BIOSPELEOLOGIA
ELEMENTI
DI ECOLOGIA
L'insieme delle aree in cui gli organismi possono vivere
rappresenta la biosfera; essa è costituita dall'atmosfera,
dall'acqua e dal suolo in cui la vita può formarsi ed
esistere.
Gli esseri viventi sono influenzati da molti
fattori ambientali; quindi le caratteristiche fisiche di una
zona costituiscono dei limiti ben precisi per la vita.
Una fascia geografica con un predominante tipo
di vegetazione è detta bioma, e poiché la vegetazione, a sua
volta, determina il tipo di animali che possono vivere in
quella zona, ogni bioma possiede anche le sue caratteristiche
specie animali. Ma in ogni bioma si possono individuare
differenti ecosistemi, cioè delle unità bioambientali in cui
la comunità degli esseri viventi interagisce con l'ambiente
fisico.
L'ecosistema può risultare allora
dall'integrazione di una collettività di varie specie viventi
(biocenosi) con lo spazio ambientale in cui essa vive
(biotopo). Si definisce biotopo il territorio in cui vive la
biocenosi e, viceversa, la biocenosi è l'insieme di organismi
che popola il biotopo.
Il biotopo, quindi, è l'unità fondamentale
dell'ambiente, topograficamente individuabile e caratterizzata
dalla biocenosi che lo popola.
Per ambiente si intende la totalità dei
fattori esterni (abiotici) che formano lo spazio in cui sono
inseriti gli organismi.
L'ambiente infatti non può essere concepito
senza le forme di vita che lo popolano e che, in maggiore o
minore misura, lo modificano: esistono strette relazioni e
forti influenze tra ambiente, fattori abiotici e quelli
biotici.
I fattori biotici, relativi alla biosfera,
derivano dalla presenza qualitativa e quantitativa di piante
ed animali; sono fattori sia il singolo individuo, la sua
popolazione, l'insieme di diverse popolazioni ed i rapporti da
cui queste sono legate (competizione, predazione, ecc.).
I fattori abiotici, relativi invece alla
litosfera, all'atmosfera e all'idrosfera, sono componenti
inorganici la cui azione può essere individuata attraverso
l'azione di componenti più semplici:
- l'aria, la sua composizione chimica, la pressione, la
temperatura e l'umidità;
- la roccia, la sua morfologia, la composizione
chimico-mineralogica, la struttura...;
- l'acqua nei suoi stati fisici e nelle fasi del suo
ciclo, cioè evaporazione, condensazione, precipitazioni e
deflussi sopra e sotto la superficie terrestre.
Un altro fattore abiotico fondamentale, di origine
extraterrestre, è la radiazione solare, che agisce per via
diretta ed indiretta su tutte le componenti biotiche e
abiotiche di un sistema.
Di solito un ecosistema ha una sorta di confine
naturale; ecosistemi sono per es. un particolare prato in una
prateria, una pozza d'acqua in una spiaggia soggetta alla
marea, un tronco marcescente in una foresta... Perché un
ecosistema possa esistere per un certo tempo, deve stabilirsi
un delicato equilibrio tra fattori abiotici e biotici.
L'ecosistema cavernicolo è delineato da
precise caratteristiche:
- la totale assenza o riduzione di alcuni fattori (es.
luce ...);
- la loro costanza nel tempo (v. temperatura, umidità);
- la semplicità nella composizione di un popolamento
animale;
- la conseguente semplificazione dei rapporti sinecologici
(es. tra i livelli di una piramide alimentare);
- il maggior grado di isolamento rispetto agli ecosistemi
contigui.
HABITAT IPOGEI
In un ecosistema si trovano vari spazi in cui un organismo
può vivere (es. l'acqua di una pozza, il fango del terreno,
le pareti di caverna...). Ogni organismo vive quindi in una
ben determinata parte dell'ecosistema, si dice che ha il suo
habitat. Come una persona ha il suo specifico indirizzo nella
città dove abita, così ogni essere vivente ha il proprio
habitat nell'ecosistema.
Inoltre ciascun organismo, nel suo ambiente,
provvede alle proprie necessità in modi diversi (produttori,
decompositori, predatori, detritivori...). Il complesso delle
relazioni tra organismo e ambiente costituisce la sua nicchia
ecologica. E' evidente che due specie non possono occupare la
stessa nicchia. Si potrebbe pensare che l'habitat sia
l'indirizzo e la nicchia ecologica sia la professione di un
individuo.
Non confondiamo habitat con biotopo: mentre l'habitat è il
luogo ideale di vita di un individuo o di una specie, il
biotopo è il luogo di vita di una comunità di individui o di
più specie, cioè di una biocenosi.
Con l'aggettivo "ipogeo" si indica di
solito l'ambiente sotterraneo, l'habitat degli organismi
viventi sotto la superficie del suolo, mentre l'ambiente
"epigeo" è l'habitat degli organismi viventi sopra
la superficie del suolo.
A volte la separazione fra i due ambienti
risulta poco chiara, non tanto da un punto di vista
morfologico, ma ecologico. Si pensi per es. al fondo di un
canjon, al fondo di una valletta molto incassata o al fondo di
una dolina profonda: c'è poca luce, temperatura più stabile
e probabilmente molta umidità. Si tratta di ambienti per così
dire che si avvicinano parecchio alle zone liminali delle
grotte (cioè in prossimità dell'ingresso), zone che, nel
tentativo di fare una suddivisione dell'ambiente ipogeo, si
possono definire di transizione.
Innanzi tutto distinguiamo l'ambiente
endogeo. Esso rappresenta la porzione di suolo compresa
tra il limite inferiore di un detrito vegetale e il limite
inferiore delle radici delle piante arboree, e per questo è
anche chiamato rizosfera, è la prima parte del suolo a
contatto con l'epigeo. Il suo aspetto può essere roccioso,
friabile, ghiaioso, argilloso, spesso misto; dipende dalla
natura geologica, dalla morfologia, dall'altitudine, dalla
vegetazione e da altri fattori; può avere spessore di pochi
decimetri, come nei pascoli alpini, oppure di alcuni metri,
come nelle valli boschive.
Quasi sempre questo ambiente richiama le
caratteristiche dell'ambiente cavernicolo, come la
temperatura, l'umidità, l'assenza di luce ed inoltre per la
fauna rappresenta un habitat ideale per il privilegio d'essere
ricco di humus e di svariate sostanze organiche. Qui vive il
maggior numero di specie interessanti dal punto di vista
biospeleologico.
Comunque, biologicamente, sia in base alla
fisiologia che alla morfologia, la fauna sotterranea si
distingue in endogea e cavernicola. Infatti gli artropodi
endogei hanno un grado di specializzazione inferiore ai veri
cavernicoli ed il loro stadio meno evoluto rappresenta una
transizione dalla vita epigea alla ipogea. D'altra parte, come
non si identifica bene l'ambiente endogeo dai settori
contigui, non è nettamente distinta la fauna endogea da
quella cavernicola: si notano vari stadi di evoluzione, sino a
casi non facilmente imputabili all'uno o all'altro tipo di
fauna.
L'ambiente cavernicolo
indica invece le cavità accessibili all'uomo. indica
invece le cavità accessibili all'uomo.
Sarebbe da precisare che una soddisfacente
divisione dell'ambiente ipogeo si potrebbe ricavare dalla
confluenza di elementi legati sì all'ambiente, ma importanti
dal punto di vista ecologico come la situazione trofica, la
meteorologia ipogea, la stratigrafia..., senza tralasciare la
morfologia dell'ambiente, anche se dobbiamo ricordarci che per
un artropode un vano di 30 o 50 cm non fa molta differenza.
Rimanendo nella consuetudine di molti autori
(es. Racovitza), riscontriamo, oltre all'endogeo e al
cavernicolo, anche l'ambiente interstiziale terrestre:
sicuramente molto interessante, specialmente quella parte
labirintica di microfessure che opera da setaccio naturale nel
filtraggio dell'apporto esogeno, offre riparo alle forme più
delicate, non permette correnti d'aria. Molti pensano che le
specie rinvenute in grotta vivano in ambiente cavernicolo,
mentre invece vivono nell'ambiente limitrofo interstiziale, da
cui saltuariamente giungono in grotta.
Per questo molti insetti della fauna ipogea
sono ritenuti rari. D'altra parte anche lo speleologo entra in
grotta raramente come l'insetto, e ciò abbassa notevolmente
il coefficiente di cattura.
Comunque c'è una particolare fauna che ha
bisogno dell'ambiente cavernicolo, perchè il suo vivere
richiede un certo spazio: per esempio i ragni per tessere la
tela, le cavallette cavernicole per la loro particolare
deambulazione, alcune specie alate di ditteri e tricotteri, i
pipistrelli...
L'ambiente freatico è la zona interessata
invece dalla falda acquifera, è spesso soggetto a saliscendi
stagionali o a seguito di pertubazioni metereologiche;
interessa maggiormente la fauna acquatica.
Le piogge in particolare esercitano una
notevole azione di collegamento idrico tra i vari sistemi
epigei e ipogei e determinano una maggiore uniformità
igrometrica favorendo questi contatti.
FATTORI ABIOTICI DELL'AMBIENTE IPOGEO
I fattori abiotici sono delle caratteristiche fisiche ed
ecologiche proprie di un dato ambiente; nascono, variano e
decadono sempre in armonia con la mutazione dell'ambiente.
Pensiamo per esempio ad una grotta ideale che con il
trascorrere dei millenni arriva al crollo totale della volta:
geologicamente si trasforma in valle, sparisce il buio,
diminuisce l'umidità, la temperatura perde la sua costanza...
Nell'ambito ipogeo abbiamo dei fattori di
primissima importanza, che incidono notevolmente sull'ecologia
del sistema; anzi la sua biocenosi è un divenire dei fattori
stessi, sia per l'effetto limitativo, sia per l'azione
indiretta di evoluzione.
Perciò la fauna di una grotta non è casuale,
rappresenta invece la risultante di una serie di fenomeni
naturali, di leggi fisico-chimiche ed ancor più di eventi
geologici. Solo la conoscenza di tutto questo insieme può
dare risposta ai mille perchè riguardanti una data biocenosi.
Oscurità, temperatura, umidità sono i fattori
abiotici più importanti. Dobbiamo però affiancare ad essi
altri fattori geografici e geologici quali:
- latitudine (da cui dipendono piovosità e temperatura)
- altitudine (da cui dipendono temperatura, vegetazione e
apporto esogeno)
- natura geologica (substrato, potenziale, stratigrafia,
acidità)
- morfologia di una grotta (verticale con ampia apertura a
dolina oppure orizzontale con piccolo imbocco).
Questi fattori costanti sono determinanti per quanto
riguarda l'evoluzione biologica ipogea.
Oscurità:
a parte alcune grotte con una certa morfologia, in tutte le
altre, e maggiormente nell'ambiente interstiziale terrestre,
regna il buio assoluto. Una primissima conseguenza è la
riduzione graduale nella zona liminale e scomparsa totale poi
della vegetazione, poichè non può avvenire la fotosintesi
clorofilliana.
Viene così a mancare la produzione primaria,
assicurata in superficie dalle piante verdi, ed anche tutta la
fauna fitofaga con i propri parassiti e predatori.
Eccezionalmente la produzione di sostanza
organica è presente grazie ad una esigua azione batterica. A
volte capita di incontrare, anche in profondità, sporadici
funghi, i quali non sono piante, bensì si nutrono assorbendo
sostanza organica da organismi morti o in decomposizione
(saprofiti) oppure anche da organismi vivi (parassiti). La
fauna cavernicola è quindi costretta a procurarsi altrove le
sostanze energetiche e presenta perciò modifiche adattative
del metabolismo. Molti esperimenti sono stati compiuti per
accertare gli effetti che la luce provoca su di essa: si è
visto che per molti di essi ha un effetto letale.
L'anoftalmia (perdita dell'organo visivo) è
una fra le più importanti conseguenze date dalla mancanza di
luce.
La talpa, insettivora, caccia nell'ambiente
endogeo e a volte anche in superficie, ma solo di notte:
l'apparato visivo è molto ridotto, ma è sviluppatissimo
l'olfatto. Contrariamente nel tarsio (vive nel Madagascar, ora
protetto) l'organo visivo è molto sviluppato, poiché è
insettivoro e caccia di giorno in foreste fitte e molto
ombrose con scarsa illuminazione: ha due larghe pupille per
far entrare più luce possibile mentre il suo olfatto è molto
limitato.
La depigmentazione è un'altra conseguenza
della mancanza di luce. Però la natura contraccambia queste
"perdite" con altri organi sensitivi.
Altra conseguenza è la graduale, a volte molto
accentuata riduzione della chitina, sostanza
ammino-polisaccaridica che rende coriaceo l'esoscheletro ed
alla cui formazione concorre la luce solare.
Altri effetti si registrano anche nel
metabolismo: svanisce l'alternarsi del dì e della notte, con
modifica quindi dei ritmi nictemerali.
Temperatura:
nell'ambiente ipogeo è molto stabile; nell'ambiente
interstiziale, che è privo di correnti d'aria, lo è molto di
più di quanto non si verifichi in una grotta.
