in auge da alcuni lustri, il cui nome, comunque sia, non merita di salire alla ribalta delle cronache, continuavano a ripeterci, ogni qual volta se ne presentasse l'occasione, che oramai il Massiccio del Grappa non poteva più riservare , neanche a noi giovani ed intraprendenti speleologi, rilevanti sorprese esplorative!
Sembrava, a sentir discorrere questi felloni del buco, che sul Grappa non potesse esistere un sol palmo di terreno non intaccato dalla suola dei loro scarponi!
Hitler diceva sempre: "Più grande è la bugia, più la gente la crederà !"
Noi però, anche se non certo incoraggiati da questi "autorevoli " personaggi, decidemmo che per sfatare questi facili e presuntuosi giudizi, occorresse prima di tutto perseguire i nostri intenti, vivere i nostri sogni, rifiutare a priori quelle boriose e menzognere teorizzazioni.
Questi "speleolofili", fino a poco tempo prima amichevoli, solidali e disponibili, evidentemente non ci volevano più tra i piedi, interpretando il nostro attivismo, in quel tempo al limite dello stacanovismo, come un'invasione di campo, una seria minaccia alle loro attività!
Così, aperti finalmente gli occhi, decidemmo, anche se con qualche rimpianto, di intraprendere tutte le nostre attività in completa autonomia!
Cicerone sosteneva dall'alto della sua saggezza : " Verso alcuni si rendono più benemeriti gli aspri nemici che quegli amici che sembrano dolci : quelli spesso dicono la verità, questi mai."
Avevamo ottenuto il permesso di piantare la nostra tendopoli nelle immediate vicinanze di "Malga Paradiso", situata non lontano dalla "Forcella di Camporanetta".
Il Sig. Ceccato di Crespano del Grappa, gestore di Malga Paradiso, era un tipo apparentemente burbero e un po' acciaccato (aveva partecipato durante il secondo conflitto mondiale alla disastrosa campagna di Russia e vissuto sulla propria pelle la disfatta dell'ARMIR ).
Ben presto , per nostra buona sorte, riuscimmo ad ammansirlo ed ottenere la sua incondizionata fiducia.
Beh, a dire il vero, tanto incondizionata non fu, ci fece infatti promettere solennemente che non avremmo"rotto i maroni " alla sua famiglia, alle sue vacche e alle sue galline.
Non onorando tale promessa avremmo rischiato lo " sbaraccamento immediato del campo".
Il buon Ceccato non ebbe modo di lamentarsi della nostra condotta, tant'è che la sera stessa, incredibile ma vero, ci invitò tutti a cena !
L'area in cui avremmo svolto le nostre attività di ricerca era rappresentata da una vasto e sinuoso crinale, delimitato ad ovest dall'incisione della "Val di Archesòn" ed a est dalla "Val di Archesét", mentre a nord e sud, esso si estendeva rispettivamente fino alle località "Forcella di Camporanetta"( quota 1346 m.) e "Cima della Mandria" (quota 1482 m.).
Dal punto di vista geo morfologico non ci si trovava di certo di fronte a marcati fenomeni carsici superficiali, le microforme erano quasi inesistenti , mentre le doline, quasi tutte a fondo piatto, erano poco frequenti e inesorabilmente riempite di sfasciumi detritici.
Queste ultime erano ubicate in principal modo nella destra orografica della Val di Archesòn, a quote altimetriche comprese tra i 1324 e i 1375 m. s.l.m.
Dal punto di vista stratigrafico l'area carsica era quasi interamente interessata dalla presenza, in superficie, del litotipo del Biancone del Veneto, che seppur carsogeno e di natura compatta, si presentava alquanto fratturato ed incoerente.
Questi fenomeni di frammentazione e disgregazione, in buona parte generatisi grazie all'azione meccanica e modellatrice degli agenti esogeni , non potevano che sfavorire i processi di carsificazione e speleogenesi, sarebbe risultato per questo assai arduo accedere ad ambienti profondi .
I pochi ingressi individuati nel corso di precedenti sopralluoghi , si presentavano infatti stretti ed inaccessibili .
I fianchi nord occidentali della dorsale erano invece caratterizzati da estesi affioramenti di calcare rosso ammonitico del Malm, stratificato in potenti banconate.
All'interno di queste ultime, nel corso della Prima Guerra Mondiale, i militi italiani avevano ricavato ampi ed articolati sistemi di rifugi in caverna, ancor oggi visitabili e molto ben conservati grazie all'estrema compattezza e coerenza della massa rocciosa.
Al campo eravamo per il momento in tre, io, Alberto Crestani (Protòn) e Maurizio Parisotto (Mafiàs).