Di norma la temperatura di una cavità
sotterranea corrisponde alla media annua della temperatura
esterna e dipende perciò dalla latitudine e dall'altitudine.
Dipende però anche dalla forma e dalla profondità della
grotta: in genere le grotte ascendenti sono più calde di
quelle discendenti.
Nelle grotte profonde raramente si osserva un
aumento del grado geotermico con la profondità: probabilmente
è da correlare con un'intensa fessurazione della roccia
calcarea che consente l'apporto di acqua e di aria esterna.
In genere è costante, ma nelle grotte con più
aperture le variazioni termiche stagionali influenzano
sensibilmente l'atmosfera interna.
Gli esperimenti hanno dimostrato che i
cavernicoli non sono stenotermi obbligati: ve ne sono alcuni
che vivono normalmente a temperature limite, quindi possono
sopravvivere entro limiti abbastanza ampi di temperatura;
alcuni artropodi sono in grado di sopportare sbalzi termici di
10°C per periodi di più giorni.
Tuttavia la temperatura ha un ruolo importante
nel metabolismo di alcune specie: per esempio nei pipistrelli
quando vanno in letargo.
Umidità:
è un fattore senza dubbio molto importante; non in tutte le
grotte raggiunge alte percentuali, per esempio in quelle
fossili, e ciò rende l'ambiente azoico. Normalmente presenta
valori attorno al 95%. Ha un andamento stagionale tipico del
clima esterno nell'ambiente endogeo, quello cioè a contatto
con l'epigeo e quindi più prossimo alla situazione
metereologica esterna: diverse specie di artropodi sono
costrette a migrazioni verso l'interstiziale per avere
un'umidità favorevole; per catturare tali specie che
raramente si rinvengono in ambiente cavernicolo basta scavare
all'esterno solitamente a maggio e giugno durante il periodo
delle piogge.
Le grotte secche sono in genere disabitate, i
troglobi vivono per lo più in condizioni di saturazione e
sono così stenoigri, i quali possono soccombere per piccole
variazioni del grado di umidità. La causa va esaminata sotto
il profilo della disidratazione. Ogni organismo è legato ad
un certo grado di umidità e pressione che non sempre
coincidono con quello ambientale. Quegli insetti che nel
periodo estivo se ne stanno sotto il sole cocente, se non
avessero un esoscheletro appropriato, morirebbero disidratati
in poco tempo. Addirittura certe specie (alcuni crostacei)
sono così adattati o preadattati alle forti umidità che
possono condurre vita anfibia, ma questo vantaggio li obbliga
ad ambienti costantemente umidi.
Altri fattori abiotici possono essere: la
composizione chimica dell'aria ed il suo stato di agitazione;
l'acqua presente sia come acqua corrente, ferma o di
stillicidio; la salinità ed il pH dell'acqua; i fattori
litologici e la natura del substrato (granulometria, porosità,
potere di imbibizione del suolo).
FATTORI BIOTICI
Ogni autore propone una suddivisione
personalizzata di questi fattori, ma in tutte è sempre
presente la catena alimentare: può essere benissimo l'unica
voce.
Ampliando la tematica si possono toccare i vari
sottotitoli come la flora batterica, il rapporto tra preda e
predatore, cicli ecologici intermedi, l'apporto esogeno..., ma
una delle primissime esigenze richieste dalla sopravvivenza è
l'alimentazione e nell'ambiente ipogeo anche questa funziona
come limitazione a diverse forme vitali, ha un ruolo selettivo
decisamente determinante.
Le risorse trofiche
- Nell'ambiente ipogeo abbiamo le piante che grazie
all'energia solare trasformano la materia inorganica in
organica; nell'epigeo ciò viene svolto dai batteri autotrofi,
ma in quantità ridottissima, quindi le risorse alimentari di
una grotta sono quasi esclusivamente di origine esogena, cioè
proveniente dall'esterno: -
Nell'ambiente ipogeo abbiamo le piante che grazie all'energia
solare trasformano la materia inorganica in organica;
nell'epigeo ciò viene svolto dai batteri autotrofi, ma in
quantità ridottissima, quindi le risorse alimentari di una
grotta sono quasi esclusivamente di origine esogena, cioè
proveniente dall'esterno:
- per trasporto anemocoro (per il vento entrano batteri,
spore fungine, pollini);
- per trasporto idrocoro (attraverso l'acqua entra grandi
quantitativi delle più varie sostanze);
- per trasporto biocoro (attraverso gli animali);
- per gravità, poiché vi cadono detriti vegetali
grossolani, cadaveri di animali e numerosi troglosseni
vivi, che costituiscono una cospicue risorsa alimentare
per i cavernicoli predatori.
Per l'assenza di piante verdi nessun gruppo di fitofagi ha
rappresentanti cavernicoli. Tuttavia qualche specie fitofaga
si è adattata all'ambiente ipogeo grazie ad un cambiamento
del regime alimentare: i processi evolutivi hanno permesso a
Oxychilus cellarius (Mollusco Gasteropode) di vivere in
superficie cibandosi di foglie morte ma anche in grotta ed
avere una dieta assai varia (resti di artropodi ed anche
farfalle).
Evidentemente le specie monofaghe hanno
potenzialmente meno possibilità di successo nella
colonizzazione delle grotte di quelle polifaghe.
Classificazione delle grotte
in base alle risorse trofiche. Alcuni tipi:
- Grotte oligotrofiche - sono caratterizzate
da scarsa disponibilità di sostanze organiche; l'acqua che
vi entra porta poca materia organica e quindi la fauna è
scarsa, ma le poche specie che vi vivono spesso sono molto
specializzate; qui di solito la base dell'alimentazione è
rappresentata da flore batteriche autotrofe, che riescono a
sintetizzare sostanze organiche dal substrato minerale (solfobatteri,
nitrobatteri, ferrobatteri...);
- Grotte eutrofiche - sono caratterizzate
dalla presenza di abbondanti depositi di sostanza organica
di origine animale e in particolare da guano di pipistrelli,
che ricopre una porzione significativa delle superfici della
cavità; tali grotte sono popolate tutto o parte dell'anno
da grandi colonie di Chirotteri;
- Grotte distrofiche - sono caratterizzate da
cospicui accumuli di detrito vegetale e povere invece di
guano o di altra risorsa di natura animale.
Comunque in grotte eutrofiche e distrofiche c'è un buon
potenziale energetico, la fauna è costituita da diverse
specie, numericamente abbondante, ma meno specializzata.
In uno schema di una catena alimentare più
sono complesse le relazioni, più veritiero è lo schema:
infatti l'equilibrio ecologico è basato su varie nicchie
ecologiche.
Nella piramide alimentare dopo i batteri
(autotrofi ed eterotrofi, i quali sono di origine esterna ed
utilizzano sostanze organiche già elaborate) segue una
microfauna batteriofaga, che vive nelle argille e nei fanghi
dove la fauna limivora trova sostentamento.
I limivori a loro volta rappresentano cibo per
i propri predatori. Classici esempi di limivori sono i
lombrichi, molti crostacei e diverse larve di insetti.
Carnivori, o meglio predatori, sono i
chilopodi, gli opilioni, i pseudoscorpioni, i ragni, vari
coleotteri.
Tra i detritivori troviamo diplopodi,
crostacei, vari insetti.
Esistono anche altri gruppi:
- i guanobi, cioè gli organismi che traggono nurimento
dai composti azotati contenuti nel guano (ricordiamo anche
che la presenza di pipistrelli incrementa il numero di
specie necrofaghe che ne sfruttano i resti a scopo
alimentare o che li parassitizzano -acari, pulci);
- i parassiti;
- i coprofagi;
- i saprofagi.
Secondo alcuni autori i limiti tra saprofagi e carnivori
sono assai meno precisi che in superficie, per una certa
facilità a passare da una dieta all'altra.
La predazione è la forma più diretta di
relazione fra specie diverse.
Ma nelle grotte di estensione limitata, con
risorse trofiche scarse, si manifesta con maggiore evidenza
anche un'altra forma di relazione, la competizione per la
conquista dell'alimento.
L'intensità di questa è direttamente
proporzionale alla sovrapposizione delle nicchie ecologiche
dei competitori. E' raro rinvenire in una stessa grotta specie
appartenenti allo stesso genere o molto affini tra loro: se ciò
si verifica, le nicchie ecologiche sono sufficientemente
distinte.
CARATTERISTICHE DELLE FORME VIVENTI IPOGEE
Le caratteristiche di ogni ambiente ipogeo sono:
- assenza o riduzione di luce;
- umidità relativa elevata e costante;
- temperatura costante.
Queste sono condizioni estreme che non possono non avere
conseguenze sul popolamento di una cavità. Infatti le
condizioni limite di tale ambiente determinano svariati ed
insoliti adattamenti.
- Assenza di luce.
Una conseguenza è l'anoftalmia (assenza di occhi o cecità).
A seconda dell'adattamento più o meno marcato all'assenza
di luce, si possono individuare in alcuni Coleotteri
morfologie diverse: nel Trechus gli occhi
funzionali assumono ancora una configurazione semisferica;
nel Duvalius la riduzione dell'organo visivo
diventa molto più evidente e nell'Aphaenops
l'occhio è totalmente scomparso.
Esempi simili in artropodologia sono tanti, molto meno in
animali superiori: per esempio alcuni pesci ossei della stessa
famiglia che comprende sia specie cavernicole che abissali.
L'organo visivo nei cromosomi occupa una buona
parte di potenziale genetico; l'eliminazione di questo organo,
che in grotta non serve, rappresenta quindi un risparmio a
livello cromosomico non indifferente.
In seguito alla riduzione degli organi visivi,
che può portare alla totale anoftalmia, si riscontra nei
cavernicoli veri un maggior sviluppo di altri organi
sensoriali. In questi animali infatti si perfeziona di regola
la sensibilità tattile, o comunque meccanica, come è
dimostrato dal particolare sviluppo che assumono gli specifici
recettori, siano essi i tricobotri degli Pseudoscorpioni
oppure i peli sensoriali dei Coleotteri o di altri insetti. Si
può osservare anche l'allungamento delle antenne e di
speciali setole che rendono questi animali sensibilissimi
anche alle minime correnti d'aria.
Le zampe sono talvolta allungate, mentre le ali
membranose degli insetti troglobi sono ridottissime o mancano
addirittura. Il pipistrello, privo della vista, si orienta con
gli ultrasuoni generati dalla laringe. In alcuni insetti
cavernicoli più specializzati compaiono anche nuovi organi di
senso come l'organo di Hamann che si trova sulle antenne di
alcuni Coleotteri Catopidi e che sembra deputato alla
percezione delle variazioni di umidità atmosferica (igrorecettore).
Altro effetto dato dall'assenza totale è la
depigmentazione (perdita di colore).
Molti animali appaiono bianchi o con colori
molto chiari (avere l'esoscheletro di colore rosso o blu
nell'ambiente ipogeo serve ben poco). Per alcuni Crostacei
acquatici come il Nyphargus
la luce può essere addirittura
letale. Anche in questo caso si ha un risparmio energetico.
- Umidità.
L'esoscheletro è costituito da chitina, una sostanza
ammino-polisaccaride, che lo rende coriaceo e alla cui
formazione concorre la luce solare.
Per un artropode vivente nell'epigeo un esoscheletro molto
chitinoso è molto spesso un vantaggio perchè lo difende dai
parassiti, da predatori e da innumerevoli agenti fisici
esterni che in grotta non ci sono. Questo è un ulteriore
esempio di risparmio, ma ha i propri vantaggi e svantaggi.
Alla riduzione di chitina nell'esoscheletro consegue un
indebolimento degli stigmi tracheali (aperture delle trachee),
i quali non possono più trattenere l'umidità interna
dell'organismo.
Gli insetti infatti non hanno i polmoni e la
loro respirazione avviene attraverso le trachee, piccoli
canali aerei che conducono ossigeno a tutti gli organi
attraverso fini ramificazioni.
L'insetto, quindi, nell'eventualità di
trovarsi in ambiente poco umido, sarebbe esposto ad una letale
disidratazione, che invece non avviene perchè i fori di
entrata delle trachee sono muniti di curiosi ciuffi di peli e
strutture microscopiche capaci di trattenere l'umidità
interna.
Tuttavia in diversi insetti cavernicoli queste
strutture non sono più funzionali e per questo nei rami
fossili di un sistema cavernicolo (con mancanza d'acqua e
quindi con umidità poco elevata), raramente si incontrano
forme di vita: ne consegue che l'ambiente fossile può essere
anche azoico.
L'umidità, infatti, rappresenta un fattore
ambientale di importanza critica per quasi tutti i cavernicoli
terrestri, che vengono a trovarsi in condizioni di disagio non
appena ci si allontana da un ambiente quasi saturo di vapore
acqueo: ciò è dovuto anche alla marcata stenoigria
(sopportazione di piccole variazioni di umidità) di questi.
Proprio in rapporto a ciò si sarebbe evoluta la
pseudofisogastria di alcuni Coleotteri, per lo più Catopidi.
Per esempio nel Leptodirus hohenwarti, il primo
Coleottero Catopide cieco scoperto nel 1831 da un naturalista
austriaco, le elitre, saldate tra loro non servono tanto per
ricoprire un addome molto sviluppato, ma per trattenere una
bolla d'aria molto umida da utilizzare nei brevi periodi in
cui per esempio decide di attraversare zone secche.
Tutto nell'ambiente ipogeo è rivolto a
un risparmio energetico. Se si osserva una cavalletta di
superficie, questa presenta antenne e zampe diverse da una
cavalletta ipogea. Infatti la fauna ipogea ha indirettamente
rinunciato a diverse "agevolazioni" proprie di
quella epigea (occhi, volo, colori...). Questo risparmio
genetico è stato usufruito nelle mutazioni con
"agevolazioni" idonee a condurre vita ipogea;
l'allungamento delle antenne e delle zampe è un classico
esempio.
Quando in casa ci si trova al buio viene
spontaneo allungare le braccia per tastare l'ambiente che ci
circonda; la lunghezza degli arti e delle appendici quindi è
senza dubbio un vantaggio, anche perchè molto spesso le
antenne ed i palpi di molti artropodi ipogei sono munite di
sensilli o per meglio dire strutture specifiche per esempio
atte ad individuare bio-chimicamente la vicinanza di cibo o di
altri individui.
Altri sensilli possono essere i peli setigeri
disseminati in punti ben precisi sull'esoscheletro di molti
Coleotteri come nell'Orotrechus (Coleottero Carabide).
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CARABIDI TRECHINI OROTRECHUS
DELLA LESSINIA
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O. jucci
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O. ruffoi
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Alcuni insetti sensibili anche alle più
deboli correnti d'aria sono dotati di setole circondate da
cellule pronte ad avvisarli in caso di pericolo di
disidratazione. Anche il senso dell'olfatto è molto
sviluppato. La velocità con cui non solo i Batisciini, ma
moltissimi altri insetti ed artropodi sia terrestri che
acquatici giungono alle esche odorose, anche da distanze
considerevoli, ne è un chiaro documento.
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COLEOTTERI BATISCIINI
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Noebathysia mancinii
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Halbherria zorzii
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Boldoria baldensis
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In una grotta si possono distinguere
predatori, detritivori, saprofagi e limivori. L'alimentazione
è ovviamente il primo problema di un essere vivente ed ogni
individuo, per la nicchia ecologica che occupa, ha un suo
apparato boccale: basti pensare alle mandibole del predatore
endogeo Leptomastax (Coleottero Scidmenide) o al
Diplopode Serradium che vive nella Spluga della Preta
(VR) alla profondità di circa 700 m. Contrariarmente ai
Diplopodi epigei od endogei che sono detritivori, gli
individui di questa specie passano la maggior parte del loro
tempo in parete a filtrare continuamente un velo d'acqua.
Altra modifica morfologica, riscontrabile in
molti insetti, è l'atterismo (assenza di ali), nel caso dei
Coleotteri però non è possibile notarlo direttamente perchè
le elitre coprono il paio di ali atte al volo. Nei Ditteri
invece si nota l'assenza totale di ali (Chionea alpina).
Si ricordi comunque che anche a profondità di 8-900 m si
possono incontrare Ditteri epigei, segno che questi insetti
hanno dei particolari organi che permettono anche grandi
spostamenti.
Anche nell'ambito del metabolismo la fauna
cavernicola ha subito delle modifiche. Per esempio diminuisce
il consumo di ossigeno rispetto alla fauna di superficie: la
vita nelle grotte è molto meno movimentata, ci sono meno
predatori, meno rischi ambientali...
Mancando la luce svaniscono anche i ritmi
nictemerali e stagionali; tutto il ritmo biologico subisce un
rallentamento, secondo alcuni dovuto anche ad un regime
alimentare scarso e sporadico.
Gli adattamenti fisiologici più studiati
riguardano comunque la riproduzione:
-
diminuzione della fecondità;
-
aumento correlato del volume delle uova e
delle riserve vitelline;
-
diminuzione del numero di uova;
-
allungamento della durata di sviluppo
embrionale e postembrionale nonché della vita adulta e
dell'intero ciclo biologico;
-
caduta della periodicità riproduttiva o
più frequentemente un cambiamento della stagionalità
determinato dalle caratteristiche della grotta.
Nell'ambiente ipogeo ogni azione è basata sul
risparmio energetico: mettere al mondo troppi figli
significherebbe dare vita a tanti individui destinati a morire
di fame: non ci sono tanti predatori come nell'ambiente
epigeo, non c'è bisogno di selezione in un ambiente già
molto rigido ed inoltre non ci sarebbe sostentamento per una
prole numericamente abbondante.
Gli animali meno prolifici, d'altro canto, sono
in genere quelli che riservano alla prole le cure maggiori, e
ciò avviene anche per alcuni tra gli insetti cavernicoli più
specializzati.
Per esempio i Catopidi con le elitre a
palloncino maturano un solo uovo alla volta, due o tre nel
corso della loro intera esistenza, ma in compenso evitano ogni
problema esistenziale alle larve figlie: la maggior parte
dell'accrescimento giovanile avviene all'interno del corpo
materno e la larva, contrariarmente a quanto succede nella
stragrande maggioranza degli insetti, non conduce vita attiva,
ma subito si trasforma in pupa e quindi in adulto.
Gli organismi cavernicoli adottano come
strategia di sopravvivenza la K-selezione che prevede un
ritardo della maturazione, cucciolate piccole, abbondanti cure
parentali e nascita in stadi avanzati.
Un caso curioso ci viene dato dalla
riproduzione dei pipistrelli: l'accoppiamento avviene alla
fine dell'estate o meglio in autunno, poi segue il letargo;
sarebbe improprio portare avanti una gestazione da parte di
una femmina che non si nutre; infatti gli spermatozoi vengono
trattenuti nell'utero durante tutto l'inverno ed alimentati da
un secreto nutritivo da parte dell'epitelio uterino e la
fecondazione ha luogo solo in primavera poco dopo l'inizio
dell'attività normale.
Nell'ambiente epigeo la scelta del partner
viene fatta "alla luce del sole": ci sono
corteggiamenti, livree nuziali molto colorate, dimorfismo
sessuale ben visibile...
Nell'ipogeo "si fa tutto al buio",
così abbiamo richiami sessuali più che altro biochimici,
ossia ormoni secreti da ghiandole specializzate nelle giuste
occasioni. Per esempio le femmine di certi Diplopodi lasciano
come richiamo un sottilissimo filo, una bavetta che il maschio
al buio percepisce e segue per raggiungere la femmina,
sperando di non trovarla già occupata!
Il Proteus anguinus è un esempio
clamoroso di modifica più fisiologica che morfologica; alla
nascita presenta gli occhi e una colorazione brunastra, da
adulto invece è anoftalmo e depigmentato. Inoltre è un
organismo neotenico, cioè mantiene le caratteristiche larvali
anche allo stadio adulto (sono presenti nell'adulto sia
branchie esterne che polmoni). Raggiunge la maturità sessuale
dopo 10-12 anni; la fame non sembra essere un suo problema,
infatti esiste a Lubiana vivo e vegeto un proteo digiuno da
oltre 12 anni. Sicuramente è molto longevo: c'è chi ritiene
che possa vivere 100 anni, certamente 50.
LA FAUNA IPOGEA
La fauna ipogea comprende quelle specie di animali che
hanno attinenza con l'ambiente ipogeo, ma si esamineranno solo
quelle entità prossime all'ambiente speleologico, senza
tralasciare le forme caratteristiche dell'ambiente endogeo,
situato nei massicci calcari o ad esso limitrofo. Nel XVII°
secolo, agli albori della sistematica attuale, persisteva fra
i naturalisti stessi una confusa interpretazione sulla fauna
grotticola; in poche parole bastava che un artropode qualsiasi
venisse catturato in una grotta per meritarsi l'appellativo di
cavernicolo.
Solo nel 1854 un lavoro ad opera dello Schiner
esponeva in chiave ecologica i primi chiarimenti sulla fauna
grotticola, chiarimenti rivisti e convalidati da Emil
Racovitza (naturalista rumeno 1868-1947, una delle principali
colonne della biospeleologia) nel VI° capitolo "Clasificarea
cavernicolelor" del lavoro "Eseu asupra problemelor
biospeologice" 1907.
Oggi la conoscenza numericamente piú estesa
delle specie rinvenute in grotta, l'etologia, l'anatomia, la
fisiologia, la morfologia, il metabolismo e vari altri studi
comparati, effettuati su molti reperti, offrono una maggiore
chiarezza sulla piú o meno stretta relazione di un'entità
con l'ambiente ipogeo. Per gli speleologi, spericolata
popolazione di individui piú prossimi all'ecologia che alla
biologia, la distinzione esposta dallo Schiner ed elaborata da
altri autori è molto valida e suddivide gli animali
grotticoli in tre gruppi.
Troglosseni.
Appartengono a questo gruppo tutte quelle specie che
normalmente vivono nell'ambiente epigeo e che entrano in
grotta per caso per sfuggire ai predatori per caduta
accidentale, o perché trasportati dalle acque, per cercare
fresco nei periodi estivi, oppure perché lucifughi, igrofili,
muscicoli. Solitamente si trovano nella zona liminale o sui
coni detritici dei pozzi iniziali; non si riproducono e sono
destinati a soccombere perché non trovano il cibo adatto, o
perché al buio non sanno o non riescono a procurarselo.
Troglofili.
A questa categoria appartengono quelle entità che
usufruiscono dell'ambiente ipogeo per un dato periodo della
loro vita; i troglofili si suddividono in due gruppi: i
subtroglofili, (pipistrelli, tricotteri, alcuni lepidotteri,
diversi opilioni, volpi, topi, tassi ecc.), che prediligono la
grotta per svernare, riprodursi, riparo dalla calura estiva,
riparo da situazioni meteorologiche avverse, ricerca di cibo e
gli eutroglofili (alcuni coleotteri, diplopodi, anfibi ecc.)
che, sebbene non siano dotati di una particolare
specializzazione per l'ambiente ipogeo, trovano in tale
ambiente condizioni di vita ottimali, ma non sono
completamente vincolati a tale ambiente e possono quindi
abbandonarlo per escursioni esterne, in ambienti comunque
sempre idonei alle loro necessità biologiche come per le
cavallette di grotta, che nelle notti umide escono all'aperto.
Troglobi.
Sono le entità che per tutta la durata della loro vita hanno
bisogno dell'ambiente ipogeo; sono specie, che nel susseguirsi
di migliaia e migliaia di generazioni, hanno raggiunto un
grado di specializzazione e piú che altro modifiche
fisiologiche tali, da non poter vivere se non esclusivamente
in ambiente ipogeo.
Il primo tentativo di sistemazione
ordinata del regno vivente risale ancora ad Aristotele, il
quale aveva distinto 9 gruppi.
Fonte della sistematica moderna è stata una
grande opera di Linneo (1707-78), nella quale gli esseri
viventi sono classificati in base all'aspetto esterno
dell'organismo ricercando somiglianze morfologiche e di
comportamento; ma circa un secolo dopo C. Darwin, con il
concetto di evoluzione, forní una nuova chiave
interpretativa; si abbandonarono i criteri puramente
morfologici e si cercò di codificare la storia evolutiva dei
viventi, classificandoli in base a relazioni filogenetiche
(cioè di parentela) che legano le diverse specie,
ammettendone la derivazione da lontani antenati comuni.
Il sistema di classificazione si avvale di un
insieme di categorie ordinate secondo un criterio gerarchico: tipo
o phylum, classe, ordine, famiglia, genere,
specie. La specie è basata sul principio di interfecondità.
I tipi (phyla) sono una quindicina. Vediamo ora quelli che
interessano la biospeleologia .
Phylum Platelminti
o vermi piatti: di essi più comuni sono i rappresentanti
della classe dei Turbellari, le Planarie e i
Dendrocelidi, di lunghezza raramente oltre al cm, sono
biancastri con corpo oblungo e piatto, facilmente deformabile;
stanno solitamente sotto i sassi dei rivoli e delle pozze.
Sono poche specie; ricerca specializzata. Platelminti
o vermi piatti: di essi più comuni sono i rappresentanti
della classe dei Turbellari, le Planarie e i
Dendrocelidi, di lunghezza raramente oltre al cm, sono
biancastri con corpo oblungo e piatto, facilmente deformabile;
stanno solitamente sotto i sassi dei rivoli e delle pozze.
Sono poche specie; ricerca specializzata.
Nematomorfi: di
cui i più rappresentativi sono i Gordidi con corpo lungo
(anche piú di mezzo metro), vermiforme non segmentato, colore
nocciola o biancastro, si trovano nelle zone molto bagnate e
fangose, come pure nelle pozze. generalmente non sono
considerati cavernicoli (sono però stati rinvenuti esemplari
parassiti nell'addome di coleotteri e ragni legati
all'ambiente endogeo).: di cui i più rappresentativi sono i
Gordidi con corpo lungo (anche piú di mezzo metro),
vermiforme non segmentato, colore nocciola o biancastro, si
trovano nelle zone molto bagnate e fangose, come pure nelle
pozze. generalmente non sono considerati cavernicoli (sono però
stati rinvenuti esemplari parassiti nell'addome di coleotteri
e ragni legati all'ambiente endogeo).