Rappresentavamo le avanguardie del Gruppo Geo, il resto della banda ci avrebbe raggiunti , almeno si sperava, qualche giorno dopo.
Sistemato finalmente tutto il nostro armamentario, fummo accompagnati dal figlio del Sig. Ceccato , un giovinetto scarno ma dall'andatura insostenibile, a visionare alcuni presunti ingressi di cavità, che ahimè si rivelarono ricoveri in caverna e tane di tassi.
La conoscenza del territorio, da parte della nostra guida era ottima, non c'era dunque il pericolo che alcun pertugio avesse la possibilità di sottrarsi alla nostra vista e brama esplorativa.
D'altro canto, essendo l'intera zona, prativa ed utilizzata per l'alpeggio, difficilmente un buco, piccolo o grande che fosse, sarebbe stato ignorato e soprattutto non protetto con delle evidenti recinzioni!
Comunque sia, di grotte naturali, neanche l'ombra!
Ci incamminammo un po' scoraggiati, sotto un sole che spaccava le pietre, verso una profonda trincea che si sviluppava serpeggiante sin sulla cresta della dorsale, lambendo la Malga Archesèt (quota 1453 m.).
Il panorama era veramente suggestivo !
In particolare, fummo incuriositi da un evidente fenomeno, presumibilmente legato alle recenti evoluzioni tettoniche di questo lembo di Massiccio, un fenomeno interessantissimo che, nel corso dei millenni, aveva visibilmente modificato l'idrografia della montagna.
La Valle di Archesèt, infatti, era stata catturata, proprio nei pressi del nostro accampamento, dalla Val Scura.
Ci apparve evidente come la porzione della Val di Archesèt a monte della cattura, fosse profondamente incisa, mentre il tratto oltre cattura, avesse conservato, insieme alla sua originaria morfologia a fondo piatto, svariati ed evidenti fenomeni di dissoluzione carsica.
Di lì a poco ci imbattemmo nell'imbocco di un pozzetto di quattro metri, sorprendentemente non conosciuto dal figlio del Sig. Ceccato.
Quello che ci apparve più importante però, fu il constatare la sua certa natura carsica, anche se dammo quasi per scontata una sua sicura occlusione.
Sul fondo della piccola verticale infatti nessuna apparente prosecuzione pareva dipartire.
Alberto decise comunque di andare a dare un'occhiatina e , indossati il casco e la tuta si calò, arrampicando, nel pozzetto, (non prima però di essere stato assicurato con una corda), se non altro per vedere se la piccola cavità avesse un sufficiente sviluppo per l'esecuzione del rilievo topografico.
Raggiunta in breve tempo la base del saltino, scomparve alla nostra vista!
Di tanto in tanto, da sempre più lontano , lo sentivamo chiederci corda, corda, ancora corda!
"Ma dove xèo 'ndato finire", esclamò Mafiàs, rizzandosi inpettitamente con un'aria un po' preoccupata .
"Cossa garaeo trovà, parchè nòl torna in drio chèl coiòn !" esclamai!
Trascorsi altri istanti decidemmo di chiamarlo, ma ad un tratto gli sentimmo urlare a gran voce che la grotta continuava, e alla grande!
Riguadagnata la base del pozzetto, Protòn ci raccontò tutto ciò che aveva veduto, gli occhi gli brillavano."
Tuxi, tuxi, che rassa de svertòn, che tonfi, che buxàsso"!
Protòn aveva percorso un alto meandro che, dopo alcuni metri sprofondava in una voragine dall'indefinibile profondità.
Lo scoraggiamento che fino a qualche minuto prima ci pervadeva si dissolse in un non nulla!
L'inaspettata scoperta di quel buco fece salire alle stelle il nostro entusiasmo, tanto che programmammo una prima seria esplorazione per la notte stessa, non prima però di onorare l'invito a cena del Sig. Ceccato, giù all'accogliente Malga Paradiso.
Il padrone di casa ci diede così tanto da mangiare e da bere che avemmo la sensazione che "la trippa" ci potesse scoppiare da un momento all'altro!
Accomiatatici a tarda sera dai nostri ospitali amici, preparammo le nostre attrezzature e ci incamminammo , zaino in spalla, verso l'imbocco della grotta.
La luce della luna piena illuminava i nostri passi ,appesantiti dai bagordi enogastronomici.
Raggiungemmo l'ennesima erta prativa, alcuni centinaia di metri più in quota si trovava l'ingresso, ubicato a margine di una bella pecceta.
Erano sopraggiunte oramai le quattro del mattino, quando io e Protòn raggiungemmo una esigua cengia, posta a circa trenta metri di profondità.
Le dimensioni della verticale che avevamo discesa erano ragguardevoli, ma era soprattutto la dimensione dell'imbocco del pozzo susseguente ad incuterci una certa qual riverenza.