Anellidi: vermi
segmentati (formati da tanti anelli), ametameria evidente;
comunissimi sono gli oligocheti provvisti di poche setole,
ermafroditi, con il caratteristico "salsicciotto"
detto clitello con funzione riproduttiva. In grotta abbondano
nel guano dei pipistrelli e nel terriccio misto. Molto piú
interessanti i Policheti, muniti di molte setole, spesso
tubicoli, privi di clitello, a sessi separati, che pochi anni
fa sono stati rinvenuti anche in Italia nel Carso triestino.:
vermi segmentati (formati da tanti anelli), ametameria
evidente; comunissimi sono gli oligocheti provvisti di poche
setole, ermafroditi, con il caratteristico
"salsicciotto" detto clitello con funzione
riproduttiva. In grotta abbondano nel guano dei pipistrelli e
nel terriccio misto. Molto piú interessanti i Policheti,
muniti di molte setole, spesso tubicoli, privi di clitello, a
sessi separati, che pochi anni fa sono stati rinvenuti anche
in Italia nel Carso triestino.
Un altro gruppo di anellidi sono gli Irudinei
clitellati, dotati di ventosa boccale, ermafroditi,
comunemente chiamate sanguisughe. Hanno, rispetto agli altri
anellidi, una maggiore possibilità di spostamento. Si tratta
di pochissime specie che fra l'altro non prediligono molto
l'ambiente ipogeo.
Phylum Artropodi:
animali con esoscheletro chitinoso e zampe articolate. Classe
Diplopodi, arrivano anche a diversi cm di lunghezza, hanno la
sezione del corpo spesso sub-cilindrica ed i segmenti sono
muniti di due paia di zampette; si nutrono di sostanze in
decomposizione e perciò si trovano fra i detriti ed anche in
zone piú interne, alcune specie molto evolute anche a forti
profondità. A parte i Trogloiulii verdastri con un centinaio
di zampe e che emanano un forte odore sgradevole, molte
specie, meno specializzate, sono rinvenibili ovunque purché
in luoghi freschi ed umidi, questo per esempio è una delle
sei specie che vivono nei sotterranei del Castello Sforzesco
di Milano. Artropodi: animali con
esoscheletro chitinoso e zampe articolate. Classe
Diplopodi, arrivano anche a diversi cm di lunghezza, hanno la
sezione del corpo spesso sub-cilindrica ed i segmenti sono
muniti di due paia di zampette; si nutrono di sostanze in
decomposizione e perciò si trovano fra i detriti ed anche in
zone piú interne, alcune specie molto evolute anche a forti
profondità. A parte i Trogloiulii verdastri con un centinaio
di zampe e che emanano un forte odore sgradevole, molte
specie, meno specializzate, sono rinvenibili ovunque purché
in luoghi freschi ed umidi, questo per esempio è una delle
sei specie che vivono nei sotterranei del Castello Sforzesco
di Milano.
Classe Chilopodi:
si differenziano dai Diplopodi per avere i segmenti con un
solo paio di zampette. Sono relativamente rapidi negli
spostamenti. Sono dotati di due paia di mascelle e di un
robusto paio di forcipule collegate a un apparato velenifero;
il loro regime alimentare è dunque carnivoro. I piú
importanti per la biospeleologia sono i Litobiomorfi.
Chilopodi: si differenziano dai Diplopodi per
avere i segmenti con un solo paio di zampette. Sono
relativamente rapidi negli spostamenti. Sono dotati di due
paia di mascelle e di un robusto paio di forcipule collegate a
un apparato velenifero; il loro regime alimentare è dunque
carnivoro. I piú importanti per la biospeleologia sono i Litobiomorfi.
Subphylum Crostacei: dotati di due paia
di antenne (il primo paio sono le antenne vere e proprie, il
secondo sono dette antennule. Sono presenti nell'ipogeo con
diversi ordini dei quali i piú importanti sono: Ordine
Copepodi, acquatici, di pochi mm e provvisti di una
furca, occhio naupliare impari, antennule più lunghe delle
antennule, facenti funzione natatoria e, frequentemente nel
maschio, prensile per trattenere la femmina durante la copula.
La femmina trasporta le uova in apposite tasche dette
ovisacchi. Ordine Isotopi: spesso con corpo
depresso dorsoventralmente, antennule ridotte; lo sviluppo
embrionale ha luogo in una sorta di marsupio femminile. In
grotta si trovano ovunque ci sia qualche detrito, sino alle
maggiori profondità. Tipiche sono le porcelline bianche (Androniscus
dentiger) di 6 o 7 mm. Ordine Anfipodi: affini
agli Isopodi ma hanno corpo compresso lateralmente e
antennule generalmente più lunghe delle antenne. Vivono nelle
pozza e nei rivoli calmi, anche in profondità e non rari sono
i Niphargus
.
Classe Aracnidi:
sprovvisti di antenne, presentano due paia di appendici orali:
i pedipalpi e cheliceri. Gli ordini che interessano la
biospeleologia italiana sono: Ordine Pseudoscorpioni:
sembrano degli scorpioni privati della "coda" e
delle annesse ghiandole velenifere; hanno cheliceri provvisti
di ghiandole della seta e pedipalpi veleniferi. Sono
carnivori, si trovano solitamente nei coni detritici e sono
presenti con numerose specie e per individuare a quale entità
appartengono si ricorre spesso all'esame morfologico della
"pinza" (pedipalpi) che varia da specie a specie. Ordine
Opilionidi: sono confusi da molti con i ragni, dai
quali si differenziano per avere una metameria evidente e
prosoma e opistosoma non distinti (il corpo forma una
"pallina " sola. I cheliceri non sono veleniferi e i
pedipalpi terminano con un'unghia; sono predatori ma non
disdegnano carogne e detriti vegetali. Cosa eccezionale fra
gli Aracnidi i due sessi sono provvisti di organo copulatore.
Aracnidi: sprovvisti di antenne, presentano due
paia di appendici orali: i pedipalpi e cheliceri. Gli ordini
che interessano la biospeleologia italiana sono: Ordine Pseudoscorpioni:
sembrano degli scorpioni privati della "coda" e
delle annesse ghiandole velenifere; hanno cheliceri provvisti
di ghiandole della seta e pedipalpi veleniferi. Sono
carnivori, si trovano solitamente nei coni detritici e sono
presenti con numerose specie e per individuare a quale entità
appartengono si ricorre spesso all'esame morfologico della
"pinza" (pedipalpi) che varia da specie a specie. Ordine
Opilionidi: sono confusi da molti con i ragni, dai
quali si differenziano per avere una metameria evidente e
prosoma e opistosoma non distinti (il corpo forma una
"pallina " sola. I cheliceri non sono veleniferi e i
pedipalpi terminano con un'unghia; sono predatori ma non
disdegnano carogne e detriti vegetali. Cosa eccezionale fra
gli Aracnidi i due sessi sono provvisti di organo copulatore.
Poche sono le specie grotticole, le quali si
trovano in parete e fra i detriti grossolani, arrivano anche a
forti profondità e la loro morfologia è molto varia . Ordine
Ragni: posseggono opistosoma peduncolato (hanno cioè
il corpo formato da due "palline"), munito di
filiere (apparato per la produzione della seta); sono dotati
di cheliceri veleniferi e sono dunque predatori. Durante la
riproduzione il maschio raccoglie con i pedipalpi una goccia
di sperma che infila nell'organo genitale femminile detto
epigino. La morfologia dei pedipalpi è interessante per la
determinazione delle specie. Occupano quasi esclusivamente le
pareti della zona liminale. Ordine Acari: hanno
corpo articolato in due porzioni (dette proterosoma e
isterosoma) di cui la prima porta la testa e i primi due paia
di zampe, mentre la seconda le ultime due paia di zampe. Si
tratta di uno dei gruppi di maggior successo adattativo
dell'intero regno animale. In grotta sono rappresentati da
diverse famiglie; misurano da meno di un mm sino ad un cm
(zecche); si trovano un po' ovunque, molto spesso su altre
specie che parassitano; non sono molto studiati.
Superclasse Esapodi: caratterizzati
dall'avere tre paia di zampe. Le prime due classi degli
Esapodi (Collemboli e Dipluri) hanno pezzi boccali nascosti e
sono per questo detti Entognati. Classe Collemboli:
senza ali, piccoli e muniti di una furca che permette loro di
saltare e di un tubo ventrale con funzione adesiva. Si
rinvengono ovunque ci sia detrito sino a profondità notevoli
(rappresentano un anello importante nell'alimentazione dei
predatori cavernicoli). Classe Dipluri: bianchi,
senza ali, raramente superano il cm, hanno l'addome terminante
con due filamenti (cerci), o con due pinzette. Classe
Insetti: sono esapodi con pezzi boccali evidenti (ectognati). Ordine
Tisanuri: privi di ali, hanno addome terminante con tre
filamenti (cerci) e s'incontrano quasi sempre fra i sassi
misti al terriccio umido. Ordine Ortotteri o
saltatori, cosiddetti per la loro spiccata attitudine al salto
e sono le cosiddette cavallette; quelle di grotta sono senza
ali o con ali ridotte e con antenne lunghe e filiformi; sono
praticamente onnivore, stanno solitamente nei ripari
parietali, qualche autore li segnala anche a grandi profondità.
Ordine Tricotteri: simili ad alcune farfalline
notturne se ne distinguono per la presenza di una fine peluria
sulle ali membranose (che sono inoltre sprovviste di squame).
Salvo pochissime specie non sono cavernicoli , si notano sulle
volte e sulle pareti subito dopo la zona liminale. Ordine
Lepidotteri: ali coperte di squame, non si riproducono
in grotta, ma alcune specie vi si rifugiano regolarmente;
occupano le pareti in penombra, raramente al buio assoluto ed
hanno ben poco del cavernicolo. Ordine Ditteri:
si riconoscono dagli altri insetti volatili per avere le ali
posteriori ridotte a due piccoli bilancieri; certe specie di
ditteri riescono a volare tranquillamente anche nel buio piú
assoluto sino ai mille metri di profondità dopo chilometri di
gallerie e pozzi richiamati da sostanze in putrefazione,
alcune specie infatti hanno organi sensoriali molto
sviluppati; le specie veramente cavernicole sono attere (senza
ali) per lo piú guanobie o parassiti dei pipistrelli. Ordine
Coleotteri: il primo paio d'ali di questi insetti funge
da astuccio (elitre) e protegge l'addome; fra tutti gli ordini
è quello che annovera piú specie con i vari stadi di
specializzazione alla vita cavernicola. Le principali famiglie
sono: Carabidi predatori (Italaphaenops dimaioi, Allegrettia,
Orotrechus kalisi, Typhlotrechus), Catopidi (Leptodirus
hohenwarti, Halbherria zorzii), Stafilinidi (Glyptomerus)
Pselafidi (Linderia persicoi), Isteridi, Curculionidi.
I coleotteri ipogei sono per lo piú predatori, saprofagi o
detritivori, si trovano un po' ovunque, mai oltre i 600 m di
profondità. I coleotteri rappresentano la base degli studi
della moderna biospeleologia e biogeografia inerente non solo
alle grotte ma all'intera zona montuosa calcarea e zone
limitrofe, dove sono presenti diverse specie cieche degli
stessi generi che si trovano in grotta.
Phylum Molluschi:
animali caratterizzati da avere corpo molle privo di
scheletro. Classe Gasteropodi: animali che strisciano
sul piede: con conchiglia di carbonato di calcio (chiocciole)
oppure senza (lumache); si vedono un po' ovunque nelle zone
prossime alla superficie, raramente oltre al primo pozzo;
diverse specie si trovano in ambiente endogeo. Molluschi:
animali caratterizzati da avere corpo molle privo di
scheletro. Classe Gasteropodi: animali che strisciano
sul piede: con conchiglia di carbonato di calcio (chiocciole)
oppure senza (lumache); si vedono un po' ovunque nelle zone
prossime alla superficie, raramente oltre al primo pozzo;
diverse specie si trovano in ambiente endogeo.
Subphylum Vertebrati:
animali dotati di colonna vertebrale. Classe Anfibi:
presentano respirazione in parte cutanea e riproduzione
acquatica. Ordine Urodeli: (caudati) il
rappresentante per eccellenza è il proteo (Proteus anguinus),
altri generi sono gli Spelaeomantes, le salamandre, i tritoni.
Classe Mammiferi: animali che allattano la prole. La
maggior parte di essi appartiene al gruppo dei pipistrelli,
dei quali i principali rappresentanti sono i Rinolofi ed i
Vespertili. Altri mammiferi che saltuariamente si rinvengono
in grotta sono: topi, ricci, volpi, ghiri. Vertebrati:
animali dotati di colonna vertebrale. Classe Anfibi:
presentano respirazione in parte cutanea e riproduzione
acquatica. Ordine Urodeli: (caudati) il
rappresentante per eccellenza è il proteo (Proteus anguinus),
altri generi sono gli Spelaeomantes, le salamandre, i tritoni.
Classe Mammiferi: animali che allattano la prole. La
maggior parte di essi appartiene al gruppo dei pipistrelli,
dei quali i principali rappresentanti sono i Rinolofi ed i
Vespertili. Altri mammiferi che saltuariamente si rinvengono
in grotta sono: topi, ricci, volpi, ghiri.
Canàl
di Brenta - Massiccio del Grappa
GROTTA
DEI FONTANAZZI
Gli
speleosub del Gruppo Speleologico GEO CAI di Bassano del
Grappa stanno esplorando dall’estate 1999 una nuova
emittente carsica del Canàl di Brenta. La nuova grotta
sommersa si trova in Comune di Solagna, a poco più di 100
metri di distanza dalla “Grotta dei Fontanazzi”, in fase
d’esplorazione (da oltre un decennio) da parte di alcuni
speleosub associati al G.G.G. Modòn. Le recenti punte
esplorative da questi ultimi hanno rafforzato l’ipotesi che
la Grotta dei Fontanazzi, (sviluppo 1001 metro/dislivello
–44 m.) possa in futuro collegarsi proprio con la nuova
cavità scoperta dal Gruppo Speleologico GEO CAI
di Bassano del Grappa. Le future campagne esplorative quindi,
potrebbero portare alla scoperta di un settore di grotta che
si “svilupperebbe” oltre l’ipotetica zona di
congiunzione delle due (per ora) distinte cavità. L’imbocco
della “Grotta dei Fontanazzi 2, (così è stata chiamata la
nuova grotta) risultava gravemente ostruito da un notevole
accumulo di materiale di riporto e, seppur conosciuto da molto
tempo, non era mai stato oggetto di alcun sondaggio
esplorativo. Dal punto di vista prettamente speleologico
quindi, la scoperta vera e propria della grotta, risale
all’estate del 1999. La cavità si presenta, per il momento,
interamente sommersa. E’ stata attualmente esplorata fino
alla profondità di –12 metri. Dopo il superamento di
stretti passaggi, gli speleosub del CAI di Bassano hanno
raggiunto una sala da cui si diparte un alto e misterioso
canyon allagato. Grazie all’immissione di particolari
traccianti chimici in alcune delle principali grotte degli
altopiani del Monte Grappa (G.G.G.Modòn/1990/91) - (GEO
C.A.I. Bassano del Grappa/G.S. Arianna/1998) è stata
verificata strumentalmente una connessione idrologica tra le
acque circolanti nelle profondità dell’Abisso di Monte Oro
(-501m./esplorazione G.S.CAI Mestre/G.G.G. Modòn) e
dell’Abisso Spaurasso (-600 m./esplorazione G.S.GEO CAI
Bassano del Grappa). Queste due grandi cavità, si aprono
sugli Altopiani del Grappa, rispettivamente a quota 1280 m. e
1740 metri sul livello del mare. E’ quindi immaginabile
l’esistenza di un reticolo carsico vadoso e freatico di
strordinario sviluppo.
Canàl
di Brenta - Altopiano di Asiago
GROTTE
DI OLIERO
Sono
riprese nel gennaio 2000 le esplorazioni nelle cavità
sommerse appartenenti al complesso carsico delle Grotte di
Oliero (Valstagna/VI), sorgenti valchiusane tra le più
importanti d’Europa. Le grotte fanno defluire le acque
meteoriche assorbite dal sovrastante Altopiano di Asiago, una
delle aree carsiche più importanti della nostra penisola. Nel
“Cogol dei Siori”, (il settore di
cavità aperta ai turisti, più conosciuta con il nome di
Grotta Alberto Parolini), il noto speleosub Luigi Casati di
Lecco (che ricordiamo è Istruttore di Speleologia del CAI),
con il supporto tecnico-logistico di uno staff di speleosub
italiani e svizzeri, (di cui hanno fatto parte anche
l’elvetico Jean Jacques Bòlanz e speleosub di Milano,
Bergamo, Belluno e Valstagna) ha esplorato il lunghissimo
sifone naturale del “Cogol dei Siori”, per ben 2528 metri
di sviluppo (dall’ingresso). L’esplorazione di quello che
era considerato l’unico e principale condotto di deflusso
idrico di questo settore di cavità, era stata sospesa due
anni or sono (con il raggiungimento di 1100 di sviluppo
esplorato). Proprio in quei frangenti Luigi Casati aveva però
individuato, a 900 metri dall’ingresso, un’importante
biforcazione del grandioso collettore freatico. Nel
gennaio/febbraio 2000 sono state pianificate una serie di
punte esplorative per verificare l’estensione della nuova
galleria sommersa. Lo speleosub, in una serie di quattro
punte, ha risalito il fiume sotterraneo per 1245, 1680, 2160
ed infine i 2528 metri di sviluppo spaziale. Il diametro
dell’imponente condotto naturale, di sezione pressoché
ellittica, è valutabile intorno ai dieci metri di larghezza,
per sei/sette d’altezza. I risultati esplorativi e
scientifici sono stati quindi più che incoraggianti, con
l’esplorazione di centinaia di metri di nuova galleria
sommersa. Quest’ultima si sviluppa, affascinante e
misteriosa, verso il cu ore
dell’Altopiano di Asiago. Luigi Casati, nella sua solitaria
esplorazione, ha pure incontrato alcuni esemplari di Proteo ed
una sala dalle dimensioni impressionanti, da cui sembrano
svilupparsi in diverse direzioni delle nuove ed ampie gallerie
sommerse. Nelle punte effettuate nel mese di febbraio Casati
ha dapprima raggiunto il limite della precedente esplorazione
(il grandioso salone a 1680 metri dall’ingresso) e
successivamente ha esplorato una nuova galleria allagata per
ulteriori 480 metri, per uno sviluppo totale di ben 2160
metri. Da questo limite, ha ulteriormente progredito (nella
punta conclusiva) fino a raggiungere i 2528 metri di sviluppo
spaziale. Nelle punta esplorativa estrema sono stati raggiunti
i –17 metri di dislivello rispetto all’ingresso. Questa
rilevazione strumentale farebbe quindi ipotizzare ad un
progressivo avvicinamento dell’esploratore alla zona
terminale dell’interminabile sifone. Com’è prassi
nell’esplorazione di cavità sommerse molto estese e
relativamente ampie, la squadra di speleosub impegnata nel
supporto logistico posiziona preventivamente delle bombole
ausiliarie a varia distanza dall’ingresso della grotta. In
questo modo è garantita un’adeguata autonomia d’aria (in
realtà vendono utilizzate delle particolari miscele iper
ossigenate) allo speleosub impegnato nella punta vera e
propria, punta che viene velocizzata con l’utilizzo di
speciali mini propulsori subacquei denominato “maialini” o
“acquazeep”. L’avventura esplorativa alle Grotte di
Oliero è destinata sicuramente ad avere futuri importanti
sviluppi. La cavità sommersa risulta attualmente la più
lunga fino ad oggi esplorata in Italia e tra le più estese
del vecchio continente. Tutte le attività di esplorazione
sono state pianificate con la piena collaborazione del Comune
di Valstagna, che ha rilasciato all’équipe italo/svizzera
le necessarie autorizzazioni. Da sottolineare l’apporto
logistico, tecnico ed operativo profuso da alcuni speleosub
locali, associati al G.G.G. Modòn.
ABISSO RUSKA
i solito, sul Massiccio del Grappa, le
grotte che abbiamo individuato ed esplorato sono sempre state
vicine a strade, più o meno percorribili , o al massimo
raggiungibili in una decina di minuti di cammino, ma per
l'abisso Ruska questo non si è verificato!.
Se qualcuno ci è venuto o ci verrà, probabilmente si chiederà
come siamo finiti in un luogo così inerpicato.
Tutto è cominciato nel dicembre del 1994, quando Kele e Buba,
dovendo andare a rilevare le piccole cavità disperse sui
"Solaroli" (una delle principali dorsali del
Massiccio),decisero di effettuare una battuta nella zona, così
si trovarono di fronte all'ingresso di una piccola grotta
semioccluso. Togliendo pochi sassi poterono sentire il
"caldo respiro" proveniente dalle viscere della
montagna, tanto che Kele decise di calarvisi dentro, bloccato
dopo pochi metri da una stretta fessura soffiante. Con un
sasso Kele provò a sondarla, niente, un altro, ancora niente,
ecco l'ultimo, silenzio...poi un lontano tonfo, pozzo, un
profondo pozzo era là sotto, irraggiungibile in quel momento.
Purtroppo la neve ha ricoperto ben presto il Massiccio del
Grappa e così solo a primavera inoltrata (9 Aprile '95) siamo
riusciti a raggiungere il " Ruska " per disostruire
quell'angusto passaggio.
Kele, Buba, Sandro ed io, partendo da Cima Grappa e seguendo
la dorsale verso Feltre, carichi del materiale per disostruire,
alcune ore di cammino e siamo al Monte Salarol, dove si trova
la grotta.
Dopo un intenso lavoro di disostruzione, abbiamo oltrepassato
quella strettoia e con uno spezzone di corda ci siamo calati
su uno scivolo sottostante, che si rivelò la partenza del
pozzo. Subito abbiamo provato a stimarne la profondità, i
tonfi dei sassi si sentivano lontani, cinquanta , sessanta,
forse settanta metri più in basso. Sicuramente era un bel
pozzone, ma purtroppo non avevamo la corda per scenderlo, un
vero peccato!. Tornammo a casa felici per l'importante
scoperta .
Alcune settimane più tardi, Buba, Toni e Chiara, decisero di
scendere il pozzone.
Questa volta, i nostri compagni decisero di avvicinarsi alla
grotta partendo dal Cason del Sol, ciò contribuì ad
accorciare il tragitto che così richiedeva solo un'ora e
mezza di cammino.
Chiara sistemava il tratto che precedeva lo stretto scivolo,
Buba e Toni armavano la partenza del pozzo.
Le pareti erano profondamente erose e si potevano sfruttare
alcune robuste clessidre per l'armo.
Buba cominciò a scendere con l'idea di frazionare più sotto,
ma il tiro di corda era perfettamente al centro della
verticale, le pareti non erano lontane e si poteva chiaramente
intravedere che si trattava di una enorme diaclasi .
Ad una quindicina di metri dall'imbocco della voragine si
trovava un ampio apporto.
La corda continuava a scorrere nel discensore, il pozzo
sembrava senza fine, quando, cinquanta metri più sotto, Buba
si fermò su di una cengia, poi spostandosi alcuni metri sulla
sinistra un altro tiro da dodici metri lo portò finalmente
alla base della profonda verticale.
Dove ci si sarebbe potuti riparare?; Buba continuava a
ripeterselo, il grande vuoto era proprio sopra la sua testa,
quando vide una saletta che, anche se presentava un copioso
stillicidio, forniva un ottimo riparo dalla eventuale caduta
di pietre.
Scesero anche Toni e Chiara, insieme esplorarono il fondo del
pozzo che però sembrava completamente occluso, ma riuscirono
a scorgere attraverso una fessura un nuovo pozzetto.
Un mese dopo si organizzò una nuova spedizione sui "
Solaroli " per esplorare altre cavità (Petrus-
Splugen-Complesso Stellung...), che erano state individuate
nel corso di uscite precedenti.
Buba, Alberto e Karen, mentre altri componenti del gruppo
esploravano il Petrus e battevano accuratamente la zona
,decisero di dare un'occhiata al Ruska, che era armato.
Quando furono tutti e tre sul fondo del pozzo di settanta
metri, Alberto cominciò a scavare fra i massi della frana,
così riuscì ad infilarsi in uno stretto budello, che lo portò
a vedere un altro pozzo, valutato sui venti, trenta metri,
purtroppo anche in questa occasione non c'erano corde. Il
"Ruska" continuava e questo era veramente
importante.
Il 4 giugno organizzammo un'altra spedizione, questa volta
forniti di tutto il necessario.
Il tempo era abbastanza incerto, ma partimmo lo stesso, così
Sandro, Alberto, Buba, Michele ed io arrivammo velocemente (si
fa per dire!) al " Ruska ", dove ci dividemmo in due
squadre.
Una incominciò a rilevare, mentre l'altra continuò
l'esplorazione.
Purtroppo il tempo che avevamo a disposizione era limitato,
proprio a causa della strada a piedi che ci separava dalle
macchine, e così ben presto lo esaurimmo.
Infatti avevamo disceso il pozzo profondo 25 metri , trovato
da Alberto, che finiva su una cengia abbastanza instabile dove
si apriva una nuova verticale, valutata sui 15 metri.
Michele aveva già approntato l'armo e ripulito la partenza
del pozzo, però la corda non gli era sufficiente per
raggiungere il fondo, così visto che si stava facendo tardi
decidemmo di ritornare all'esterno.
Fuori il tempo stava peggiorando, gli altri compagni di gruppo
si erano messi in contatto (attraverso il cellulare di Buba,
fedele compagno di mille avventure ipogee, "il
telefonino")con noi, avvisandoci che a Bassano stava
succedendo il finimondo. Velocemente ci mettemmo in cammino e
per fortuna, solo quando eravamo nei pressi del Cason del Sol,
cominciò a piovere.
Eravamo contenti, oltre che per non esserci presi tutta
quell'acqua, anche perché il "Ruska" continuava
ancora .Era nato un nuovo -100 in Grappa .