Mafias, rimasto all'esterno , non voleva saperne di portarci giù il resto delle corde occorrenti.
Stava invano tentando di vincere una tremenda ed irrefrenabile crisi di sonno ,quando ci avvisò che se non fossimo usciti a prendercele, ci sarebbero arrivate dritte sulla crapa.
Diavolo d'un Mafiàs, il giorno prima si era alzato alle cinque del mattino per andare a prendere il latte appena munto a Malga Paradiso e, nel tentativo di superare in volo un tirante, lo aveva sparso ancora caldo sulle nostre tende!
Maurizio comunque aveva ragione, non dovevamo superare il limite, così decidemmo di interrompere l'esplorazione, ripromettendoci di completarla nel pomeriggio dello stesso dì, sicuramente più riposati e svegli.
Giù al campo intanto ci aveva raggiunti Neno (Andrea Bordin), rapato quasi a zero e reduce da un viaggio in terra d'Irlanda.
Accogliemmo come si conviene il nostro grande amico, che ci informò che tutti gli altri sarebbero arrivati il giorno seguente, con il resto dei materiali e dei viveri.
Alle otto della sera, ricevemmo la visita inaspettata di Ernico, amico speleologo di Valstagna ,che riuscimmo a convincere di fermarsi a cena.
Trascorremmo una serata in allegria , si parlò di grotte e si bevve molto vino!
Il mattino dopo arrivarono puntualmente al campo gli altri, Halfy e Diana, Franco, Leo, Lidiana e Mariaelena, Fabio, mancavano solo Giorgio ed Helmut, in vacanza sui monti della Valle D'Aosta.
Una buona e abbondante pastasciutta e via, verso la grotta!
Avevamo deciso di aspettare i nostri compagni e dedicare invece il pomeriggio del giorno prima all'esplorazione e rilevazione di altre due piccole cavità : la " Bisnoja de le ave "(VTV 3821) e la "Bisnoja sòt i pèss "(VTV 3822) (nel colorito vocabolario del Sig. Ceccato il termine "bisnoja" significava "spelonca").
La settimana seguente fummo invece impegnati nell'esplorazione della complessa ed articolata " Bisnoja de l'or chen' pàs " (VTV 3820), segnalataci ancora una volta dal figlio del Sig. Ceccato e profonda una quindicina di metri.
Raggiunto l'ingresso dell'abisso Estreja " (VTV 3819), ( dedicato ad un gran pezzo di figliola iberica di cui Mafias si era perdutamente innamorato una settimana prima in terra di Spagna) ,decidemmo di organizzarci in piccole squadre, io Protòn e Halfy avevamo il compito di continuare l'attrezzamento del terzo pozzo della grotta, mentre Neno e gli altri dovevano occuparsi del rilievo e del servizio fotografico.
Il secondo pozzo era veramente spettacolare!
Halfy mi raggiunse sulla cengia, mentre Protòn era impegnato nell'armo della nuova profonda verticale.
Due spit, un deviatore, un frazionamento e Alberto raggiunse la base del pozzo.
Di lì a poco ecco atterrare sulla cengia anche Franco Moro, il nostro mitico segretario, un po' avulso, a dire il vero, da tacchicardiche e vertiginose calate ipogee.
Era alla sua prima seria esplorazione in una grotta verticale e la sua attrezzatura, nuova di palla, faceva luce da quanto luccicava!
Quel giorno si bloccò per un bel po' su di un frazionamento : "la sua maledizione discese su tutti noi ".
Raggiungemmo Alberto in fondo alla grotta, le prosecuzioni erano evidenti, occorreva però disostruire con tecniche che, ai quei tempi, conoscevamo solo per sentito dire!
Così, dopo l'effettuazione del rilievo, scattammo alcune foto e decidemmo di ritornarcene all'esterno.
Le esplorazioni dell'abisso Estreja ( riprese proprio in questi ultimi mesi), ci avevano decisamente appagato.
Si trattava in definitiva, della grotta più profonda individuata fino ad allora dal nostro giovane Gruppo, e , anche se ci si trovava di fronte ad una cavità profonda "solamente" cinquanta metri, sentivamo dentro di noi una profonda soddisfazione!
Il nostro primo campo speleologico di ricerca sul Massiccio del Grappa oramai volgeva al suo termine.
Avevamo, tutti assieme ,vissuto momenti unici ed emozionanti, i nostri legami di amicizia, già forti, si erano ulteriormente saldati e questo era importante più di qualsiasi altra cosa.
Ora conoscevamo un po' di più la nostra vicina e grande montagna !
Negli anni avvenire essa ci avrebbe regalato la scoperta di grandi e profondi abissi carsici, mondi sotterranei, ancora oggi tutti da sognare e scoprire !

 

 

COMUNE DI BASSANO | PROVINCIA DI VICENZA

 

Copyright © 2006 BASSANO.EU Riproduzione vietata | Privacy