Il 15-16 Luglio allestimmo una nuova spedizione, questa volta
decidemmo però di portare una tenda per dormire sui Solaroli.
Diverse squadre sarebbero dovute venire al "Ruska"
durante quel fine settimana .
Buba , Alberto e io partimmo nella mattina di sabato, sulla
cresta di Col dell'Orso una pioggerella leggera ci bloccò
nelle caverne militari e così solo nel primo pomeriggio
arrivammo al "Ruska".
Quando approntammo il campo uscì finalmente il sole.
Entrammo in grotta verso le sei pomeridiane, Buba scese per
primo, io e Alberto stendemmo il cavo telefonico, che però si
rivelò insufficiente per coprire la prima ampia e profonda
verticale.
Verso le ventitré ecco arrivare al campo Sandro e Karen,
partiti da Bassano subito dopo il lavoro.
Buba nel frattempo aveva raggiunto la base del pozzo esplorato
nell'uscita precedente, che si rivelò profondo una decina di
metri, con sul fondo uno scivolo che terminava in alcune
fessure.
Mentre gli altri scendevano il P 70 io e Alberto cercammo di
forzare queste strettoie per andare avanti, purtroppo oltre
queste la grotta diventava ancor più impraticabile.
Nel frattempo gli altri ci aspettavano alla base del P 70, da
dove decidemmo di uscire.
Il campo si rivelò molto utile, visto che ci assicurò un
comodo giaciglio per la notte.
Di prima mattina arrivò Simone, venuto a prendere Karen, e
solo più tardi anche Massimo e Marta raggiunsero il campo.
Mentre Buba e i nuovi arrivati rientrarono nel "Ruska",
decisi di andare a fare una battuta nelle zone circostanti,
che si rivelarono ricche di cavità.
Sandro e Alberto decisero di rimanere al campo a sonnecchiare
beatamente.
Quando gli altri uscirono dalla grotta era ormai tardo
pomeriggio, avevano steso fino al fondo della cavità il cavo
telefonico e provato nuovamente a superare la strettoia
finale, inutilmente.
Smontammo velocemente il campo lasciandoci alle spalle la
sagoma del Monte Salarol, si era, per il momento, concluso un
nuovo capitolo della sua esplorazione.
Nei mesi seguenti il gruppo fu preso da altre attività e solo
il 24 Settembre 1995 tornammo al "Ruska", questa
volta per recuperare le corde e il resto del materiale prima
del sopraggiungere dell'inverno, che rende questa parte del
Grappa raggiungibile solo con gli sci.
Così si concluse per il '95 l'attività del GEO CAI BASSANO
sulla dorsale Col dell'Orso Solaroli; arrivederci "Ruska",
l'appuntamento è per il prossimo anno.
Abisso Spaurasso
L'ingresso dell'abisso
Spaurasso", ubicato sulla storica e sacra "Nave del
Grappa", è stato protetto con una robusta grata
metallica.
L'area in cui si apre il pozzo d'ingresso della cavità
(profondo otto metri) risulta molto frequentata da
escursionisti e visitatori che imbattendosi nella grotta
potrebbero decidere incautamente di addentrarvisi, andando a
compromettere seriamente la loro incolumità!
I primi trecento metri di grotta infatti, presentano passaggi
alquanto tecnici che richiedono una robusta esperienza
speleologica.
La scelta di sigillare l'ingresso della cavità è scaturita
dunque esclusivamente dalla prioritaria esigenza di prevenire
possibili incidenti !
Non abbiano dunque ad irretirsi ed indignarsi quegli
speleologi (speriamo siano pochi!) che, decidendo
autonomamente di visitare l'abisso, si troveranno la strada
sbarrata!
Nessuna volontà protezionistica ha influenzato le nostre
decisioni, nessun slancio egoistico e antisolidaristico è
passato per le nostre menti, anzi !
In fin dei conti, che senso avrebbe scoprire ed esplorare una
grande grotta se non si vuol condividere con altri amici le
emozioni che essa sa offrirti! Nessuno!
Amici del G.S. CAI Lecco, dell'Unione Speleologica Veronese,
del Gruppo Grotte CAI Schio, del Club Speleologico Proteo di
Vicenza etc., si sono aggregati alle nostre spedizioni e noi
ne siamo stati compiaciuti!
Compatibilmente con le attività esplorative già programmate
dal Geo CAI, saremo disponibili anche in futuro ad
accompagnare amici speleologi di altri Gruppi , intenzionati a
visitare questa stupenda grotta!

Non
andateci da soli però
Basta
una telefonata!
Se
andiamo a vedere l’articolo apparso nel notiziario della
Federazione Speleologica Veneta n. 3 del 1995, si può leggere
la storia esplorativa di questo abisso che già allora era
profondo 400 metri e sul cui fondo avevamo detto c’era
ancora da vedere molto e quindi sognare nuove esplorazioni;
non siamo più tornati su questo fondo, ma siamo stati
partecipi di grandi esplorazioni lo stesso ed ora ve ne voglio
raccontare le storia.
Ricordate la grande cengia nel P 170 dove siamo atterrati
pensando che fosse impossibile che la grotta finisse lì visto
gli immensi ambienti in cui ci trovavamo e nella quale c’è
anche la partenza del P 100 ?. Ebbene, quando ci siamo
arrivati la prima volta abbiamo notato un buchetto
insignificante ad un metro di distanza dalla corda e ci
abbiamo pure buttato un sasso, senza però andarci vicino con
la faccia e sentire quindi la forte corrente d’aria che ne
usciva; ci siamo detti che lo avremmo visto in futuro perché
per il momento avevamo cose ben più grosse da esplorare, ma
ci siamo sbagliati.
Siamo scesi dopo molto tempo solamente per fare un po'
d’allenamento e visto che eravamo lì ci siamo detti
"ma si, diamogli un’occhiata" senza sperare in
nulla di buono, ma solamente dopo due metri abbiamo iniziato
ad urlare di gioia vedendo un bel meandro d’erosione che
andava avanti sprofondando sempre più in basso lasciando
intravedere delle grandi marmitte piene d’acqua e facendoci
fare qualche acrobazia in alcuni punti nei quali qualche corda
sarebbe stata molto utile. Ci siamo arrestati alla sommità di
un grande pozzo che abbiamo valutato attorno ai trenta metri,
ma non avendo con noi nessuna corda abbiamo dovuto fermarci
li.
Tornando sui nostri passi per raggiungere l’uscita, abbiamo
pensato di non dire niente a nessuno del gruppo per fare una
sorpresa il martedì sera in magazzino e ci siamo riusciti in
pieno, tenendo i nostri compagni con il fiato sospeso perché
nessuno credeva che le bottiglie di vino e le pastine che
avevamo portato fossero per il mio compleanno.
La volta successiva siamo scesi con le corde ed abbiamo
attrezzato il meandro (Ololejuuu) con dei corrimano nei punti
più pericolosi e quando è stato il momento di armare il P 34
ci siamo trovati a dover scegliere tra due punti che davano
accesso al pozzo, ma quando il primo ha iniziato la discesa ci
siamo accorti che avevamo scelto il punto più difficili dove
si doveva fare un grande pendolo per poi proseguire la
discesa, ma ormai, visto che eravamo in ballo abbiamo
continuato per quella via ed abbiamo raggiunto il fondo. Qui
abbiamo dato il "libera" al nostro compagno che però
non stava molto bene e ci ha gridato che iniziava a risalire;
noi gli abbiamo risposto che davamo solamente un’occhiata e
poi lo avremmo raggiunto. Alla base del P 34, una piccola sala
raccoglie l’acqua del meandro soprastante ed una diaclasi ci
porta in un’altra sala nella quale inizia un meandro con la
classica sezione a buco di serratura scavato in una roccia
molto strana perché si sgretola sotto il nostro peso e ci
rende pericolosa la progressione. Stando molto attenti
avanziamo per circa settanta metri senza mai trovare strettoie
o punti difficili e sbuchiamo alla sommità di un pozzone
enorme che ci fa sentire il cuore in gola quando gettiamo il
solito sasso per valutarne la profondità, ma dobbiamo
raggiungere il nostro compagno che per il nostro egoismo sta
risalendo da solo con i suoi malanni. Per fortuna si trattava
solamente un mal di testa e siamo riusciti ad uscire con calma
senza grossi problemi.
Questa volta stiamo scendendo portandoci dietro la linea
telefonica e decidiamo di cambiare il punto di partenza del P
34 per renderne più facile la progressione ed evitare il
pendolo, quindi è la volta di preparare per la discesa il
pozzo trovato l’ultima volta. E’ tutta la settimana che ci
chiediamo se la roccia che abbiamo trovato in quella zona sarà
buona per piantarci dei tasselli ed ora che ci siamo iniziamo
a batterla con il martello per sentirne la consistenza ma per
fortuna le nostre paure si sono dimostrate inutili, perché
troviamo subito una placca molto buona proprio alla partenza e
dopo aver frazionato sei metri più sotto per cercare di
evitare la piccola cascatella che scende si inizia la discesa
sperando che la corda basti per arrivare in fondo. E’
strano, ma anche quando si è abituati a scendere pozzi su
pozzi, per quanto profondi essi siano, se li conosci non ti
fanno nessuna paura, ma la sensazione che si prova in ogni
pozzo nuovo ti fa tornare indietro con il tempo fino a quando
hai fatto la tua prima discesa ed allora cominci a pensare se
il materiale che usiamo normalmente possa sopportare il nostro
peso e ti vedi che stai volando per poi schiantarti al suolo
oppure hai paura che la corda ti scivoli dalle mani
soprattutto quando è nuova e scorre bene nel discensore ed
ecco che si diventa delle lumache anche in discesa, poi arrivi
in fondo e non ti ricordi com’è fatto il pozzo e se ci sono
delle finestre o degli arrivi d’acqua.
Siamo alla base del P 60 (Gran Babau) ed iniziamo subito a
cercare una prosecuzione che essendo molto grande ed evidente
si fa trovare subito; si tratta di un P 20 posto proprio sotto
ad un enorme monolito che si innalza nel P 60 per un ventina
di metri. Decidiamo di non armare subito, ma di dare
un’occhiata in giro per vedere se c’è dell’altro da
esplorare e subito troviamo un laminatoio con della sabbia per
terra che ci fa strisciare per una ventina di metri per poi
concederci il gusto di avanzare gattoni e poi in piedi. Ad un
certo punto, il meandro che nel frattempo si è trasformato in
galleria, va ad incrociare un’altro meandro che a monte si
trasforma ancora in laminatoio con la sabbia per terra che
basterebbe spostare di lato per avanzare e a valle ci siamo
fermati in una piccola strettoia che si potrebbe allargare
facilmente spostando qualche sasso, ma non sapendo quanta
strada abbiamo fatto e nemmeno quanto tempo sia passato da
quando ci siamo infilati in questo meandro decidiamo di
tornare indietro perchè i nostri compagni ci stanno
aspettando sopra il P 60. Quando ci uniamo a loro ci fanno
notare che li abbiamo fatti aspettare per più di un’ora ed
allora ci chiediamo: quanta strada abbiamo fatto in quel
meandro?; ancora oggi non lo sappiamo perchè non abbiamo più
avuto l’opportunità di tornarci visto quello che leggerete
più avanti.
La partenza del P 20 la lasciamo armare ad un giovane del
gruppo finché riusciamo a tenerlo d’occhio, ma poi dopo lo
scivolo iniziale interviene uno di noi più esperto per fare
un frazionamento spostato che ci consente di andare dritti
fino in fondo, dove ci aspettiamo tutti prima di dare sfogo al
nostro istinto di esploratori; l’ultimo non fa in tempo a
toccare terra che come dei cani segugi iniziamo ad ispezionare
tutta la base del pozzo infilandoci a destra e a sinistra e
sotto e sopra ma con scarsi risultati. Finalmente si riesce ad
intravedere al di la di un buchetto arieggiato ma molto
stretto, una saletta abbastanza grande e notando che si trova
in direzione dell’unico punto che non abbiamo ancora
guardato perchè è sotto ad un forte stillicidio decidiamo di
bagnarci per dare un’occhiata. Scendiamo in fretta e furia
una spaccatura profonda circa tre metri e ci troviamo nella
saletta vista attraverso il buchetto arieggiato e li sentiamo
un forte rumore d’acqua corrente provenire da una diaclasi
profonda quattro metri scesi i quali, passando sotto ad un
piccolo laminatoio andiamo a sbucare nel mezzo di una galleria
sotto la quale vediamo un torrente che scorre tra marmitte e
cascatelle provocando un rumore assordante (Lunga via del
Frastuono). La nostra euforia è alle stella e non sappiamo se
andare a monte o a valle, ma poi la ragione prevale e
naturalmente decidiamo di andare verso il basso. Anche qui ci
alterniamo alla testa della comitiva, avanzando allegramente
tra marmitte e piccoli saltini, ma all’improvviso ci
dobbiamo fermare alla sommità di un pozzo cascata profondo
una quindicina di metri che lascia intravedere una grande sala
da dove echeggia ancor di più il rumore dell’acqua che si
infrange al suolo. Decidiamo di attrezzare subito il pozzo per
la discesa, e ad un certo punto, tra chi pianta spit e chi
ritorna indietro a recuperare i sacchi lasciati per
scaramanzia, c’è qualcuno che pensa di continuare ad
avanzare sulla volta del meandro che sprofonda nella grande
sala, e che non sembra molto pericoloso da attraversare con le
gambe divaricate. Dopo lo sfondamento il pericolo non esiste
più ed anche il rumore dell’acqua è sparito; ci troviamo
in una zona fossile discendente con un saltino che scendiamo
facilmente in libera e dopo un passaggio stretto e bagnato
andiamo a sbucare nella parte opposta della sala dove vediamo
i nostri compagni tutti indaffarati a piantare spit e a fare
nodi alle corde. La cosa più importante che non ho ancora
detto è che siamo finiti alla base della sala, quindi non
serve nemmeno mettere la corda, che poi messa dove la si stava
mettendo serviva giusto a fare una doccia fredda. Nella sala
vediamo subito che l’acqua si infila in una stretta
spaccatura per poi fare un’ulteriore salto di quindici
metri, ma scendere da quella parte sarebbe da masochisti,
perchè è molto stretto e la doccia sarebbe assicurata; per
fortuna riusciamo a bypassare il tutto attraverso un comodo
meandro laterale che ci fa sbucare in una finestra posta ad
una decina di metri di distanza dalla cascata, dove, dopo aver
armato la partenza con due spit e messo un deviatore cinque
metri più sotto, riusciamo a mettere piede nella nuova sala,
che poi non è altro che un allargamento del meandro che
stiamo percorrendo. Più avanti un nuovo sprofondamento del
meandro che attrezziamo con l’unico moschettone rimastoci
per scendere gli ultimi dieci metri di questa meravigliosa
giornata in explor. Il meandro, o forse è più appropriato
chiamarla galleria, continua con una serie di saltini che
osiamo superare in libera anche nei punti in cui gli spruzzi
d’acqua vengono assorbiti dalle nostre tute non più
impermeabili e ci fermiamo alla sommità di un nuovo salto di
quindici metri dove, davanti a noi vediamo solo nero e sotto,
con la luce dell’elettrico riusciamo a malapena ad
illuminare la sala a - 500.
La settimana che deve trascorrere prima che possiamo ritornare
la sotto sta passando molto lentamente e tra noi continuiamo a
telefonarci per fare mente locale su cosa crediamo di aver
intravisto sullo sfondo dell’ultimo pozzo che ha frenato la
nostra esplorazione; c’è chi crede di aver visto un
laghetto, oppure chi ha visto un’enorme galleria che saliva
dalla parte opposta, ma sappiamo bene che i sogni non sono
realtà e quindi ci limitiamo a sperare che in qualche modo la
grotta prosegua, portandoci sempre più profondamente nel
mondo dei sogni.
Finalmente è arrivato il momento di tornare in fondo a vedere
quello che per tutta la settimana abbiamo sognato, ma prima ci
proponiamo di attrezzare per bene tutto quello che abbiamo
esplorato la settimana scorsa, in modo di rendere sicura e
semplice la nostra progressione e soprattutto per evitare di
rimandare sempre alla prossima volta la sistemazione degli
armi, che altrimenti rimarranno tali per sempre. Nella sala
che la volta scorsa siamo riusciti a bypassare passando per la
strettoia bagnata mettiamo una corda a mo’ di teleferica
(sala della teleferica) per evitare gli spruzzi della cascata
e nel pozzo sotto, quello che parte dalla finestra, cambiamo
il deviatore con un frazionamento perchè sopra la corda
andava a sfregare su di un piccolo spuntone di roccia.
Doppiamo l’armo del P 10 successivo ed attrezziamo pure
tutti quei saltini che abbiamo già sceso in libera per poi
arrivare sopra gli ultimi quindici metri di verticale che
ancora adesso ci fanno stare con il fiato sospeso; qui le
condizioni sono tali da permetterci di lavorare tutti assieme
uno sotto l’altro senza nessun rischio di caduta sassi e
quindi riusciamo in breve tempo a toccare i -500 tanto sognati
quanto guadagnati. Ci rendiamo subito conto che quello che
avevamo intravisto la settimana scorsa era vero, perchè
atterriamo vicino ad un piccolo laghetto e dalla parte
opposta, in alto, parte una galleria molto grande, che però
non andiamo a vedere subito, perchè preferiamo seguire il
corso dell’acqua che si infila in un meandro molto ben eroso
e che dopo una decina di metri si butta in un nuovo salto di
circa venti metri. Finché uno di noi pianta gli spit altri
salgono verso la volta del meandro e scoprono che la grande
galleria vista prima non è altro che la parte fossile del
meandro che abbiamo percorso sotto e che quindi la strada che
stiamo facendo e la sola ed unica probabilità di prosecuzione
che ci sia rimasta. Dopo la partenza del pozzo si deve fare un
frazionamento seguito da un deviatore che ci aiutano non poco
ad evitare l’acqua, e sotto ci infiliamo in uno stretto
meandro per seguire il percorso idrico che dopo una quarantina
di metri sprofonda in una stretta spaccatura per noi
impraticabile; per fortuna sopra di noi la zona fossile si
concede con un’enorme galleria che percorriamo facendo molta
attenzione a dove mettiamo i piedi a causa di molte lame
sottili che potrebbero cedere sotto il nostro peso. Dopo un
centinaio di metri il soffitto si abbassa all’improvviso per
lasciarci solamente uno spiraglio di mezzo metro da
attraversare quasi in ammollo, per poi rialzarsi dopo tre
metri e farci prendere un colpo; davanti a noi la grotta
chiude con un muro di roccia compatta ed impenetrabile. Si,
sembrava fosse proprio così prima che facessimo un paio di
passi avanti e trovare il passaggio sulla nostra sinistra
molto ben nascosto da una leggera curvatura della parete. E’
una porta che da accesso ad una galleria molto ampia e ben
percorribile che noi esploriamo con molta calma per paura che
possa terminare molto presto. Altri cento metri e la galleria
inizia a salire leggermente ed il soffitto si avvicina sempre
più a noi costringendoci ad avanzare chini per alcuni metri
fino ad un restringimento al quale diamo solamente una piccola
sbirciata, perchè è dalla base dell’ultimo pozzo che non
vediamo gli altri due della squadra rimasti indietro a
rilevare. Ritornando sui nostri passi per raggiungerli, curva
dopo curva ci accorgiamo di aver fatto veramente molta strada
e riusciamo addirittura ad evitare la parte stretta del
meandro che abbiamo percorso all’andata rimanendo nella zona
fossile che, con un piccolo saltino di quattro metri va a
finire alla base dell’ultimo pozzo. Qui troviamo i nostri
compagni e li invitiamo a percorrere la parte nuova che
abbiamo appena scoperto, mentre noi nel frattempo, dopo
esserci rifocillati un po’ riprendiamo ad eseguire il
rilievo.
Dopo un’altra settimana insonne ritorniamo sul fondo
portando avanti il rilievo fino al restringimento e notiamo
con immensa soddisfazione che abbiamo percorso duecento metri
di galleria dalla base dell’ultimo pozzo. Qui, come ci
eravamo prefissati prima di entrare, smettiamo di rilevare ed
iniziamo la nuova esplorazione oltre il restringimento che non
è poi molto stretto, soprattutto dopo aver tolto un piccolo
naso che ci dava proprio fastidio, e di nuovo percorriamo una
grande galleria che curva dopo curva inizia a sprofondare
dando vita ad un meandro di erosione con la volta freatica che
ci rende molto comoda la progressione stando però molto
attenti a non scivolare perché in alcuni punti ci troviamo
anche a quindici metri dal pelo dell’acqua e cadere sarebbe
una cosa assai tragica. Anche questa volta percorriamo
all’incirca duecento metri e poi un piccolo pozzetto semi
ostruito dal alcuni massi ci porta in una saletta, nella quale
vediamo l’acqua che si intrufola nella ghiaia e tutto
attorno a noi solamente roccia, tranne in un punto: una
diaclasi larga poco più di un metro ed alta cinque o sei,
lascia intravedere sopra ad essa uno spazio enorme tutto
avvolto nel buio totale e dal quale sentiamo echeggiare il
rumore di una cascata. A volte l’entusiasmo
dell’esplorazione fa perdere la ragione, tanto che, senza
accorgercene, ci ritroviamo a risalire la diaclasi senza
nessuna sicura e senza pensare che farsi male a quella
profondità avrebbe voluto dire smuovere tutte le squadre del
soccorso speleologico del veneto e di altre regioni vicine. Il
primo ce la fa e subito dopo aver lanciato un grido di gioia
mista a paura inizia ad attrezzare la diaclasi con una corda,
per far si che gli altri possano salire in totale sicurezza.
Quando siamo saliti tutti ci troviamo sopra ad una cengia
molto grande sotto la quale un salto di quaranta metri ci
porta in un salone di crolla molto vasto, dove purtroppo non
troviamo nessuna prosecuzione. Solamente una stretta fessura
sotto la cascata ci lascia qualche speranza, ma per il momento
non abbiamo nessuna voglia di infradiciarci la tuta, anche
perché sopra il salone, facendo una traversata aerea, abbiamo
molta fiducia di rinfilarci nel meandro che abbiamo appena
lasciato e quindi il salone potrebbe essere un ringiovanimento
della grotta. Staremo a vedere.
Attualmente le esplorazioni sono ferme da molto tempo a causa
del maltempo e dai molti impegni del nostro gruppo, ma appena
avremo un po’ di tempo libero vi assicuriamo che lo
Spaurasso riprenderà a stupirci con i suoi effetti speciali;
ne siamo certi.
L'unica cosa che siamo riusciti a fare in questo periodo è
stata la messa in posa di una grata
all'ingresso, per evitare che i pastori che lavorano lassù
nel periodo estivo lo possano chiudere per paura che qualche
pecora vi possa cadere dentro, ed anche perché può risultare
pericoloso per gli escursionisti che, vedendo la scala
metallica del primo pozzo, incuriositi vi si possano
addentrare con il rischio che si facciano male (e poi chi li
trova più?). Purtroppo qualcuno, (speleologo o recuperante)
ha tolto dei sassi che si trovavano attorno alla grata e si è
addentrato nella grotta lasciandoci il compito di risistemare
il tutto.
Abisso ESTREJA
Agosto 1988, tutto era
finalmente pronto, i pesanti materiali erano stipati nelle
auto, la mia amata ed eroica Fiat 127, in particolare, era
talmente stracarica di roba che i parafango posteriori
sembravano quasi appoggiati sui pneumatici, ero purtroppo
certo che prima o poi mi avrebbe lasciato a piedi!
Da alcuni mesi avevamo deciso di organizzare il nostro primo
campo speleologico sul Massiccio del Grappa, precisamente nel
territorio comunale di Possagno, in provincia di Treviso.
A dire il vero non eravamo particolarmente entusiasti e
fiduciosi di scoprire ed esplorare nuove cavità, dai dati
catastali risultava infatti palesemente che l'area carsica che
intendevamo esplorare, era già stata oggetto di attività di
ricerca da parte di altri gruppi.
In particolare, i colleghi del Gruppo Speleologico Padovano
CAI, avevano esplorato nel 1985, decisamente prima del nostro
"avvento", la "Grotta Aspis "(3495 VBL),
un importante cavità verticale profonda ben 176 metri,
situata però in territorio comunale di Alano di Piave, in
provincia di Belluno.
L'ingresso di questa cavità, ubicato a margine dei profondi e
dirupati fianchi dell'incisione valliva de "La
Pila", dista poche centinaia di metri da "Malga
Camparona".
Questo fatto però ci influenzò in maniera relativa, era
naturale prevedere che qualche speleologo avesse già calcato
quei suoli calcarei .
Erano altre particolari situazioni, invece, che ci davano
parecchio fastidio.
Quali ?
Presto detto! Alcuni esimi speleologi dell'alto vicentino, in
quel tempo già in auge da alcuni lustri, il cui nome,
comunque sia, non merita di salire alla ribalta delle
cronache, continuavano a ripeterci, ogni qual volta se ne
presentasse l'occasione, che oramai il Massiccio del Grappa
non poteva più riservare , neanche a noi giovani ed
intraprendenti speleologi, rilevanti sorprese esplorative!
Sembrava, a sentir discorrere questi felloni del buco, che sul
Grappa non potesse esistere un sol palmo di terreno non
intaccato dalla suola dei loro scarponi!
Hitler diceva sempre: "Più grande è la bugia, più la
gente la crederà !"
Noi però, anche se non certo incoraggiati da questi
"autorevoli " personaggi, decidemmo che per sfatare
questi facili e presuntuosi giudizi, occorresse prima di tutto
perseguire i nostri intenti, vivere i nostri sogni, rifiutare
a priori quelle boriose e menzognere teorizzazioni.
Questi "speleolofili", fino a poco tempo prima
amichevoli, solidali e disponibili, evidentemente non ci
volevano più tra i piedi, interpretando il nostro attivismo,
in quel tempo al limite dello stacanovismo, come un'invasione
di campo, una seria minaccia alle loro attività!
Così, aperti finalmente gli occhi, decidemmo, anche se con
qualche rimpianto, di intraprendere tutte le nostre attività
in completa autonomia!
Cicerone sosteneva dall'alto della sua saggezza : " Verso
alcuni si rendono più benemeriti gli aspri nemici che quegli
amici che sembrano dolci : quelli spesso dicono la verità,
questi mai."
Avevamo ottenuto il permesso di piantare la nostra tendopoli
nelle immediate vicinanze di "Malga Paradiso",
situata non lontano dalla "Forcella di Camporanetta".
Il Sig. Ceccato di Crespano del Grappa, gestore di Malga
Paradiso, era un tipo apparentemente burbero e un po'
acciaccato (aveva partecipato durante il secondo conflitto
mondiale alla disastrosa campagna di Russia e vissuto sulla
propria pelle la disfatta dell'ARMIR ).
Ben presto , per nostra buona sorte, riuscimmo ad ammansirlo
ed ottenere la sua incondizionata fiducia.
Beh, a dire il vero, tanto incondizionata non fu, ci fece
infatti promettere solennemente che non avremmo"rotto i
maroni " alla sua famiglia, alle sue vacche e alle sue
galline.
Non onorando tale promessa avremmo rischiato lo "
sbaraccamento immediato del campo".
Il buon Ceccato non ebbe modo di lamentarsi della nostra
condotta, tant'è che la sera stessa, incredibile ma vero, ci
invitò tutti a cena !
L'area in cui avremmo svolto le nostre attività di ricerca
era rappresentata da una vasto e sinuoso crinale, delimitato
ad ovest dall'incisione della "Val di Archesòn" ed
a est dalla "Val di Archesét", mentre a nord e sud,
esso si estendeva rispettivamente fino alle località
"Forcella di Camporanetta"( quota 1346 m.) e
"Cima della Mandria" (quota 1482 m.).
Dal punto di vista geo morfologico non ci si trovava di certo
di fronte a marcati fenomeni carsici superficiali, le
microforme erano quasi inesistenti , mentre le doline, quasi
tutte a fondo piatto, erano poco frequenti e inesorabilmente
riempite di sfasciumi detritici.
Queste ultime erano ubicate in principal modo nella destra
orografica della Val di Archesòn, a quote altimetriche
comprese tra i 1324 e i 1375 m. s.l.m.
Dal punto di vista stratigrafico l'area carsica era quasi
interamente interessata dalla presenza, in superficie, del
litotipo del Biancone del Veneto, che seppur carsogeno e di
natura compatta, si presentava alquanto fratturato ed
incoerente.
Questi fenomeni di frammentazione e disgregazione, in buona
parte generatisi grazie all'azione meccanica e modellatrice
degli agenti esogeni , non potevano che sfavorire i processi
di carsificazione e speleogenesi, sarebbe risultato per questo
assai arduo accedere ad ambienti profondi .
I pochi ingressi individuati nel corso di precedenti
sopralluoghi , si presentavano infatti stretti ed
inaccessibili .
I fianchi nord occidentali della dorsale erano invece
caratterizzati da estesi affioramenti di calcare rosso
ammonitico del Malm, stratificato in potenti banconate.
All'interno di queste ultime, nel corso della Prima Guerra
Mondiale, i militi italiani avevano ricavato ampi ed
articolati sistemi di rifugi in caverna, ancor oggi visitabili
e molto ben conservati grazie all'estrema compattezza e
coerenza della massa rocciosa.
Al campo eravamo per il momento in tre, io, Alberto Crestani (Protòn)
e Maurizio Parisotto (Mafiàs).
Rappresentavamo le avanguardie del Gruppo Geo, il resto della
banda ci avrebbe raggiunti , almeno si sperava, qualche giorno
dopo.
Sistemato finalmente tutto il nostro armamentario, fummo
accompagnati dal figlio del Sig. Ceccato , un giovinetto
scarno ma dall'andatura insostenibile, a visionare alcuni
presunti ingressi di cavità, che ahimè si rivelarono
ricoveri in caverna e tane di tassi.
La conoscenza del territorio, da parte della nostra guida era
ottima, non c'era dunque il pericolo che alcun pertugio avesse
la possibilità di sottrarsi alla nostra vista e brama
esplorativa.
D'altro canto, essendo l'intera zona, prativa ed utilizzata
per l'alpeggio, difficilmente un buco, piccolo o grande che
fosse, sarebbe stato ignorato e soprattutto non protetto con
delle evidenti recinzioni!
Comunque sia, di grotte naturali, neanche l'ombra!
Ci incamminammo un po' scoraggiati, sotto un sole che spaccava
le pietre, verso una profonda trincea che si sviluppava
serpeggiante sin sulla cresta della dorsale, lambendo la Malga
Archesèt (quota 1453 m.).
Il panorama era veramente suggestivo !
In particolare, fummo incuriositi da un evidente fenomeno,
presumibilmente legato alle recenti evoluzioni tettoniche di
questo lembo di Massiccio, un fenomeno interessantissimo che,
nel corso dei millenni, aveva visibilmente modificato
l'idrografia della montagna.
La Valle di Archesèt, infatti, era stata catturata, proprio
nei pressi del nostro accampamento, dalla Val Scura.
Ci apparve evidente come la porzione della Val di Archesèt a
monte della cattura, fosse profondamente incisa, mentre il
tratto oltre cattura, avesse conservato, insieme alla sua
originaria morfologia a fondo piatto, svariati ed evidenti
fenomeni di dissoluzione carsica.
Di lì a poco ci imbattemmo nell'imbocco di un pozzetto di
quattro metri, sorprendentemente non conosciuto dal figlio del
Sig. Ceccato.
Quello che ci apparve più importante però, fu il constatare
la sua certa natura carsica, anche se dammo quasi per scontata
una sua sicura occlusione.
Sul fondo della piccola verticale infatti nessuna apparente
prosecuzione pareva dipartire.
Alberto decise comunque di andare a dare un'occhiatina e ,
indossati il casco e la tuta si calò, arrampicando, nel
pozzetto, (non prima però di essere stato assicurato con una
corda), se non altro per vedere se la piccola cavità avesse
un sufficiente sviluppo per l'esecuzione del rilievo
topografico.
Raggiunta in breve tempo la base del saltino, scomparve alla
nostra vista!
Di tanto in tanto, da sempre più lontano , lo sentivamo
chiederci corda, corda, ancora corda!
"Ma dove xèo 'ndato finire", esclamò Mafiàs,
rizzandosi inpettitamente con un'aria un po' preoccupata .
"Cossa garaeo trovà, parchè nòl torna in drio chèl
coiòn !" esclamai!
Trascorsi altri istanti decidemmo di chiamarlo, ma ad un
tratto gli sentimmo urlare a gran voce che la grotta
continuava, e alla grande!
Riguadagnata la base del pozzetto, Protòn ci raccontò tutto
ciò che aveva veduto, gli occhi gli brillavano."
Tuxi, tuxi, che rassa de svertòn, che tonfi, che buxàsso"!
Protòn aveva percorso un alto meandro che, dopo alcuni metri
sprofondava in una voragine dall'indefinibile profondità.
Lo scoraggiamento che fino a qualche minuto prima ci pervadeva
si dissolse in un non nulla!
L'inaspettata scoperta di quel buco fece salire alle stelle il
nostro entusiasmo, tanto che programmammo una prima seria
esplorazione per la notte stessa, non prima però di onorare
l'invito a cena del Sig. Ceccato, giù all'accogliente Malga
Paradiso.
Il padrone di casa ci diede così tanto da mangiare e da bere
che avemmo la sensazione che "la trippa" ci potesse
scoppiare da un momento all'altro!
Accomiatatici a tarda sera dai nostri ospitali amici,
preparammo le nostre attrezzature e ci incamminammo , zaino in
spalla, verso l'imbocco della grotta.
La luce della luna piena illuminava i nostri passi
,appesantiti dai bagordi enogastronomici.
Raggiungemmo l'ennesima erta prativa, alcuni centinaia di
metri più in quota si trovava l'ingresso, ubicato a margine
di una bella pecceta.
Erano sopraggiunte oramai le quattro del mattino, quando io e
Protòn raggiungemmo una esigua cengia, posta a circa trenta
metri di profondità.
Le dimensioni della verticale che avevamo discesa erano
ragguardevoli, ma era soprattutto la dimensione dell'imbocco
del pozzo susseguente ad incuterci una certa qual riverenza.
Mafias, rimasto all'esterno , non voleva saperne di portarci
giù il resto delle corde occorrenti.
Stava invano tentando di vincere una tremenda ed irrefrenabile
crisi di sonno ,quando ci avvisò che se non fossimo usciti a
prendercele, ci sarebbero arrivate dritte sulla crapa.
Diavolo d'un Mafiàs, il giorno prima si era alzato alle
cinque del mattino per andare a prendere il latte appena munto
a Malga Paradiso e, nel tentativo di superare in volo un
tirante, lo aveva sparso ancora caldo sulle nostre tende!
Maurizio comunque aveva ragione, non dovevamo superare il
limite, così decidemmo di interrompere l'esplorazione,
ripromettendoci di completarla nel pomeriggio dello stesso dì,
sicuramente più riposati e svegli.
Giù al campo intanto ci aveva raggiunti Neno (Andrea Bordin),
rapato quasi a zero e reduce da un viaggio in terra d'Irlanda.
Accogliemmo come si conviene il nostro grande amico, che ci
informò che tutti gli altri sarebbero arrivati il giorno
seguente, con il resto dei materiali e dei viveri.
Alle otto della sera, ricevemmo la visita inaspettata di
Ernico, amico speleologo di Valstagna ,che riuscimmo a
convincere di fermarsi a cena.
Trascorremmo una serata in allegria , si parlò di grotte e si
bevve molto vino!
Il mattino dopo arrivarono puntualmente al campo gli altri,
Halfy e Diana, Franco, Leo, Lidiana e Mariaelena, Fabio,
mancavano solo Giorgio ed Helmut, in vacanza sui monti della
Valle D'Aosta.
Una buona e abbondante pastasciutta e via, verso la grotta!
Avevamo deciso di aspettare i nostri compagni e dedicare
invece il pomeriggio del giorno prima all'esplorazione e
rilevazione di altre due piccole cavità : la " Bisnoja
de le ave "(VTV 3821) e la "Bisnoja sòt i pèss
"(VTV 3822) (nel colorito vocabolario del Sig. Ceccato il
termine "bisnoja" significava "spelonca").
La settimana seguente fummo invece impegnati nell'esplorazione
della complessa ed articolata " Bisnoja de l'or chen' pàs
" (VTV 3820), segnalataci ancora una volta dal figlio del
Sig. Ceccato e profonda una quindicina di metri.
Raggiunto l'ingresso dell'abisso Estreja " (VTV 3819), (
dedicato ad un gran pezzo di figliola iberica di cui Mafias si
era perdutamente innamorato una settimana prima in terra di
Spagna) ,decidemmo di organizzarci in piccole squadre, io Protòn
e Halfy avevamo il compito di continuare l'attrezzamento del
terzo pozzo della grotta, mentre Neno e gli altri dovevano
occuparsi del rilievo e del servizio fotografico.
Il secondo pozzo era veramente spettacolare!
Halfy mi raggiunse sulla cengia, mentre Protòn era impegnato
nell'armo della nuova profonda verticale.
Due spit, un deviatore, un frazionamento e Alberto raggiunse
la base del pozzo.
Di lì a poco ecco atterrare sulla cengia anche Franco Moro,
il nostro mitico segretario, un po' avulso, a dire il vero, da
tacchicardiche e vertiginose calate ipogee.
Era alla sua prima seria esplorazione in una grotta verticale
e la sua attrezzatura, nuova di palla, faceva luce da quanto
luccicava!
Quel giorno si bloccò per un bel po' su di un frazionamento :
"la sua maledizione discese su tutti noi ".
Raggiungemmo Alberto in fondo alla grotta, le prosecuzioni
erano evidenti, occorreva però disostruire con tecniche che,
ai quei tempi, conoscevamo solo per sentito dire!
Così, dopo l'effettuazione del rilievo, scattammo alcune foto
e decidemmo di ritornarcene all'esterno.
Le esplorazioni dell'abisso Estreja ( riprese proprio in
questi ultimi mesi), ci avevano decisamente appagato.
Si trattava in definitiva, della grotta più profonda
individuata fino ad allora dal nostro giovane Gruppo, e ,
anche se ci si trovava di fronte ad una cavità profonda
"solamente" cinquanta metri, sentivamo dentro di noi
una profonda soddisfazione!
Il nostro primo campo speleologico di ricerca sul Massiccio
del Grappa oramai volgeva al suo termine.
Avevamo, tutti assieme ,vissuto momenti unici ed emozionanti,
i nostri legami di amicizia, già forti, si erano
ulteriormente saldati e questo era importante più di
qualsiasi altra cosa.
Ora conoscevamo un po' di più la nostra vicina e grande
montagna !
Negli anni avvenire essa ci avrebbe regalato la scoperta di
grandi e profondi abissi carsici, mondi sotterranei, ancora
oggi tutti da sognare e scoprire !
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